La sessione si apre con un caso studio che Tony definisce, con una certa ironia, "facile": non perché sia semplice, ma perché il quadro è così compromesso che qualunque intervento produrrebbe un miglioramento. Una donna di circa sessant'anni, impiegata sedentaria, con fibromialgia da molti anni, dolori articolari diffusi, sonno frammentato, terapia farmacologica in corso e attività fisica pari a zero. Il rischio, davanti a un'anamnesi così densa, è la paralisi da abbondanza: c'è talmente tanto da correggere che si finisce per non scegliere.
Qui hai veramente l'imbarazzo della scelta su cosa andare a lavorare.
Da questa abbondanza nasce il vero insegnamento metodologico della sessione, che Tony ripete come una regola fissa del mestiere: la persona deve andare via con tre strategie, non con venti. Tre azioni scelte perché sono le più impattanti e le più facili da applicare nel punto di partenza in cui la persona si trova adesso; possibilmente gratuite, e attivabili subito. Non è una scorciatoia didattica: serve a produrre un risultato percepito in tempi brevi, e quindi ad accumulare autorevolezza verso il cliente, perché più il percorso avanza e più quello che il professionista dice viene preso sul serio.
La seconda metà della sessione cambia completamente registro e affronta due temi che i partecipanti avevano postato nel gruppo nelle due settimane di assenza di Tony: come farsi pagare senza sconti e fin dove può spingersi la divulgazione di un operatore del benessere senza pestare i piedi ad altre professioni. Su entrambi si apre un vero dibattito in aula, con posizioni divergenti che Tony non appiattisce: nel primo caso la sua tesi è addirittura opposta a quella di chi aveva sollevato l'argomento.
Se il cliente è già entrato nell'ottica di chiedere lo sconto, vuol dire che non ha percepito il prodotto, non ha percepito il servizio, o non ha percepito la tua preparazione e la tua autorevolezza.
Il filo che unisce le due metà della sessione è il perimetro professionale. Tony lo ribadisce sia sul caso clinico — le calorie, le grammature e il piano alimentare non sono affari del biohacker, ma di nutrizionista o dietologo, e la parte farmacologica resta del medico — sia sul tema deontologico: si può comunicare molto più di quanto si creda, purché si resti nell'ambito del benessere della persona sana e non si parli mai di cura o di guarigione.
Sessione condotta da Tony Manfron, particolarmente affollata perché è la prima dopo due settimane di pausa. Nell'attesa che Tony risolva un problema di connessione, è un altro biohacker del gruppo a tenere l'aula, rispondendo a due micro-domande tecniche di un partecipante; poi Tony recupera "più roba arretrata possibile", scorrendo sia i casi studio sia gli argomenti di discussione professionale accumulati in chat.
Il formato è quello consueto: il caso studio viene condiviso a schermo e in chat, e Tony assegna a un partecipante il compito di lavorarlo a voce con un tempo dato, come un esercizio in aula. Solo dopo intervengono la collega che segue realmente la cliente, il medico presente nel gruppo e Tony stesso, che corregge, aggiunge e soprattutto ricentra il ragionamento sul metodo.
Vale la pena notare l'apprezzamento esplicito che Tony fa alla forma in cui il caso è stato scritto: anamnesi dettagliata, obiettivi dichiarati, dati strumentali allegati, richiesta finale precisa. È il modello di come si porta un caso studio nel gruppo — e Tony chiarisce che quella cura non serve a lui, serve a chi deve seguire la persona.
Due domande tecniche brevi, affrontate prima dell'ingresso di Tony.
La prima riguarda come misurare massa magra e massa grassa: la risposta è che serve un'analisi impedenziometrica, ma non è necessario un centro attrezzato. Anche le bilance domestiche di fascia media hanno questa funzione; la precisione assoluta "lascia il tempo che trova", ma a noi interessa il trend, non il valore puntuale. La regola operativa è misurare sempre con lo stesso dispositivo: se un apparecchio sovrastima di qualche punto, poco importa, purché lo faccia in modo costante. Il senso vero dell'esercizio è pedagogico — abituare la persona a raccogliere dati su di sé e a lavorare con quei dati.
