La sessione è costruita su quattro casi studio portati dagli studenti e attraversa, senza soluzione di continuità, tre piani diversi del lavoro del biohacker: leggere un dato, condurre una consulenza e riconoscere il confine oltre il quale non si può più andare.
La prima metà è tecnica: Tony apre i grafici del proprio sonno registrati dal wearable e mostra qual è la forma che un sonno sano deve avere — sonno profondo massiccio nella prima metà della notte, REM che compare progressivamente nella seconda, frequenza cardiaca che scende fino a un minimo collocato tra le quattro e le sei del mattino con il picco speculare di HRV. Il ragionamento non si ferma al singolo numero ma risale sempre al ritmo circadiano, che Tony definisce in modo memorabile come un sistema che anticipa gli eventi della giornata invece di reagirvi.
La seconda metà è metodologica, ed è il cuore della sessione. Un partecipante chiede un parere sulla cura delle acque termali che pratica da anni; Tony, invece di rispondere, gli chiede di silenziare l'audio, spiega all'aula cosa sta per fare e poi conduce davanti a tutti una micro-consulenza fatta solo di domande di rilancio. La lezione è racchiusa in una formula che ritorna due volte nella sessione:
La domanda non è la domanda. Questa persona non mi sta semplicemente chiedendo un parere: vuole capire se sta buttando via tempo. Io prendo quello che lui mi dice e glielo ributto indietro, così è obbligato a fare mente locale.
Il finale è invece una lezione di limiti. Sul caso di una ragazza quattordicenne con diagnosi di PANS, l'aula propone tutte le domande giuste — ore passate al cellulare, tempo in natura, alimentazione, esercizi di respirazione — e Tony le riconosce come corrette ma le neutralizza con un principio che vale come chiave di lettura di tutto il corso: quando c'è una patologia non valgono più le regole che valgono per le persone sane, e questo cambia tutte le regole del gioco.
Tiene insieme i tre piani una convinzione di fondo che Tony esplicita più volte: il dato serve sempre, perché ci sono cose a cui non si arriva né per intuito né per esperienza; ma il dato non sostituisce la relazione, e nessuno dei due sostituisce la consapevolezza di ciò che non è competenza del biohacker.
Sessione condotta da Tony Manfron, con una partecipazione ridotta rispetto al solito (dodici collegati contro i venticinque-trenta abituali) che non impedisce un incontro lungo quasi un'ora e mezza. In apertura Tony chiede all'aula di compilare un breve modulo Google con due domande — che lavoro fa ciascuno e se già esercita come biohacker — utile all'evoluzione del percorso formativo; il primo link postato risulta sbagliato e viene sostituito in diretta.
Le domande arrivano da due canali: alcune sono state scritte nel gruppo Facebook riservato agli studenti nei giorni precedenti e Tony le riporta in chat prima di leggerle ad alta voce, altre nascono dal vivo con richieste di intervento a microfono aperto. Tony commenta con soddisfazione il fatto che i partecipanti abbiano iniziato a scrivere di più e a portare casi studio reali: è proprio il materiale su cui la sessione lavora meglio.
Il metodo resta quello consueto, maieutico: quando un partecipante propone una risposta, Tony gli chiede di argomentarla; quando un cliente-tipo chiede un parere, Tony mostra come si restituisce la domanda al mittente. In un caso questo diventa esplicitamente una dimostrazione didattica, con il protagonista invitato a togliersi le cuffie mentre l'aula viene messa al corrente della manovra.
La prima domanda arriva da Guglielmo e nasce da un passaggio del Santuario del Sonno, una mastermind in presenza di due giorni tenuta da Tony insieme a Massimo Filippi. Massimo riferisce che molti clienti, dopo aver indossato un wearable, chiedono perché la percentuale di sonno profondo sia alta all'inizio della notte e scenda via via a favore del REM. Guglielmo confessa di non capire la domanda: gli pare ovvio.
La risposta di Tony ribalta la prospettiva. Il fenomeno è effettivamente fisiologico: per motivazioni non ancora del tutto chiare, il sonno attraversa nella prima fase della notte una fase di sonno profondo che nella seconda parte scompare progressivamente lasciando spazio al sonno REM. Ma i clienti lo chiedono proprio perché a loro non succede.
Questo è quello che deve succedere in un mondo ideale. In una persona che non ha un buon sonno, che non ha un sonno ottimizzato, questa cosa può succedere come no: in molti casi non succede.
