In sintesi

La sessione parte da un problema molto concreto — la reportistica mensile che il produttore di un dispositivo indossabile ha rimosso dal portale professionale — e finisce per diventare una lezione sul rapporto di forza fra professionista e cliente. Il filo che tiene insieme tutto è uno: senza dato non si lavora, e quando il dato manca (perché lo strumento non lo espone più, perché il cliente rifiuta le analisi, perché indossa l'orologio solo mentre si allena) il biohacker resta a fare ipotesi, cioè esattamente ciò che non deve fare.

Nella prima parte Tony mostra a schermo un vecchio monthly assessment del dispositivo — fasi del sonno, debito di sonno, strain settimanale e medio, tempo nelle zone di frequenza cardiaca, distribuzione dello strain nel tempo, andamento del recovery su dodici mesi, indicatore di overreaching, adattamento di HRV e frequenza cardiaca a riposo — e spiega che quella vista d'insieme, per chi fa lettura e interpretazione del dato, faceva la differenza.

Chiaro che all'utente privato, che lo usa per il proprio benessere, non gliene importa niente: l'utente medio guarda se la sleep performance è 90 o 70, se ha dormito bene o male, se ha recuperato bene o male. Per il professionista questo faceva la differenza, e non c'è più.

Da lì la sessione scivola sui casi portati dall'aula, e su ciascuno Tony ripete la stessa correzione con angoli diversi. Sul test urinario: un valore isolato non dice nulla, conta la ripetizione a variabili costanti. Su una persona con svenimenti di causa ignota: non è un cliente da prendere in mano, si dichiara il limite di competenza. Sull'atleta della nazionale che si allena sette giorni su sette: il protocollo più elegante del mondo non serve se il cliente non ha ancora capito di non stare ottenendo i risultati che vuole.

Prima dell'efficacia c'è la comprensione. Io lo so che tu le sai, queste cose, ma le deve capire lui.

Il finale è una gerarchia delle priorità del recupero — sonno, alimentazione e idratazione, recupero attivo, e solo all'ultimo posto i dispositivi — accompagnata da una dichiarazione di conflitto d'interesse esplicita: Tony ricorda di avere un interesse economico a vendere una lampada di foto-biomodulazione e proprio per questo spiega perché non la venderebbe a un atleta che dorme male.

Contesto

Sessione condotta da Tony Manfron, una ventina di partecipanti collegati, nelle settimane immediatamente successive agli esami: periodo in cui — Tony lo dice apertamente — i casi studio depositati nel gruppo sono pochi e la lezione si costruisce in diretta. L'invito iniziale è quindi ad accendere le telecamere e a portare a voce domande, temi o casi non ancora scritti; se non arriva nulla, Tony si offre di inventare un caso e risolverlo in aula.

Ne emergono quattro casi discussi, tre portati dai partecipanti e uno usato da Tony come esempio dai propri archivi. I nomi dei partecipanti compaiono nell'audio in modo frammentario e la trascrizione automatica li attribuisce in modo non sempre coerente: in questa guida i casi sono riferiti genericamente a «un partecipante» o «una partecipante», tranne dove l'attribuzione è confermata da Tony stesso.

Una nota terminologica importante. Il titolo della lezione sulla piattaforma nomina un marchio commerciale di anello/fascia da polso, ma nell'audio quel nome è pronunciato in forma deformata e la trascrizione lo rende come «vup» o «bub»: in questa guida si parla quindi di dispositivo indossabile senza attribuirgli un marchio. Restano invece riconoscibili altri nomi citati (Garmin, Ultrahuman, Oura, il test a strip urinarie Vivoo, un'app di misurazione dell'HRV resa come «HRV4Training»), riportati così come si sentono.

Le domande affrontate

Dove è finita la reportistica mensile del dispositivo indossabile?

La prima domanda arriva da chi, seguendo un cliente, riesce a scaricare dal portale soltanto fogli di calcolo: una tabella di numeri praticamente indecifrabile, una con quanto la persona ha inserito a mano (abitudini alimentari, se ha fatto sport e a che ora) e due sul sonno con le ore dormite. Nelle lezioni sui devices, però, si diceva che bastava entrare con le credenziali del cliente e scaricare un report già interpretato.

