La sessione è interamente dedicata a tre casi studio, ed è una delle più operative del ciclo: nessuna digressione teorica iniziale, si apre la chat del gruppo, si legge la scheda del cliente e si lavora. Il primo caso lo prende in mano Tony direttamente, perché è l'aggiornamento di un caso già discusso settimane prima e ora arricchito da un test ormonale; il secondo e il terzo li fa lavorare a due partecipanti chiamati a sorpresa, con un tempo assegnato (dieci minuti per l'uno, cinque-sei per l'altro), esattamente come avverrà all'esame.
Il filo che li tiene insieme è metodologico più che clinico. In tutti e tre i casi Tony interviene non per aggiungere protocolli, ma per togliere: per ricordare che una seduta di consulenza non è una chiacchierata conoscitiva, che il ragionamento va "scaricato a terra" in azioni concrete, e che il cliente deve uscire dalla stanza con poche cose che può fare subito e gratis.
Ragazzi cominciamo a scaricare a terra, perché abbiamo detto tante robe. Sono passati dieci minuti: carichiamo a terra, cosa devo fare? Dobbiamo stare attenti a non far diventare queste sedute delle chiacchierate.
Il secondo filo è il perimetro di competenza. La sessione contiene una lunga parentesi — nata dal secondo caso e ripresa prima del terzo — in cui Tony sostiene che per un biohacker non nutrizionista la cosa più intelligente è costruire una collaborazione stabile con un nutrizionista allineato: non per timidezza, ma perché la nutrizione è una fetta enorme del lavoro, perché tutela legalmente, e perché consente di concentrarsi su ciò in cui si è davvero bravi.
Il terzo filo, che chiude la sessione e la riassume, è il rasoio di Occam: davanti a un cliente che da dieci anni non ottiene il risultato per cui paga professionisti, non serve moltiplicare i test e le ipotesi esotiche — serve riconoscere che si sta lavorando male sulle basi.
Non dobbiamo cadere nel cosiddetto rasoio di Occam: molto spesso le soluzioni sono più facili di quello che sembrano, o di quello che noi andiamo a iper-complicare.
(Nota: Tony usa l'espressione "cadere nel rasoio di Occam" in senso lato, per indicare l'errore di iper-complicare; il principio del rasoio è proprio quello di preferire la spiegazione più semplice.)
Sessione condotta da Tony Manfron, formato Q&A su casi studio portati dai partecipanti nel gruppo. Tony condivide lo schermo, legge la scheda anamnestica così come è stata scritta dal professionista che ha in carico il cliente, e commenta a voce alta. Le schede sono ricche ma disomogenee: alcune informazioni sono precise (esami, orari, esempi di pasti), altre mancano del tutto — e proprio questa incompletezza è parte dell'esercizio, perché costringe a distinguere ciò che si sa da ciò che va chiesto al cliente.
Il formato cambia dopo il primo caso. Per il secondo e il terzo Tony non risponde: assegna il caso a un partecipante, chiedendogli di lavorarlo "a presa diretta" con un limite di tempo, mentre il professionista che ha portato il cliente resta collegato e fa da cliente-sostituto rispondendo alle domande di approfondimento. Tony si trattiene dal commentare durante la simulazione ("io sono stato bravissimo, sono riuscito a esimermi dal fare qualsiasi tipo di commento e domanda di approfondimento") e interviene solo alla fine, prima per pretendere la sintesi operativa e poi per correggere.
I casi riguardano persone reali: in questa guida sono descritti solo per gli elementi utili al ragionamento. Le richieste toccano più volte aree di competenza medica (cardiologia, urologia, farmacologia, prescrizione nutrizionale) e Tony le rimanda esplicitamente ai professionisti titolati.
Il caso era già stato discusso mesi prima e viene ripreso perché è arrivato un aggiornamento. Il quadro, letto dalla scheda, è quello di un imprenditore edile di 44 anni il cui tema dichiarato è gestire meglio lo stress.