Tony condivide in chat una serie di screenshot dei propri dati — gli stessi riportati nel suo libro — per mostrare il trend. Il riferimento quantitativo è una torta divisa in tre: circa il 50% di sonno leggero (che in realtà raggruppa più fasi distinte), circa il 25% di sonno profondo e circa il 25% di REM. In uno degli esempi mostrati il profondo era arrivato al 33% e in un periodo anche al 38-39%, per poi riportarsi verso il 25.
La forma ideale è una troncatura netta: prima metà della notte con blocchi massicci di profondo alternati ciclicamente a sonno più leggero, seconda metà con il REM che compare prima in modo blando e poi sempre più massivo, mentre del profondo resta solo un artefatto residuo che il dispositivo non conteggia nemmeno più. Un quadro più frastagliato, in cui la separazione non è così pulita, può comunque andare bene: conta il trend, non il singolo blocco.
Il segnale d'allarme è l'inverso: vedere REM e risvegli concentrati nella prima parte della notte.
Quando cominci a vedere le parti di colore più chiaro nella prima fase della notte, vuol dire che non va bene: c'è uno scombussolamento della circadianità e soprattutto non ci sarà un recupero ottimale.
Il razionale è sequenziale: nella prima parte della notte avviene un recupero tessutale, più fisiologico; nell'ultima parte avviene la pulizia delle memorie, che è il lavoro della fase REM. Se l'ordine si inverte, il recupero non è completo — e infatti quella persona, al mattino, difficilmente dirà di sentirsi bene.
Osservando i propri grafici, Tony fa notare i risvegli che l'Oura Ring segna in bianco (lo stesso vale per l'Ultrahuman). Sono pochi quelli visibili, ma il numero reale è un altro ordine di grandezza:
Di questi micro-risvegli ce ne sono centinaia ogni notte, solo che i dispositivi non sono sufficientemente accurati per leggerli: bisognerebbe fare una polisonnografia.
La causa è respiratoria: si esce continuamente da fasi di apnea e la frequenza cerebrale si alza e si abbassa. Tony offre un'immagine efficace — una balena che di tanto in tanto deve riemergere per respirare, poi torna in profondità e resta lì finché riesce.
Da qui una nota di lettura pratica: sui grafici dell'Oura il movimento è tracciato sotto le fasi del sonno, e non è un caso. Nelle fasi di sonno profondo il movimento non ci deve essere, o deve essere poco; dove appare, spesso corrisponde al passaggio da un ciclo all'altro. Nelle fasi REM invece è normalmente presente. Tony precisa subito che non si tratta di una regola assoluta e imprescindibile: è un dettaglio da tenere in mente quando si guarderanno i dati dei clienti.
Tra i passaggi più immediatamente applicabili della sessione c'è una singola domanda da fare in consulenza, in assenza di qualsiasi dispositivo: la persona ricorda di aver sognato? Non serve che ricordi cosa ha sognato: basta che abbia la sensazione, la percezione di aver sognato, magari attraverso il ricordo di stati emotivi vissuti.
Chi dice di non sognare mai sta dicendo qualcosa di fisiologicamente impossibile, perché il sogno è il prodotto di un lavoro di pulizia: il cervello rielabora immagini, emozioni e stati emotivi della giornata, rimonta e riassembla, scarta alcune cose anche attraverso il sistema glinfatico — l'analogo del sistema linfatico per il tessuto nervoso — eliminando tossine, e questo fa passare immagini davanti agli occhi.
Se la persona ti dice che non ha sognato, o vuol dire che ha il sonno particolarmente disordinato, oppure semplicemente che non è consapevole. Ma di solito chi ti dice di non sognare è perché effettivamente ha il sonno in disordine.
Un partecipante coglie la deduzione corretta e Tony la conferma: ricordare i sogni al risveglio indica che nell'ultima parte del sonno si era in REM, quindi che l'ordine delle fasi ha già una base buona.
Il secondo blocco di grafici riguarda i parametri complementari alle fasi. Il criterio che Tony indica come «molto molto utile» quando si guardano i dati di un cliente è la collocazione temporale della frequenza cardiaca minima, che coincide con la temperatura corporea minima: idealmente tra le quattro e le sei del mattino. Il picco di HRV cade di conseguenza nello stesso momento, ed è lì che si registra il picco di melatonina — nel grafico mostrato la frequenza scendeva fino a 38 battiti.
