In sintesi

Sessione dedicata a un tema scomodo ma decisivo per il professionista: riconoscere il confine della propria competenza. Il biohacker lavora sullo stile di vita; non diagnostica, non prescrive farmaci, non tratta il patologico. Sapere quando fermarsi, quando indirizzare a un medico o a uno specialista e quando lavorare in sinergia con altri professionisti è, secondo Tony, un tratto di professionalità tanto quanto la conoscenza tecnica.

Attorno a questo filo Tony fa scorrere sei tra casi studio e domande dell'aula. Ne emergono alcuni principi ricorrenti:

La domanda non è mai la domanda.

Il cliente porta un sintomo o un quesito, e noi cadiamo nella trappola di dovergli dare subito una risposta — spesso facendo altre domande per arrivare a una soluzione. In molti casi, invece, la risposta corretta è: "per come me lo stai presentando, non si può risalire alla soluzione a tavolino; ti devo far passare attraverso un percorso". E a volte quel percorso passa da un altro professionista.

Gli altri fili della sessione: saper cedere il caso (mettere da parte la consulenza mentre è in corso una terapia medica, per riprenderla dopo), la mappa delle figure che si occupano di nutrizione in Italia e i relativi conflitti di interesse sugli integratori, il primato del "quando" sul "cosa", i limiti dei wearable rispetto agli strumenti clinici, e il rischio del cliente che diventa maniaco dei dati — al punto che la mossa giusta è togliergli i dispositivi.

Contesto

Sessione "leggera": nel gruppo Biohacker University erano stati postati diversi casi studio, e Tony li ripercorre uno per uno chiedendo ogni volta all'aula di esporsi prima di dare la propria lettura — al microfono o in chat. Il metodo è quello consueto: "io non parlo più finché non parla qualcun altro", per costringere i partecipanti a ragionare invece di ricevere risposte preconfezionate.

Il titolo della sessione — "Quando il caso non è di nostra competenza" — riassume il baricentro: diversi dei casi portati non hanno una soluzione che il biohacker possa dare da solo, e imparare a dirlo è parte del mestiere.

(Per coerenza con le regole del corso, i nomi dei partecipanti e dei clienti citati sono resi in forma anonima; restano i nomi dei docenti e dei collaboratori del corso.)

Feedback dal caso precedente: la dermatite e il farmaco — sapersi fare da parte

Tony riprende un caso discusso le settimane prima: una cliente iperattiva con dermatite. La persona si era rivolta alla propria dottoressa per analisi complete e aveva introdotto un farmaco perché la dermatite era arrivata a un livello di gravità che andava trattato.

La posizione sul farmaco. Tony chiarisce subito di non essere ideologicamente contrario ai farmaci:

Io non sono mai contro al farmaco. Non c'è motivo di essere contro, in senso assoluto, al farmaco: usato in maniera intelligente è assolutamente uno strumento importante.

Il punto interessante è la strategia adottata dalla biohacker che seguiva il caso. Invece di insistere, ha deciso di sospendere le consulenze e riprenderle più avanti, lasciando spazio alla terapia in corso:

Nel frattempo che c'è una terapia in corso, io non ci metto bocca; poi lavoriamo più avanti, magari sullo stile di vita.

Il caso mostra due cose insieme: il biohacker aveva lavorato in sinergia con il medico (riportando feedback che avevano portato ad analisi più approfondite) e, quando la situazione clinica lo richiedeva, aveva saputo cedere il passo.

A volte il professionista deve anche saper dire: "ok, adesso non è più il caso che ci metta le mani; devo lasciar lavorare un altro e poi lo riprendo in mano più avanti".

Non è una regola da applicare sempre — ma è un esempio di gestione matura del confine di competenza.

La diarrea notturna ricorrente — "la domanda non è la domanda"

Il caso: un possibile cliente racconta di svegliarsi un paio di volte al mese con forti dolori addominali che si risolvono in circa un'ora con scariche di diarrea. Gli episodi sono quasi sempre nel fine settimana e sempre intorno alle 3-4 di notte. Ha già ridotto alcol (praticamente azzerato), caffè (uno al giorno) e fa più attenzione a cosa mangia. Chiude con un'apertura rivelatrice: "può essere che sto somatizzando a livello intestinale le ansie e lo stress della settimana?".

Le proposte dell'aula. Un partecipante propone di indagare abitudini e comportamenti nei giorni precedenti e di consigliare da subito una verifica ormonale e del microbioma (possibile disbiosi). Un altro nota che la ricorrenza mensile sembra casuale, ma "se si ripete non è casuale", e va investigata la routine. Tony conferma la bontà delle intuizioni, ma alza il livello.

