La sessione è interamente costruita su due casi studio reali, presentati da Tony e lavorati dall'aula uno dopo l'altro. Il primo è quello che in aula viene trattato come la persona standard: un impiegato amministrativo di 57 anni, ragionevolmente sano, già attivo, già seguito da una nutrizionista, che chiede semplicemente di migliorare la propria composizione corporea. Il secondo è l'esatto opposto per intensità: una triatleta di alto livello, quarantunenne, che dirige un reparto marketing in una multinazionale della moda e vive all'estero, arrivata dopo otto mesi a un quadro sintomatologico complesso.
I due casi servono a insegnare due competenze diverse. Nel primo il nodo non è tecnico — l'aula individua rapidamente la direzione giusta — ma comunicativo e professionale: come si rende una persona consapevole che ha bisogno di dati, e come si costruisce autorevolezza quando si arriva al biohacking da un altro mestiere. Nel secondo il nodo è diagnostico e di priorità: tutte le risposte che arrivano dall'aula sono corrette in astratto, e proprio per questo mancano il bersaglio.
Mi state dicendo tutti la cosa giusta, ma nessuno mi sta dicendo cosa deve fare. Deve recuperare: e cosa vuol dire recupero? Cosa devo fare?
È la frase che tiene insieme la sessione. Tony insiste per tutta la seconda parte su una distinzione operativa: elencare pratiche corrette non è un protocollo. Il cliente pragmatico vuole sapere cosa aggiungere e soprattutto cosa togliere, in una forma abbastanza concreta da poter essere messa in agenda.
Il filo conduttore dei due casi è quindi lo stesso: il lavoro del biohacker consiste nel leggere fra le righe dell'anamnesi, individuare la causa a monte invece di rincorrere i sintomi, restare dentro i propri limiti di competenza rimandando a medico, nutrizionista e preparatore, e infine tradurre tutto in pratiche semplici, gratuite e verificabili con i dati. La sessione si chiude su questo principio, con Tony che rinvia l'integrazione a molto più avanti nel percorso: la maggior parte dei risultati arriva dalle pratiche, non dai prodotti.
Sessione condotta da Tony Manfron in videoconferenza con un gruppo di partecipanti, molti dei quali già professionisti in ambito salute e movimento. Il formato è quello del caso studio a più voci: Tony espone l'anamnesi di un proprio cliente reale, chiama uno o due partecipanti a lavorarlo ad alta voce, consente domande di approfondimento e interviene per correggere la rotta, aggiungere complicazioni o dichiarare il caso «risolto».
Sul secondo caso Tony introduce una variante didattica interessante: incolla il testo dell'anamnesi in chat, chiede un volontario e, quando si offrono due persone, assegna a chi conosce già bene quel tipo di quadro il ruolo di docente, lasciando a un'altra partecipante quello di lavorare il caso. In pratica l'aula si autovaluta, con Tony che sorveglia la qualità dell'insegnamento.
Le domande, quindi, non nascono da dubbi teorici ma dal confronto con clienti veri: quanto approfondire, con quali analisi, come proporle, dove fermarsi, come dire le cose. Tony torna più volte sul fatto che gran parte della difficoltà dei partecipanti non è conoscere il contenuto, ma saperlo consegnare.
Il primo caso è presentato come volutamente ordinario. Si tratta di un impiegato amministrativo di 57 anni, alto circa 1,90 m per 78 kg, quindi longilineo. Va in palestra tre volte a settimana e ogni volta fa circa un'ora di tapis roulant a intensità moderata — Tony ipotizza un lavoro in Z2, ma precisa che il dato non è misurato — chiudendo sempre con una sessione di mobilità e flessibilità.
