La sessione si apre su un attrezzo — i cuscini instabili Waff — e finisce sul tema più immateriale che si possa immaginare: come le emozioni non gestite si scaricano sul corpo. In mezzo, Daniela Nuti risponde a una decina di domande molto concrete (foto-biomodulazione sul viso, pasto d'emergenza, adipe localizzato e ritenzione, vene varicose in chi lavora in piedi, artrite reumatoide in una signora di 86 anni, apnee notturne, vitamina D3 e K2 MK-7) e propone infine un caso studio su una maratoneta di alto livello. Il filo che tiene insieme materiali così diversi è dichiarato più volte: ogni persona ha il suo protocollo, e il protocollo si costruisce ascoltando.
Il primo blocco della sessione mostra come Daniela lavora sulla sedentarietà — quella dichiarata di chi sta ore alla scrivania, ma anche quella nascosta di chi si muove poco e male. La leva che privilegia non è il volume di lavoro cardiovascolare, ma la propriocezione: allenare su superficie instabile obbliga i recettori meccanosensoriali a dialogare con il cervello, che a sua volta recluta la muscolatura profonda che nella vita quotidiana non usiamo mai, perché camminiamo sempre su terreni stabili.
Quando noi ci alleniamo non è solo un discorso di sistema nervoso centrale che coordina il movimento: su una superficie instabile i recettori meccanosensori si attivano, mandano il segnale al cervello, e il cervello recluta il muscolo profondo. Per questo si chiama allenamento neuromuscolare.
Il secondo blocco raccoglie le domande di chi affianca familiari o clienti fragili: cosa dare, cosa non dare, dove si ferma il biohacker. Qui la risposta di Daniela è sempre a due tempi — un'indicazione di stile di vita che le compete (alimentazione, esercizio, luce rossa, respirazione) e un rinvio esplicito al medico per tutto ciò che è farmaco, prescrizione o interazione, con la raccomandazione di informarsi sempre su come un integratore possa interferire con la terapia in corso.
Il terzo blocco è il caso studio, e ribalta la prospettiva: un sintomo intestinale violento, con esami e microbiota sostanzialmente puliti, che si presenta solo il giorno della gara. La discussione d'aula, arricchita dall'intervento di una psicoterapeuta con quarant'anni di clinica sportiva, porta a riconoscere un'ansia da prestazione e a chiedersi che cosa ci sia sotto. La conclusione è il messaggio più ripetuto della sessione: si può gestire soltanto ciò che si conosce.
Non gestisco ciò che non conosco. Io gestisco ciò che conosco, e ciò che misuro è migliorabile.
Sessione condotta da Daniela Nuti, in collegamento online con un gruppo di partecipanti del Biohacking Campus. Daniela è formatrice sul metodo Waff in Italia (con studio a Bologna) e lavora con clienti in tre paesi — Italia, Romania e Svizzera — svolgendo circa il novanta per cento dell'attività a distanza, ma pretendendo sempre un primo incontro in presenza di quasi due ore, dedicato alle misurazioni.
Il formato è quello classico del Q&A: prima le domande libere dall'aula, sia al microfono che scritte in chat (lette da Andrea, perché Daniela era collegata dal cellulare e non voleva rischiare di far cadere la linea), poi un caso studio proposto da lei e discusso collettivamente. Le domande arrivano da professionisti in formazione e da persone che portano il proprio caso personale o quello di familiari: questo spiega la varietà dei temi e il fatto che alcune risposte siano dichiaratamente esperienziali. Daniela lo precisa più volte: racconta ciò che usa lei e ciò che ha visto funzionare, invitando ciascuno a sentirsi libero di scegliere.
La sessione parte dalla richiesta di ripetere la spiegazione sui cuscini, perché una parte del collegamento iniziale era andata persa. Si tratta di cuscini ad aria ergonomici, nati dall'anatomia umana e sviluppati dall'osteopata francese Fabrice Gauthier — che lavora con atleti di vertice a livello mondiale — insieme a Dominique Suarez, presidente di Waff.