Tony conferma che il problema non è dell'operatore: quella funzione non c'è più. Prima si apriva il profilo del cliente e, cliccando sul nome o dal menu a tendina laterale, si trovavano le voci di reportistica settimanale, mensile e trimestrale, scaricabili in PDF. Da quando è uscita la nuova versione del dispositivo quelle voci sono scomparse, e la cosa è stata motivo di discussione interna anche fra i docenti, perché mette in difficoltà chi lavora sui dati dei clienti.

Non ti so rispondere: o semplicemente stanno rivedendo l'applicazione e il portale, e allora ritornerà, oppure siamo davanti a un cambiamento aziendale abbastanza pesante. Era molto utile ed è compromettente il fatto che non ci sia più.

L'unica indicazione operativa, per ora, è lavorare a mano, ricostruendo la panoramica dall'app. Tony aggiunge che ha intenzione di provare a ricavare comunque una reportistica comune da condividere.

Cosa mostrava il monthly assessment e perché serviva

Per far capire di cosa si stia parlando, Tony recupera dai propri archivi un assessment mensile di un cliente (dicembre 2024) e lo condivide a schermo. Il documento riprendeva le stesse informazioni dell'app, ma con una grafica più leggibile e comprensiva:

Vale la pena tenere separate le grandezze che qui convivono nella stessa pagina. HRV e frequenza cardiaca a riposo sono parametri fisiologici misurati; le percentuali delle fasi del sonno sono una stima algoritmica; strain, recovery, «sleep performance» e l'indice di overreaching sono invece punteggi su scala proprietaria, costruiti dal produttore con formule non pubbliche. Non sono grandezze fisiologiche e non sono confrontabili con i punteggi di un altro dispositivo: la sessione lo mostra indirettamente quando si discute di quale strumento far indossare all'atleta, perché cambiare marchio significa cambiare scala.

Il punto che Tony sottolinea è l'orizzonte temporale. Il singolo giorno non si guarda quasi mai; la settimana singola si guarda al massimo nell'atleta impegnato in un carico particolare; l'unità minima di lettura è il mese, meglio ancora il trimestre o il semestre, perché — come ripete — quello che conta è ciò che si fa nel cronico.

Perché nell'HRV mancano le very low e ultra low frequencies

Una coda della settimana precedente. Alla domanda su perché nel dispositivo non si trovino le bande VLF (very low frequencies) e ULF (ultra low frequencies) dell'analisi in frequenza dell'HRV, il produttore ha risposto nel gruppo che, poiché in generale gli utenti effettuano rilevazioni inferiori ai cinque minuti, vengono riportate soltanto le low frequencies.

Il caso lampo: il pensionato che dopo un anno non migliorava

Tony usa l'assessment aperto a schermo per raccontare un caso che gli era stato passato da altri biohacker del gruppo: una persona pensionata che, dopo un anno di percorso, continuava a non migliorare. L'assessment mensile rendeva la diagnosi immediata: strain sempre eccessivo, anche nelle fasi in cui il carico era in leggero calo, e recovery costantemente sul giallo e sul rosso. Nessun recupero, in modo continuativo.

Lo vedi qua: è in overreaching completo, totale, continuativo. Come fa a recuperare? Questo significa che molto probabilmente questa persona sta entrando in una fase di overtraining.

Il profilo comportamentale è quello del soggetto che non riesce a stare fermo — «se gli leghi le mani e i piedi comincia a camminare con la lingua». Nel suo caso, aggiunge Tony, l'adattamento dell'HRV non c'era: in un atleta ben gestito si vedrebbe invece un miglioramento nel tempo sia dell'HRV sia della frequenza cardiaca a riposo, ed è proprio questa lettura longitudinale che il portale non permette più.