Sul piano alimentare ha già fatto molto, e Tony lo sottolinea con approvazione: ha abbandonato la colazione al bar a base di cappuccino e brioche in favore di una colazione a casa con uova, ha eliminato le bibite zuccherate, ha sostituito il caffè con il tè, e quando è fuori per lavoro non mangia al ristorante ma si è organizzato con i dipendenti per cucinare e consumare il pasto insieme.
Il resto del quadro è meno lineare:
L'aggiornamento porta il risultato di un test ormonale su campionamento salivare — un pannello che, spiega Tony, il corso ha fatto sviluppare da un laboratorio partner e che restituisce, tramite un algoritmo proprietario, un indice di pace of aging (passo di invecchiamento) oltre ai singoli valori. Per questo cliente l'algoritmo indica un passo di invecchiamento accelerato.
Guardando l'asse endocrino:
La professionista che ha portato il caso si aspettava il cortisolo alto, dato lo stress, e trova invece valori bassi. La lettura di Tony è che si possa trattare di una deplezione: una persona che arriva da una fase di stress forte e prolungato può entrare in una condizione in cui lo stress ha finito per condizionare la produzione invece di sostenerla. La presenza di un DHEA normale, però, suggerisce che il testosterone basso possa avere una causa acuta più che cronica — ipotesi da verificare parlando con il cliente, non da chiudere sul referto.
(Nota: nel parlato Tony inverte una volta i due ormoni e si autocorregge — "il testosterone mediamente… scusate, il cortisolo mediamente è abbastanza basso". La lettura corretta è: cortisolo basso, testosterone basso, DHEA nella norma. I valori numerici mostrati a schermo non sono riportati in modo utilizzabile nella trascrizione e non vengono riprodotti qui.)
Prima di entrare nel protocollo, Tony fa un ragionamento di plausibilità che vale come metodo:
Ricordiamoci che ha 44 anni, quindi una persona giovane. Io ho 40 anni e ho il testosterone al limite dalla parte opposta. Siamo quasi coetanei: non può essere che, se siamo entrambi in buona salute, lui ce l'abbia al limite basso e io al limite alto.
In altri termini: un testosterone al limite inferiore in un quarantenne non è un destino anagrafico, è un segnale su cui si può lavorare. Il piano che Tony imposterebbe ha tre gambe.
1. Nutrizione. Un piano nutrizionale "rettificato" in modo da favorire la precursione del testosterone: sull'alimentazione, dice, si può fare davvero molto.
2. Supplementazione, con misura. Qualche integratore, senza aspettarsi miracoli: nomina la categoria dei minerali (zinco) e degli adattogeni usati in questo ambito (una radice del tipo maca, indicata come "nera"). (Nota: nessun dosaggio viene detto e nessuno va inferito.)
3. Protocollo allenante specifico — è qui il cuore. Questa persona ha bisogno di lavorare sulla forza e sull'interval training, non di generico "movimento". Il piano d'attacco che Tony propone è caratterizzato da:
La scelta è anche una scelta di sostenibilità: si tratta di un imprenditore molto impegnato, e sedute lunghe non sopravvivrebbero all'agenda. Sul quando, Tony è preciso: allenamento al primo mattino o in pausa pranzo, che sono i momenti ideali per lavorare su un aspetto come il testosterone. La sera va evitata, perché compromette il sonno. Metà mattina e metà pomeriggio sono momenti relativamente meno ideali, oltre a essere quelli in cui il cliente deve essere presente in azienda o in cantiere.
Sull'interruzione della palestra Tony non ha il dato — non si sa perché abbia smesso — ma propone una lettura molto ricorrente:
Probabilmente avrà tolto la palestra perché si fa così: quando si comincia ad andare a tappo, la prima roba che tagli è lo sport, il movimento e le pratiche, che teoricamente sono quelle che ti salvaguardano.