Sul piano metabolico il quadro è aperto: si sospetta una condizione diabetica ma non è confermata, sono in corso accertamenti e da un primo riscontro risulterebbe una certa insulino-resistenza. Ha appena iniziato un percorso con una nutrizionista, con la quale ha fatto un'analisi del DNA presso un laboratorio esterno di cui non si conoscono accuratezza e affidabilità; da quell'analisi gli è stato detto che è intollerante ai latticini. Segue la nuova dieta da due settimane, dice di sentirsi molto meglio e più sgonfio, e porta come prova un episodio: una sera al ristorante ha mangiato un piatto di pasta e il giorno dopo si sentiva gonfio.
L'obiettivo dichiarato è migliorare la composizione corporea: ha capito che il muscolo conta e che non è più un ragazzino, ma non gli interessa «diventare grosso». Ha un vincolo di gradimento preciso: non vuole lavorare con le macchine in palestra, si annoia. Fa da circa nove mesi, ogni mattina, respirazione Wim Hof come da manuale e doccia fredda, e riferisce di sentirsi più vigile. È una persona poco soddisfatta sul piano lavorativo ma di buono spirito e con voglia di fare.
Prima di proporre qualunque cosa, il partecipante chiamato a lavorare il caso chiede come dorme la persona. La risposta è rassicurante: dorme bene, senza strumenti di monitoraggio ma senza difficoltà di addormentamento, la sera legge un libro invece di guardare serie TV, si sveglia una volta a notte con frequenza di una o due volte al mese, e al mattino si alza senza fatica.
Emerge poi la giornata tipo: si sveglia fra le 7 e le 7:30, fa respirazione e doccia fredda, colazione, poi mezz'ora o quaranta minuti di tangenziale per arrivare al lavoro, che inizia alle 9. Non cammina. Il quadro complessivo è quello di uno stile di vita già discretamente sano, con una routine mattutina abbastanza completa.
L'ipotesi che l'aula costruisce è duplice. Il versante alimentare e l'eventuale insulino-resistenza sono già presidiati dalla nutrizionista, quindi non è lì che il biohacker deve intervenire. Il versante da aprire è invece quello ormonale: a un'età prossima ai sessant'anni è plausibile un testosterone basso o nella parte bassa dell'intervallo, e questo pesa in modo importante su qualunque progetto di ricomposizione corporea. A questo si aggiunge l'analisi del microbiota, strettamente collegata, da verificare se non è già stata valutata con la nutrizionista.
Tony convalida subito la direzione — «per me il caso studio è già risolto, perché hai capito il perché e il percome» — e conferma il razionale: chi non ha mai lavorato con i pesi e ha un testosterone non ottimale farà fatica a vedere risultati, quindi il punto di partenza ormonale va misurato. Sul cosa fare poi con quel dato, il limite è chiaro. Quando un partecipante ipotizza una supplementazione o addirittura un percorso con ormoni bioidentici, la risposta è che si tratta di terreno medico: il biohacker non prescrive, indirizza a un endocrinologo o a un medico specializzato, e non tutti i medici sono nemmeno disposti a prescrivere. Analogamente, se il sospetto diabetico si confermasse, servirebbe un diabetologo.
Va segnalato anche il vincolo economico che l'aula solleva da sé: prima di proporre due test bisogna capire se la persona può sostenerne la spesa.
Qui Tony sposta il caso su un piano che dichiara essere «poco da caso studio di biohacking, ma un argomento su cui avete bisogno di lavorare». La domanda è: hai stabilito che dovrebbe fare microbiota e ormoni — come glielo fai capire?
La prima risposta del partecipante è di principio: si fa leva sul fatto che la persona è responsabile del proprio stile di vita e quindi della propria salute, che per sapere come sta servono dati oggettivi, che senza dati si rischia di prendere integratori senza risultato, e che alla fine del percorso i risultati si verificano con un secondo controllo. Tony non si accontenta.
Però ti dico la verità: non mi hai convinto. Non sto dicendo che è sbagliato, però fai fatica.
La correzione introduce un concetto già visto nel corso, quello dell'aspetto terzo: qualcosa di esterno che parli al posto tuo. Può essere un'altra persona, una testimonianza, i dati di un dispositivo indossabile o, soprattutto, le analisi stesse.
