In sintesi

Sessione costruita attorno a una domanda che vale l'intera lezione: come si tiene motivato un cliente a distanza, quando l'obiettivo richiede mesi o anni?

Tony rilancia la domanda all'aula, raccoglie una decina di risposte tutte corrette — consapevolezza, micro-obiettivi, primi risultati, disciplina, motivazione intrinseca vs estrinseca — e poi dà la sua, che è più scomoda: non puoi motivare nessuno. Se il cliente si demotiva lo perdi, e va accettato. Quello che puoi fare è due cose: farlo innamorare del processo (perché il cambiamento non è una parentesi fra A e B, è la sua nuova vita) e assicurarti che capisca il perché di ogni cosa che gli chiedi. Da qui l'aneddoto dei personal trainer in palestra — perché i suoi clienti erano i più resilienti.

Apre un caso studio speculare: un quarantaquattrenne che vuole perdere 7-8 chili, digiuna, si allena tre-quattro volte a settimana e non perde un etto — mangiando 1.600-1.700 kcal nei giorni feriali e vanificando tutto nel weekend con alcol e cene.

Chiude un blocco tecnico sul bulletproof coffee, con ricetta base e "versione talebana", e una nota sui dispositivi di stimolazione vagale (Pulsetto, Sensate, Apollo Neuro).

Contesto

Sessione molto partecipata, con Tony che insiste per la modalità interattiva: le domande vengono rilanciate all'aula prima che risponda lui. I casi studio dei bio hacker interni servono agli studenti come prova generale: "fra un mese, sei mesi, un anno, questi casi capiteranno anche a voi".

Concetti chiave

Caso studio: il quarantaquattrenne che non perde peso

Il quadro riferito dal bio hacker: obiettivo perdere 7-8 chili. Nonostante i digiuni, il "mangiare bene" (a suo dire) e attività fisica intensa 3-4 volte a settimana a intervalli regolari, non perde un etto — anzi, appena si lascia andare riprende chili molto velocemente.

Il percorso, iniziato mesi prima, aveva altri obiettivi che sono stati raggiunti: sonno migliorato (non si sveglia più di notte), stress ed energia migliorati. Ma:

Le letture, dall'aula e da Tony:

1. Il digiuno non fa dimagrire. Va tolto dalla testa del cliente. E soprattutto: il digiuno punitivo — "ieri sera ho bevuto e mangiato, oggi digiuno tutto il giorno perché stasera ho un'altra cena" — è il meccanismo peggiore. Queste restrizioni continue segnalano agli ormoni un'alternanza fra abbondanza e carestia; e in carestia, la volta successiva che mangi il corpo ti pilota a mangiare il più possibile.

2. Il conto dell'alcol. L'alcol ha 7-8 kcal/g. Un calice di vino rosso ne ha circa 100-120: tre bicchieri sono 350-400 kcal, e per uno che cena fuori tre bicchieri sono pochi. Nessuno crede che due-tre bicchieri di vino valgano un piatto di pasta al sugo — "e il vino la gente lo beve come acqua".

(Precisazione fatta in diretta a una partecipante: 100 g di pasta sono ~370 kcal; 80 g più sugo e olio, un piatto arriva tranquillamente a 400. Un calice di vino ne ha ~100. Non sono equivalenti uno a uno — ma tre-quattro bicchieri sì.)

3. Il bilancio settimanale. Se dal lunedì al venerdì rispetta la dieta e sabato-domenica mangia 6.000 kcal al giorno, annulla tutto. In teoria si dovrebbe ragionare sul mese — si potrebbe mangiare bene 15 giorni e vanificarli con tre giorni fuori casa — ma nessuno riesce a tenere una visione così ampia, quindi in pratica si ragiona settimana per settimana.

4. La sovrastima dell'allenamento. Il cliente sovrastima i benefici e sottostima il danno. "Non potrai mai allenarti più di quello che mangi e bevi." Una volta capita — la giornata in cui mangi poco e ti alleni tanto — ma non è sostenibile: dopo due-tre giorni non decidi più tu, decidono gli ormoni.

5. Non è disonestà, è incompetenza. "Non è che mentono: non hanno la competenza." Da qui il valore del far registrare le calorie per un paio di settimane.

La soluzione proposta — la "bugia bianca":

Mangia 1.600-1.700, che per un uomo di 40 anni che fa sport non è niente. Non gli faccio una dieta da 2.000 — gliene faccio una più distribuita, con la colazione, così durante la settimana mangia più di quello che mangiava. Poi due o tre volte a settimana gli tolgo la colazione (o la cena). La media settimanale torna a 1.600-1.700, ma passando da un taglio, non da una restrizione permanente.

