In sintesi

Questa è la seconda tappa del percorso di comunicazione e coaching che Luca Ruggeri sta costruendo dentro il Biohacking Campus. La prima (8 ottobre) aveva posato i fondamenti della comunicazione; questa masterclass entra nella competenza che viene prima di tutte le altre: l'ascolto. La tesi centrale è che, per un professionista della salute, la comunicazione non comincia quando si parla ma quando si tace: "prima di essere capiti, dobbiamo capire". Ascoltare non è un atto passivo delle orecchie, ma un'operazione attiva e globale — si ascolta "con gli occhi, con il corpo, con la mente e con le emozioni" — che serve a costruire la mappa mentale dell'altra persona, cioè la sua struttura e la sua organizzazione interna. Solo entrando in quella mappa il professionista può poi fare domande utili (tema annunciato per la terza tappa del 10 dicembre) e diventare guida, non semplice erogatore di prescrizioni.

Rispetto alla prima lezione, che restava sul piano generale della comunicazione, qui Ruggeri aggiunge tre cose operative: una tassonomia dell'ascolto (quattro modalità e tre livelli), una diagnosi dei tre nemici dell'ascolto (giudizio, anticipazione, disattenzione) e una serie fittissima di esercizi d'aula in tempo reale sui partecipanti, che trasformano la teoria in esperienza vissuta. Il filo che tiene tutto insieme è la distinzione tra il tecnico (che sa, prescrive, dà la sentenza) e il coach (che ascolta, accoglie senza giudicare, fa domande e accompagna). Il professionista del biohacking, sostiene Ruggeri, ha una "doppia potenza" proprio perché può stare su entrambi i binari — ma solo se impara prima ad ascoltare.

Contesto e docente

La masterclass si tiene in videochiamata, con i partecipanti collegati e la maggior parte a webcam accesa; questa condizione tecnica diventa essa stessa materiale didattico, perché Ruggeri dimostra in diretta che si può leggere il non verbale (e persino indurre stati profondi) anche attraverso uno schermo. L'aula è composta da professionisti in formazione: nutrizionisti, biohacker, un medico di base (Federico), fitoterapisti, coach. Il taglio non è quello di una consulenza clinica individuale, ma di una lezione formativa di crescita insieme professionale e personale: Ruggeri lancia continuamente domande di riflessione, chiede di prendere carta e penna, invita a condividere in chat un aggettivo o una parola.

Luca Ruggeri si presenta come professionista di health performance coaching da quasi trent'anni. Viene dal mondo dello sport, è passato per la nutrizione e ha dedicato gli ultimi dieci anni al coaching e alla formazione per coach — è, nelle sue parole, un "coach di coach". È rimasto sempre nell'ambito della salute perché crede nel rapporto "magico" tra corpo e mente, e nella possibilità di aiutare le persone a "essere molto più di quello che sono", riattivando potenzialità che per vari motivi hanno perso. Nel suo metodo (impianto VITA, con forte uso della programmazione neurolinguistica) l'ascolto è "una strategia e uno stratagemma" che dà accesso a informazioni che altrimenti resterebbero fuori portata.

Concetti chiave

Sviluppo della lezione

1. Perché l'ascolto viene prima di tutto

Ruggeri apre spostando l'attenzione dalla comunicazione all'ascolto: il professionista del biohacking ha un approccio profondo col cliente, e quell'approccio comincia prima delle parole. "Per capire prima di essere capiti, noi dobbiamo ascoltare": è questo che consente di fare domande e di costruire un rapporto di fiducia e guida. L'ascolto è "una strategia e uno stratagemma" perché dà accesso a informazioni che altrimenti non avremmo. Il punto delicato è che non si ascolta ciò che l'altro dice, ma ciò che l'altro manda come messaggio: mentre si ascolta, si vede e si capisce, si costruisce una mappa della persona, e quella mappa cambia il senso stesso delle sue parole. Ruggeri usa l'immagine della "sfera di cristallo": comprendere ciò che le persone non dicono.

