La sessione è costruita intorno a un unico caso studio, portato da una professionista del gruppo: un uomo di ventotto anni, impiegato nel settore finanziario, sedentario dieci ore al giorno alla scrivania e ciclista appassionato nel fine settimana. Sulla carta è un caso "facile", nel senso che tutto — orari, alimentazione, sonno, collocazione dell'allenamento — è da rifare; nella pratica è uno dei più difficili, perché il soggetto è scettico, non intende cambiare le sue abitudini serali e, come dice la professionista che lo segue, «il problema non è che non so cosa fare: è che gli dici una cosa e poi ne fa un'altra».
Per quasi tre quarti d'ora l'aula lavora il caso a turno, con Tony che assegna a ciascun volontario cinque minuti cronometrati — una scelta didattica dichiarata: in consulenza la risorsa che si consuma più rapidamente è il tempo, quello sottratto dalle domande al cliente e quello di un'agenda già piena. Le proposte che emergono sono tutte tecnicamente corrette: regolarizzare il sonno, anticipare l'ora di coricarsi, ridurre i liquidi serali, introdurre lenti che filtrano la luce blu, veicolare frutta e proteine attraverso un frullato portato in ufficio, spostare l'allenamento al mattino, inserire micro-pause di riossigenazione durante il lavoro, aggiungere journaling per gestire lo stress.
Poi Tony ricondivide lo schermo e sposta l'asse del ragionamento in modo netto: nessuno ha individuato il tema del cliente.
Avete detto tutte cose giuste, sono le cose che vanno fatte. Ma a questo qua non interessa la longevità, non interessa il journaling: gli interessa la bici, gli interessa l'FTP. Va sensibilizzato su performance e recupero.
Da qui la lezione centrale della sessione, che è di metodo e non di protocollo: prima di scegliere una strategia bisogna capire verso cosa la persona si muove — o da cosa sta scappando — e poi tradurre ogni singola raccomandazione nella valuta che quella persona riconosce. Il sonno non si vende come sonno, si vende come watt al pedale. Le proteine non si vendono come sintesi proteica, si vendono come capacità di allenarsi di nuovo il giorno dopo. Un approfondimento di poche battute fa emergere la vera leva: il cliente esce in bici con un fratello più forte di lui e non riesce a stargli dietro in salita.
Se noi troviamo la cosa che fa leva sulla persona, la gente ti muove le montagne. Per lui battere suo fratello è il mondiale di Ironman.
La sessione si chiude su una considerazione professionale amara e onesta: il biohacker fa, in proporzione, più lavoro di coaching che di biohacking, e la differenza tra un cliente che aderisce e uno che abbandona non sta quasi mai nel tempo disponibile, ma nell'allineamento tra il percorso proposto e ciò che quella persona desidera davvero.
Sessione condotta da Tony Manfron in videocollegamento con il gruppo del corso. Il caso studio è stato condiviso in anticipo nel gruppo dalla professionista che segue la persona, in forma di scheda strutturata per aree — sonno, attività fisica, alimentazione, stress — con un'autovalutazione numerica per ciascuna area e due schermate dei dati notturni registrati dal dispositivo indossabile del cliente.
Il formato è quello del laboratorio a più mani. Tony condivide la scheda, la legge ad alta voce commentandola, poi toglie la condivisione — «apritevi il caso studio sul gruppo, non guardatelo sullo schermo perché lo tolgo» — per costringere l'aula a lavorare sulla propria lettura e non sul testo proiettato. Chiama poi i volontari uno alla volta, concede a ciascuno cinque minuti dichiarati e la possibilità di interrogare la collega che ha portato il caso come se fosse la cliente stessa, dato che è l'unica che conosce davvero la persona. Solo alla fine riprende il caso in mano e propone la propria lettura, non contraddicendo le risposte precedenti ma riordinandole intorno a un criterio che nessuno aveva esplicitato.
Per rispetto della persona reale i dettagli identificativi non necessari sono omessi in questa guida: la si indicherà semplicemente come "il cliente".