Il razionale è quello dell'instabilità: essendo molto più instabili di attrezzi analoghi, i cuscini obbligano il corpo a lavorare con la catena cinetica profonda, attraverso l'attivazione dei recettori meccanosensoriali e il reclutamento della muscolatura profonda. Da qui la resa che Daniela riporta dalla propria esperienza:
Trenta minuti di Waff equivalgono, da un punto di vista muscolare, a un'ora di palestra, ma senza consumare la parte osteoarticolare: in poco tempo abbiamo molta resa e attiviamo i muscoli profondi che di solito non utilizziamo mai.
Gli esempi applicativi coprono tutto l'arco delle età e delle condizioni. Una triatleta di Ironman cadeva sistematicamente dalla bicicletta in gara — mai in allenamento, dove pure copriva 180 chilometri — tra il settantesimo e il centesimo chilometro: dopo due-tre mesi di lavoro, soprattutto con i mini Waff (la misura più piccola delle tre, quella che Daniela usa di più, perché l'onda propriocettiva si propaga fino ai distretti superiori), la stabilità è migliorata sensibilmente insieme alla padronanza del proprio corpo. Con le persone over 60-65 il lavoro si concentra sui muscoli tibiali, definiti "anti-caduta": è un dato che Daniela sottolinea con forza, perché dopo i 65 anni una quota altissima delle cadute — cita l'ordine dell'80-85 per cento — evolve male, non per la caduta in sé ma per le complicanze successive. Nel periodo del lockdown l'azienda ha fornito ottocento cuscini ai dipendenti di una grande multinazionale, proprio perché stare seduti su un Waff raddrizza la postura e attiva i micro-muscoli che ammortizzano tra le vertebre: chi lavora molte ore da seduto ne trae un beneficio diretto.
Sul piano organizzativo: il corso di primo livello per trainer si tiene a Bologna e dura circa cinque ore, di cui un'ora e mezza-due di teoria e il resto interamente pratico, perché l'obiettivo è consegnare gli esercizi chiave e la capacità di costruire programmi su misura. Il percorso per i clienti, invece, prevede un'ora di allenamento guidato, dopo la quale la persona porta a casa tre o quattro esercizi da ripetere un quarto d'ora al giorno fino all'incontro successivo.
Rosa chiede se, usando la lampada sul viso, la pelle vada semplicemente detersa o se si possano applicare creme idratanti, sieri o protezione solare, e cosa fare dopo il trattamento. La risposta è netta e motivata sulla prudenza: niente creme, nemmeno naturali.
Non sappiamo mai come la pelle possa reagire già alla foto-biomodulazione: è di per sé un lavoro importante. La crema a volte fa da schermo, e questo non va bene; a volte può creare reazioni. Con la pelle pulita, ben detersa, preferisco fare la foto-biomodulazione.
L'unica cosa che Daniela concede prima della seduta è l'acqua termale (cita l'acqua Avène da farmacia), nebulizzata con uno spray a molecole molto fini e lasciata asciugare due minuti prima di accendere la lampada. La stessa spruzzata la usa anche la sera, prima di andare a letto.
Sempre Rosa porta un problema molto pratico: tra impegni di lavoro e nipoti, capita di trovarsi fuori casa senza aver preparato il pasto, con fame vera e la sola alternativa di un pezzo di pizza o un pacchetto di biscotti. Daniela riconosce la domanda come una delle più frequenti che le vengano poste, e prima di rispondere chiede una precisazione decisiva: quante volte al mese succede. Sentito che si tratta di una o due volte, la risposta cambia registro — «pensavo fosse una quotidianità» — perché un'eccezione occasionale si gestisce diversamente da un'abitudine.
Le opzioni, in ordine di preferenza:
Quello che resta escluso è la scorciatoia dei carboidrati da spuntino: biscotti e simili saziano male e lasciano stanchezza a distanza di poco tempo.