Ogni relazione di coaching — qualcosa di più profondo della semplice consulenza, ed è per questo che il modulo è stato inserito nel percorso — comincia da un silenzio consapevole. L'errore tipico del principiante è non ascoltare ma parlare. Qui Ruggeri traccia la distinzione fondamentale della lezione: il tecnico dice delle cose e finisce lì; il coach, prima di dire, ascolta, perché ciò che dirà non sarà un verdetto ma quasi sempre una domanda. E anticipa il filo verso la lezione successiva: senza ascolto non si possono fare domande.

2. Ascoltare con tutti i sensi

Per far toccare con mano il concetto, Ruggeri lancia la prima domanda di riflessione: "Quando ti senti davvero ascoltato, cosa accade dentro di te?", chiedendo di condividere in chat un aggettivo. Le risposte arrivano diverse — valorizzato, incoraggiato, consolato, in risonanza, accolto, considerato, rasserenato — e proprio la loro varietà dimostra la tesi: ognuno usa parole proprie perché ognuno ha una mappa propria, e solo ascoltando si entra in quella mappa.

Da qui la definizione che vuole "risuonare da adesso in avanti": ascolto attivo vuol dire ascoltare con gli occhi, con il corpo, con la mente e con le emozioni. Le orecchie ci sono, ma da sole non bastano. Ruggeri usa la metafora del software: se usiamo un solo senso raccogliamo pochi dati; se aggiungiamo la vista, la cinestesia (il corpo), la mente (parte ragionativa e non) e le emozioni (parte empatica), la quantità di dati elaborabili si moltiplica, e ne esce una mappa del cliente molto più ricca. In più, lasciare spazio al silenzio è ascoltare: quando una persona non parla non manca nulla, anzi è spesso il momento straordinario in cui sta parlando a sé stessa. Quel dialogo interno è profondo, a volte fa persino paura, e il coach deve tirarlo fuori piano piano perché contiene informazioni reali e importantissime.

3. I quattro tipi di ascolto

Ruggeri chiede di costruire una piccola tabella a quattro voci:

  1. Ascolto distratto — ci siamo col corpo ma non con la mente; cogliamo solo qualche parola, di solito quella che risuona con la nostra mappa. È esattamente ciò che il coach deve evitare: non deve ascoltare le parole che confermano sé stesso, deve restare neutro per allinearsi alla struttura del cliente.
  2. Ascolto selettivo — si colgono solo le parti che interessano. Ha una sua utilità difensiva: nella prima parte di una conversazione le persone "vomitano" tutto, spesso cose negative, per riempire il vuoto e mettersi a proprio agio; quel materiale, se si allunga troppo, si può "tagliare" (cioè non caricarselo addosso), altrimenti a fine giornata il professionista si ritrova sommerso dai problemi di tutti. Il selettivo è una forma di protezione.
  3. Ascolto empatico — si entra nel mondo dell'altro, "inizio a mettermi i tuoi vestiti e non uso più i miei". Un livello superiore.
  4. Ascolto attivo — il livello più alto: presenza consapevole, domande, comprensione profonda di necessità, problematiche, dubbi e sofferenze, ma anche di visioni, obiettivi e sogni del cliente. È l'ascolto che il coach vuole praticare, perché è quello che dà informazioni straordinarie.

Ruggeri fa poi un esercizio a specchio: immaginate di essere il cliente e di ricevere prima un ascolto distratto, poi un ascolto attivo. Le reazioni dei partecipanti sono nette — col distratto "mi verrebbe da andarmene", "mi passa la voglia di parlare"; con l'attivo "mi viene da aprirmi", "mi sento supportata, sento fiducia nel coach". Il livello di ascolto, conclude, definisce la qualità della relazione. E aggiunge un punto formativo: i partecipanti hanno sempre vissuto queste esperienze, ma ora possono dare loro un nome, e questo rende molto più semplice scegliere consapevolmente che tipo di ascolto applicare — non solo col cliente, ma anche con amici e familiari.

4. I tre livelli di ascolto e il peso del non verbale

Oltre alle quattro modalità, Ruggeri introduce una scala gerarchica a tre livelli. Nell'ascolto interno ascolto me stesso, i miei pensieri e le mie emozioni: vivo nel mio mondo. Nell'ascolto focalizzato mi rivolgo all'altro e do peso alle sue parole e alle sue frasi. Nell'ascolto globale, il livello più alto, percepisco insieme me stesso, l'altro e il contesto — e il contesto è soprattutto tutto il non verbale, che viene "mixato" e costruito insieme.