Prima ancora di entrare nel merito, Tony introduce il vincolo che struttura tutta la sessione. Consegnando al primo volontario cinque minuti cronometrati, spiega che non è un gioco didattico ma la riproduzione di una condizione reale.
Uno dei problemi più grandi del biohacking in consulenza è il tempo. Gli argomenti sono sempre tanti — da questo caso studio si può lavorare su tutto e di più — e il tempo te lo drena da una parte le domande che devi fare al cliente, dall'altra l'agenda che hai.
L'indicazione operativa che ne deriva è duplice. In una prima consulenza non si risolve il caso: si individuano le tematiche principali su cui valga la pena lavorare, che è esattamente il compito assegnato ai volontari. E, come Tony ribadisce più tardi, possono servire una, due o più sessioni soltanto per capire dove voglia arrivare la persona, perché nella maggior parte dei casi non lo sa nemmeno lei. Chi arriva già con obiettivi chiari e quantificati esiste, ma è una minoranza.
Il quadro che emerge dalla lettura della scheda è quello di una vita interamente compressa dal lavoro.
Le due schermate condivise mostrano notti molto diverse: una di circa cinque ore e mezza, una di poco più di sette. Due ore di scarto tra un giorno e l'altro, che Tony fa notare come dato in sé — la variabilità della durata è già un'informazione.
Sugli altri parametri conviene essere precisi, perché la trascrizione li restituisce in modo confuso e in un punto una cifra oscilla:
Un partecipante avanza inoltre un'ipotesi da tenere come sospetto e non come diagnosi: la minzione notturna in un uomo giovane potrebbe essere un segnale di cortisolo elevato. Tony non la conferma né la smentisce — «potrebbe essere, non lo sappiamo, ma magari è un campanello d'allarme» — e la discussione non entra in territorio clinico. Vale la pena sottolinearlo: senza esami e senza un medico, un'ipotesi ormonale resta un'ipotesi, e la spiegazione più semplice è già disponibile nella scheda, dove il cliente dichiara di bere molto la sera dopo cena.
Le proposte dei volontari, tutte convalidate da Tony come corrette in sé, disegnano tre strategie ricorrenti.
La prima è la leva del dato misurato. Poiché l'unica cosa che il cliente già monitora è il sonno, e poiché è scettico, si può proporgli un esperimento a termine: per una settimana o due va a letto un paio d'ore prima, non si allena la sera, e poi si confrontano i numeri. Se vede un miglioramento nei propri dati, il professionista guadagna la credibilità che ancora non ha e può chiedere di più.
Siccome l'unica cosa che lui sta misurando è il sonno, e non abbiamo così tanta autorevolezza su di lui, facciamo qualcosa di semplice in modo che veda un miglioramento: avviamo una puleggia che ci dia credibilità e faccia leva per poter far fare dell'altro.
La seconda è la gradualità: non caricare di troppe cose una persona già stressata e non disponibile, ma partire da due interventi minimi e realmente eseguibili. Sul telefono serale, ad esempio, non chiedere di rinunciarvi ma intervenire sul contorno — luci soffuse nella stanza, lenti che filtrano la luce blu — accettando per il momento il comportamento.
La terza è l'inserimento a costo zero di ciò che manca: se il cliente riesce già a cucinarsi la pasta e a portarla in ufficio, allora può portarsi anche un frullato di frutta preparato al momento con un frullatore portatile, magari con l'aggiunta di una fonte proteica fermentata, da bere in una delle pause che già si concede. È il modo di far entrare frutta e fibre in una dieta che le rifiuta in forma solida.
Sul resto l'aula converge rapidamente: anticipare l'assunzione di liquidi nella prima parte della giornata e ridurla nettamente dopo cena; spostare l'allenamento al mattino, una volta che il sonno regolarizzato renda il risveglio praticabile; introdurre micro-pause durante il lavoro con la logica della tecnica del pomodoro — interrompere a intervalli, aprire una finestra, guardare l'orizzonte — per rompere la fissità del compito; proporre il journaling come scarico dei pensieri intrusivi che lo distraggono.
È il momento di svolta della sessione. Tony riconosce la correttezza tecnica di tutto quanto è stato detto e poi osserva che manca l'unica cosa che decide se qualcosa di tutto ciò verrà mai fatto.