La seconda riguarda il calcolo della percentuale di sonno ristoratore letta sui tracker: si ottiene sommando le quote di sonno profondo e di sonno REM rispetto al totale. Se su cento il sonno leggero è metà, il profondo un quarto e il REM un quarto, la percentuale di sonno ristoratore è pari alla somma degli ultimi due.
Il caso è portato da una partecipante che segue realmente la cliente. Il quadro, sintetizzato con la sobrietà che merita:
Il commento di Tony sull'insieme è tranchant ma non giudicante verso la persona: riguarda i comportamenti, non lei.
Insomma, tutto quello che si può fare di sbagliato lei lo fa. Siamo chiari su questo.
Tony premette che quel tipo di dispositivo non è quello che consiglierebbe, ma aggiunge subito la regola pragmatica: se la persona ha già quel tracker, è meglio quello che niente.
Interpretando il report, l'architettura del sonno non è disastrosa: il sonno profondo risulta concentrato nella prima parte della notte e il REM nella seconda, che è la distribuzione fisiologica attesa. La distribuzione delle quote non è buona, ma il trend indicativo c'è.
Il problema grave sta altrove: gli orari sono sregolati. Scorrendo le coppie ora-di-addormentamento / ora-di-risveglio di più notti, la variabilità è ampia. È da lì, non dalle percentuali, che parte il lavoro.
Il partecipante chiamato a lavorare il caso imposta la risposta in modo corretto secondo Tony, cioè partendo dai rimandi:
Il partecipante azzarda anche un'ipotesi sulla riduzione di peso ottenibile in circa sei mesi; il valore riportato in trascrizione non è ricostruibile con certezza e Tony non lo commenta né lo valida. Il punto rilevante per lo studio non è la cifra, ma il fatto che l'obiettivo ponderale venga comunque affidato alla professionista competente.
È il cuore didattico della sessione. Tony interrompe l'elenco e riporta il partecipante al vincolo del metodo:
Ricordati sempre: la persona deve andare via con tre strategie. Le tre strategie saranno quelle che tu reputi le più impattanti e le più facili da applicare in questo momento, che è il suo punto di partenza.
La motivazione è duplice. Da un lato la fattibilità: con una persona che parte da zero, tre cose fatte sono infinitamente più utili di quindici cose annunciate. Dall'altro l'autorevolezza: tre interventi semplici che producono un beneficio percepito costruiscono fiducia, e più il percorso avanza più le indicazioni successive vengono accolte.
Le devi dare tre cose che le diano risultati, in maniera tale che ti aumenti l'autorevolezza verso la persona: più vai avanti, più quello che dirai sarà legge.
E la cornice con cui presentare il percorso alla cliente, detta — Tony lo precisa — con il sorriso:
Tu sei come una casa da ristrutturare: bisogna rifare tutto.
Le tre strategie che il partecipante seleziona, escludendo tutto ciò che spetta a medico e nutrizionista, sono:
La collega che segue la cliente racconta di essere già intervenuta: la cliente diceva che, una volta rientrata a casa, non riusciva più a uscire, tra le cose da fare e la mancanza di voglia. La soluzione è stata agganciare l'attività fisica alla fine della giornata lavorativa, prima del rientro, iscrivendola a un centro vicino al lavoro che propone allenamenti guidati di circa mezz'ora su macchine, un paio di volte a settimana. In parallelo le ha parlato di evitare il caffè appena alzata e di stare un po' più all'aria aperta, e ha anticipato la richiesta di analisi.
Tony approva l'impianto, ma aggiunge una correzione precisa e non negoziabile:
Se va in palestra, fatela seguire. Non lasciarla da sola a fare le cose senza essere seguita, perché soprattutto nei casi di fibromialgia ci sono cose delicate.
Se la persona non ha mai fatto nulla, deve imparare tutti i movimenti da zero, con calma, e nei primi tre-sei mesi va seguita in modo molto stretto. Solo dopo si concede autonomia, anche perché il lavoro non si esaurisce in palestra: una parte va fatta a casa.
Sulla richiesta iniziale — quali parametri controllare — la collega orienta su un pacchetto che comprende la valutazione del microbiota e quella ormonale. Tony conferma con un argomento che vale come regola generale:
Quando fai fare questo tipo di analisi a un cliente non sbagli mai, perché viene sempre fuori qualcosa su cui si può lavorare. Molto spesso viene fuori tanta roba. Sono analisi che le persone di base non fanno.