Infine, una scelta di contenimento deliberato: sul resto non metterebbe le mani. Il sonno era già in miglioramento nella versione precedente della scheda e presumibilmente è stato lavorato nel frattempo; la parte emotiva e la vicenda familiare non sono terreno del biohacker. Chiede solo di poter vedere l'intero pannello, non la sola sezione ormonale, prima di considerare chiuso il ragionamento.
Per mostrare cosa intende, Tony apre un referto completo di esempio, del tipo usato in clinica. La struttura comprende sezioni su stress, sfera sessuale e gestione del peso, un grafico su piano gaussiano che mostra la distribuzione del cortisolo nella giornata, una stima dell'infiammazione ottenuta per triangolazione di più parametri, una parte metabolica (anch'essa triangolata sugli ormoni della fame e sul cortisolo), una parte su longevità, estrogeni e pelle, e infine una sezione di consigli e di indicazioni di integrazione.
La scelta grafica — indicatori a tachimetro con zone colorate — è dichiaratamente pensata per essere leggibile anche da chi non è del mestiere:
Se la persona non saprà interpretare cosa sia quel numero, vede però che è sul verde, quindi vuol dire che non morirò domani mattina.
Il referto arriva già elaborato dal laboratorio; la lettura resta al professionista — biohacker o nutrizionista — e la parte automatizzata serve ad agevolarlo, non a sostituirlo.
Il secondo caso è portato da una fisioterapista che lavora con il cliente due volte a settimana nel proprio studio, e viene assegnato a una partecipante con dieci minuti di tempo. È il caso più discusso della sessione, e anche il più delicato per l'età.
(Nota sull'età: nella scheda originale il dato non era stato scritto e viene aggiunto a voce durante la simulazione. La trascrizione riporta prima "78 anni" e poi, in un intervento successivo, "80 anni": l'età va considerata approssimata a fine settima decade. Anche i dati antropometrici vengono letti una sola volta e in modo confuso: non sono riportati qui.)
L'impostazione della partecipante parte dal contesto, non dai sintomi: perché prima l'azienda era gestita in tre e ora da uno solo, e quella situazione può essere cambiata? Il ragionamento è che se il cliente è stressato bisogna cominciare da lì, e che riducendo il carico si libererebbe tempo per aumentare l'allenamento. Emerge però dalla scheda che i figli non intendono entrare in azienda e che il socio non c'è più: il cliente è rimasto solo, e la partecipante lo dice senza girarci intorno — bisogna capire cosa è disposto a lasciare, perché "va a consumo".
Sul resto la partecipante individua bene i due fili principali:
Sulla parte articolare pone la domanda giusta alla fisioterapista, cioè se la rigidità sia recuperabile con l'esercizio o sia strutturale da deformazione artrosica — e la risposta è che il margine ottenuto c'è, ma il dolore persiste. Da qui l'ipotesi di una componente infiammatoria e la proposta di un esame sull'inflammaging per impostare nutrizione e integrazione di conseguenza. Sul gonfiore individua un meccanismo non alimentare: se un pasto dura un'ora e mezza tra chiacchiere in famiglia, si inghiotte aria — quindi la proposta non è togliere alimenti ma anticipare e comprimere la cena, lasciando la conversazione a tavola dopo aver finito di mangiare.
Chiuso il tempo, Tony chiede la sintesi. La partecipante la dà così: incrementare le sedute di ginnastica posturale/allenamento, tenendole non serali (nel suo caso pre-pranzo, che va bene); ridurre l'acqua ai pasti e prima di dormire; eliminare gli zuccheri diffusi; valutare lo stato infiammatorio per sistemare dieta e integrazione; inserire pratiche di respirazione prima di coricarsi, sostituendo l'eventuale voglia di dolce serale con un quadratino di cioccolato fondente.