Tutti voi avete detto cose giuste, ma nessuno ha detto questa: qual è il tema di questo cliente? Qual è la cosa che per lui è importante?
La risposta è nella scheda, scritta dal cliente stesso alla voce obiettivi: la bici e l'FTP. Il resto — longevità, salute, gestione dello stress, journaling — non è nel suo orizzonte, per quanto sia esattamente ciò di cui avrebbe bisogno. Da qui la domanda operativa che il professionista deve porsi, e che Tony formula al condizionale:
Qual è la cosa che gli farebbe mettere i blue blocker la sera? Qual è la cosa che lo convincerebbe a fare il journaling? Ed è in quella direzione che lo devi lavorare.
Con una nota importante per chi teme di sconfinare: lavorare la performance come leva non significa fare i preparatori atletici. Significa usare gli strumenti del biohacking — sonno, alimentazione, ritmo circadiano, carico settimanale, gestione dell'infiammazione — sapendo che una persona mitocondrialmente ottimizzata sarà anche più concentrata al lavoro. I due obiettivi dichiarati dal cliente, performance sportiva e focus lavorativo, non sono in conflitto: il secondo arriva in dote al primo.
Tony chiede alla collega se sa perché il cliente voglia migliorare in bici. La risposta arriva in tre battute: esce in bici con il fratello, che è molto più forte di lui, spesso non riesce a stargli dietro in salita, e il suo prossimo obiettivo è un dislivello nell'ordine dei duemila-tremila metri in una sola uscita — la cifra oscilla nel racconto e va presa come ordine di grandezza.
Ma capite con una domanda quante informazioni ci ha dato questa persona.
È il punto didattico: l'obiettivo dichiarato («migliorare l'FTP») è una superficie; il motivo che muove sta sotto, ed è quasi sempre relazionale, emotivo, a volte poco nobile e per questo potentissimo. Tony aggiunge due avvertenze. La prima è che il cliente spesso non lo sa nemmeno lui, e possono servire una, due o più consulenze soltanto per arrivarci insieme — di nuovo il tema del tempo come risorsa scarsa. La seconda è una tassonomia semplice da tenere sempre a mente: ci sono persone che si muovono verso qualcosa (una performance, una carriera, un traguardo) e persone che si muovono in fuga da qualcosa. Tony porta l'esempio di un'altra sua cliente, che si è rivolta a lui per lavorare sull'infiammazione dopo aver visto una malattia autoimmune in famiglia: motivazione di fuga, altrettanto forte, ma da trattare con un linguaggio completamente diverso. Il cliente di questa sessione è chiaramente uno che va verso.
Per mostrare che l'ostacolo non è il tempo ma l'allineamento, Tony fa una digressione su due suoi clienti visti la stessa mattina.
La prima è una donna intorno ai trent'anni con un ruolo dirigenziale, in viaggio continuo tra continenti, che ha passato la vita adulta seduta su una sedia e che fino a pochi mesi prima diceva di preferire qualsiasi cosa alla palestra. Da quando ha cambiato paradigma viene in studio quattro volte a settimana, chiede sessioni aggiuntive, accetta tutto quello che le viene proposto — dieta, allenamenti, protocolli con infrarosso, journaling — e più cose fa più si sente motivata, perché sente il miglioramento. Non ha tempo, e lo trova.
Il secondo è un cliente con un lavoro part-time non stressante, senza vincoli di orario e senza fretta, che non riesce a seguire né il programma di allenamento né quello alimentare.
Il tema è: dipende quanto è importante per te.
A rinforzo, Tony racconta un aneddoto personale spiacevole ma istruttivo: per anni ha dato alla moglie esercizi per la schiena che sono stati ignorati; quando lei ha pagato un fisioterapista che le ha detto le stesse cose, quegli esercizi hanno risolto il problema. La lettura che ne fa non è di rivendicazione ma di autocritica: se tornasse indietro sarebbe lui a doversi comportare in modo diverso, perché calare le indicazioni dall'alto non funziona e nemmeno pagare basta. Quello che allinea una persona non è il convincimento, ma il fatto di vedere la meta.