La dinamica lungo la notte è progressiva. Nelle prime ore può esserci ancora una componente digestiva attiva, anche a distanza di tre ore dal pasto, perché il processo richiede tempo; poi, man mano che la melatonina fa effetto, temperatura e frequenza cardiaca scendono sempre di più fino al minimo, dopo il quale il processo si inverte: la produzione di melatonina si azzera, inizia quella di cortisolo e la temperatura ricomincia a salire.
Se il minimo cade troppo avanti, troppo vicino al momento del risveglio, significa che c'è stata difficoltà nell'abbassamento della frequenza cardiaca. Le due cause tipiche sono l'alimentazione e la gestione emotiva:
Se uno lavora male con gli stati d'animo, molto probabilmente se ne rende conto e te lo sa dire. Se uno lavora male col mangiare è più difficile che se ne renda conto.
L'eccezione facile da individuare è chi mangia alle 23 e alle 23:30 e va a dormire subito dopo; ma il caso più insidioso è la persona che mangia molto pesante, o che mangia senza masticare, spesso per motivi emotivi. In un quadro coerente, invece, la frequenza diminuisce con il passare delle ore fino a un minimo e poi risale, senza sbalzi particolari, e l'HRV mostra un trend in crescita pur con qualche frastagliamento.
Il collegamento tra questi dati e la circadianità dà a Tony l'occasione per una definizione che vale come principio generale. Un ritmo circadiano, per essere considerato tale, deve funzionare correttamente da solo, in automatico: non gli si devono mettere le mani. E per essere considerato in buono stato di funzionamento deve essere in grado di anticipare gli eventi della giornata — dove gli eventi sono la temperatura e la luce.
Perché il mio cuore ha raggiunto il picco minimo verso le cinque del mattino? Perché da lì inizia la produzione di cortisolo e da lì la temperatura comincia ad aumentare. Il ritmo circadiano anticipa quello che succederà e prepara già il corpo, a livello biochimico e ormonale, agli eventi che stanno per succedere.
La seconda domanda scritta è di Francesco, studente di nutrizione che sta seguendo anche un corso sul microbiota e che si è offerto di accompagnare gratuitamente il suo primo cliente: un uomo sulla quarantina, con esami del sangue, ecografie e visita urologica tutti nella norma, che dopo aver scoperto alcune intolleranze alimentari ha eliminato quegli alimenti ma continua ad avere a volte dolori addominali, ed è diventato — parole sue — «un po' ipocondriaco».
Tony parte da un dubbio metodologico: quale tipo di test per le intolleranze è stato fatto? Hanno senso solo quelli riconosciuti dalla scienza, eseguiti in ambulatorio. Assumendo che siano quelli corretti, il fatto che i dolori persistano nonostante l'eliminazione degli alimenti gli fa sospettare due cose alternative: un problema di affidabilità dei test, oppure una forte disbiosi di fondo.
A supporto racconta un caso emblematico: una cliente che aveva sempre mangiato tutto ed era sempre stata bene, che per scrupolo fa i test e risulta celiaca — non intollerante al glutine, celiaca. Dal mese successivo nutrizionista, eliminazioni a catena, e una vita, dice Tony, letteralmente assassinata. La morale non è che i test non si debbano fare, ma che serve più di un parere:
Non sto dicendo che i test non si devono fare. Sto dicendo — ed è un parere mio personale — che si devono avere più pareri. Se io fossi rimasto al parere del primo medico che mi ha visto dopo l'incidente alla schiena, non avrei più dovuto nemmeno camminare. Non mi sono rassegnato, di specialisti ne avrò visti otto o dieci, e alla fine sono sano.
Nel merito Tony osserva che dalla domanda non si capisce un dato decisivo: i dolori c'erano anche prima dell'eliminazione, o sono comparsi dopo? In ogni caso lui lavorerebbe sul microbiota indipendentemente dalla presenza o assenza di intolleranza, perché guardando il microbiota si vede subito, e da lì si costruisce l'alimentazione. Con una precisazione importante sul piano operativo: chi è intollerante non è detto che debba rinunciare per sempre a quell'alimento. Nei piani alimentari che il suo team costruisce si tende a reintrodurre man mano che si ripristina l'eubiosi.
