La sessione è costruita su due casi studio portati dall'aula e lavorati dal vivo da partecipanti diversi. Il primo riguarda una donna di mezza età con menopausa precoce diagnosticata molti anni prima, che ha interrotto di propria iniziativa la terapia prescritta dalla ginecologa e da allora ha accumulato peso, ritenzione, dolori articolari, cefalee intense e cali di memoria. Il secondo riguarda una professionista con una vita lavorativa molto compressa che, in sede di consulenza, comunica di essere incinta di due mesi.
Il filo che tiene insieme i due casi non è tecnico ma deontologico e relazionale. Tony non usa i casi per costruire protocolli: li usa per far vedere dove il biohacker può mettere le mani, dove deve fermarsi e dove deve far entrare qualcun altro. Nel primo caso l'ostacolo non è il piano da scrivere — è che la cliente non riconosce autorità a chi le parla, perché è una familiare stretta. Nel secondo l'ostacolo è la gravidanza al primo trimestre, che sposta la competenza altrove.
Non è un problema di soldi. Ti sto dicendo che non hai l'autorità per dirle di fare queste analisi: sono due cose diverse. Quando non abbiamo autorità dobbiamo far lavorare o una terza persona, che può essere un altro professionista, oppure l'analisi.
L'altro insegnamento forte è metodologico: lo stesso caso studio, affidato a due professioniste con background diverso, produce due approcci diversi e complementari. Una parte dagli esami e dai numeri come leva di consapevolezza; l'altra parte dalla motivazione intrinseca e dalle risorse già presenti nella persona. Tony non sceglie: valida entrambe e mostra che dovrebbero andare a braccetto.
Sul finale la sessione allarga il campo al perimetro professionale: il biohacker lavora sulla prevenzione e sul benessere, non sulla cura della patologia; la persona che non si può seguire non è un cliente perduto, perché non era il cliente giusto; e nei casi delicati la mossa corretta è confrontarsi con il sanitario che segue la persona, non improvvisare.
Sessione condotta da Tony Manfron, con una trentina di partecipanti collegati e una durata di circa un'ora. Il formato è quello consolidato: i partecipanti scrivono nel gruppo i propri casi studio reali, l'aula li commenta nei commenti durante la settimana, e in diretta Tony legge il caso condividendo lo schermo e poi chiama qualcuno a caso a lavorarlo, dando cinque o dieci minuti di tempo.
Una precisazione ricorrente: chi viene chiamato non è sotto giudizio. L'esercizio serve a condividere approcci, e Tony chiede sempre a chi lavora il caso di raccontare prima il proprio background professionale, perché la qualità di un ragionamento dipende anche da dove si arriva. Chi ha portato il caso resta in linea con il microfono aperto, così da poter rispondere alle domande di chi lo sta lavorando: è una simulazione di consulenza a due voci.
Le domande di questa sessione non sono quindi domande teoriche, ma materiale clinico reale portato da professionisti in formazione — un'operatrice olistica, un medico, una mental coach, un fisioterapista, altri.
La scheda descrive una donna intorno alla cinquantina, insegnante, con menopausa precoce diagnosticata a circa trentaquattro anni e causa non nota. Su questo punto Tony offre subito la lettura più frequente, senza pretendere di sostituire la diagnosi:
Per anni la cliente ha seguito una terapia prescritta da una ginecologa, affiancata da un percorso con una psicologa. A un certo punto ha deciso di sua iniziativa di sospenderla. Da quel momento è comparso un incremento ponderale importante — quasi venti chili — che non riesce a recuperare, insieme a una condizione che chi la conosce descrive come chiaramente infiammatoria.
Gli altri elementi rilevanti della scheda: un sonno riferito come buono e regolare (orario costante, lettura serale, risveglio presto); nessuna attività fisica, con iscrizioni ripetute a palestra e piscina sempre abbandonate; esami ormonali e emoglobina glicata eseguiti ogni anno, con familiarità diabetica e una condizione glicemica che lei descrive come "al limite" e tiene sotto controllo con l'alimentazione per evitare la compressa; nessun nutrizionista che la segua attualmente; in passato un dimagrimento ottenuto seguendo alla lettera un piano ricevuto da un naturopata, poi riperso.
Su quest'ultimo punto Tony interrompe la lettura per una precisazione di categoria:
I naturopati non fanno piani alimentari, se vogliono continuare a lavorare. E ve lo dico io che sono naturopata.