Interviene poi in chat il medico presente nel gruppo, che chiede più informazioni su cosa e come mangia la cliente: dietro dolori articolari e fibromialgia può esserci una quota importante di carboidrati raffinati che alimenta lo stato infiammatorio. Tony riporta l'osservazione e la accompagna con una cautela esplicita: capiterà di vedere persone con fibromialgia che, semplicemente riducendo farine e latticini, migliorano in modo netto — ma questo non autorizza a trasformare l'aneddoto in dogma.
Io non starò qui a dirvi che la farina è il male. Vi riporto che questa cosa vi capiterà.
Il caso viene chiuso come "aperto ma incanalato": medico e nutrizionista in affiancamento, tre strategie in mano alla cliente, palestra seguita, analisi in arrivo.
La riflessione arriva da una partecipante assente quella mattina, e Tony la legge in chat. La sua tesi: chi fa fatica a farsi pagare — spesso proprio i più titolati, che soffrono di sindrome dell'impostore e accettano di essere tirati sul prezzo — dovrebbe fare una stima di quanto ha speso in formazione nella propria carriera. A lei è servito molto per sentirsi più sicura.
Tony parte dalla diagnosi del problema, su cui è d'accordo: chi lavora nella salute lo fa spesso per vocazione, e chiedere soldi in cambio del fare del bene fa sentire "sporchi" — se non fosse che mutuo e bollette esistono. Racconta di esserci passato in prima persona e di aver messo anni a uscirne, e di conoscere professionisti anche molto titolati che allo stesso modo non riuscivano a farsi pagare le proprie prestazioni. È un percorso di crescita personale, non solo professionale.
Ma sulla soluzione proposta Tony dissente apertamente, e lo dichiara come esperienza divergente:
Alla gente non gliene frega niente di quanti soldi hai speso per formarti. E per certi versi è giusto anche così.
Il ragionamento: se il cliente ritiene troppo alto il prezzo, elencargli i propri master non lo farà cambiare idea. Se è arrivato a chiedere lo sconto, il problema si è verificato prima, a monte: è mancata la costruzione della percezione di valore.
Ormai è troppo tardi: dovevi essere bravo o brava a fargliela percepire prima.
Da qui la parte operativa, che è la più densa della sessione.
Perché non si fanno sconti. Tony elenca i danni concreti dello scendere a metà prezzo per non perdere il cliente: (1) abbassa la propria energia, perché si è accettato di essere svalutati e quel cliente non verrà mai seguito con la stessa disposizione degli altri; (2) il cliente dà meno peso a quello che gli dici — più una persona paga per parlare con te, più quello che dici le risulta pesante; (3) crea un precedente, perché la volta successiva quel prezzo non si potrà più alzare; (4) è irrispettoso verso chi ha pagato intero, e i clienti tra loro si parlano.
Come si va incontro a qualcuno senza scontare. La soluzione non è abbassare il prezzo, è ridurre il servizio:
Se il percorso costa una certa cifra e comprende tre mesi di consulenze, e tu vuoi venirmi incontro a metà, benissimo: però invece di sentirci una volta a settimana ci sentiamo una volta al mese. Il compromesso deve essere: ti tolgo della roba. Gli affari si fanno in due.
Questo, aggiunge, mette anche alla prova l'interlocutore: rivela se gli interessa davvero il percorso o se sta solo saggiando fin dove il professionista è disposto ad abbassarsi. Restano legittime alternative che non toccano il prezzo: una prima consulenza gratuita, o un incontro gratuito in più perché la persona possa percepire il valore prima di decidere.
Vendere percorsi, non singole sedute. Un'ulteriore leva strutturale: costruire percorsi che includono più elementi — un numero definito di consulenze, analisi, altri professionisti coinvolti — invece di listini a seduta. Così il cliente non può ridurre il tutto a una divisione aritmetica e "comparare le mele con le pere".
Le altre posizioni in aula. Il confronto porta tre contributi ulteriori, tutti convergenti ma su piani diversi:
Il secondo caso studio, come Tony sottolinea con approvazione, è un partecipante che porta sé stesso. Vuole passare a una colazione a base di bulletproof coffee e chiede due cose: se e come aggiungere una porzione proteica, e come ottimizzare l'uso dell'olio MCT nella giornata.
