In sintesi

La sessione parte da un racconto di campo e si trasforma in una lezione di posizionamento. Una partecipante ha acquistato uno spazio espositivo a una fiera a orientamento olistico convinta di trovare un pubblico curioso, e si è ritrovata davanti a diffidenza: in un contesto dove si parla di energie, vibrazioni, bagni di gong e memorie ancestrali, il linguaggio analitico del biohacking — monitoraggio, parametri, analisi — è arrivato come un corpo estraneo. Tony non liquida l'episodio come sfortuna: lo apre come caso studio e ne ricava la domanda che percorre tutta la sessione.

La domanda che ci dobbiamo fare è: a chi è che sto parlando?

Da qui il ragionamento si articola su due livelli. Il primo è la segmentazione: il biohacking, pur essendo una disciplina olistica, è estremamente scientifico e analitico, e non è affatto detto che chi frequenta una fiera olistica sia in target. Esistono punti d'ingresso diversissimi allo stesso mondo — c'è chi entra restando affascinato dal camminare scalzi e chi entra facendosi somministrare antiossidanti per via endovenosa — e sono entrambi legittimi, ma non si raggiungono con lo stesso messaggio. Il secondo livello è la consapevolezza del pubblico: Tony distingue un marketing per i consapevoli, che sanno già cosa sia la foto-biomodulazione o l'HRV, da un marketing per gli inconsapevoli, che vanno educati con contenuti semplici prima di poter apprezzare qualsiasi cosa.

La seconda metà della sessione ribalta il timore opposto, portato da un'altra partecipante: se regalo contenuti sui social, non mi brucio ciò che poi venderò a pagamento? La risposta corale dell'aula è che ciò che si vende non è l'informazione ma la personalizzazione, la capacità di ragionare sul singolo caso e di correggere la rotta nel tempo; e che dare molto gratuitamente costruisce autorevolezza invece di erodere il valore.

Tra i due blocchi si inserisce un tema di perimetro professionale — questa persona è un mio cliente? — e la sessione si chiude su due casi clinici lavorati d'aula, dove le stesse logiche tornano sotto altra forma: prendere coscienza prima di intervenire, dare poche cose alla volta, dare priorità a ciò che i dati indicano invece che a ciò che ci piacerebbe proporre.

Contesto

Sessione condotta da Tony Manfron con una trentina di partecipanti collegati, in un formato che questa volta si estende a due ore. L'apertura è insolita: Tony esprime esplicito malcontento perché nel gruppo non sono stati caricati casi studio in anticipo, e coglie l'occasione per ridefinire cosa sia un caso studio. Non è soltanto il cliente che dorme male: è anche il professionista che ha investito molto in formazione e non riesce a monetizzarla, che non riesce a portare a casa clienti, che resta incastrato in una tariffa oraria bassa mentre spende ogni anno cifre importanti in corsi. Sono casi studio a pieno titolo, e in questa sessione sono la parte più consistente.

Il metodo resta quello consueto: Tony ribalta la domanda su chi l'ha posta, chiede quali fossero le aspettative, quali dati siano stati raccolti prima di decidere, e coinvolge i colleghi con competenze diverse — farmacia, fisioterapia, naturopatia — perché la risposta emerga dal confronto. La sessione ospita sei casi studio: quattro di natura professionale e di business, due clinici.

Le domande affrontate

Caso studio 1 — Un banchetto a una fiera olistica: perché il pubblico non era in target

La partecipante racconta di aver acquistato uno spazio a un evento a orientamento olistico portando il monitoraggio dell'HRV, una lampada per la foto-biomodulazione e la possibilità di brevi consulenze. Il bilancio è amaro: postazione infelice, in un angolo per vincoli sulle uscite di sicurezza, e soprattutto sguardi da lontano e diffidenza. Lei stessa sintetizza il paradosso: risulta più facile parlare di energie e vibrazioni che di dati.

Tony scompone l'episodio in due errori distinti. Il primo è ambientale e in parte non imputabile a lei. Il secondo, quello che conta, è la scelta del contesto:

Non è assolutamente detto che io vado a una fiera olistica e trovo persone ricettive alla tipologia di messaggio che diamo con il biohacking, perché il biohacking, per quanto sia una disciplina olistica, è estremamente scientifico ed è estremamente analitico. Se io credo agli angeli, non è detto che mi interessi monitorare i miei parametri vitali.

Il punto non è stabilire chi abbia ragione tra due visioni del benessere — Tony lo ripete tre volte, «non è che uno sia giusto e uno sbagliato, sono due cose diverse» — ma riconoscere che sono pubblici con punti d'ingresso incompatibili. Torna qui la piramide del biohacking che Tony ha costruito per i professionisti e non per i privati: la persona si prende dalla base, e la base è grounding, esposizione solare, gesti ancestrali; solo da lì si guida verso il monitoraggio e le pratiche avanzate. Presentarsi in un contesto sciamanico parlando dei benefici della foto-biomodulazione salta tutti i gradini intermedi.