La cosa molto potente che tu puoi fare, se lo vuoi rendere consapevole, è fargli vedere le analisi. Questi sono casi studio che abbiamo già lavorato, questa è la tipologia di analisi, queste sono le informazioni di cui verrai a conoscenza.
Il livello più forte, aggiunge un partecipante e Tony conferma, è mostrare le proprie analisi di prima e dopo un percorso, avendolo fatto da cliente: quando non si dispone delle proprie si usano quelle di un altro a scopo esemplificativo. Il senso è dare alla persona la visione della strada che percorrerà.
Per mostrare come si conduce quella conversazione, Tony la recita. E nel farlo corregge un errore contenuto nell'anamnesi del cliente: dall'analisi del DNA non si vede un'intolleranza, si vede al massimo una predisposizione. Per accertare un'intolleranza servono esami specifici, che si fanno in ospedale. Le intolleranze vere e proprie dimostrate sono essenzialmente tre — glutine, latticini e favismo — e non esistono le intolleranze fantasiose a singole carni che vengono raccontate in giro.
Da qui il ragionamento si sposta sull'intestino, che è il vero collo di bottiglia di un progetto di massa muscolare: come lavora l'intestino, com'è l'effetto barriera, in che rapporto stanno le grandi famiglie batteriche del microbiota, se la zonulina e la permeabilità intestinale indicano pareti aperte. Se l'assimilazione dei nutrienti è compromessa, tutto ciò che si fa in palestra e a tavola rende meno.
Se tu vuoi mettere su massa muscolare dobbiamo vedere come stanno le tue famiglie batteriche, perché questo incide sull'assimilazione dei nutrienti. E se tu non assimili bene, farai più fatica: già non hai più vent'anni, già magari hai il testosterone che non è alto.
Il terzo tassello è la quota proteica: bisogna capire, con la nutrizionista, se l'intake giornaliero assegnato è adeguato a un obiettivo di aumento della massa muscolare. Tony è esplicito sul confine: non si mette bocca nel lavoro di un altro professionista, ma si può segnalare al cliente che per quell'obiettivo serve un certo livello di proteine e chiedergli di verificarlo con chi lo segue.
Il motivo per cui Tony fa tutto questo discorso lo dichiara alla fine: il tallone d'Achille del partecipante è l'autorevolezza, perché arriva da un altro lavoro. Chi è medico o già operatore del settore salute parte più avanti; chi viene da lontano deve costruirla dando alla persona concetti che non aveva.
Ne segue un chiarimento di ruolo che vale ben oltre questo caso. Il biohacker è molto spesso una figura di affiancamento a un percorso già in essere: non è detto che in ogni percorso ci sia un personal trainer, e con gli atleti da un certo livello in su nutrizionista e preparatore ci sono già.
Quello che si può fare non è sostituirli, ma attenzionare: far fare le analisi, verificare se il cliente sta massimizzando quello che già fa con gli altri professionisti. Il punto debole tipico degli altri professionisti, osserva Tony, è che lavorano sulla performance ma non monitorano i dati — a parte il cronometro non guardano molto altro.
L'ultima partecipante chiamata sul caso aggiunge due leve efficaci: consapevolizzare sull'importanza di una buona base muscolare a sostegno dell'apparato scheletrico, per evitare gli acciacchi che arrivano in età avanzata a chi è privo di muscolatura; e usare il gonfiore post-pasta come leva per proporre gli esami, spiegando che anni di alimenti mal tollerati possono avere scompensato il microbiota. Tony chiude il caso con due note: conta più il come glielo dici che il cosa, e per la crescita muscolare serve comunque lavoro contro resistenza — se la palestra non piace, si cercano soluzioni alternative, anche a casa.