La lettura di Tony. Anzitutto: questo non è un quadro normale, e la tentazione tipica del professionista medio è lavorare per tentativi — togli le fibre, prova questo integratore, prova a migliorare la motilità mattutina, e vediamo. Sono approcci che, oltretutto, escono dalla competenza del biohacker:

Sono tutte cose che non sono di nostra competenza: noi lavoriamo sullo stile di vita. È vero che puoi lavorare sullo stile di vita della persona, però qua, se non fai un'analisi del microbioma, se non vai a vedere il viroma, i possibili agenti patogeni, i livelli di permeabilità intestinale, i livelli di stress, l'asse intestino-cervello… non ci arrivi.

Il segnale nascosto. Il cliente stesso offre l'indizio quando dice "forse sto somatizzando": significa che sa di condurre uno stile di vita forse troppo stressante, ma non lo racconta esplicitamente. Le variabili sono troppe — dalla serata fuori con gli amici e la tartare cruda in quel locale, al dormire con la finestra aperta, fino allo stress accumulato. Nessuna domanda, da sola, porterà alla soluzione.

Questo caso studio non aveva una soluzione. Ve lo riporto proprio per invitarvi a riflettere, perché è una cosa che ci si dimentica sempre: la domanda non è mai la domanda. Lui ti fa una domanda e noi cadiamo subito nella trappola di dovergli dare una risposta — magari facendo altre domande. Invece la risposta può essere: "per come mi stai presentando il caso, non si può risalire alla soluzione; ti devo far passare attraverso un percorso diverso". E questo è sinonimo di professionalità.

La proposta operativa che Tony darebbe: dichiarare con onestà che, di primo impatto, non è di sua competenza, ma che la cosa si può risolvere con un percorso (e con una spesa) — analisi del microbiota, valutazione di disbiosi e permeabilità intestinale, viroma, livelli di stress, asse intestino-cervello — affiancandosi a una nutrizionista per un protocollo di integrazione, e solo dopo lavorando sullo stile di vita. Se il cliente non vuole percorrere quella strada, è un altro discorso.

Nota sul cambio d'ora. Riprendendo il caso più tardi, Tony aggiunge un fattore spesso sottovalutato: gli episodi erano iniziati "da un mese", e in quel periodo era cambiata l'ora legale. Anche uno spostamento di un'ora è uno stress reale sul ritmo circadiano — "tanti dicono «viaggio sempre tra i fusi, un'ora non mi fa niente»; no, è che sei talmente assuefatto che non te ne rendi conto". Un cambio negli orari alimentari o nel momento in cui ci si alimenta può contribuire.

Interludio: le tre figure della nutrizione in Italia

Partendo da un caso in cui la cliente era seguita da una "nutrizionista oncologa", Tony chiarisce una distinzione utile ogni volta che ci si interfaccia con altri professionisti attraverso i propri clienti. In Italia si occupano di nutrizione tre figure:

Il conflitto di interessi sugli integratori. Da qui un avvertimento deontologico. Molti professionisti consigliano sempre la stessa marca di integratori — spesso quella su cui hanno la percentuale più alta, talvolta legata a catene di network marketing:

Se io seguo cinquanta clienti al mese e a ognuno faccio prendere quella creatina, quelle proteine, quella farina d'avena, tutto della mia azienda, a fine mese mi salta fuori un secondo stipendio.

Tony precisa di non voler generalizzare — molti scelgono davvero il prodotto più adatto studiando le etichette — ma invita a indagare il perché quando un cliente riferisce di usare una sola marca. Lui stesso, dice, si rifiuta di dare marche particolari per non legare la propria immagine ad alcun marchio: "a clienti diversi consigliavo marche diverse, proprio perché sono libero da qualsiasi forma di indottrinamento".

Il testosterone alto in una donna di 73 anni

Il caso è portato dalla diretta interessata, una partecipante di 73 anni in ottima forma (attualmente con le stampelle per una caduta). Test di microbiota, ormonale e DNA mai fatti prima: cortisolo e melatonina perfetti, microbiota buono (nessun virus né parassita, una lieve disbiosi già in trattamento), grande consumatrice di fermentati autoprodotti e stile di vita quasi ideale (orto, sole al mattino, luce, vita all'aria aperta). L'unico dato che la sconcerta: testosterone alto, che nella donna è anomalo.

Le ipotesi dell'aula e di Tony.