La ridistribuzione suggerita, contestualizzata alla sua vita: tre pasti al giorno, con più calorie la sera perché è lì che ha le cene. Su ipotetiche 2.500 kcal: 300 a colazione, 700 a pranzo, 1.500 a cena. Da concordare con la nutrizionista.

E la nota del bio hacker: nel caso specifico il digiuno andrebbe momentaneamente tolto, perché il cliente è già stressato e con HRV in discesa: il digiuno aggiunge stress al corpo. Rimessi i pasti e spiegato il meccanismo, in due mesi le cose cambiano.

Il pronostico: "Non ha bisogno di miracoli. Sette chili li perde in due-tre mesi." La causa è chiara — quota calorica non controllata, soprattutto dell'alcol.

Due note laterali:

La domanda centrale: come si tiene motivato un cliente nel tempo?

La domanda posta: all'inizio è semplice, perché ci sono la paura o l'ambizione. Ma se l'obiettivo richiede mesi o anni, o se la situazione è cronica — o se il cliente ha già raggiunto l'obiettivo e, pensando di essere arrivato, si perde di nuovo — come si fa?

Le risposte dall'aula (tutte giudicate corrette):

La risposta di Tony — parte prima: non puoi.

Tu non potrai motivare nessuno. Se a un certo punto la motivazione non c'è più, quel cliente lo perderai — garantito. Non esiste un metodo, non esiste un operatore.

Le ragioni possono essere le più varie: l'obiettivo non gli interessa più, ha cambiato interessi, ha trovato la fidanzata. A un certo punto smette di rispondere ai messaggi e alle telefonate.

Va accettato come professionisti — facendo comunque l'analisi introspettiva (cosa potevo fare meglio, dove l'ho perso), ma senza illudersi di poter salvare tutti. "La motivazione è acqua che butti in uno scolapasta: la devi rimpinguare di continuo, e tu non avrai energia all'infinito da dare alle persone — perché quando dai, ti svuoti."

Parte seconda: il cambio di identità.

Ogni persona inizia un percorso per emotività, in una di due direzioni:

Ma è durante il processo che deve cambiare qualcosa. E la trappola è questa:

Le persone vedono il percorso come una parentesi che va da A a B: "faccio la dieta finché arrivo a 70 chili, e poi finalmente sarò libero dalle catene e potrò ricominciare a mangiare come prima". Lì è la chiave del fallimento.

La verità che il cliente deve arrivare a capire — e la capisce facendo il percorso:

Quello che stai facendo adesso per arrivare a 70 chili è già la tua nuova vita. Ci saranno aggiustamenti e modifiche, ma non potrai mai più tornare a fare lo stesso tipo di vita di prima.

"Ha senso ciò che riusciamo a cronicizzare." Quando il cambiamento diventa il nuovo stile di vita, hai vinto.

È un cambio di identità: nel momento in cui inizi un percorso sei un'altra persona, e devi entrare nella pelle di quest'altro. Non può essere un periodo di tempo che poi finisce.

Il cliente del caso studio precedente è esattamente questo: non è innamorato del processo, non è innamorato del suo nuovo io ottimizzato — e quindi continua a cercare "gli imbrogli necessari per ottenere quello che gli interessa".

Come si comunicano pratiche "troppo ovvie"?

La domanda: come varia il modo di comunicare e insegnare pratiche apparentemente banali — respirazione, grounding — a un cliente non propenso? C'è il rischio che non ascolti, o che si scelga una tecnica non adatta a lui.

Sulla tecnica sbagliata: sì, è un errore del professionista, e capita — come capita di andare da un medico, un nutrizionista o un personal trainer e non avere risultati per mesi. Si risolve con il feedback ravvicinato: una variabile alla volta, un esercizio, riscontro dopo tre giorni.

Sul "troppo ovvie" — qui la domanda non è la domanda:

Sono ovvie per chi? Sono ovvie per te, che le stai studiando. Per il cliente che non le ha mai fatte — anche per il milionario — non lo sono affatto.

Per me i benefici della fotobiomodulazione sono ovvi. Ma su 2.000 persone che vedono le mie storie, 1.990 pensano che sono un alieno che si mette davanti a una luce rossa.