Un partecipante, Sandro, aggiunge un'ipotesi che Tony trova plausibile e comune: che i dolorini ci fossero anche prima e che la persona, dopo la diagnosi, si sia semplicemente sensibilizzata, entrando in un circolo di attenzione psicologica al sintomo.
Dalla stessa conversazione emerge la domanda se non convenga far fare direttamente il test del DNA. Tony distingue con precisione i due strumenti per funzione temporale: il test del microbioma intestinale permette di fare una fotografia della situazione attuale e di lavorare su quella; il DNA fa lavorare in modo previsionale, più preventivo e più ipotetico, e va poi associato a un determinato stile di vita e alimentare, in collaborazione con la nutrizionista.
Non è sbagliato far fare il DNA, e Tony stesso lo consiglia; il rischio è farlo al posto del microbiota anziché in aggiunta. Se una persona arriva con dolori addominali in corso, la risposta è il percorso sul microbioma: si vede subito se serve un lavaggio intestinale, cosa correggere, dove intervenire.
È la domanda che Tony definisce «bellissima», e nasce da un'osservazione di Francesco: la professoressa che tiene il suo corso ha impostato un protocollo su una paziente prima del test del microbiota e, ricevuto il test, non ha cambiato nulla, andando avanti sulla diagnosi iniziale. Il test è quindi fondamentale o è solo una conferma?
Tony risponde su due livelli. Il primo è netto: il test serve sempre, perché emergono parametri ai quali non si può arrivare per deduzione. Condivide a schermo un referto reale e li elenca — l'equilibrio tra Firmicutes e Bacteroidetes, l'asse intestino-cuore, lo stato di salute delle vie urinarie, i livelli di patogeni, l'effetto barriera, i micronutrienti, l'equilibrio del complesso B, i livelli di GABA e serotonina in una persona che appare particolarmente stressata.
Questa roba qua non la puoi vedere per intuito, per conoscenza o per esperienza. Come faccio a vedere l'equilibrio tra l'asse intestino e cuore? Come faccio a capire il suo livello di effetto barriera? Noi ci abbiamo messo quattro anni a sviluppare questo livello di dettaglio.
Il parallelo con le altre professioni sanitarie è immediato: nessun professionista serio cura senza analisi — fermo restando, precisa Tony, che il biohacker non cura, ma lavora sullo stato di salute. Segue una battuta sugli ortopedici, «più falegnami che medici», dichiarata tale prima che qualcuno si offenda.
Il secondo livello riconosce però il merito dell'osservazione. Una persona con moltissima esperienza — la professoressa di Francesco, e Tony stesso nel proprio ambito — arriva a un punto in cui, avendo visto migliaia di casi studio, con due o tre domande mirate unite al racconto della persona capisce dove sta il problema, perché ha «talmente tante sinapsi relative a quell'argomento». Ma è un traguardo di anni, non un punto di partenza. Sul follow-up, in alcuni casi il team consiglia di rifare il test a sei mesi: in un mondo ideale un test all'inizio e uno alla fine del percorso hanno senso, sia per verificare il risultato sia perché il cliente veda su carta che il lavoro è stato fatto. Non è però obbligatorio.
Nico, che sta testando i toni binaurali acquistati insieme al libro, chiede perché ci siano tracce con frequenze che differiscono di pochissimo e se cambi qualcosa nella pratica. Prima di rispondere, come sempre, Tony gli chiede come li usa: delta prima di dormire, theta per la meditazione, alfa di giorno per la concentrazione. Sul fatto che le cuffie vengano spente al momento di addormentarsi Tony rassicura — è corretto spegnerle, non è sbagliato neanche tenerle accese, ma se le cuffie disturbano tanto vale togliersele.
La risposta alla domanda è disarmante:
La risposta è molto banale: non cambia niente. Da 1 a 1.1 non cambia niente. Un tono delta è un tono delta, un tono theta è un tono theta.
Le piccole differenze esistono per due ragioni pratiche. La prima è che alcune persone risultano, per esperienza, più sensibili a un certo tipo di sonorità rispetto a un'altra, e quindi avere varianti aumenta la probabilità che ognuno trovi la propria. La seconda è tecnica: la musicista americana con cui il progetto è stato realizzato faceva fatica ad abbinare certe melodie a una frequenza precisa, e per far combaciare melodia e frequenza serviva spostarla di un'inezia.