Matteo, ventidue anni, universitario da qualche mese, descrive un corpo di conformazione ginoide — l'adipe si concentra su cosce e fianchi e da lì «non si scioglie» — e chiede come intervenire. Si allena a calcio due volte a settimana più la partita del fine settimana, ha aggiunto da qualche mese una passeggiata mattutina di trenta-quaranta minuti ma non con costanza, e ora deve sospendere per un problema al ginocchio.
Daniela procede per anamnesi, esattamente come raccomanda di fare: chiede cosa faccia durante l'anno, se cammini o corra oltre al calcio, se abbia altri allenamenti (Matteo cita lavoro a corpo libero con elastici e TRX, poi interrotto), se percepisca ritenzione idrica, quanti anni abbia, quanto stress abbia in generale. Le indicazioni che ne derivano:
Il passaggio più interessante è però quello sul valore dell'allenamento propriocettivo come strumento di rientro nel corpo. Daniela racconta di manager e medici molto stressati che sul cuscino instabile non riescono a pensare ad altro, pena la perdita dell'equilibrio, e di miglioramenti osservati anche su concentrazione e focus.
Quando vedo gente che va in palestra e guarda un film mentre si allena — con rispetto, ci mancherebbe, piuttosto che niente — penso che non è lì con la mente, non è lì col suo corpo. Il dialogo col nostro corpo è fondamentale.
Matteo racconta poi il trauma al ginocchio — un crac udito distintamente, una risonanza magnetica che ha evidenziato un edema all'interno dell'osso — e riferisce che gli sono state proposte alcune infiltrazioni, che vorrebbe evitare. Daniela chiede subito con che cosa siano le infiltrazioni e da quanto tempo risalga l'infortunio, e su questa base distingue:
Sui dispositivi locali fornisce anche il razionale di profondità: si lavora su tre livelli, il primo sugli strati superficiali del derma, il secondo fino a circa tre centimetri per i traumi più esterni, il terzo fino a cinque-sei e anche otto centimetri, quindi molto in profondità. Il vantaggio pratico rispetto ai pannelli grandi è l'applicabilità puntuale su gomito, spalla, ginocchio, con un costo dell'ordine di quattro-cinquecento euro invece delle migliaia di un pannello a parete.
Domanda arrivata dalla chat: la persona non si allena, sta molto tempo in piedi per lavoro, e da poco ha iniziato a curare l'alimentazione riducendo carboidrati e glutine. Daniela conferma che l'intervento alimentare è un buon inizio, «ma non basta»: sulle vene varicose l'attività fisica è determinante. Le indicazioni sono minime e ripetibili durante la giornata di lavoro:
L'alimentazione e lo sport sono, come biohacker, le prime due cose che possiamo consigliare.
La risposta alla domanda diretta è un sì senza riserve: la foto-biomodulazione si può fare tutti i giorni. Daniela aggiunge poi un supporto che dice di usare abitualmente, un integratore di un'azienda americana presente anche in Italia (compitato come Curcudyn Forte) a base di curcuma, boswellia — resina antinfiammatoria per eccellenza — e un po' di zenzero, in formula micellare e quindi biodisponibile, assorbita a livello intestinale. Posologia riferita: una capsula al giorno durante i pasti. Abbinato alla foto-biomodulazione, dichiara di vedere risultati entro sei-sette giorni.
La parte più importante della risposta è però il richiamo all'alimentazione, che segue da una premessa fisiopatologica:
L'artrite reumatoide è una malattia autoimmune: dove ci giochiamo la partita? Nell'intestino. Il sistema immunitario è nell'intestino per la maggior parte, e l'impatto sulle malattie autoimmuni proviene molto da ciò che ingeriamo.