Ripreso il caso, Tony riattraversa la scheda area per area, ma questa volta parlando direttamente al cliente e traducendo ogni indicazione in termini di prestazione. È la parte più operativa della sessione.
Schermo e sonno. Non si dice «metti le lenti». Tony ricorda che nei percorsi molte persone ricevono in regalo le lenti che filtrano la luce blu e non le usano mai, perché non ne vedono il perché. Il discorso diventa dunque: la luce dello schermo la sera interferisce con l'asse ormonale, rallenta il recupero muscolare, e un recupero peggiore si traduce in prestazione peggiore — quindi in un vantaggio che si regala al fratello. Tony quantifica con un esempio esplicitamente inventato per rendere l'idea, dell'ordine di una ventina di watt persi su un valore di potenza di riferimento, «e c'è gente che si gioca il Giro d'Italia per molto meno». Il numero non è una misura: è un espediente comunicativo. E il telefono, per il momento, non gli viene tolto — glielo si toglierà più avanti, quando il perché sarà chiaro.
Orario dell'allenamento. È l'intervento su cui Tony è più fermo. Allenarsi alle 21:45 dopo cena significa andare a letto con endorfine e adrenalina in circolo, con l'asse dello stress ancora attivo per buona parte della notte, e svegliarsi più stanchi di quando si è andati a dormire — che è esattamente ciò che il cliente riferisce. Tony parla di rischio di overtraining e ritiene che il cliente sia già in overreaching, forse avanzato, non sulla base di un test ma di quel sintomo riferito: la stanchezza al risveglio. Da qui la richiesta: poiché gli allenamenti settimanali sono soltanto uno o due, si tratta di trovare uno o due "buchi" nella settimana in cui collocarli al mattino, e la sera dopo cena diventa vietata.
Tu probabilmente sei già potenzialmente più forte di tuo fratello, ma stai lavorando con il freno a mano tirato. Dobbiamo solo trovare insieme in quale momento della settimana inserire questa cosa.
Specificità dell'orario. L'argomento che chiude la questione è di logica sportiva ed è quello che il cliente non può contestare: l'uscita con il fratello è al mattino, nel fine settimana. Non si può costruire una prestazione mattutina allenandosi sempre di sera. Tony porta la propria esperienza da triatleta: uscite lunghe a piedi nelle ore centrali del pomeriggio in pieno agosto, non per masochismo ma perché la gara si corre a quell'ora e con quella temperatura, costruite gradualmente partendo da distanze brevi. E ricorda che i professionisti si trasferiscono sul luogo della gara con settimane di anticipo per acclimatarsi, o si allenano in altura. Lo stesso principio, in scala amatoriale, vale per un uomo che vuole battere il fratello la domenica mattina.
Alimentazione e recupero. Qui Tony è tagliente sulla quota proteica della giornata, che definisce adeguata a un uccellino e non a un ciclista, ma resta prudente sul metodo: non promette di riscrivere pranzi e cene, perché il cliente mangia dove capita e con quello che trova. Nessun dosaggio viene indicato: Tony dice esplicitamente che non è il momento di prescrivere grammature. L'intervento è additivo — aggiungere piccole fonti proteiche nei punti in cui è possibile — e il razionale è sempre lo stesso: la sintesi proteica, la riparazione del tessuto, il fatto che si è allenato oggi e si allenerà domani. Nella finestra successiva all'allenamento il ragionamento diventa doppio: una fonte glucidica rapida per ricostituire le scorte di glicogeno esaurite e una proteina rapida per l'apporto di aminoacidi, perché il tempo per riparare non è una settimana ma una notte.
Nel breve la performance te la dà il glucosio, ma sul lungo il tessuto va riparato. Da una parte i mattoni, dall'altra gli operai.