Strip urinarie: perché due strumenti danno letture opposte sul magnesio

Un partecipante segnala una contraddizione: il test a strip urinarie gli dà il magnesio troppo alto, mentre un secondo strumento di analisi (reso nella trascrizione come «SoCheck», nome di cui la trascrizione non consente conferma) lo dà piuttosto basso.

La risposta di Tony non entra nel merito del valore, ma nel timing della rilevazione. Il magnesio in eccesso viene eliminato per via urinaria: se si integra al mattino e si urina un'ora o due dopo, è molto probabile che la strip rilevi un eccesso, perché sta misurando ciò che il corpo sta eliminando. Simmetricamente, va chiesto da quante ore la persona non integrava quando ha fatto l'altro esame.

Anche se è uno strip che sembra quasi un gioco, non va preso come un gioco: va preso come un esame delle urine vero e proprio. La prima pipì del mattino è quella che fa testo — prima di bere, prima di integrare, prima di mangiare, prima di qualsiasi cosa.

Il protocollo che ne deriva: al risveglio, scartando il primo getto e usando la seconda parte della minzione. Nel caso specifico il test era stato fatto a metà mattina, e questo basta a rendere il valore poco attendibile. Tony aggiunge che il secondo dispositivo è probabilmente più affidabile, ma non perché la strip non lo sia: la strip è semplicemente più sensibile al momento della giornata, all'integrazione, alla quantità di verdura mangiata, al tipo di acqua bevuta.

Da qui la regola generale, che è la vera risposta:

Dovremmo cercare di fare la stessa analisi nel tempo, sempre alla stessa distanza: un test una volta al mese, sempre nello stesso momento della giornata, rispettando la stessa dieta e le stesse condizioni. Lì vai a ridurre di molto le variabili.

Caso studio: magnesio elevato in chi non integra, urine acide, pochi liquidi

Il secondo caso — che Tony attribuisce poi esplicitamente a Roberto — riguarda una persona che non integra magnesio e tuttavia lo mostra sopra la norma sulla strip, con in più un'acidità più alta del previsto e un segnale di scarsi liquidi. L'anamnesi conferma la parte idrica e alimentare: la persona beve meno di quanto dovrebbe e mangia poca verdura, con una dieta orientata soprattutto a carboidrati e proteine.

L'ipotesi del partecipante. Poiché la persona beve poco e mangia cibi acidificanti, il corpo potrebbe richiamare magnesio dai tessuti per tamponare l'acidità, e questo spiegherebbe l'eccesso urinario in assenza di integrazione.

La correzione di Tony. L'ipotesi è ammessa come plausibile ma dichiarata, con onestà, «una roba così per parlare»: non c'è nulla che la sostenga. Prima di arrivare a un meccanismo del genere ci sono variabili molto più banali da chiudere, e ne indica alcune:

Gli approfondimenti che servirebbero. Un'analisi del microbiota e un'analisi del DNA, per capire se la persona è predisposta ad assimilare quel tipo di minerale o piuttosto a non trasportarlo correttamente.

Il muro. La persona ha rifiutato tutti i test. Qui Tony è netto e la risposta diventa una lezione sul limite del ruolo: chi non vuole fare le analisi può avere ragioni legittime — costo, paura di sapere, mancata comprensione dell'importanza — ma il rifiuto impedisce di capire da che parte andare.

Puoi essere un'educatrice, ma se dall'altra parte non hai un responso positivo puoi farci relativamente poco. Il dubbio ce lo terremo.

L'unica cosa costruttiva che resta è far ripetere la strip più volte nel tempo riducendo al minimo le variabili: sempre al risveglio, sempre nello stesso giorno della settimana, con una dieta standardizzata. La prima analisi, ricorda Tony, serve solo come punto di partenza; per farsi un'idea servono per esempio una misura al mese per tre mesi, o una a settimana per tre settimane. Chiede infine di riportare il caso nel gruppo la settimana successiva con gli screen dei parametri urinari.