Da qui le regole di base per una persona di quell'età: bere acqua a sufficienza (per lei un litro e mezzo può bastare), mangiare verdure e soprattutto iniziare il pasto con le verdure — un'insalata fresca, un po' di verdura bollita. L'obiettivo dichiarato è migliorare la qualità di vita di persone che convivono con molti dolori.
Una domanda in chat chiede come migliorare le apnee notturne; una seconda partecipante, Anna, dice di soffrirne da anni, di non aver mai fatto indagini e di aver scoperto tramite un'app le interruzioni del respiro durante la notte. La prima cosa che Daniela le chiede è come respiri di giorno, e alla risposta «normale» replica raccontando la propria esperienza: vent'anni di agonismo con una respirazione disfunzionale, e record ottenuti nonostante quella.
Non sappiamo respirare, ed ecco perché ho apnee: queste sono conseguenze di anni e anni di respirare male.
Il dato che riporta è impressionante — una quota dell'ordine dell'80-85 per cento della popolazione con respirazione disfunzionale — e la linea di intervento è coerente: lavorare su vari tipi di respirazione per prevenire, perché le apnee notturne sono una conseguenza, come oggi la letteratura tende a riconoscere. Annuncia inoltre che nel percorso del Campus interverrà come docente il suo mentore sul respiro, Leonardo Pelagotti, con tre sessioni, e rimanda intanto al materiale gratuito disponibile online. Suggerisce infine due misurazioni per capire come si respira: il BOLT, cioè quanto si riesce a restare in apnea senza sforzo, e l'MBT, quanto si riesce a tenere l'apnea sforzando.
La domanda, già posta anche a Tony in altre sessioni, riguarda l'abbinamento classico D3 + K2 MK-7 in persone di una certa età che assumono cardioaspirina: la K2 è consigliabile o no, considerato l'effetto sulla fluidificazione del sangue e la scarsità di studi dedicati?
Daniela mette in fila i piani. Premessa: la vitamina D si dà sempre in base alle analisi del sangue, che il medico prescrive e che il biohacker può soltanto leggere — passaggio importante per capire quanto spesso i valori siano insufficienti. Poi la gerarchia delle priorità: la vitamina D va data quando manca, perché è un paraormone di importanza vitale con due ruoli che lei sottolinea, antidepressivo e antinfiammatorio.
La K2, se c'è la cardioaspirina, non andrei a darla: non aggiungerei troppa roba. Ciò che resta fondamentale è la vitamina D.
La K2 MK-7 resta indicata nei soggetti più giovani che non assumono altro; e in un caso portato dall'aula — colesterolo alto ma nessuna cardioaspirina — la risposta è che si può dare tranquillamente. La regola generale che ne ricava vale ben oltre questo caso specifico:
Dei farmaci che le persone prendono interessatevi sempre un po', perché anche un integratore può andare in contrasto, come in questo caso la K2 con la cardioaspirina. Non sono studi scientifici, non è qualcosa di già scritto, ma io starei attenta: è meglio stare attenti.
Sulla forma di vitamina D riferisce la propria preferenza personale — un film orodispersibile da 2000 unità di un'azienda svizzera oggi disponibile anche in Italia (compitata lettera per lettera come I-B-S-A) — motivandola con l'assorbimento diretto dalla mucosa orale al sangue, senza ingerire oli e senza caricare il fegato. Aggiunge due osservazioni: la integra anche in estate, perché parte da un valore intorno a 55 e vuole arrivare a 80, «non troppo, il giusto»; e ricorda che chi si espone al sole con protezioni 40-50 non sintetizza vitamina D, il che rende l'esame ancora più necessario per capire quanto integrare.
Il caso è questo. Un'atleta intorno ai 25 anni, maratona di alto livello, prima delle gare presenta un disturbo intestinale vero e proprio — non un bisogno di urinare — che la costringe ad allontanarsi dalla linea di partenza, a volte già dalla batteria, con il rischio di partire in ritardo. L'impatto è fisico, psicologico ed emotivo insieme.