Prima correzione, di metodo. La ricostruzione dei rapporti societari, dice Tony, "lato biohacking ci interessa relativamente": è materiale della fase conoscitiva, ma non è ciò che si porta a casa. Da qui il richiamo a "scaricare a terra" già citato in apertura, e la ragione didattica dietro la pressione esercitata sulla partecipante:
All'esame io farò così: ti dirò "ok, tante belle cose, dimmi cosa facciamo in pratica". La persona deve andare via col solito discorso: con delle cose che può fare subito, che può fare gratis e che possibilmente funzionino. Se funzioneranno lo capiamo dopo — soprattutto quando c'è una fase di età delicata come questa. Ma intanto mandare via la persona con degli atti pratici.
Seconda aggiunta: l'età cambia il bersaglio. Tony ricorda che in una persona di quell'età la produzione di melatonina non è più quella di un trentenne, perché l'epifisi non lavora più allo stesso modo. Su questo si può provare a lavorare per via strategica, prima di arrivare alla melatonina esogena:
Non è che mangio il triptofano: mangio le patate alle 8 di sera e alle 11 ho il picco di melatonina. È una roba che va lavorata un po' più nel cronico.
Da qui l'idea che Tony battezza sul momento — e ammette di essersi inventato lì — di una "alimentazione circadiana": mettere stabilmente alla sera le fonti di glucidi ricche di triptofano (patate, riso) e alimenti proteici della stessa famiglia (carne di tacchino), così che nel cronico i livelli si alzino. La grifonia entra come adattogeno con effetto calmante indiretto, oltre che come precursore.
Terza aggiunta: usare le abitudini che ci sono già. Il cliente si beve comunque tre quarti di litro d'acqua a cena — allora dentro quel liquido ci si mette qualcosa di utile: una tisana di melissa, valeriana o tiglio. Tony indica la melissa come probabilmente la pianta più efficace a livello rilassante, insieme al tiglio. Aggiunge la possibilità di due gocce di olio essenziale di lavanda sul cuscino. È lo stesso principio del "subito e gratis": si innesta sull'esistente invece di chiedere un comportamento nuovo.
Quarta avvertenza: con l'anziano non si impone. Il punto più importante della risposta non è farmacologico:
Se è un certo tipo di persona e gli dici di fare il tappetino di agopressione, di fare la respirazione, magari la prende anche bene. Se è un altro tipo di persona tira due bestemmie. Capiamo che a una persona di questa età non possiamo tanto imporre le cose: le cose che possono funzionare sono tante, il punto è capire cosa è congeniale a quella persona lì.
Quinta: sull'integrazione Tony non entra. Quando la partecipante propone omega-3 per la componente infiammatoria e magnesio per sonno e rilassamento muscolare, la risposta è affermativa ma con una premessa esplicita di perimetro: "sull'integrazione non ci entro mai, perché è un vaso di Pandora". Le categorie che elenca come coerenti con questo cliente — "i requisiti ce li ha tutti" — sono acidi grassi esterificati, glucosamina e condroitina per la parte articolare, collagene, ed eventualmente proteine in polvere, non in ottica atletica ma per raggiungere la quota proteica giornaliera. (Nessun dosaggio viene indicato in nessun caso.)
Uno sguardo lungo. Tony chiude il caso con una previsione: clienti di questa fascia d'età ne arriveranno sempre più, sia perché il Paese invecchia sia perché chi lavora in ambito riabilitativo li incontra per primo. E aggiunge una considerazione sulla differenza tra generazioni: oggi una persona di quasi 80 anni è nella maggior parte dei casi in una fase di rassegnazione, mentre tra dieci anni chi arriverà a quell'età avrà molta più voglia di fare e di stare in salute.
Nata dal secondo caso e ripresa prima del terzo, è la digressione più lunga della sessione, e Tony la formula in modo diretto: a meno che tu non sia già nutrizionista (o medico, o fisioterapista), avere un nutrizionista con cui collaborare è una manna dal cielo.