Il secondo caso è, per ammissione dell'aula, «bella tosta». Si tratta di una donna di 41 anni, triatleta di alto livello — un tempo capace di chiudere un Ironman in circa dieci ore — che contemporaneamente dirige un reparto marketing in una nota azienda di moda e vive in una metropoli asiatica, rientrando in Italia poche volte l'anno. Nel quadro personale figurano un divorzio recente e la responsabilità di due figli.
Negli ultimi otto mesi ha sviluppato un insieme di sintomi che Tony elenca uno per uno:
Lo stile di vita spiega molto: oltre quindici ore di allenamento a settimana — a un certo livello nel triathlon è il minimo praticabile — su circa cinquanta ore di lavoro, con la mania, tipica dell'ambiente, di pesare il meno possibile, un consumo elevato di bevande isotoniche a base di maltodestrine e ciclodestrine, molto caffè, molte ore al computer e, soprattutto, nessuna pratica di recupero. Nemmeno lo stretching, che in gran parte del mondo dello sport ad alto livello è ancora considerato «una pratica da sfigati».
Il quadro strumentale e laboratoristico è già disponibile e Tony ne indica la direzione, senza che dalla trascrizione emergano valori numerici affidabili:
Le prime proposte sono tutte corrette e tutte insufficienti. Si parte dal microbiota: probiotici, bifidobatteri, fermenti lattici, cibi fermentati, permeabilità intestinale. Tony riconosce che è giusto, ma spinge a scavare.
Devi scavare più in fondo. Se rileggi bene ogni riga che ho scritto, c'è la risposta. Ti do un indizio: qui non è che deve fare di più, dovrebbe iniziare a fare di meno.
Segue una seconda ondata di proposte: mancanza di natura, di sole, di aria buona, grounding, camminate al mattino, meditazione, journaling, igiene del sonno. Qui Tony introduce due correzioni metodologiche importanti.
La prima riguarda la fattibilità: la cliente non ha un giardino e non ha modo di fare grounding, e suggerire di cambiare città o lavoro non è biohacking.
Noi le dobbiamo dare delle cose che lei può fare. Se io sono il cliente e il biohacker mi dice «cambia lavoro», lo mando a quel paese. Dobbiamo dare strategie che lei può fare.
Il tappetino conduttivo viene accettato come mezzo praticabile, ma è un dettaglio: il punto è che ogni strategia va misurata sui vincoli reali della persona. La seconda correzione è sull'ordine causale, e vale come lezione generale di lettura dell'anamnesi.
Quello che sta succedendo non è dovuto ai disturbi del sonno. I disturbi del sonno sono una conseguenza di quello che sta facendo, che la porta ad avere tutta questa sintomatologia.
Tony ripete più volte «ci stai girando intorno»: la spiegazione del cortisolo invertito non è il caffè che pure beve in quantità, e il bersaglio non è nessuno dei singoli sintomi. Il bersaglio è sovrallenamento su un fondo di stress cronico.
Una partecipante propone una chiave diversa e più profonda: una persona che lavora cinquanta ore e si allena quindici senza mai staccare né dedicarsi al recupero, con un divorzio recente alle spalle, è il profilo tipico di chi non si ferma per non fare autoascolto. Prima di caricarla di altre cose da fare va «disinnescata», e lo strumento proposto è l'ascolto attivo insieme a un journaling serale che riapra il contatto con sé.
Tony riconosce che il ragionamento è corretto e ben motivato, e infatti il journaling entrerà nel protocollo. Ma pone un limite netto ed esplicito di competenza.
Non è che possiamo stare qua a fare gli psichiatri, a parte che non lo siamo. Dimmi cosa devo fare — che può essere anche cosa non devo fare. Non deve essere solo roba in più, deve essere anche roba in meno.
Un'altra partecipante sposta utilmente il fuoco sull'obiettivo del cliente, senza il quale non si sa da dove iniziare: allungare i tempi di recupero è la mossa più spontanea, ma con una triatleta che non vuole ridurre il livello è difficile da imporre. Il grimaldello, in questo caso, sta in una frase della cliente citata da Tony testualmente: «non vorrei andare verso un infarto». Da lì si può legittimamente agire sull'overtraining.