Qui arriva il dato che regge l'intera lezione: quando si parla di ascolto, solo il 7% dell'informazione è di tipo verbale; il 93% giunge dai sistemi non verbali e paraverbali. Non stiamo vendendo mele al supermercato: parliamo di salute, di sofferenza, di paura, di mancanza di performance. In questi temi l'ascolto globale è molto più utile, perché consente di reperire informazioni che il cliente (o il paziente) non vuole o non se la sente di darci, magari perché ha paura persino di parlarne. Se non incrementiamo i nostri sensi, rischiamo di vedere solo la componente tecnica.

5. Sentire non è ascoltare — e i tre nemici dell'ascolto

Ruggeri distingue due verbi: sentire vuol dire usare l'udito; ascoltare vuol dire percepire. Da qui introduce le tre distorsioni su cui lavorerà per gran parte della lezione, chiedendo di scriverle: giudizio, anticipazione, disattenzione. Il giudizio è mettere un'etichetta su ciò che l'altro dice. L'anticipazione è non permettere alla persona di continuare — infilarsi nelle sue pause, chiuderle la frase. La disattenzione è pensare ad altro, con la conseguente perdita del flusso di energia, fiducia e collegamento.

6. Il giudizio, mostrato in diretta

Per far vedere l'effetto del giudizio, Ruggeri costruisce un gioco di ruolo: Roberto racconta una situazione banale (una passeggiata col cane) e Riccardo deve interpretare il professionista che giudica. Riccardo fatica a "recitare" il giudizio, ed è proprio questo il punto: il giudizio raramente si dice, più spesso si pensa — ma l'altro lo percepisce comunque, come distacco, superiorità, diniego. Ruggeri lo traduce senza filtri ("non me ne frega niente dell'altro, io ho ragione e l'altro no") e lo riporta subito al contesto professionale: il cliente arriva dicendo "ho provato la dieta, la chetogenica, il digiuno intermittente, la lampada…" e il professionista, a ogni frase, giudica ("no, ma quella non funziona"). Il risultato è che il cliente si sente come davanti a un muro, uguale a tutti gli altri da cui è già scappato, e alla fine molla: "sono tutti uguali, nessuno mi ascolta".

Da qui una precisazione decisiva: da professionisti si può avere un giudizio (è il ruolo del tecnico), ma da coach no, perché il coach non dice cosa fare. Il tecnico arriva dopo: prima deve arrivare il coach, capire, trovare la guida, e solo quando il cliente si sente pronto e accolto chiede "adesso aiutami a capire cosa devo fare". Senza questo legame, anche prescrizioni tecnicamente corrette vengono ignorate — Ruggeri porta l'esempio estremo del paziente oncologico che, operato al polmone, riprende a fumare: se non si capisce "dove accendere l'interruttore" del cliente, si perde tempo, autorevolezza e fiducia. Il giudizio, aggiunge, rende anche vulnerabile il professionista, perché innesca una lotta e ci si porta a casa il peso della giornata; il non giudizio, invece, protegge e mantiene "sopra ogni cosa".

Importante la sfumatura offerta rispondendo a Paola: non giudicare non significa essere finti, deboli o privi di confini. Restano linee guida e parametri; se una persona è scorretta o offensiva, dire "non voglio avere a che fare con persone del genere" non è giudizio ma constatazione di un dato di fatto. Il non giudizio, nel ruolo di coach, è anche una questione di codice etico: nei percorsi di coaching non si può dire al cliente cosa fare, pena la radiazione.

7. Comunicazione a distanza, tono e parole tra le righe

Rispondendo a Roberto (che chiede se il 93% valga anche nelle chat e nelle videochiamate) e a Riccardo (che sente i clienti ogni sei settimane e per il resto solo via messaggio), Ruggeri smonta l'idea che serva la presenza fisica: anche a distanza legge perfettamente chi ha l'avatar, chi toglie lo schermo, chi tiene la testa bassa; e sostiene di poter portare una persona in stati profondi persino via computer. Ciò che manca è solo la componente cinestesica del tocco.