E il corollario importante:

Ai clienti la vita gliela cambi con le cose semplici e fattibili, non dicendogli di comprarsi una camera iperbarica da 40.000 euro. Le cose più potenti sono quelle facili da fare, gratis e ben protocollate.

Sul rischio che non ascolti: se ha pagato, qualcosa gli interessa. Il rischio esiste solo se gli dici cose che non c'entrano con il suo problema. Se è venuto per il sonno, tutto ciò che dici sul sonno gli interessa — purché sia contestualizzato nel suo ambito di vita e spiegato in modo che i processi biologici risultino comprensibili.

La leva operativa: il feedback come strumento di consapevolezza.

Digli: ogni mattina, dopo la respirazione, mi mandi un messaggio e mi dici come stai.

Quando è obbligato a mandarti il messaggio, è obbligato a fermarsi e mettere la testa su quello che ha appena fatto. Non è più "devo fare 5 minuti di respirazione": è chiedersi come mi sento, perché lo deve dire al suo bio hacker. Un conto è farla e riprendere la giornata, un conto è farla e doverla raccontare.

L'aneddoto della palestra — perché i suoi clienti erano i più resilienti:

Gli altri trainer facevano tutto correttamente: insegnavano l'esercizio, correggevano la postura. Ma dicevano "fai dieci ripetizioni per tre serie, quando hai finito vieni a chiamarmi"senza spiegare perché.

Il cliente la prima volta è motivato e lo fa. La seconda anche. La terza comincia a sentirsi cretino, perché vede uno che fa su e giù di là, un altro che fa avanti e indietro, e non sa perché sta facendo quella roba.

Il mio cliente invece sapeva che quel sollevamento gli attivava la parte clavicolare, gli allungava il pettorale, gli migliorava la postura — che era il motivo per cui era venuto. E quindi non si sentiva un cretino a farlo.

La conclusione che chiude il cerchio con la motivazione:

Se gli spieghi il perché delle cose, solo così la persona sarà portata a farle nel cronico. E attenzione: non devi dirgli il perché — lui lo deve capire. Sono due cose diverse.

E se non parli la stessa lingua di quel cliente, lo perdi per strada.

Due note aggiuntive:

Dispositivi di stimolazione vagale

Risposta data per esperienza indiretta (clienti e colleghi), non personale.

Dispositivo Formato Uso
Pulsetto Si indossa sul collo con un po' di gel Stimolazione del nervo vago. Tutti riscontrano incremento dell'HRV; un cliente su sei riferisce fastidio dal gel
Sensate Oggetto di 6-8 cm con pendaglio, appoggiato sullo sterno Da usare distesi, durante respirazione, meditazione o pisolino. Impulsi selezionabili via app, per stimolare il nervo vago a rilassarsi su certe frequenze
Apollo Neuro Braccialetto tipo Whoop Emette piccole vibrazioni/scosse

Riscontri riportati: miglioramenti di HRV, umore e sonno.

Il bulletproof coffee

Come è nato: dal trend di chi voleva abbassare i carboidrati senza digiunare, introducendo qualcosa che desse la pienezza di un pasto ma fatto solo di grassi, per non interrompere il digiuno dei carboidrati. Sono ~300 kcal — quante un cappuccino e brioche (che però sono un mix di carboidrati e grassi).

Perché funziona sul cervello: la caffeina emulsionata alle catene grasse crea una sinergia che favorisce il passaggio della barriera ematoencefalica, con un effetto simile a quello dei chetoni. Merito soprattutto degli MCT (trigliceridi a catena media) e della caffeina, che è fra le molecole in grado di attraversare quella barriera.

Versione base

Ingrediente Quantità
Caffè americano (lungo) 200-250 ml
Ghi (burro chiarificato) 1 cucchiaio, ~10 g
Olio di cocco 1 cucchiaio, ~10 g

Avvertenza seria per i principianti: non partire con un cucchiaio intero di olio di cocco. "Vi fa motilità intestinale nel giro di tre minuti." Si comincia con un cucchiaino e si sale gradualmente fino a due cucchiai.

Versione "talebana" (la ricetta originale)

Ingrediente Quantità / specifica
Caffè 20-25 g di chicchi, solo arabica di alta qualità (meno effetto tachicardico, lavora di più sul cervello)
Acqua 200-250 ml
Ghi 1 cucchiaio
Olio MCT 2 cucchiai (non olio di cocco)

Perché MCT e non cocco: l'olio di cocco contiene acidi grassi a catena corta, media e lunga (C6, C8, C10, C12). L'olio MCT isola i trigliceridi a catena media, e in particolare il C8 (acido caprilico) — il più efficace sulla risposta cerebrale e il più stabile. Inoltre l'MCT è inodore e insapore, mentre il cocco pesa.