Ne segue un'indicazione operativa sul come scegliere un evento: se pago per uno spazio, ho il diritto e il dovere di chiedere prima chi sono gli organizzatori, che pubblicità hanno fatto, che tipo di messaggio veicolano e quale categoria di persone devo aspettarmi.

Ok, tu mi fai pagare il banchetto: non vengo lì senza sapere chi sei, che cosa fate, che tipo di gente ci sarà. Il banchetto te lo pago perché vengo lì e mi promuovo, però che tipo di messaggio mandate?

La divergenza sul valore dell'esperienza

Su questo punto l'aula si divide, e vale la pena riportare entrambe le posizioni. Una partecipante interviene per difendere la scelta della collega: serve fare pratica per sentirsi a proprio agio a parlare di questi temi, l'esperienza ha rotto il ghiaccio, e va letta come investimento in pratica e in comprensione di cosa funziona. Tony concorda esplicitamente — «ha fatto benissimo, queste robe qua ci vogliono, devono succedere, perché è così che capisci» — ma non ritira l'avvertimento: in una fase di avvio, dove il volano va messo in moto e i tempi si misurano in anni e non in mesi, l'energia disponibile è una sola e va canalizzata. Il rischio che vuole scongiurare non è aver perso l'investimento dello stand, contenuto e sostenibile, ma la frustrazione che dopo qualche mese porta ad arrendersi.

L'elemento più interessante emerge in coda: i volantini di un progetto in preparazione, mostrati quasi di sfuggita, hanno raccolto molto più interesse e alcuni contatti dello stand stesso. Con il senno di poi, osserva Tony, girare l'evento distribuendo quei volantini sarebbe stato più produttivo che presidiare la postazione.

Caso studio 2 — «Mi viene da vomitare quando apro il computer»: è un mio cliente?

Una partecipante riporta la frase di una persona che dice di non farcela più con il proprio lavoro ma di non poterlo cambiare, e chiede quale sia il primo consiglio da dare. Tony, prima di rispondere, chiede se si tratti di un cliente. Non lo è: è un familiare. E allora il ragionamento va scisso in due.

Verso un familiare, chiarisce Tony, «vale tutto»: si interviene perché ci si tiene, senza inquadrare la relazione in un rapporto professionale. Ma se la stessa frase arriva da uno sconosciuto in studio, la risposta cambia:

Se viene da me uno e mi dice «io ad aprire il computer mi viene da vomitare», io gli dico: vai dallo psicologo. Non è un mio cliente, non è un cliente di biohacking. È quella la domanda che ti devi fare.

Il criterio è il posizionamento dichiarato della propria attività. Tony lo esemplifica sul proprio studio, che lavora sulla longevità per gli over 40 attraverso personal training e luce infrarossa: se entra qualcuno che vuole prepararsi per una gara di triathlon di lunga distanza, la risposta corretta è indirizzarlo a un preparatore atletico, perché non è il cliente di quello studio.

Una partecipante con formazione da farmacista porta una lettura diversa, e la sessione la ospita senza appianarla. Nella sua forma mentis il primo riflesso è sempre «cosa posso fare io per questa persona»: dietro il banco arriva chi si rivolge a lei perché le riconosce una certa credibilità, e prima di rimandare allo psicologo sente il dovere di dare comunque una piccola mano. Tony accetta la traslazione — la risposta che ha dato vale in ambito biohacking, sul banco della farmacia la cornice è un'altra — e ne ricava un corollario sulla rete: chi è biohacker e psicologo riceverà i casi che chiedono quel tipo di supporto, chi è farmacista lavorerà sulla propria leva, chi è nutrizionista sulla sua.

Sul merito, in via di esercizio e senza pretendere di risolvere il problema, Tony indica pratiche minime che possono fungere da coadiuvante per rendere la vita meno pesante — l'esposizione al freddo, il lavoro sul respiro — chiarendo che non risolvono la questione ma possono aiutare in modo molto indiretto a fare chiarezza. La persona, aggiunge, ha bisogno soprattutto di capire cosa può e cosa non può cambiare della propria vita.

Caso studio 3 — Portare consapevolezza nelle scuole superiori

Un partecipante che non ha ancora clienti racconta di aver pensato, grazie ad amiche che insegnano, di organizzare incontri per ragazzi delle scuole superiori, per avviarli a un minimo di consapevolezza sullo stile di vita. Chiede se sia una buona idea.

La risposta è un incoraggiamento senza riserve, con una confessione personale: fare divulgazione a ragazzi e bambini — non come docente, ma con lo scopo esplicito della divulgazione — è un progetto che Tony coltiva da anni e che rimanda al momento in cui potrà permettersi di non lavorare più per necessità. Il consiglio pratico è unico: farlo, e riferire come è andata.

Caso studio 4 — Dare contenuti gratis: mi brucio quello che poi venderò?