Il cuore del passaggio è che il cliente non legge le parole, legge ciò che c'è tra le parole. La stessa frase ("sono molto felice di essere qui") ha pesi diversi secondo il tono, e nei messaggi scritti il tono va ricostruito — ecco perché esistono le emoji, che sono comunicazione non verbale (un pallino rivolto verso il basso "è contro di me"). Sul messaggio ai clienti, Ruggeri sposta la domanda dal come al cosa: non "come posso scrivere", ma "cosa voglio far uscire da questo messaggio, con quale scopo e con quale ruolo". E introduce un micro-esercizio linguistico che diventerà tema della lezione sulle domande: sostituire il "ma" con "e". Riccardo dice "li sento ogni sei settimane ma per il resto sono soli"; togliendo il "ma" la frase cambia registro, e con essa il pensiero. Anche qui però Ruggeri mostra la guida in azione: non ordina "devi togliere il ma", perché così perderebbe la guida, ma chiede a Riccardo di riformulare da solo.

Ne esce anche un principio più ampio: "non potete mai lavorare sugli altri, solo su voi stessi". Più il professionista è potente, più otterrà risultati sugli altri. E la modalità di lavoro (videochiamate quotidiane, messaggi, numeri e organigrammi) non va imposta secondo la propria mappa "da biohacker", ma costruita su misura ascoltando cosa serve davvero al cliente.

8. Anticipazione e disattenzione: il caso del medico

Con Federico, medico di base, Ruggeri lavora sui tre nemici insieme. Descrive la scena tipica dello studio: il paziente elenca ("so questo, ho quest'altro"), il medico pensa "che palle, sempre la stessa cosa" (giudizio), lo interrompe con "allora ti do la tachipirina" (anticipazione), e intanto scrive al computer (disattenzione). Federico propone la soluzione giusta — restare focalizzato sul momento presente, ascoltare fino in fondo prima di elaborare la risposta — ma Ruggeri lo incalza con un "gioco matematico": il momento presente di chi? Se l'attenzione è al 100%, quanto va su Federico e quanto su Maria (la paziente)? Federico risponde "50 e 50", e qui Ruggeri fa scattare la lezione: durante l'ascolto il professionista "non c'entra", deve essere neutro, con il 100% su Maria. Focalizzarsi su sé stessi (i problemi di casa, la terapia da proporre) toglie il focus. È un punto sottile — "vedete come ci inganniamo con le parole" — perché tutti, anche in buona fede, credono di ascoltare mentre in realtà stanno già costruendo la loro soluzione.

Da questo scambio Ruggeri estrae il modello delle quattro fasi dell'apprendimento: inizialmente siamo inconsapevolmente inconsci (giudichiamo, anticipiamo e ci distraiamo senza saperlo); nominare le tre parole ci rende consapevolmente inconsci (sappiamo che esistono); nelle ore successive diventiamo consapevolmente consci (ce ne accorgiamo sul momento — "cavolo, sono stato anticipatorio"); e infine, con l'allenamento, inconsapevolmente consci, cioè la comunicazione diventa automaticamente ascoltante, attenta e non giudicante. Il tutto a una condizione: che la persona consideri utile questa competenza, altrimenti non entra nel suo sistema.

9. Ascoltare mentre si costruisce la soluzione

Riccardo pone la domanda più tecnica: mentre ascolto il cliente ragiono già su cosa inserire nel suo percorso — è togliere energia all'ascolto o è funzionale? Ruggeri distingue due scenari. Nel primo, "mentre la persona parla voi già costruite la soluzione": qui ci sono disattenzione e anticipazione mentale, perché si sta anticipando pur mancando ancora dei passaggi. Nel secondo, "mentre la persona parla voi ascoltate tutti i segnali verbali e non verbali, e poi date la soluzione". Il professionista può fare entrambe le cose — è insieme coach e tecnico — ma va messo in tempistiche diverse. E soprattutto: da coach "non abbiamo mai tutto". Ruggeri racconta di clienti aziendali seguiti da sei-sette anni in cui ogni giorno cambia qualcosa; ciò che le persone dicono cambia "dal giorno alla notte" in base a ciò che percepiscono. Per questo serve filtrare ciò che non è realmente importante (le "cazzate" dei primi minuti, dove si può restare distaccati) e riconoscere il momento in cui la conversazione cambia registro: è lì che si iniziano a fare le domande per portare il cliente in profondità.