Le ragioni sono tre, e nessuna è di prudenza formale.
Per liberarsi di un carico enorme. Man mano che si lavora come consulenti del benessere, la discussione con il cliente devia sistematicamente sul mangiare. Il biohacking è una sfera ampia: avere una figura dedicata solo a quella parte permette di concentrarsi su ciò in cui si è bravi. Tony porta l'esempio della propria struttura, che impiega tre nutrizioniste — e ammette che, se dovesse fare solo biohacking in senso stretto, potrebbe farne a meno, ma che la parte nutrizionale è la fetta che dà al cliente i risultati misurabili (peso, massa muscolare) e quindi non è sacrificabile.
Per tutela. Restare nell'ambito dei consigli generali e delle linee guida è legittimo e non crea problemi; ma se si vuole che la persona abbia risultati, va seguita da chi ha il titolo per farlo. Nella simulazione appena vista, dice Tony, il rischio era proprio questo: passare dal ragionamento al "allora io gli metterei dentro questo, gli farei mangiare così".
Perché il nutrizionista giusto si forma. Alla domanda se un biologo nutrizionista qualsiasi sia paragonabile a quelli formati dal laboratorio partner, la risposta è no, ma si può formare: un nutrizionista che abbia fatto formazione su microbiota e nutrigenomica riesce a fare ragionamenti d'insieme leggendo le analisi, e la formazione specifica sulla lettura dei test è nell'ordine delle dieci ore. La difficoltà non è trovare qualcuno che già sappia, ma trovare qualcuno allineato alla propria filosofia e disposto a formarsi. Per chi lavora con clientela di altra lingua, l'indicazione è operativa fino in fondo: pubblicare un annuncio nella lingua dei propri clienti in cui si cerca un nutrizionista con cui scambiarsi clienti, ponendo come unica condizione la disponibilità a formarsi sulla lettura delle analisi di microbiota e DNA.
Collegata a questa, una riflessione sui referti come strumento di autonomia del cliente. Tony apre un referto di microbiota e ammette che quella parte, senza una formazione specifica, non è interpretabile da lui — ma che la sezione finale di consigli, aggiunta negli anni proprio a questo scopo, è leggibile da chiunque: quali approfondimenti valutare, quali alimenti evitare (per esempio quelli ricchi di istamina), quali fonti di glucidi limitare, quali alimenti inserire e perché (antiossidante, digestivo, di supporto al microbiota, di rinforzo della barriera). Il razionale è quasi etico:
Quando io do il test al cliente, se domani inciampo sul marciapiede e muoio, il cliente non può più valersi di quello che gli posso fare io come professionista — ma qualcosa capisce anche da solo.
L'ultima sezione aggiunta al pannello riguarda la parte parassitaria, fungina e microbica (viromi, batteri, parassiti), inserita perché i problemi di candidosi e simili sono molto frequenti.
Il terzo caso viene aperto negli ultimi minuti — "l'ultimo caso studio in sei minuti" — ed è portato dalla stessa professionista del secondo. Il tempo poco non impedisce che sia il caso su cui Tony dà il messaggio più netto della sessione.
Il partecipante chiamato — collegato dal lavoro — imposta il caso su tre assi. Primo, la nutrizione va rivista, e il fatto che il cliente sia già seguito da tre anni non lo esime dal dubbio. Secondo, l'allenamento: intuisce correttamente che il CrossFit "non dà tanta massa muscolare" e che andrebbe reintrodotta la sala pesi. Terzo, l'assorbimento: se in dieci anni la massa non arriva, chiede se il problema non sia a monte, e propone di guardare test del microbiota, test ormonale e anche un test del DNA per capire come assimila — "il quadro completo, visto che ci prova da tanti anni". Sul versante biohacking propone tecniche di respirazione (cita l'approccio Oxygen Advantage) e un rilassamento serale, anche per capire come il cliente respira di notte, dato il bite e la tensione cervicale.