Caso studio: svenimenti improvvisi senza causa nota — il limite di competenza

Una partecipante porta il caso di un giovane che non è ancora un suo cliente: persona molto emotiva, con difficoltà in famiglia, costantemente nervosa, soggetta a svenimenti improvvisi. Ha svolto accertamenti in ospedale e non è emerso nulla. La sua ipotesi è una forte attivazione del nervo vago come tentativo del corpo di riportarsi in equilibrio, con lo svenimento come esito.

Tony chiede subito se l'ipotesi abbia un fondamento, e alla risposta negativa fa la sua unica obiezione di metodo, che vale per tutta la sessione:

Noi non possiamo andare per intuito o per «secondo me», per quanto ci sia una buona intenzione dietro. Non possiamo andare per esclusione: dobbiamo avere qualcosa di concreto.

La conclusione operativa è che questo caso non lo prenderebbe in mano, e per due ragioni distinte che tiene separate con cura. La prima è di titolo: parla come operatore olistico, non come sanitario, e un medico potrebbe legittimamente entrare dove lui non entra. La seconda, che dichiara più importante, è di competenza: servono approfondimenti su cui non è competente, e non saprebbe nemmeno da dove cominciare, perché lo spettro delle cause possibili è enormemente ampio — cita a titolo di esempio, come cosa che non è in grado di escludere, anche una grave carenza di ferro.

Il consiglio è quindi che la persona completi gli accertamenti; quando il problema avrà un nome, si potrà eventualmente lavorare insieme. Tony riconosce che proporre esercizi di rilassamento o di respirazione può portare un giovamento e che verificare se ci sono miglioramenti è cosa diversa dal pretendere di risolvere, ma non ritiene che sia la soluzione giusta per un problema di cui non si conosce la natura. Aggiunge, per esperienza personale con un vecchio incidente, che è normale che le persone senza diagnosi «saltino di palo in frasca» suonando molti campanelli finché non trovano la porta che si apre: comprensibile, ma non un motivo per assumersi un caso fuori portata.

Caso studio: l'atleta della nazionale di canottaggio — l'anamnesi

Il caso principale, portato dalla stessa partecipante e riportato anche in chat. Si tratta di un atleta di alto livello, tesserato per la nazionale di canottaggio, che lei sta iniziando a seguire e che conosce da tempo. Il quadro di carico:

I segni riportati: assenza di energia e un tono dell'umore un po' depresso, nonostante quello sport sia il suo sogno. La partecipante lo definisce palesemente in overtraining e dichiara che il suo obiettivo è fargli capire l'importanza del recupero, non ridurre il carico, cosa su cui non ha voce.

I primi consigli già dati: esposizione al sole, respirazioni, crioterapia, tempo dedicato al recupero attivo e, in aggiunta, manovre fasciali e autotrattamenti, questi ultimi costruiti come protocollo insieme a un collaboratore.

Prima obiezione, minore ma significativa, di Tony: l'esposizione al sole difficilmente è ciò che manca a chi passa ogni mattina quaranta chilometri in barca.

Il monitoraggio assente e il file da compilare

L'atleta possiede un Garmin ma lo usa poco, e soprattutto solo durante l'allenamento: non vuole indossare nulla mentre si allena e ha provato senza successo a tenerlo di notte. La partecipante gli ha proposto un anello (cita Ultrahuman e Oura), e nel frattempo ha costruito un file da compilare settimana per settimana — protocollo delle respirazioni, crio, manovre fasciali, attività svolte — per avere almeno una traccia di ciò che fa.

Tony guarda il file, lo apprezza esplicitamente e invita gli altri a prenderne spunto. Poi lo demolisce:

A me piace molto, si può prendere spunto, ma non credo funzioni. Perché la gente apre quel file e dice: troppa roba. Il file è corretto ed è fatto bene, ma va bene da un certo punto in poi, su un cliente che ha raggiunto un certo livello di consapevolezza.