Il frullatore è obbligatorio — non il frullino da tazzina: le lame spezzano le catene di acidi grassi e le molecole di caffeina, aumentando il passaggio della barriera ematoencefalica. E il sapore diventa migliore di un cappuccino.

Quando ha senso e quando no

Nota di mercato: in Italia non ha mai davvero attecchito — "l'italiano è affezionato a cappuccino e brioche", e gli ingredienti costano.

Applicazioni pratiche

Con il cliente che non dimagrisce

  1. Fagli registrare le calorie per due settimane con un'app: quasi certamente non ha la percezione reale.
  2. Conta l'alcol: 7 kcal/g, ~100-120 kcal a calice. Fagli fare il conto lui.
  3. Smonta l'idea che il digiuno faccia dimagrire, e soprattutto quella del digiuno punitivo dopo gli eccessi.
  4. Ridistribuisci i pasti in modo che percepisca di mangiare di più, e ottieni il deficit togliendo un pasto 2-3 volte a settimana. Concorda con la nutrizionista.
  5. Se è stressato con HRV in calo, sospendi il digiuno: sta aggiungendo stress.
  6. Verifica dal vivo, se puoi, come si allena davvero.
  7. Ragiona sul bilancio settimanale, non giornaliero.

Sulla motivazione

  1. Fai ottenere i primi risultati presto, finché la fiamma iniziale arde.
  2. Spacchetta in micro-obiettivi. Passi mai più lunghi di quanto sappia fare.
  3. Punta a cronicizzare: ogni passo deve diventare routine prima del successivo.
  4. Fai capire, esplicitamente, che il cambiamento è per sempre — non una parentesi.
  5. Accetta che alcuni li perderai. Fai l'autoanalisi e vai avanti.

Sulla comunicazione delle pratiche

  1. Spiega sempre il perché, e verifica che l'abbia capito — non che tu gliel'abbia detto.
  2. Contestualizza nella sua vita, con linguaggio semplice.
  3. Una pratica alla volta, feedback dopo tre giorni.
  4. Chiedi il messaggio quotidiano dopo la pratica: è lo strumento di consapevolezza, non un controllo.
  5. Parti dalle cose facili, gratis e ben protocollate — anche (soprattutto) con chi si aspetta l'iperbarica.
  6. Rimanda la meditazione con i clienti chiusi.

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Perché il digiuno non fa dimagrire? E perché il digiuno "punitivo" è controproducente sul piano ormonale?
  2. Quante calorie ha un grammo di alcol e quante un calice di vino rosso? Con che cosa è comparabile una serata di tre-quattro bicchieri?
  3. Su quale arco temporale andrebbe letto il bilancio calorico, e su quale si ragiona in pratica? Perché?
  4. Cosa significa "non potrai mai allenarti più di quello che mangi"?
  5. In cosa consiste la "bugia bianca" proposta per il caso studio? Perché funziona meglio di una dieta dichiaratamente ipocalorica?
  6. Perché in questo caso specifico si consiglia di sospendere il digiuno?
  7. Elenca almeno cinque risposte dell'aula alla domanda sulla motivazione.
  8. Qual è la risposta di Tony, e perché è "la parte brutta"?
  9. Cos'è "la chiave del fallimento" nel modo in cui i clienti vedono il percorso?
  10. Cosa significa che il percorso è un cambio di identità? Come si formula al cliente?
  11. Cosa vuol dire "ha senso ciò che riusciamo a cronicizzare"?
  12. Perché una pratica "ovvia" non è ovvia? Fai un esempio dalla sessione.
  13. Qual è la funzione reale del messaggio quotidiano richiesto al cliente dopo la pratica?
  14. Racconta l'aneddoto della palestra e spiega perché i clienti "si sentivano cretini".
  15. Qual è la differenza fra dire il perché e far capire il perché?
  16. Perché la meditazione è la pratica più difficile da proporre?
  17. Come funziona il bulletproof coffee a livello fisiologico?
  18. Qual è la ricetta originale? Perché MCT e non olio di cocco, e perché il frullatore?
  19. Quando non ha senso bere il bulletproof coffee?
  20. Che avvertenza va data a chi lo prova per la prima volta?

Spunti di approfondimento