Stress e natura. Sul punto in cui il cliente sta già facendo qualcosa di buono — le passeggiate e il bisogno di natura — Tony non corregge, aggiunge. Suggerisce di togliere scarpe e calzini durante quelle passeggiate, dove le condizioni lo permettono, rimandando alla letteratura sul grounding negli atleti, e collega la proposta ai sintomi tipici del ciclista amatore: dolori a ginocchia, anche, piedi, tendini. Il razionale è la riduzione della carica stressoria del lavoro e di quella infiammatoria dell'allenamento, con il beneficio espresso, di nuovo, in termini di freschezza dei tessuti e quindi di prestazione. Nella coda della sessione l'aula aggiunge l'esposizione al freddo come possibile strumento antinfiammatorio, con l'avvertenza che potrebbe essere impraticabile per motivi logistici, e in quel caso si ripiega su pratiche di respirazione utilizzabili anche in fase pre-workout.
Un passaggio della sessione serve a smontare l'idea che il problema di aderenza riguardi soltanto i clienti poco motivati o poco paganti. Tony osserva che nel suo studio ci sono persone che hanno investito somme importanti in percorsi di medicina di precisione e che poi vanno rincorse per settimane perché consegnino i campioni per gli esami; che la quota di clienti davvero pronti a fare tutto è, a suo giudizio, una piccola percentuale del totale; e che il fenomeno è lo stesso, banale e universale, dell'iscrizione in palestra mai onorata o della dieta appesa al frigorifero e mai seguita.
Sappiamo che è così. Però se capiamo qual è l'obiettivo della persona — e ripeto, spesso non lo sa neanche lei, ci dobbiamo arrivare assieme — lì cambia tutto.
Ne segue una conseguenza professionale che Tony formula senza infingimenti: individuare il tema del cliente cambia il paradigma del percorso, la motivazione con cui la persona lo esegue e anche la disponibilità economica che vi dedica. È anche la storia della sua attività, nata — dice — offrendo strategie invisibili a chi voleva battere i propri compagni di uscita della domenica, e allargatasi soltanto in seguito ai temi di longevità e salute. La contropartita, sottolineata più volte, è che non si scende a compromessi sul contenuto tecnico: se una pratica non è praticabile si cerca l'alternativa, ma dire alla persona ciò che va detto resta parte del mestiere.
L'ultima indicazione strategica è di scala temporale. Tony dichiara che con una persona così costruirebbe un percorso di almeno un anno, perché non c'è modo di sistemare in una seduta un impianto di vita interamente disallineato. Ma un percorso lungo ha bisogno di un obiettivo misurabile: si prende ciò che il cliente ha detto — battere il fratello, chiudere una certa uscita con un certo dislivello — si quantifica, e si stima onestamente in quanto tempo è raggiungibile. Se poi ci si arriva prima del previsto, tanto meglio; e una volta arrivati, quella persona continuerà a fare altro, perché la fiducia a quel punto c'è.
La chiusura è una riflessione sul mestiere. Il biohacker, dice Tony, fa quasi più lavoro di coaching che di biohacking: deve saper fare il biohacker e sapere dove mettere le mani, ma poi deve saper far sì che la persona faccia davvero quelle cose. Lo chiami coaching, ascolto attivo o semplicemente comunicazione efficace e interesse sincero per la persona: la sostanza è la stessa.
Per anni mi dicevo: ma perché la gente non fa quello che le dico? Perché sei più concentrato a dirle quello che deve fare che a dirle il perché lo deve fare.
Qui compare anche un limite di ruolo dichiarato in modo esplicito, che vale come confine di competenza: solo il medico può prescrivere ignorando ciò che interessa al paziente, scrivendo un'indicazione su un foglio e chiudendo lì. Il biohacker lavora sull'ottimizzazione dello stile di vita, non ha quell'autorità né quel mandato, e quindi non ha altra strada che far ragionare la persona. Tanto più quando, come in questo caso, il professionista non gode ancora di alcuna autorevolezza agli occhi del cliente. Il congedo lascia all'aula tre domande da portare alla consulenza successiva: perché questa persona dovrebbe fare un percorso con me, cosa le interessa ottenere, da cosa sta scappando.
Prima di scrivere qualsiasi protocollo
Nel comunicare le raccomandazioni
Nel disegnare i primi passi
Nella lettura dei dati
Sul carico di allenamento