Chiude con un compito di auto-osservazione: nella prossima conversazione, "mappatela" — cosa mi ha detto il cliente, cosa mi voleva dire, cosa non mi ha detto; e poi cosa è venuto fuori, cosa non sono riuscito a tirare fuori, cosa dovrò tirare fuori la volta dopo. Nell'ultima parte, sottolinea, non si dà solo "la sentenza" (quella la trova anche su ChatGPT mettendo i dati): la differenza che ci rende unici è che siamo accompagnatori, non solo tecnici. Il cliente sta su un binario doppio — tecnico e coach — e si sente supportato perché, quando serve, lo si spinge da un lato o dall'altro.

10. La presenza, l'attenzione e il linguaggio invisibile

Sotto la formula "la presenza come competenza", Ruggeri elenca i tre pilastri operativi. Primo: quando siamo davvero presenti ascoltiamo il respiro e la postura, sia i nostri (siamo presenti o distratti e distaccati?) sia quelli del cliente (cosa ci stanno dicendo?). Secondo: l'attenzione è una scelta volontaria — nessuno può impormela, decido io quanto e su chi. Terzo: per professionisti della salute, il corpo è il primo strumento di ascolto, perché dice moltissimo.

Descrive poi il "linguaggio invisibile dell'ascolto" su tre canali:

11. L'esercizio-chiave: la mappatura di Monia

La parte più densa è l'esercizio di gruppo: Ruggeri dialoga con Monia per pochi minuti mentre tutti gli altri annotano parole calde, emozioni e segnali non verbali, per poi condividere ciò che hanno percepito. È qui che emergono, dal vivo, quasi tutti i concetti della lezione.

I partecipanti mostrano subito i tre nemici in azione: Paola dice "grazie per esserti prestata a questa difficile conversazione" — e Ruggeri la ferma, perché "difficile" è un giudizio e una parola che Monia non ha mai usato; da coach, dirlo al cliente lo indurrebbe a sentirla davvero difficile. Fabiola, subito dopo, ammette di aver "preceduto" (anticipato) Monia, giudicandola empatica prima ancora che parlasse. Un'altra partecipante confessa di essersi concentrata a scrivere le parole calde perdendo il non verbale: Ruggeri risponde con una regola pratica — dovendo scegliere, scegli sempre lo sguardo e il corpo, perché "la parola sfugge" mentre la comunicazione corporea resta.

Poi Ruggeri restituisce la sua mappatura, mostrando la procedura tecnica (PNL usata "come un interruttore", si accende e si spegne se serve). Corregge un equivoco sulle parole calde: "pancake", che a molti era sembrata la parola calda, era solo simpatica; le parole davvero potenti erano "sfida" e soprattutto "imprigionata" — una parola che non si usa nel quotidiano e che deve far scattare un campanello d'allarme. Invece di interpretarla ("io non sono nessuno"), Ruggeri ha chiesto a Monia cosa significasse per lei e, con la domanda "dove senti l'ascolto?", l'ha portata a indicare il cuore, il respiro, l'interno — cioè il punto su cui poi lavorare (respirazione, HRV, sistema simpatico/parasimpatico), ma sono i partecipanti biohacker a scegliere come intervenire. Osserva anche i micro-segnali: Monia si bagna le labbra quando cerca parole che non le vengono, perché è molto veloce e visiva e "fa fatica a stare in silenzio"; parla per "raccontarsela" e subisce le cose invece di viverle — "come un treno che non fa le stazioni, rischia di andare alla stazione sbagliata".

Nel finale dell'esercizio compare anche una presupposizione linguistica che anticipa la lezione sulle domande: alla domanda "quando rallenterai, cosa succederà?" (non "se ci riuscirai"), Monia risponde da sé "sarò più serena, mi godrò il tempo". Il come si formula la domanda determina la risposta.