Discorso a parte per il tono puro, presente in alcuni file: c'è chi lo trova insopportabile e chi profondamente rilassante. Tony appartiene alla seconda categoria e lo usa in particolare per studiare — quando si dà l'obiettivo di leggere un libro intero in quattro ore si mette su una frequenza beta, verso i 30 Hz, e lì preferisce il tono puro perché lo tiene concentrato, mentre la musica va seguita. Le tracce per lo studio non sono ancora state prodotte; i toni realizzati sono nati per il sonno. L'indicazione operativa per i clienti è quindi semplice: far testare e far valutare quale traccia funziona meglio su di loro. Una partecipante conferma in chat il caso opposto al suo — tono puro fastidioso, melodia preferita.
È il passaggio più didattico della sessione. Marco interviene dall'interno delle Terme di Montecatini, dove abita vicino e dove pratica da qualche anno la cura delle acque, una sorta di lavaggio dell'intestino e degli organi che dice avere effetti estremamente positivi. La domanda è se possa essere considerata una strategia di biohacking.
Tony chiede a Marco di silenziare l'audio e spiega all'aula la manovra: la risposta secca sarebbe stata «sì, certo», e avrebbe chiuso tutto in un secondo. Le proprietà delle acque termali sono note — la ricchezza in minerali, l'assimilazione transdermica di minerali e oligoelementi — ma non è quello che serve al cliente in quel momento. Riacceso il microfono, Tony conduce una catena di domande: come sei arrivato a questi trattamenti? Chi ti ha indirizzato e cosa ti aveva promesso? Quei problemi si sono risolti? Percepisci un livello di benessere migliorato? Ci sono altri effetti collaterali positivi che senti di associare a queste terme?
Marco risponde da sé, ricostruendo il proprio percorso: il consiglio di un medico locale che parlava di quelle acque quasi in termini miracolosi, la promessa di un riequilibrio della flora intestinale e la risoluzione di problemi di stitichezza, la risoluzione effettiva ottenuta insieme al cambio di alimentazione, l'ambiente molto rilassante, un miglioramento del sonno, della pelle e delle qualità mnemoniche e di concentrazione — che lui stesso collega al miglioramento intestinale.
Avrei potuto banalmente dirgli: «Guarda Marco, sì, può essere una tecnica, andiamo avanti». Avrei potuto far morire tutto in un secondo. La domanda non è la domanda: questa persona aveva bisogno di essere resa ulteriormente più consapevole e più rassicurata di quello che sta facendo.
Il meccanismo, spiega Tony, è che restituendo al cliente le sue stesse informazioni sotto forma di domanda lo si obbliga a fare mente locale: è lui a elencare i benefici, e quindi è lui a diventarne consapevole. Se le conclusioni le avesse enunciate il professionista, l'effetto sarebbe stato nullo.
Dovete fare sempre le consulenze in questa maniera. Tutte le consulenze vanno fatte così, sempre: capire perché effettivamente la persona vuole capire quella cosa, riportargliela indietro e fare in modo che ragioni lui.
Tony aggiunge che è un metodo che si insegna nei percorsi di coaching, che lui non ha frequentato: se lo è formato lavorando molti anni con i clienti. Ricorda anche di avere tenuto una lezione dedicata a come impostare le consulenze, con allegato un file contenente l'intera scaletta di domande da usare: un materiale che può essere utile in generale, più che per un caso specifico.
L'ultimo caso, portato da Roberto, è anche il più delicato. Alba, quattordici anni, con diagnosi di PANS/PANDAS, seguita da un nutrizionista per la cura del microbiota, da una pediatra e da un altro medico per gli integratori. Sonno disturbato: ha assunto melatonina per un periodo, l'ha scalata su indicazione della pediatra e in accordo con il nutrizionista, e da quel momento i problemi sono ritornati — si sveglia continuamente di notte, al mattino è molto stanca, resta sul divano fino a pranzo, la sua giornata inizia di fatto nel pomeriggio, la sera crolla dalla stanchezza ma fa fatica ad addormentarsi. Non fa le ore piccole. La camera è già ottimizzata: buio, 17-18 gradi, controllo dei fili elettrici alla testata del letto. Usa già occhiali blue blocker e lampada per la foto-biomodulazione. Ha folati bassissimi e da pochi giorni sta integrando la vitamina B12; la madre chiede se questo influisca sul sonno. Roberto non si sente di rispondere, ma proporrebbe un'analisi di cortisolo e melatonina nei quattro momenti della giornata e una routine mattutina semplice — sveglia alle 7:30, quindici minuti di esposizione al sole, doccia fredda, e alle nove attività fisica, sfruttando la passione della ragazza per i rollerblade. Dichiara anche, con onestà, di essere emozionato: è il primo caso che segue.