Tony si sofferma su un dettaglio che la scheda non spiega: perché la cliente abbia smesso. Precisa che non serve a risolvere il caso, ma è informazione preziosa per capire la persona. Le ragioni tipiche sono poche e riconoscibili: non ci crede più, ha avuto effetti collaterali, non si affida più a quel medico, oppure ha trovato qualcun altro di cui si fida di più.
La partecipante risponde che la cliente non ci credeva più, che sotto terapia non aveva effetti collaterali, e che l'aumento di peso è arrivato dopo la sospensione. Tony evidenzia il paradosso: gli effetti indesiderati sono comparsi proprio quando la terapia è stata interrotta.
Il ragionamento che ne trae è generale e riguarda tutte le sospensioni volontarie:
Ci sono casi in cui le persone sospendono la terapia, seguono un certo tipo di stile di vita e stanno meglio di prima. Qui invece è successo il contrario. Se io decido di sospendere una cosa, è perché abbraccio un altro percorso.
Il punto non è quale approccio sia superiore — vegano, carnivoro o altro: è che una sospensione senza un percorso alternativo dietro lascia la persona senza nulla, e questo tipicamente non funziona.
La scheda elenca segni che la professionista che l'ha redatta riconosce a occhio: borse sotto gli occhi, colorito opaco e spento, dolori articolari ricorrenti, cefalee lancinanti non frequenti ma resistenti ai farmaci e accompagnate da lacrimazione, con ricorso a più dosi di antidolorifico. Il fidanzato soffre degli stessi mal di testa — dettaglio da cui nasce il sospetto che il problema sia condiviso e alimentare: pochi ortaggi e poca frutta, molto glutine, pasti fuori casa nei weekend, pizza più volte a settimana, chiusura del pasto con qualcosa di dolce.
Compaiono anche dimenticanze frequenti e, ultimamente, episodi descritti come blackout cognitivi: non ricordare cosa si stava facendo, non riconoscere le persone che si stavano frequentando. Qui Tony inserisce l'unica osservazione clinica secca della sessione, in tono colloquiale ma inequivocabile: un quadro del genere merita un accertamento medico specifico, non una strategia di lifestyle.
Sul riconoscimento dell'infiammazione Tony chiede alla partecipante di spiegare all'aula su cosa basa il giudizio, perché il "si vede a occhio nudo" da solo non insegna nulla. La risposta chiarisce il metodo: è un'operatrice olistica, ha trattato manualmente la persona più volte, e il dolore alla semplice palpazione è il primo segnale; a questo si aggiungono una ritenzione visibile — non massa grassa, perché il tessuto sotto è tonico — il colorito spento del viso e le borse sotto gli occhi. Insegnamento implicito: chi lavora col contatto ha strumenti di lettura che vanno resi espliciti quando si comunica un caso.
La partecipante confessa il nodo che le blocca il caso: la persona la conosce bene, la ascolta, dice di voler mettere in pratica quello che le spiega e poi non lo fa; ha suggerito esami ormonali e test del microbiota e le è stato risposto che non se li può permettere. Più tardi rivelerà che si tratta di sua sorella.
Tony smonta l'interpretazione economica:
Se lei andasse da un medico e questo le dicesse che domani, se non fa questa analisi, muore, lei la farebbe. Non è un problema di soldi. Non hai l'autorità per dirle di fare queste analisi.
La dinamica è strutturale, non personale, e riguarda chiunque inizi: quando prima del professionista vieni percepito come amica, sorella o compagna, la tua parola non pesa. Tony è esplicito nel dire che questa condizione, in quel rapporto specifico, con altissima probabilità non cambierà.
Da qui la strategia operativa, ripresa e confermata più volte nella sessione: far entrare in scena un terzo elemento, che può essere un altro professionista oppure il dato oggettivo.
Non lo dico io: lo dice il numero, lo dice l'analisi, lo dice il test. Non credere a me, però devi credere all'esame.
Il caso si chiude in diretta proprio così: un'altra partecipante, medico, si offre di fare una call con la persona, e Tony coglie l'occasione per mostrare come si costruisce una collaborazione tra colleghi dentro la classe stessa.