L'argomento non è la qualità del documento ma la distanza fra lo strumento e il cliente. Tony racconta di aver provato negli anni ogni formato — risposte aperte, crocette, online, offline, da stampare — e di sapere che perfino la sua tabella del sonno, quella «per bambini» (a che ora ti svegli, a che ora vai a dormire, a che ora hai mangiato la prima e l'ultima volta), tenuta per un mese risulta sfiancante: non perché sia complicata, ma perché la persona deve prendersi la briga di compilarla. Il cliente nuovo, che non sa nemmeno cosa significhi monitorare, di fronte a un file complesso alza le mani prima di cominciare. I clienti evoluti — quelli che seguono Tony e Massimo da anni, hanno già i dispositivi e lavorano sulle rifiniture — quel file lo compilano.

Il criterio di verifica proposto è empirico e non lusinghiero: testare. Se mandi il file ai tuoi clienti e nessuno lo compila, il file non funziona per loro e va semplificato. E la nota conclusiva rovescia un'assunzione implicita: non è detto che un atleta olimpico sia, per questo, pronto a compilare un documento del genere.

Chi decide? Il dato come strumento di persuasione

Al «lui non vuole monitorare» Tony risponde con la parte più dura della sessione, rivolta al ruolo professionale prima che al caso:

Il cliente non ti paga per fare quello che vuole lui: il cliente paga per fare quello che dici tu. L'unico problema è che se gli chiedi un salto troppo alto, quel cliente lo perdi.

Il «salto troppo alto» può essere imporre un dispositivo che non vuole, o pretendere la compilazione di un file che parla di respirazione Buteyko a chi non ha idea di cosa sia. Il compito è quindi doppio e apparentemente contraddittorio: educare e accompagnare da un lato, imporre dall'altro ciò che va fatto. Le tre strade che Tony metterebbe sul tavolo, dichiarandole tutte accettabili:

  1. ti fidi di me senza monitorare, e facciamo quello che dico;
  2. monitoriamo, ti dimostro col dato che quello che dico è concreto, e poi facciamo quello che dico;
  3. continui come adesso, con la consapevolezza di andare probabilmente incontro a infortuni, infiammazioni, uno stop di carriera forzato.

Sull'uso dell'orologio la posizione è senza sfumature:

«Il Garmin lo metto solo quando mi alleno» è sbagliato. Il Garmin te lo metti h24, perché abbiamo bisogno di capire cosa succede nelle ore successive all'allenamento, come gestisci lo stress, che livello di resilienza hai, come dormi la notte. Altrimenti non ti posso aiutare: non possiamo lavorare insieme.

Il compromesso che accetta è temporale, non concettuale: due settimane h24, o comunque qualche settimana, perché serve vedere una progressione. E se l'orologio è proprio inaccettabile, esiste una via di riserva: un'app di misurazione dell'HRV (nella trascrizione «HRV4Training»), con una misura ogni mattina. Non è lo stato dell'arte, ma dà un parametro — sempre a condizione di ridurre le variabili, cioè misurare ogni volta nello stesso momento e nella stessa posizione, non una volta al risveglio e una volta in piedi.

C'è infine il nodo psicologico del professionista, che Tony allarga a personal trainer, fisioterapisti e osteopati: la paura di perdere il cliente, tanto più forte in chi sta costruendo la propria professione e ha bisogno di quel reddito. Cedere per paura, avverte, svaluta la professionalità e non produce il risultato, perché senza dati e senza analisi il lavoro non si può fare bene. Il modo di dirlo può essere anche informale — l'esempio che porta è un «per due settimane il Garmin te lo tieni h24, perché mi serve capire» — ma il contenuto non è negoziabile.

Sette giorni su sette è un problema in sé?

Alla frase «purtroppo è la nazionale che decide gli allenamenti» Tony risponde riportando la propria esperienza di Ironman, con cifre che nella trascrizione oscillano — parla prima di circa 35 ore settimanali con un giorno di riposo, poi di 22-24 ore senza giorno di riposo — e che vanno quindi lette come ordini di grandezza, non come numeri esatti.