La prima risposta è un rifiuto di perimetro, e va imparata a memoria:
Non entrerò nel merito del tuo protocollo nutrizionale, perché non faccio il nutrizionista e non mi interessa. Parliamo del lato biohacking.
Premessa: il bulletproof coffee non è digiuno. Tony la fornisce "come contesto per tutti", anche se non era la domanda. La bevanda si prepara con caffè macinato al momento, un grasso saturo (ghi o burro) e olio MCT — l'acido caprilico è la frazione più pregiata — ed è calorica: nell'ordine delle poche centinaia di kcal, più di una colazione dolce da bar, ma interamente da grassi. Non consente quindi un digiuno vero e proprio; consente un digiuno di carboidrati e proteine, cioè permette di introdurre calorie mantenendo lo stato di chetosi nutrizionale. Tony ricorda che la chetosi può essere interrotta non solo dai carboidrati ma anche da un eccesso di proteine, convertibili in glucosio per gluconeogenesi.
Effetto collaterale iniziale. Va introdotto gradualmente, partendo da dosi ridotte rispetto a quelle "canoniche", perché l'effetto avverso più frequente all'inizio è di tipo intestinale, e Tony lo descrive senza eufemismi. Le quantità precise citate a voce non sono ricostruibili con affidabilità dalla trascrizione: la regola sicura è partire basso e salire.
La porzione proteica. Sì, si può, e le opzioni compatibili con l'obiettivo (proteine con il minimo carico glucidico) sono:
Da evitare invece le proteine del pisello, della canapa e della soia per la componente glucidica, e quelle del siero del latte, che portano lattosio — le percentuali sono spesso basse e potrebbero non interrompere la chetosi, ma se si sceglie di fare la cosa in modo rigoroso non ha senso rovinarla all'ultimo passaggio.
Se ti prendi la rottura di prendere i chicchi, macinarli, procurarti il ghi e l'olio MCT puro, allora non ci puoi mettere le proteine del pisello. Se lo fai, lo devi fare fatto bene.
Il passaggio tecnico. Il tutto va frullato: serve un'emulsione perché i trigliceridi del grasso e dell'MCT rendano disponibile quella via metabolica rapida verso il cervello che dà la lucidità tipica dell'olio MCT.
La riflessione finale, che ribalta la domanda. Tutto dipende dall'intake proteico giornaliero complessivo: se la quota quotidiana è già raggiunta con l'alimentazione, aggiungere proteine al caffè non serve a nulla. È l'argomento con cui Tony spiega perché diffida della mania integrativa: chi lavora bene con il cibo non ha bisogno di integrare. Viceversa, per una persona di una certa età che non riesce a raggiungere la quota, o non riesce a mangiare abbastanza, queste strategie diventano sensate.
E c'è un rovescio meno intuitivo, "l'uovo di Colombo per chi arriva dal mondo della nutrizione": la proteina non va sempre inserita. Astenersi dalle proteine per una parte della giornata è una strategia intelligente, perché favorisce l'autofagia — la pulizia e rigenerazione cellulare, il recupero di mitocondri compromessi — e l'apoptosi. Un bulletproof coffee al mattino permette di prolungare l'astensione proteica per molte ore, concentrando poi la quota necessaria nella finestra alimentare rimanente.
Il costo. Tony chiude con un dato di realtà che nessuno considera: fatto bene, con caffè di qualità, ghi e MCT puro, il bulletproof coffee non è gratis; l'acido caprilico in particolare ha un prezzo elevato al litro. Nell'arco del mese l'ordine di grandezza è quello di una colazione quotidiana al bar — sostenibile, ma da mettere a bilancio.
L'ultimo tema è portato da una partecipante che lo ripropone spesso, come Tony le fa notare. Lavora come operatrice olistica e si sta impegnando nella divulgazione sui social: come muoversi per non invadere il campo di nutrizionisti, personal trainer, medici, naturopati?
Prima precisazione, giuridica: l'operatore olistico rientra nella stessa categoria dei naturopati, quella dei servizi di benessere alla persona, regolata da una normativa del 2013.