La partecipante medico lavora il caso in modo sistematico, avvertendo subito che si tratta di un caso complesso, con molte alterazioni ormonali coesistenti, e che il primo problema è la compliance: le cose da rimettere a posto sono tante, quindi bisogna capire quanto la persona sia disposta a rimodulare progressivamente la propria vita. L'unico ambito che sembra già in ordine è il sonno.
Il suo ragionamento clinico, riportato come impostazione e non come prescrizione:
Sul meccanismo dell'insulino-resistenza la descrizione è vivida: quando si instaura è un cane che si morde la coda, perché alimenta l'infiammazione, che alimenta il sovrappeso, che alimenta la fame e la voglia di zuccheri. Il lavoro va condotto su tre fronti insieme — alimentazione, attività fisica, integrazione — ma nessuno dei tre parte se la persona non si muove, non cambia dieta e non è motivata.
Manca inoltre un'informazione: la scheda non dice se la persona consuma alcolici, che sarebbe un fattore aggravante da verificare.
La stessa partecipante — che è medico — commenta con rammarico la sospensione precoce della terapia, e spiega il malinteso più diffuso: molte donne, non avendo vampate, concludono che gli ormoni non servano. Il punto è che la deplezione degli ormoni sessuali non si manifesta subito, ma nel tempo aumenta il rischio di osteoporosi precoce, di eventi cardiovascolari e di malattie neurodegenerative. Dichiara di appartenere alla scuola degli ormoni bioidentici, e osserva che la terapia si può riprendere: interromperla non chiude la porta.
Qui va segnata con chiarezza la linea di competenza, perché è il cuore deontologico della sessione. Questa parte del ragionamento arriva da una persona con titolo medico: la valutazione di un profilo ormonale, l'indicazione o la ripresa di una terapia sostitutiva e la gestione di un sospetto ipotiroidismo appartengono all'area ginecologica ed endocrinologica, non al biohacker. La guida riporta questi contenuti come contesto clinico del caso, non come indicazioni operative: nessun valore di laboratorio, nessuna soglia e nessun dosaggio vanno derivati da qui, e la trascrizione — su cui restano incertezze di ascolto sui numeri citati — non è una fonte adeguata per farlo. Il ruolo del biohacker, in un quadro così, è portare la persona a farsi vedere e a fare gli esami, e lavorare su tutto il resto.
Un passaggio del ragionamento merita di essere isolato perché è concettuale e non prescrittivo. Se la vita della persona è logorante, o se lo stress viene generato internamente da un tratto ansioso, l'effetto si scarica sulla cascata degli ormoni sessuali e steroidei: il precursore comune è il pregnenolone, e un organismo molto stressato lo dirotta sulla produzione di cortisolo, lasciandone meno disponibile per gli altri ormoni. Il risultato clinico è quello che le persone raccontano da sole: stanchezza, assenza di energia, nessuna voglia di fare, umore basso.
Sul versante del supporto vengono citati gli adattogeni come categoria di aiuto nella gestione dello stress, senza indicazioni di prodotto né di quantità.
Il medesimo caso viene poi affidato a una seconda partecipante, mental coach e counselor con formazione maieutica, che segue atleti olimpici e paralimpici e persone con disabilità. La sua prima mossa non è un esame ma una domanda: come sono fatte le giornate di questa persona?
Il ritratto che ne emerge cambia il quadro. È una persona che non riesce a stare in casa, esce continuamente e compra compulsivamente qualsiasi cosa — presumibilmente per riempire un vuoto. Insegna in una scuola media una materia che ama davvero, si documenta, dipinge. Quando invece è a casa la si trova sul divano, avvolta in una coperta anche d'estate, tra televisione, telefono e tablet. E soprattutto: sorride raramente.
Le indicazioni che la coach ne ricava sono di segno diverso rispetto al primo approccio:
Un dettaglio di onestà professionale che Tony apprezza: la coach racconta di avere lei stessa il peso come limite personale, e di aver avuto bisogno che qualcuno le spiegasse la differenza tra camminare e allenarsi davvero. È la conferma che il "gancio di comprensione" funziona più della prescrizione.
È la domanda più concreta della sessione, e nasce dalla frustrazione della partecipante che manda messaggini alla sorella il sabato sera per convincerla a camminare la domenica mattina: funziona, ma non è scalabile. Con una persona è sostenibile; con dieci non si vive più.
La risposta arriva da due direzioni. Sul piano dell'inquadramento, un caso così va strutturato come percorso di coaching, non gestito a colpi di messaggi: si mette la persona davanti alla scelta e si nomina l'investimento per quello che è.