La conclusione, però, è chiara: allenarsi sette giorni su sette non è di per sé un errore. Dipende da come è gestito il carico allenante e da come sono strutturati i mesocicli, cioè da quanto carico e quanto scarico ci sono dentro un mese: non si può spingere sempre. Sulla mezza giornata di domenica Tony osserva che, se l'ultimo allenamento è la domenica mattina e il successivo il lunedì mattina, un giorno di riposo di fatto c'è; se sia sufficiente, non lo si può sapere senza dati, perché è questione soggettiva. Anche sull'utilità dell'accoppiata quaranta chilometri di barca al mattino più bici o circuiti HIIT al pomeriggio la domanda resta aperta — «gli serve tutta questa roba?» — ma è una domanda che va posta all'atleta e al suo preparatore, non risolta a distanza.

Il commento sui preparatori è severo e generalizzato: la logica del «potrebbe fare di più ma non si applica», tradotta in «per non sbagliare lo sotterro di lavoro».

Overreaching e overtraining: le tre sintomatologie da indagare

Qui arriva la correzione terminologica più importante della sessione, e va segnalato che la trascrizione automatica confonde ripetutamente i due termini: la distinzione, però, Tony la enuncia con chiarezza.

L'overtraining vero è molto raro; quello che si osserva quasi sempre è l'overreaching. E l'overreaching non è un male: è addirittura necessario per produrre un risultato, estetico o di performance. La differenza è che deve essere seguito da una compensazione — uno o due giorni, oppure un ciclo di scarico completo di una o due settimane. Nell'overtraining, invece, la persona sviluppa un rifiuto dell'allenamento: al solo pensiero di andare ad allenarsi le viene la nausea. Nel caso in discussione, dice Tony, fortunatamente non siamo a quel punto.

Le tre sintomatologie da indagare e da far notare alla persona — riferite ad atleti, non a chi va in palestra per la longevità:

  1. Assenza del desiderio di allenarsi. Chi sta bene «vuole aggredire l'allenamento», ha la brama del momento. Quando quella spinta non c'è, la persona sta già tirando troppo.
  2. Appetito falsato. Compare il desiderio di cibi particolarmente dolci o particolarmente salati, la voglia di sfizi: segno che il carico allenante non è più bilanciato con l'alimentazione e che i desideri diventano più emotivi che fisiologici.
  3. Sonno compromesso. È il terzo segno, e quello che richiede più lavoro diagnostico.

Il sonno compromesso: risalire alla causa, non trattare il sintomo

Sul sonno Tony impone di cercare dove sta il problema, distinguendo tre cause che non sono la stessa cosa:

La leva che indica, quando la causa è quest'ultima, è il carico glucidico serale. Non con effetto immediato sul singolo giorno, ma nel giro di due, tre, quattro giorni: aggiustando i carboidrati alla sera — l'esempio che fa è una buona porzione di patate — il sonno migliora. È presentato come tentativo da fare se la persona è disponibile, non come regola: nessun quantitativo viene indicato.

Sul versante degli esami, Tony cita l'esame ormonale con cortisolemia prima e dopo l'allenamento, che nel loro percorso serve proprio a indagare l'overtraining. Nel caso specifico, però, dice che non lo farebbe come prima cosa: prima farebbe indossare l'orologio h24 per qualche settimana, perché già quello dà un'idea. Chiede infine di riportare il caso nel gruppo per seguirne l'evoluzione.

La gerarchia del recupero e la piramide del biohacking

La chiusura è la parte più utilizzabile della sessione. Messo da parte per un attimo il tema del carico allenante, Tony ripartisce il 100% di ciò che si può fare per recuperare:

Le percentuali nella trascrizione oscillano (per il recupero attivo Tony si corregge più volte fra 10% e 20%, e la somma finale non torna esatta): vanno lette come pesi relativi approssimativi, non come una ripartizione precisa. Il messaggio ordinale, invece, è inequivocabile — e coincide con la piramide del biohacking che Tony dice di aver costruito proprio così, non a caso. Sui giocattoli di fascia alta — pressoterapia, massage gun — arriva a stimare un contributo del «due o tre per cento», anche questa una cifra buttata come ordine di grandezza.