L'aula lavora per ipotesi, e Daniela distribuisce gli elementi mancanti man mano che vengono richiesti — un modo pratico per insegnare che il caso si costruisce con le domande:
Il contributo che sposta il piano della discussione arriva da Rosa Maria, in pensione da tre anni dopo oltre quarant'anni come psicologa e psicoterapeuta, con esperienza anche presso un centro sportivo romano frequentato da atleti:
Non credo che una persona con un sintomo così forte abbia un problema solo rispetto alla gara. Credo che sia coinvolto qualcosa di più nella sua sfera emotiva. Farei dei colloqui di approfondimento — non dico di psicoterapia, è una parola impegnativa — con uno psicologo psicoterapeuta preparato nell'ambito sportivo: ho l'impressione che quello sia il sintomo di qualcosa di più profondo, che ha ripercussioni anche in altri aspetti della sua vita, ma che qui si esprime nel modo più eclatante.
Daniela condivide pienamente: parla di una componente psicosomatica più profonda, di una possibile paura della prestazione collegata a livello inconscio a qualcosa di antico. Un altro partecipante porta due paralleli personali — l'agitazione prima degli esami, gli attacchi di ansia ai primi concerti, superati con l'esperienza — e pone la domanda giusta: se una persona è preparata, da dove arriva quell'agitazione? La lettura condivisa è quella dell'ansia da prestazione: l'atleta si allena tantissimo, quindi non è la preparazione che manca; il "dover far bene" può affondare le radici altrove, nelle aspettative dei genitori o di altri.
Un'ipotesi viene invece esclusa dopo verifica: non è un attacco di panico, perché il sintomo si esaurisce nel momento in cui la gara parte, e da lì l'atleta corre — non con i suoi tempi migliori, ma corre.
Fra le domande e il caso studio, Daniela inserisce quella che chiama una "pillola" per il Campus, raccogliendo l'intervento di Andrea sull'importanza dell'ascolto non solo mentre si è in palestra ma sempre. Il ragionamento è a due gambe. La prima è che il professionista deve essere l'esempio:
Così come noi dialoghiamo con il nostro corpo, saremo in grado di dialogare col corpo degli altri. È matematico: non riesco a comprendere l'altro se non comprendo me stesso.
La seconda è la conseguenza operativa di quell'ascolto, che è la personalizzazione. Nessuno di noi risponde a un protocollo standardizzato, perché l'essere umano è la cosa più complessa che conosciamo: la differenza rispetto ai protocolli clinici è proprio la costruzione di percorsi individuali. L'esempio che porta è il semi-digiuno: una pratica che va bene, ma non per tutti e non in ogni momento. Mettere a semi-digiuno una persona in iper-simpaticotonia — con uno stress index ortosimpatico molto elevato — senza aver prima lavorato con tecniche di respirazione e senza averla messa nelle condizioni di riuscirci significa peggiorare la situazione, non farcela e produrre frustrazione, cioè un risultato peggiore del punto di partenza.
Nella chiusura Daniela porta questo discorso alle sue conseguenze estreme, avvertendo lei stessa di essere volutamente "eclatante". Cita gli shock biologici descritti da Hamer, l'aforisma di Jim Rohn secondo cui non è il problema in sé ma il modo in cui lo si vive, il caso di Enzo Tortora raccontato nel libro della figlia, i tumori che alcuni chiamano "della depressione", e un libro portato da una partecipante sulla vicenda di tre medici che si ritrovano dalla parte del paziente. Il punto non è stabilire nessi causali, ma difendere una pratica quotidiana:
Ecco perché torno sempre a dire respirazione e meditazione: è così che mi proteggo io ogni giorno. Altrimenti siamo travolti come da onde immense, e onda dopo onda si fa fatica a rialzarsi.
Contro la sedentarietà, con poco tempo
Su ritenzione, adipe localizzato e stress
Su luce rossa e foto-biomodulazione
In emergenza alimentare
Sui confini del ruolo