La madre di tutte le terapie, premesso che non ci siano problematiche di altro genere dietro, è fare attività cardiovascolare a bassa intensità: sul lungo aiuta ad abbassare il testosterone.

Il confine di competenza. La lettura resta un'ipotesi: mancano storici (analisi mai fatte prima) e la nutrizionista stessa ha detto di dover indagare. Tony indirizza quindi verso approfondimenti medici — in particolare un esame della tiroide — e verso lo scambio con il medico, oltre che con la nutrizionista. Aggiunge la disponibilità a mettere in contatto la persona con collaboratrici esperte del corso (le farmaciste che tengono le lezioni sulla materia ormonale in Biohacker University), che seguono percorsi consulenziali dedicati.

Devi fare un approfondimento. Parlane anche col medico, oltre che con la nutrizionista, e fai un esame della tiroide per capire se sta funzionando bene.

Gonfiore e farmaco per dormire — il "quando" più del "cosa"

Il caso: una cliente si sente l'addome gonfio e appesantita quando mangia, pur essendo seguita da una nutrizionista oncologa. Assume da anni Lendormin per dormire, un caffè normale e due decaffeinati al giorno; niente attività sportiva al momento.

La lettura di Tony. Se una persona è seguita da un medico nutrizionista, l'ultima cosa che dovrebbe lamentare è proprio l'appesantimento nutrizionale. L'indiziato più probabile è il farmaco:

Il Lendormin è uno di quei farmaci che tra i possibili effetti collaterali può dare appesantimento, problemi gastrici, problemi di stomaco. Anche senza entrare in contrasto col medico — non è il mio lavoro — ti direi: molto probabilmente è il farmaco che prendi.

L'indicazione corretta è riportarlo al medico ("guarda, sto prendendo questo farmaco, potrebbe essere quello"), senza mai suggerire di sospenderlo: potrebbe trattarsi di un caso cronico in cui il farmaco non è eliminabile.

La nomenclatura degli effetti collaterali. Quando la cliente conferma che il foglietto illustrativo elenca i disturbi di stomaco tra i sintomi comuni, Tony fissa una scala utile da conoscere:

"Comuni" vuol dire il 10%: tantissimo. Su cento persone che prendono quel farmaco, dieci possono avere insonnia, gastrite, disturbi intestinali.

Il caffè non è il demonio. Tony smonta una fissazione diffusa nell'aula: il caffè, di per sé, non dà a tutti gonfiore o disturbi del sonno. Lui stesso ha attraversato periodi con tre caffè al giorno mantenendo punteggi di sonno mediamente sopra 90, lavorando bene sulla ciclizzazione della caffeina.

Il primato del "quando". Il caso serve a Tony per ribadire un concetto centrale:

Stiamo entrando nell'era del quando più che del cosa. Se il "cosa" è fast food, allora conta anche il "cosa"; ma se il "cosa" non è il demonio assoluto, il "quando" è molto più rilevante. Dobbiamo imparare a chiedere non solo cosa fa la persona, ma quando lo fa.

Temperatura basale e metodo sintotermico — i limiti dei wearable

La domanda: ripassando la lezione sul metodo sintotermico, una partecipante chiede se il proprio Whoop possa sostituire il termometro per rilevare la temperatura basale. Sta osservando da un mese e mezzo le variazioni giornaliere di temperatura che l'anello/braccialetto registra.

La risposta dell'aula e di Tony: no. Il metodo sintotermico richiede di cogliere variazioni minime di temperatura — fino ai centesimi di grado — e i wearable non hanno questa precisione. Serve una rilevazione della temperatura interna; non va bene nemmeno la misurazione in bocca. Fisiologicamente si misura a livello vaginale, dove si apprezzano differenze come 36,48 °C contro 36,76 °C — scarti dell'ordine di 0,3 °C che segnalano la fase del ciclo.

Perché i wearable non bastano. Anelli e braccialetti (Oura Ring, Ultrahuman, Fitbit) leggono la temperatura periferica, soggetta a variazioni per sudorazione, coperte, ambiente. Alcuni offrono già la stima delle fasi del ciclo mestruale — funzione che il Whoop, al momento, non ha (ma con ogni probabilità la introdurrà) — ma restano stime, non misure basali. Il corpo tende a mantenere stabile la temperatura interna secondo la fase (es. luteale), mentre quella periferica oscilla.

La temperatura basale è super variabile: non è la stessa se ti alzi dal letto o se te la rilevi appena aperti gli occhi, ancora sdraiata.