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L'onestà commerciale: perché non venderebbe la lampada

L'esempio con cui Tony rende concreta la gerarchia è a suo carico, e dichiara il conflitto d'interesse:

Io ho anche un interesse economico a vendere la mia lampada di foto-biomodulazione. Se domani viene da me questo cliente e la prima cosa che faccio è vendergli la foto-biomodulazione, sono un idiota: perché quella fa il tre per cento di quello che si può fare. Prima gli devo aggiustare le cose che veramente funzionano.

Il ragionamento non è solo etico ma anche commerciale: se sistemi il sonno, l'idratazione e l'alimentazione, cioè le cose che hanno un impatto reale sulla performance effettiva e percepita — misurata e sentita — quella persona la lampada te la comprerà domani, quando servirà davvero.

La correzione finale sul sonno

La partecipante conclude dicendo che con l'atleta aveva già insistito sull'importanza di monitorare il sonno, che gli ha proposto occhiali blue blockers per la sera e che a suo giudizio il problema è uno stato costante di allerta: anche seguendo un rituale serale, l'atleta non riesce ad abbassare le frequenze e per questo il sonno resta disturbato.

Tony concorda sulla priorità, ma corregge la direzione della causa. Il sonno non è solo la variabile su cui intervenire: è anche l'esito di altro. Può essere compromesso dal mangiare, dall'allenamento in sé, da uno sbilancio dei macronutrienti, dall'ultimo allenamento fatto troppo tardi, dalla disidratazione, da una carenza di elettroliti.

Le cause possono essere tante. La più probabile è che si allena troppo; la seconda più probabile è il mangiare.

Nel finale emerge anche il contesto reale dell'atleta, che restringe il campo del possibile: nessun nutrizionista, pasti in mensa, un fisioterapista di società sovraccarico di richieste, e come unico trattamento disponibile la pressoterapia e la massage gun — cioè, per l'appunto, la cima della piramide.

Applicazioni pratiche

Nel leggere i dati di un indossabile

  1. Ragiona su mese, trimestre, semestre. Il giorno singolo quasi mai; la settimana singola solo nell'atleta con un carico particolare in corso.
  2. Tieni separate le categorie di dato: HRV e frequenza cardiaca a riposo sono misure fisiologiche, le fasi del sonno sono stime, strain e recovery sono punteggi proprietari. Non confrontare punteggi proprietari fra dispositivi diversi.
  3. Il segnale di sovraccarico da cercare è la combinazione: strain costantemente alto insieme a recovery costantemente basso, per settimane.
  4. Il segnale di adattamento riuscito è il miglioramento longitudinale di HRV e frequenza cardiaca a riposo. Se non c'è, l'adattamento non sta avvenendo.
  5. Se la reportistica aggregata non è più disponibile, ricostruiscila a mano dall'app: non rinunciare alla vista d'insieme.

Nel far fare analisi al cliente

  1. Le strip urinarie si usano al risveglio, scartando il primo getto, prima di bere, integrare e mangiare.
  2. Un valore isolato è solo un punto di partenza. Programma una serie — per esempio una misura al mese per tre mesi, o una a settimana per tre settimane.
  3. Blocca le variabili: stesso momento della giornata, stesso giorno della settimana, dieta e condizioni confrontabili.
  4. Prima di formulare ipotesi fisiologiche sofisticate, chiudi le banali: tipo di acqua, sudorazione del giorno prima, integrazione recente, verdura assunta.

Nel gestire un cliente atleta

  1. Pretendi il monitoraggio h24, non solo in allenamento: quello che serve capire sta nelle ore dopo la seduta e nella notte.
  2. Se l'orologio è rifiutato, negozia una finestra limitata (due settimane) o passa a una misura mattutina dell'HRV via app, sempre a variabili costanti.
  3. Non partire dagli esami più complessi: prima il dato continuo, poi eventualmente la cortisolemia pre e post allenamento.
  4. Sette giorni su sette non è la diagnosi: guarda carico, scarico e struttura dei mesocicli.
  5. Indaga le tre sintomatologie — desiderio di allenarsi, appetito falsato, qualità del sonno — e usale come linguaggio comune con l'atleta.
  6. Sul sonno compromesso, cerca la causa a monte (carico, orario dell'ultimo allenamento, macronutrienti, idratazione, elettroliti) prima di aggiungere strumenti.