Nel corso del ragionamento avanza però un'ipotesi sbagliata, e Tony la corregge subito: che la crioterapia possa aiutare "a livello proteico/muscolare", cioè a prendere più muscolo.
No, questo non è corretto. Sicuramente lo può aiutare lato antinfiammatorio — abbiamo capito che è una persona che ha dei dolori, di cui non ci è dato sapere il perché — ma attenzione, anzi può essere compromettente lato resintesi proteica: quindi da evitare assolutamente il bagno o la doccia fredda nelle sei o otto ore successive all'allenamento incentrato sull'ipertrofia muscolare.
Il partecipante conferma di collocare comunque la crio nei giorni di riposo, e Tony approva: è la soluzione corretta.
Poi Tony ribalta l'intero impianto. Tutti i test proposti non sono sbagliati in sé, ma sono prematuri, perché il problema è visibile a occhio nudo:
Qui abbiamo una persona che bisogna letteralmente prendere il suo personal trainer e il suo nutrizionista e licenziarli, e farlo seguire da qualcuno che sa fare il suo lavoro. Non andiamo a iper-complicare una necessità semplice. Se è da dieci anni che lavori con un personal trainer e non hai avuto risultati, io licenzio il personal trainer; se è da tre anni che mi segue lo stesso nutrizionista e non ho preso un chilo, bisogna dire quello che va detto.
E precisa il punto di responsabilità: non è colpa del cliente, e si può sempre ipotizzare che non abbia seguito il piano — ma quell'ipotesi non si verifica facendo altri esami; si verifica facendo bene, per la prima volta, ciò che va fatto.
Le incongruenze che Tony legge direttamente nella scheda alimentare sono due, e sono di equivalenza tra alimenti:
Aggiunge un terzo rilievo, formulato come domanda e non come condanna: l'impianto è quasi interamente vegetariano, con soia molto presente. "Non sto dicendo che sia sbagliato fare i vegetariani: si può essere vegani, si può essere carnivori, si può essere tante cose — ma sulla base di che?" Il problema è l'assenza di un razionale, non la scelta alimentare.
Sull'allenamento, Tony porta l'esperienza di oltre dieci anni di lavoro in palestra: i clienti senza risultati sono sempre gli stessi tre tipi — chi non segue davvero il piano alimentare, chi ha un piano alimentare inadeguato, e chi non ha un piano di allenamento corretto o non ci mette l'effort necessario. Perché l'ipertrofia richiede uno stimolo sufficiente ad attivare la sintesi proteica, e senza quello non c'è integrazione che tenga.
Sul CrossFit la valutazione è articolata e non liquidatoria. Il CrossFit può essere utile all'aumento di massa, perché produce stimoli molto elevati in tempi brevi: il WOD (workout of the day) può essere un giorno di powerlifting, un giorno di forza, un giorno una tabata, un giorno interval training — e negli ultimi anni ci sono state aggiunte corsa e altre componenti. Ma proprio per questa variabilità non è la pratica corretta per perseguire quello specifico obiettivo. E Tony aggiunge la lettura umana del passaggio: probabilmente questo ragazzo, sfiduciato e frustrato dopo dieci anni di tentativi, si è stancato e ha cercato qualcosa di più dinamico. Anche quella scelta, quindi, va ripresa in mano.
Chiude rimandando a due lezioni del corso, collocate nella sezione bonus/extra: quella sui fondamenti del dimagrimento — utile perché, letta al contrario, spiega come impostare un percorso di incremento di massa magra — e quella su intake proteico e creatina.
Nel condurre la seduta
Nel leggere un pannello ormonale
Nel costruire un protocollo allenante orientato all'assetto ormonale
Con il cliente anziano
Con la crioterapia in chi cerca ipertrofia
Quando i risultati non arrivano da anni
Nel definire il proprio perimetro