La pratica corretta. Un termometro basale dedicato costa una decina di euro (spesso con app e display), si tiene sul comodino e si usa ogni giorno alla stessa ora, prima di alzarsi: bastano pochi secondi, e l'app registra e sincronizza l'andamento. In alternativa, un piccolo diario cartaceo delle variazioni giornaliere. Tony riconosce apertamente che su questi argomenti non è la figura più competente e valorizza le partecipanti che avevano già studiato correttamente il tema.

HRV: fino a dove si può salire? — il rischio del maniaco dei dati

L'ultima domanda è di un partecipante che è anche cliente storico del percorso. Ha un HRV che di norma sta intorno a 50-70, con picchi occasionali; si allena due volte a settimana, è attivo, ha l'ormonale sotto controllo e lavora su stress, sonno e respirazione. Chiede: quanto si può alzare l'HRV? Potrebbe arrivare a 200?

La domanda non è la domanda (di nuovo). Tony ribalta il quesito prima di rispondere: nessuno deve accettare l'assunto implicito che "70 è la mia norma".

Chi è che dice che è normale che tu ce l'abbia a 70? Lui lo dà per scontato. Ma magari, di suo, ce l'avrebbe a 30 — e il fatto che l'abbia più che raddoppiato dipende già dal percorso che sta facendo: dieta, allenamento, bio-ottimizzazione, fotobiomodulazione. Il punto vero non è "come lo porto a 200", è: da dove è partito?

Il partecipante conferma di usare un Oura Ring da due anni e di aver seguito percorsi di biottimizzazione: il suo 70 è già il frutto di un lavoro, non un valore "naturale". "C'è gente che arriva da noi con l'HRV a 9."

Non esiste un tetto conoscibile a priori. L'HRV dipende dall'età ma anche dalla genetica, ed è estremamente individuale (Tony cita per sé valori di norma 130-150, con picchi fino a 220). Come per il VO₂ max, non si può sapere in anticipo dove arriverà un dato soggetto:

Non puoi sapere se uno di HRV può arrivare a 150 o se il suo limite è 90. Quello che puoi fare è ottimizzare lo stile di vita per vedere dove riesci ad arrivare, prendendola come una sfida personale. Ma non c'è modo di conoscere il tetto in anticipo.

Le tabelle per età (un partecipante ne porta una: media ~65 per gli uomini, ~62 per le donne, in calo con l'età) confermano che quel soggetto è già ben sopra la norma della propria fascia — ma servono a inquadrare, non a fissare un obiettivo assoluto.

Il rischio vero: il maniaco dei dati. Qui Tony sposta il baricentro dal numero al comportamento. Il pericolo è il cliente che si innamora del processo fino a diventare un workaholic della pratica, e che così si stressa, ottenendo l'effetto opposto:

Comincia a misurare anche il goccio d'olio; se va a letto alle 11 e un quarto invece che alle 11 perché ha portato giù la spazzatura, gli viene lo stress e fatica ad addormentarsi, perché sa già che i suoi punteggi non saranno buoni.

Il segnale da cogliere: quando il cliente dice di "fare tutto giusto" — e davvero lo sta facendo — ma i parametri si abbassano (inversione del trend), spesso la causa è proprio l'ossessione. La contromisura, appresa con l'esperienza, è togliere i dispositivi:

Ti tiro via il Whoop, l'anello, tutto. Perché in questo momento ti stanno facendo più male che bene. Goditi la vita per un mese, anche qualche eccesso; poi ripartiamo, li rimettiamo, magari con una configurazione diversa.

L'impostazione del dispositivo conta. Il modo in cui un wearable interpreta gli stessi dati dipende dall'obiettivo impostato: se il target è il miglioramento delle performance, allenamenti molto stressanti (overreaching) vengono letti come "buoni" a fronte di un corretto recupero; se il target è la longevità e la modulazione dello stress, gli stessi carichi vengono letti come potenzialmente "cattivi". Da qui l'attenzione a cosa si imposta all'inizio.

Critica agli orari variabili. Tony segnala il proprio disaccordo con la logica del Whoop, che suggerisce orari del sonno variabili in base allo strain accumulato durante il giorno (carico aerobico, anaerobico, passi, allenamenti, sbalzi emotivi), invece degli orari standardizzati proposti da Oura Ring e Ultrahuman. Per quanto adattarsi allo stress giornaliero abbia una sua logica, l'obiettivo di fondo resta la standardizzazione degli orari e dello stile di vita — e a diversi clienti la notifica "vai a letto alle 22:15", quando non riescono a rispettarla, genera essa stessa lo stress che rovina il sonno. In quei casi Tony disattiva semplicemente quella funzione.