Nel rapporto con il cliente

  1. Calibra gli strumenti sul suo livello di consapevolezza: un file eccellente ma troppo denso non viene compilato. Testa, e semplifica se non torna indietro.
  2. Metti in chiaro le tre opzioni (fidarsi, monitorare e poi fidarsi, o proseguire com'è assumendosene il rischio).
  3. Ricorda che prima dell'efficacia c'è la comprensione: il primo obiettivo è che sia il cliente a rendersi conto di non stare ottenendo i risultati che vuole.
  4. Non cedere per paura di perdere il cliente: senza dati il risultato non arriva e lo perdi comunque, con in più il danno reputazionale.
  5. Vendi per ultimo ciò che pesa meno: sistema prima sonno, alimentazione e idratazione. È anche la strategia commercialmente migliore.

Nel riconoscere il proprio limite

  1. Nessuna ipotesi «a intuito» su sintomi di causa ignota. Se serve un accertamento che non sai leggere, dillo.
  2. Una persona con svenimenti improvvisi non diagnosticati non è un caso da biohacker: si completano gli accertamenti, poi eventualmente si lavora insieme.
  3. Se il cliente rifiuta le analisi, esplicita che il lavoro sarà limitato, e limitati a ciò che è verificabile.

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Quale funzione del portale professionale è stata rimossa e perché la sua assenza penalizza il professionista più dell'utente privato?
  2. Elenca almeno cinque informazioni contenute nell'assessment mensile mostrato in aula.
  3. Quali fra strain, recovery, HRV, frequenza cardiaca a riposo e fasi del sonno sono punteggi proprietari e quali parametri fisiologici? Perché la distinzione conta?
  4. Su quale orizzonte temporale si legge il dato di un indossabile, e in quale caso si scende alla singola settimana?
  5. Perché nel dispositivo compaiono solo le low frequencies dell'HRV?
  6. Nel caso del pensionato, quale combinazione di dati rendeva evidente il sovraccarico? Cosa mancava sul versante HRV?
  7. Perché una strip urinaria può dare il magnesio «alto» proprio in chi lo integra? E come si spiega il caso opposto, di chi non lo integra?
  8. Descrivi il protocollo corretto per una strip urinaria e il piano di ripetizione nel tempo.
  9. Quali variabili banali va escluse prima di ipotizzare un richiamo di magnesio dai tessuti per tamponare l'acidità?
  10. Per quali due ragioni distinte Tony rifiuterebbe il caso della persona con svenimenti non diagnosticati?
  11. Perché un file di monitoraggio «ben fatto» può non funzionare? Con quale criterio empirico si verifica?
  12. Quali sono le tre opzioni da mettere sul tavolo con un atleta che non vuole monitorare?
  13. Perché il dispositivo va indossato h24 e non solo durante l'allenamento? Qual è l'alternativa se l'orologio è rifiutato?
  14. Allenarsi sette giorni su sette è di per sé un errore? Da cosa dipende la risposta?
  15. Distingui overreaching e overtraining, e indica cosa deve seguire l'overreaching.
  16. Quali sono le tre sintomatologie da indagare in un atleta sotto carico eccessivo?
  17. Elenca le possibili cause a monte di un sonno compromesso in un atleta. Qual è, secondo Tony, la più probabile?
  18. Ricostruisci la gerarchia del recupero. Perché le percentuali vanno prese come pesi approssimativi?
  19. Perché Tony non venderebbe per prima la sua lampada di foto-biomodulazione, pur avendone interesse economico?
  20. Cosa significa «prima dell'efficacia c'è la comprensione» applicato al caso dell'atleta?

Spunti di approfondimento