Se vuoi, possiamo mettere a posto tante cose. Prendilo come un investimento sulla tua salute: non solo puoi stare meglio adesso, ma puoi anche fare in modo di rimanere così, con uno stato psicofisico ottimizzato il più a lungo possibile.
Con l'avvertenza che sulla prevenzione le persone sono strutturalmente reticenti, perché non c'è un sintomo che spinge. Quindi si motiva a piccoli passi, partendo per esempio dalle camminate — che restituiscono luce e allineamento dei ritmi circadiani, favoriscono la sintesi di vitamina D, migliorano la sensibilità insulinica e la produzione di ossido nitrico.
Sul piano personale, Tony aggiunge una nota sul mestiere: all'inizio si fa inevitabilmente più di quanto si è pagati, e lui stesso ha seguito gratuitamente un gran numero di clienti; continua a farlo con qualcuno, ma per scelta, come restituzione, non per necessità.
Tony chiude il caso rifiutando di scegliere tra le due impostazioni:
Nessuno di quello che ha detto una esclude quello che ha detto l'altra: sono due cose che dovrebbero andare a braccetto.
Da una parte si è capito che il blocco è mentale — perché la persona non fa le cose e come aiutarla a farle; dall'altra si è capito che serve metterla davanti ai numeri. E se il pannello completo è troppo, si comincia da meno: un'analisi del sangue approfondita costa una cifra alla portata, e in un rapporto familiare può anche essere offerta. Prima i numeri, poi il lavoro sulla mentalità.
Il corollario finale, che Tony stesso definisce banale e scontato, è il più semplice di tutti: il sole.
Una persona che non sta al sole, le passa la voglia di vivere. Non è che il sole le cura le malattie: però esporsi un po' l'aiuterà a ritrovare serenità e voglia di vivere, e quella poi le darà la voglia di fare.
Voglia di fare attività, di muoversi, perfino di spendere quei cento euro di analisi. Per una persona in una buca profonda, passare del tempo al sole è il primo gradino praticabile.
Il secondo caso arriva da una psicoterapeuta e riguarda una propria paziente, professionista con ritmi molto compressi, che in sede di consulenza annuncia di essere incinta di due mesi. L'obiettivo dichiarato è la gestione dello stress, con una formulazione che Tony fa notare subito:
"Non mi sento stressata, ma ho i sintomi." Ed è molto interessante, perché quello che voi scrivete è quello che il cliente dice.
L'elenco dei sintomi riportati comprende disturbi del ciclo, mal di gola continuo, senso di nausea, irrigidimento di diaframma, collo, spalle e dorsale, ansia, tratti ipocondriaci, respiro corto, uso del bite notturno. Tony commenta con ironia il contrasto tra la frase e la lista.
Il quadro di giornata: sveglia messa presto e rimandata a ripetizione senza riuscire ad alzarsi, quindici minuti tra sveglia e uscita di casa, lavoro spezzato in due lunghi blocchi, pausa pranzo consumata di corsa perché occupata dal pilates due volte a settimana, nuoto una sera, cena tarda, divano e televisione fino a notte, addormentamento sul divano, risveglio nel cuore della notte per trasferirsi a letto. Vita sedentaria: cinque minuti a piedi dal lavoro, percorsi in macchina. Un appartamento con grandi terrazzi in cui non passa tempo all'aperto. Idratazione scarsa. Integrazione ridotta al solo acido folico prescritto dalla ginecologa. Una dieta dissociata impostata da un nutrizionista, che seguiva e ora non segue più.
È la lezione trasversale della sessione, e Tony la costruisce su una singola frase della scheda: "dormo tanto, ma non di qualità".
Che cosa vuol dire "dormo tanto"? Vuol dire che passo tante ore a letto, che non ha niente a che fare con dormo tanto. Se noi non capiamo il linguaggio della persona, ci facciamo portare via.
Il conto lo dimostra: tra l'ora in cui va a letto e quella in cui si alza ci sarebbero oltre nove ore, ma la scheda dice anche che si sveglia nel mezzo della notte e che si addormenta sul divano. Senza monitoraggio strumentale, "dormo tanto" non è un dato: è una percezione, e va tradotta.