12. Il caso di Gioia e l'ego che fa scappare i clienti

Con Gioia, che confessa di interrompere continuamente "per paura di dimenticare quello che voglio dire" (e di farlo anche nelle relazioni sociali), Ruggeri porta a sintesi il tema dell'ego. Provata come cliente, Gioia si direbbe "prevaricata, interrotta, frustrata", incapace di esprimere un concetto che le costa fatica ("mi sto mettendo nuda e arriva una domanda"). Ruggeri ribalta la prospettiva: al cliente non interessa quello che tu vuoi dire, a te deve interessare quello che lui ha da dire. "Da questo ego smisurato, se vi mettete in secondo piano diventerete enormi; se tutto è centrato su voi stessi, i clienti scappano." E quando Gioia prova a rinominarlo "ansia da prestazione" invece di "ego", Ruggeri taglia corto: chiamalo come vuoi, non cambia nulla — resti sempre tu a decidere in base alla priorità che dai e a dove metti il focus.

13. Chiusura: cosa portarsi a casa e il compito per la prossima volta

Ruggeri chiude con tre messaggi da interiorizzare: che ascolto è presenza (esserci con tutto sé stessi, non solo attenzione); che ogni parola nasce dal silenzio che la precede; e che ascoltare crea fiducia, e la fiducia crea risultati. Le condivisioni finali dei partecipanti confermano l'esperienza vissuta: più attenzione all'altro, ascoltare in silenzio senza anticipare, "meno ego e più focus", "l'ascolto di me per ascoltare l'altro", "rallentare".

Annuncia la terza tappa (10 dicembre): la costruzione delle domande potenti, perché "ascoltare è l'anticamera per fare domande". E assegna un compito ponte: ascoltare sia l'altro sia sé stessi. L'altro, quando è una persona che vale la pena ascoltare (se non lo è, "chiudete l'ascolto"); e sé stessi, allenandosi a sentire le proprie domande, le proprie parole, il proprio tono e la propria velocità — in particolare quanti "ma", "non" e "però" usiamo, e quanto appesantiscono la frase. Chiude con un principio che apre la lezione successiva: al cervello conviene sempre dirsi cosa fare anziché cosa non fare ("più attenzione all'altro" invece di "non pensare a me stesso").

Applicazioni pratiche

Esercizi condotti in aula:

Esercizio da fare a casa (parole chiave):

  1. Ascolta una breve conversazione/consulenza con un cliente o paziente.
  2. Subito dopo, annota parole (calde/ricorrenti), emozioni e segnali non verbali.
  3. Scrivi cosa hai percepito.

Compito assegnato per la lezione sulle domande:

Tecniche e micro-strumenti linguistici:

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Perché Ruggeri sostiene che "prima di essere capiti dobbiamo capire", e cosa cambia se un professionista comunica prima di ascoltare?
  2. Cosa significa "ascoltare con gli occhi, con il corpo, con la mente e con le emozioni", e perché l'udito da solo non basta?
  3. Quali sono i quattro tipi di ascolto e in che modo l'ascolto selettivo può avere una funzione protettiva per il professionista?
  4. In che cosa si distinguono i tre livelli di ascolto (interno, focalizzato, globale), e perché quello globale è cruciale nei temi legati alla salute?
  5. Cosa indicano le proporzioni 7% / 93%, e quali conseguenze pratiche hanno per chi conduce una consulenza?
  6. Come si manifestano giudizio, anticipazione e disattenzione, e perché il giudizio rende vulnerabile anche il professionista?
  7. Qual è la differenza tra il ruolo del coach e quello del tecnico, e perché "il tecnico arriva dopo"?
  8. Cosa sono le "parole calde" e perché "imprigionata" e "sfida" erano più significative di "pancake" nel caso di Monia?
  9. Come descrive Ruggeri le quattro fasi che portano da un ascolto giudicante a una comunicazione automaticamente presente e non giudicante?
  10. Perché "l'ego fa scappare i clienti", e in che senso mettersi in secondo piano rende il professionista più efficace?

Spunti di approfondimento


Nota di qualità: la trascrizione automatica (modello STT "small") rendeva in forma storpiata diversi termini e nomi; dove il senso era chiaro dal contesto — ascolto attivo, PNL, parole calde, le quattro fasi dell'apprendimento, i nomi dei partecipanti — la forma è stata ricostruita senza forzature.