Il partecipante messo nel ruolo di docente porta il contributo che chiude la diagnosi. La sintomatologia, nel suo insieme, è overtraining. E la causa strutturale è una programmazione dell'allenamento senza cicli: le routine vanno impostate a cicli, una gara si costruisce nell'avvicinamento e qualche settimana prima si lavora in scarico, per dare al corpo i tempi di recupero.
La performance la fai il giorno della gara, non durante gli allenamenti. Per gli atleti a volte è meglio un giorno o un periodo di scarico piuttosto che continuare a cercare il limite: fare un passo indietro per farne due avanti.
Tony conferma e aggiunge un giudizio severo sul contorno professionale: la settimana di scarico, in quel percorso, viene fatta «al bisogno», che è come dire mai; e un preparatore che non fa fare allungamento muscolare non sta lavorando bene. Anche qui però ribadisce la forma corretta del messaggio al cliente: non si dice «il tuo preparatore è un incapace», si dice «io non metto bocca in quello che fai, ma quando recuperi? Se non fai allungamento muscolare, come ossigeniamo i tessuti?».
È la parte che Tony pretendeva dall'inizio, perché la cliente è una persona pragmatica, «un soldato»: le si deve dire esattamente cosa fare.
Gli devi dare un protocollo, è questo che fa il biohacker. Ti segni che alla sera fai journaling, ti segni che non fai più diciotto ore di allenamento a settimana ma dieci. Come lo fai non mi interessa: parlane col tuo preparatore. Tu in questo momento hai bisogno di allenarti di meno.
Le componenti del protocollo:
L'obiettivo finale è riequilibrare simpatico e parasimpatico riducendo il carico di lavoro.
Alla perplessità di chi dubita che una persona così accetti di fermarsi, Tony risponde raccontando come ha ottenuto l'adesione: mettendola davanti allo scenario pessimistico, chiedendole cosa pensa che possa succedere se continua su quella strada. Il journaling, di fatto, è già iniziato.
La seconda leva è sperimentale: una settimana di prova con respirazione e journaling, poi si guardano i parametri. Quando la persona vede i numeri muoversi, si convince da sola, e da lì trova il proprio equilibrio fra allenamento e non allenamento.
Allora lei entra in una mentalità in cui la respirazione o scrivere il diario non è più una roba da sfigati, ma è come fare un allenamento. Perché dopo le dà ragione sul cronometro, le dà ragione sull'HRV.
Una partecipante aveva proposto una serie di integratori, in particolare adattogeni. Tony chiarisce che la proposta non è sbagliata, ma è fuori tempo: nel suo modo di lavorare, e in quello dello staff, l'integrazione si tiene per molto più avanti, quando la persona sta già ottenendo risultati e cerca l'ultimo margine di miglioramento.
Le ragioni sono due e sono entrambe strategiche. La prima è di efficacia: la gran parte dei risultati arriva dalle pratiche, non dai prodotti, e migliorando le pratiche gratuite si vede già un netto miglioramento dei parametri. La seconda è di attribuzione del merito.
Se comincio subito con gli integratori faccio più fatica a capire quanto è merito dell'integratore e quanto della pratica, e la persona tenderà a dare il merito alla pillola e non alla pratica, perché siamo fatti così.
Quando invece è una pratica gratuita a far salire un punteggio di sonno, la persona acquisisce consapevolezza che quella cosa deve entrare nella sua vita, e il professionista acquisisce autorevolezza. La sessione si chiude con l'osservazione di un partecipante — in situazioni come quella della triatleta, prima o poi arriva l'infortunio — che Tony conferma senza aggiungere altro.
Nel condurre un'anamnesi
Nel proporre analisi e nel rendere consapevoli
Nel restare dentro i propri limiti
Nel costruire il protocollo