Nello stesso spirito Tony insiste sul valore dei dettagli: la sveglia che suona ogni sette minuti — perché sette e non sei o otto — è una finestra sulla psiche della persona; il voto che la cliente si dà sull'alimentazione va riferito a un periodo preciso, perché se la dieta è cambiata quel numero descrive il passato e non il presente; il verbo "segue" deve diventare "seguiva", altrimenti l'intero quadro alimentare è falsato.
A ciò si aggiunge un limite oggettivo che Tony solleva sull'uso degli esami in questa fase: in gravidanza il quadro ormonale è alterato per definizione, quindi va interpretato con cautela; qualche indicazione utile può arrivare dal monitoraggio del ritmo circadiano e, se la persona usa un anello o un dispositivo indossabile, dall'osservazione delle variazioni fisiologiche lungo il ciclo.
Chiamati a rispondere, i partecipanti convergono sul lavorare sullo stress e sul sonno: introdurre respirazioni semplici, costruire una routine serale, ridurre gli schermi luminosi la sera, sfruttare l'eventuale rallentamento lavorativo per installare strategie che serviranno anche dopo, quando arriveranno il bambino e nuove fonti di stress. Uno dei partecipanti osserva anche che in questa fase la priorità va data alla situazione di vita più che agli obiettivi estetici o di performance.
Tony conferma e poi fissa la regola:
In questo caso io non ci metterei le mani, semplicemente perché nei primi tre mesi di gravidanza ci sono cose che non competono a un operatore olistico e che competono a un medico.
Il che non significa che non si possa fare nulla. Significa che si lavora soltanto su ciò che è chiaramente innocuo e di contorno — protocolli di respirazione, gestione dello stress, routine e rituali serali per migliorare il sonno, non addormentarsi sul divano — e che per tutto il resto si passa dal confronto con il professionista che la sta seguendo: il nutrizionista, il medico, la ginecologa. Tony indica esplicitamente questa come la mossa corretta, e la presenta anche come tutela di chi consiglia: dire "fai così" a una persona in quella fase espone il professionista, non solo la cliente.
A chi teme che lavorare solo sul perimetro sia riduttivo, Tony risponde ribaltando la gerarchia: molto spesso le cose semplici sono le uniche che la persona può fare, e a volte sono anche quelle che ha più senso far fare, proprio perché sono applicabili da subito. A una persona con quei ritmi non si può prescrivere un interval training: non lo farebbe.
L'esempio portato è una cliente convinta di dormire bene perché si addormentava subito, ma con un punteggio di sonno intorno a 29 sull'anello indossabile — un valore che Tony descrive come praticamente minimo, "come andare a dormire con una scatola di petardi accesa". Dopo due giorni il punteggio era risalito oltre 88. L'intervento? Una singola cosa da fare, di tre minuti, prima di andare a dormire. Il contenuto non viene esplicitato nella sessione.
La bravura è capire la situazione: capire dove posso metterla, bocca, dove è meglio che non la metta, o dove semplicemente non posso.
Nel finale un partecipante chiede notizie di un documento legale che Massimo aveva annunciato di stare predisponendo con un avvocato, per chiarire con precisione cosa il biohacker può e non può fare. Tony conferma che il lavoro è in corso, si impegna a portare un aggiornamento, e nel frattempo restituisce la sostanza:
Il tema del network ricorre due volte. La prima in diretta, quando la partecipante medico si offre di parlare con la persona del primo caso e Tony invita l'aula a fare la stessa cosa tra colleghi: leggersi i commenti a vicenda, contattarsi, creare sinergie. Sottolinea anche che diversi partecipanti hanno innestato il biohacking sulla professione che già svolgevano — un medico estetico, un fisioterapista — a dimostrazione che non serve abbandonare quello che si faceva prima.
La seconda con un esempio concreto: una professionista che si è presentata direttamente ai medici, spiegando cosa fa — respirazione, lavoro sul nervo vago, riduzione delle luci — e che oggi riceve clienti inviati stabilmente da quattro o cinque medici ogni settimana. Il razionale è semplice: esistono molti sanitari che vedono pazienti che non intendono trattare farmacologicamente, perché non serve, ma che nemmeno insegneranno loro a respirare. Quello spazio è il nostro.
Quando manca l'autorità sul cliente
Nel raccogliere e interpretare l'anamnesi
Quando la sospensione di una terapia è nel quadro
Combinare i due approcci
Con la persona in gravidanza
Nel definire il proprio perimetro