Dove sta la nostra competenza. Il caso HRV, a differenza di altri della sessione, ricade in pieno nel campo del biohacker:

Questi sono i casi di estrema nostra competenza, su cui possiamo lavorare: questo è il nostro lavoro. Se comincio a vedere che diventa controproducente, ti tolgo i dispositivi, ti rilassi, poi ripartiamo — e da lì il trend va verso il miglioramento.

Applicazioni pratiche

Riconoscere il confine di competenza

  1. Davanti a un sintomo clinico ricorrente o anomalo (diarrea notturna, testosterone anomalo, effetti di un farmaco), dichiara con onestà che non è di tua competenza risolverlo a tavolino.
  2. Proponi un percorso: analisi (microbioma, viroma, permeabilità intestinale, ormonale, tiroide), sinergia con nutrizionista e medico, e solo dopo il lavoro sullo stile di vita.
  3. Non lavorare per tentativi su terreno clinico: è ciò che fa il professionista medio ed è fuori dal tuo ruolo.

Gestire la relazione con medico e terapie

  1. Mai porsi contro il farmaco per principio; è uno strumento.
  2. Se è in corso una terapia, valuta di sospendere la consulenza e riprenderla dopo, lavorando in sinergia col medico.
  3. Mai suggerire di sospendere un farmaco: rimanda al medico l'ipotesi che un sintomo dipenda da esso.

Leggere davvero il cliente

  1. Ricorda che la domanda non è la domanda: cerca il segnale nascosto ("forse sto somatizzando", "di norma ce l'ho a 70").
  2. Non dare per buoni gli assunti impliciti del cliente sui propri valori "normali".
  3. Chiedi sempre quando fa le cose, non solo cosa.

Strumenti e dati

  1. Per la temperatura basale usa un termometro basale dedicato (misura interna, stessa ora, prima di alzarsi); i wearable danno solo stime periferiche.
  2. Non confrontare valori tra dispositivi diversi (algoritmi e punti di misura diversi): segui il trend e il delta di ciascuno.
  3. Imposta correttamente l'obiettivo del dispositivo (performance vs longevità): cambia la lettura degli stessi dati.
  4. Se il cliente diventa maniaco dei dati e i trend si invertono, togli i dispositivi per un periodo.

Deontologia

  1. Non legarti a una singola marca di integratori; consiglia in base al cliente, non alla percentuale.
  2. Quando un cliente usa sempre la stessa marca, indaga il perché.

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Cosa distingue la competenza del biohacker da quella del medico, e perché è centrale in questa sessione?
  2. Nel caso della dermatite, quale strategia adotta la biohacker rispetto alla terapia farmacologica in corso, e perché è considerata matura?
  3. Qual è la posizione di Tony sui farmaci in generale?
  4. Cosa significa "la domanda non è la domanda"? Spiegalo col caso della diarrea notturna.
  5. Perché il caso della diarrea notturna "non ha una soluzione" data a tavolino, e quale percorso propone Tony?
  6. Quale segnale nascosto offre il cliente della diarrea notturna, e come va interpretato?
  7. In che modo il cambio dell'ora legale può entrare in un caso del genere?
  8. Elenca le tre figure che si occupano di nutrizione in Italia e la differenza fondamentale tra loro.
  9. Perché è scorretto parlare di "albo dei nutrizionisti"?
  10. Qual è il conflitto di interessi sugli integratori, e come suggerisce di comportarsi Tony?
  11. Nel caso del testosterone alto nella donna 73enne, quali leve di attività fisica lo alzano e quali lo abbassano?
  12. Verso quali approfondimenti e figure indirizza Tony quel caso, e perché?
  13. Perché il gonfiore della cliente seguita dalla nutrizionista viene ricondotto al farmaco, e come va gestito col medico?
  14. Riporta la scala di frequenza degli effetti collaterali (comuni, non comuni, rari, non noti).
  15. Cosa significa il "primato del quando sul cosa"?
  16. Perché un wearable non può sostituire il termometro nel metodo sintotermico? Come va misurata la temperatura basale?
  17. Perché non è confrontabile il dato di HRV tra due dispositivi diversi?
  18. Perché non esiste un "tetto" di HRV conoscibile a priori, e cosa può fare invece il biohacker?
  19. Cos'è il "maniaco dei dati" e qual è la contromisura di Tony?
  20. In che modo l'obiettivo impostato su un dispositivo (performance vs longevità) cambia la lettura degli stessi dati?

Spunti di approfondimento