Tony fa lavorare l'aula prima di rispondere, e i partecipanti propongono ipotesi sensate: un calo di stress legato alla fine della scuola, quanto tempo passa al cellulare, quanto tempo passa in natura, quale stile alimentare segue, se pratica esercizi di respirazione, un test della glicemia, l'esclusione di malattie del sangue. Poi arriva la correzione di rotta, ed è il messaggio più importante della sessione:
State dicendo tutte cose corrette, intelligenti. Se non fosse che questa ragazza ha una patologia. Quando una persona ha una patologia non valgono più le regole che valgono per le persone sane, e questo cambia tutte le regole del gioco.
Quante ore sta sul divano è una domanda giusta — ma questa è una malattia. Quanto tempo passa al cellulare è una domanda giusta — ma questa è una malattia. Il ragionamento che funziona sul soggetto sano non è trasferibile automaticamente.
A questo si somma una seconda categoria di cautele: si tratta di una minorenne, quindi bisogna parlare con i genitori, e di una fisiologia non ancora definitiva, con un ciclo mestruale probabilmente iniziato da poco. Il test crono cortisolo-melatonina in quattro fasi non è mai sbagliato, perché consente di farsi un'idea; Tony mostra a schermo due referti di riferimento, precisando che si tratta di soggetti adulti: nel primo la melatonina è praticamente azzerata nei primi tre quarti della giornata e poi sale fino a livelli ottimali intorno a 60; nel secondo la cortisolemia è correttamente elevata al mattino, scesa a mezzogiorno — forse anche troppo — e in calo verso sera. Sono questi i trend da cercare. Aggiunge un'avvertenza tecnica specifica:
Una donna con il ciclo mestruale deve stare attenta a in quale fase del ciclo esegue il test ormonale: non lo deve fare in un momento a caso. Va fatto più o meno a metà del ciclo, verso il quattordicesimo giorno — un giorno prima o dopo cambia relativamente poco.
Sul piano operativo Tony indica come lavorare senza sovrapporsi agli altri professionisti: confrontarsi con la pediatra sulle attività di ottimizzazione del sonno, usare un wearable — cita il Loop — per misurare i livelli di stress e la qualità del recupero della ragazza e avere riscontri oggettivi su ciò che sta vivendo. Sulla doccia fredda proposta da Roberto è prudente: prima vorrebbe vedere i livelli di stress. Riconosce che, in un mondo ideale, più analisi si hanno più informazioni ci sono per lavorare — un test ormonale completo con i livelli sessuali, insulina, glicemia e regolazione di fame e sazietà, più un'analisi del microbiota — ma osserva subito il vincolo pratico: significherebbe far spendere alla persona duemila euro.
La conclusione è una presa d'atto onesta e reciproca. Roberto ha già lavorato sull'ottimizzazione dell'ambiente di sonno, e quelle sono le cose che può fare:
Detto tra me e te: le cose che puoi fare sono quelle. Essendoci in gioco delle regole diverse, non è che puoi fare gran che. Ma in ogni caso le cose che stai già facendo sono quelle che funzionano in una persona sana.
Roberto ammette che gli serviva una conferma di non stare facendo danni e riconosce che oltre quel punto diventerebbe rischioso; Tony conferma che non è propriamente sua competenza. Sul resto — analisi, confronto con gli altri professionisti — la strada è quella. Chiude invitando Roberto a tenere il gruppo aggiornato sull'andamento del caso, e ricordando che quanto detto sul rapporto con gli altri professionisti resta un parere personale nato dall'esperienza, che non deve condizionare le sue scelte. Tony suggerisce inoltre a due partecipanti di sentirsi in privato, dal momento che una di loro ha esperienza professionale specifica sulla PANS e aveva segnalato in chat che le indicazioni raccomandano di valutare il quadro infiammatorio e metabolico.
Nel leggere i dati di sonno di un cliente
Nel condurre la consulenza
Nell'uso degli strumenti diagnostici
Nel riconoscere i propri limiti