Seconda precisazione, psicologica: Tony nomina il vero motore della domanda, e la partecipante lo conferma. Non è solo scrupolo, è paura — di dire a un cliente qualcosa che non le compete e di trovarsi domani nei guai. L'episodio che l'ha bloccata è una ripresa ricevuta dopo aver scritto, su un materiale informativo sulla foto-biomodulazione, di cura e di dolore: le è stato detto che non era nessuno per parlarne. Da lì il dubbio a catena: posso pubblicare un post su come mangio? Posso parlare di digiuno? Posso parlare di allenamento, o mi diranno "chi sei tu, tu fai massaggi"?
Le posizioni in aula divergono da quella di Tony. Un'altra partecipante, di formazione nutrizionale, sposta il tema sul piano politico: trova che la legge italiana coltivi deliberatamente queste zone di limbo, e si dichiara offesa dal fatto di poter dire meno di quanto saprebbe, mentre circolano indisturbati consigli tecnicamente indefendibili. Tony le riconosce la fondatezza dei fatti ma rifiuta il piano su cui la questione è posta:
Non lo so se la legge italiana abbia una sorta di sadismo e goda nel complicarmi la vita. In ogni caso, anche se fosse così, non ci posso fare niente: altrimenti in queste lezioni cominciamo a parlare del mondo che è ingiusto. Noi dobbiamo occuparci di quello di cui ci possiamo occupare.
E completa il quadro mostrando che il limbo non risparmia nessuno: nel mondo della nutrizione esistono tre figure distinte — dietista, nutrizionista e dietologo — con perimetri teoricamente diversi (in particolare la cura di patologie in ambito nutrizionale spetta al dietologo), e nella pratica quei confini vengono superati continuamente da tutti. Aggiunge anche un chiarimento spesso ignorato: la laurea in biologia non abilita da sola a prescrivere diete. Quanto ai medici, non sono al riparo: hanno più esposizione legale, non meno, e per loro la tutela legale assicurativa è obbligatoria. Da cui il consiglio esteso a tutta l'aula: fatevi una polizza.
La risposta operativa: si può dire molto, cambiando la forma. Il criterio è semplice e Tony lo esemplifica sulla lampada di foto-biomodulazione della propria azienda, il cui materiale informativo è stato costruito citando decine di studi pubblicati proprio per questo motivo:
Non ti posso dire che la lampada cura una patologia: non si può dire. Però ti posso dire che la lampada ha queste caratteristiche e che, secondo questi studi scientifici, ha queste potenzialità.
Le forme lecite che ne derivano:
Il confine sostanziale. Al di là delle formule, la linea che Tony traccia è una:
Tu puoi lavorare sul benessere della persona fintanto che la persona è sana.
Ed è il motivo per cui si irrita quando vede biohacker impegolarsi con persone che hanno una patologia: quello è terreno della sanità e del medico. Il mercato del benessere di chi già sta bene e vuole stare meglio è ampio, ed è su quello che si costruisce un'attività. Da qui anche il richiamo — coerente con il caso studio di apertura — a raccogliere anamnesi dettagliate: capita di seguire qualcuno per mesi e scoprire solo dopo che assume un farmaco per la pressione, non per malafede ma perché la persona non ci pensa.
La riqualificazione finale. Alla partecipante che si svaluta ("io faccio massaggi"), Tony ribalta il paradigma con un esempio personale: da tempo cerca, senza trovarla, una professionista che venga settimanalmente in ufficio a fargli un trattamento completo, pagandola, per una serie di sedute quante il professionista ritenga necessarie. La domanda esiste e l'offerta scarseggia.
Tu fai un lavoro della madonna, e c'è pochissima gente che lo fa rispetto al bisogno che c'è.
Con un'ultima avvertenza sul percorso formativo: le nozioni trasversali che si studiano nel corso — protocolli di allenamento, nutrizione — sono un'infarinatura che serve a capire cosa sta facendo il cliente che si ha davanti, non ad autorizzare a esercitare quelle professioni.
Tony chiude collegando i due dibattiti al mestiere quotidiano:
Fatele sempre queste domande. Perché al di là delle competenze, dell'ottimizzazione del sonno, della crioterapia, delle strategie, sono queste le cose contro cui ti scontri ogni giorno: se non siamo sereni nel fare il nostro lavoro, possiamo essere competenti quanto vogliamo.
Nell'impostare un caso complesso
Nel leggere i dati
Nel farsi pagare
Nel divulgare