La domanda arriva scritta in chat: se pubblico sui social contenuti sull'esposizione solare, sul grounding, sulla luce rossa e sui loro benefici, non rischio di regalare ciò che poi dovrei far pagare in consulenza? Come si educa il cliente senza bruciarsi gli argomenti? La partecipante usa l'espressione «installazione delle credenze» come termine di marketing; Tony ammette con franchezza di non conoscerla e chiede spiegazioni, il che è già un piccolo insegnamento di metodo.

Prima di rispondere, Tony passa la parola a chi ha già attraversato lo stesso dubbio, e ne escono tre argomenti convergenti.

Il primo, portato da una fisioterapista, è che la forza del professionista è la personalizzazione: il cliente può sapere già cos'è il grounding, ma il valore aggiunto è inserirlo nella sua quotidianità nella modalità giusta per lui. La differenza non la fa sapere tante cose, ma dare la strategia giusta per quella persona.

Il secondo, portato da un altro partecipante, è che la quantità di informazione disponibile è oggi il problema, non la risorsa. Chi è poco consapevole si fa costruire dieta e scheda da un assistente conversazionale generativo, e la persona esperta si accorge in poche domande che le risposte contengono errori. Allo stesso modo, a un evento si possono ricevere decine di indicazioni corrette in astratto e inapplicabili tutte insieme: la capacità professionale sta nel dire, sui dati di quella persona, quale stimolo funziona per lei e quale no — e nel renderla consapevole che lo stesso identico stimolo può dare risultati differenti su persone diverse.

Il terzo, portato dalla stessa fisioterapista, è il più prosaico: chi si affida a un professionista spesso non manca di informazioni, manca di tempo, energia, voglia o disciplina per applicarle da solo. Ci sono clienti che si allenano da dieci o quindici anni e sanno molto, e continuano a farsi seguire perché su noi stessi non siamo mai davvero oggettivi: serve uno sguardo esterno che guidi e supporti.

Tony chiude tirando le fila e articolando due affermazioni che stanno insieme. La prima è che il timore ha un fondamento parziale: se pubblichi contenuti su come dormire meglio, è ovvio che in consulenza le strategie saranno quelle. La seconda è che il fondamento si esaurisce lì, perché quella persona potrà fare alcune cose e non altre, e potrà addirittura scoprire che il problema che chiamava «sonno» si risolve cambiando ciò che fa la mattina e non assumendo qualcosa la sera.

Tu più roba gli dai gratis e più diventi interessante come professionista. La persona che vede i tuoi contenuti e dice «se questa qui mi dà tutta questa roba gratis, figurati se le do anche dei soldi»: è proprio lì che acquisisci autorevolezza.

È l'idea di over deliver, dare più di quanto ci si aspetti in cambio di nulla. Sul proprio conto Tony è disarmante: quando una persona viene in consulenza da lui, non riceve cose diverse o migliori di quelle che le darebbe un collega presente in quella stanza; riceve una capacità di ragionamento e personalizzazione più rapida, costruita su molti casi visti, e la prontezza a correggere gli aggiustamenti quando la persona scivola. «Le robe sono quelle»: la differenza è la pratica.

Marketing per consapevoli e per inconsapevoli

È il modello con cui Tony inquadra tutta la questione, e va tenuto separato dai numeri con cui lo illustra. Nella sua azienda esistono due marketing distinti. Alle persone già consapevoli si può parlare direttamente di biohacking, e si vende qualcosa; ma il pane in tavola lo mettono le persone inconsapevoli, che vanno educate con contenuti semplici — un libro sul sonno, una guida ai nutrienti — e portate un po' alla volta a capire perché valga la pena monitorarsi.

L'esempio scelto è la foto-biomodulazione, che si può vendere a chi già la conosce, ma sono pochi; proporre a chi non ne ha consapevolezza una lampada che costa tra i mille e i millecinquecento euro significa raccogliere rifiuti, perché manca la cornice per attribuirle valore. La strada è parlare prima dei benefici del sole, della luce, dei ritmi circadiani, e arrivare alla lampada dopo.

Qui compare l'esempio economico più delicato della sessione, ed è opportuno leggerlo come metodo di ragionamento e non come listino. Tony racconta di un proprio libro divulgativo sulla luce rossa scritto per rendere consapevoli le persone, che non genera margine ed è anzi venduto in perdita: il prezzo di copertina è dell'ordine dei quindici euro, mentre stampa, spedizione e costo di acquisizione del cliente portano il costo complessivo a un multiplo di quel prezzo. È un investimento in educazione che verrà recuperato più avanti, quando quella persona acquisterà una lampada o un percorso. Tony aggiunge però il limite di questo ragionamento, e va tenuto presente più delle cifre:

Questa roba io la posso fare oggi che ho uno storico e quindi so quanto posso permettermi di spendere per acquisire un cliente. All'inizio non la puoi fare, e neanche ti serve: l'unica roba che ti serve è il tuo tempo e la tua comunicazione per educare le persone.

Sulla stessa linea Tony ricorda che la propria azienda lavora da anni con un sistema di marketing a risposta diretta — è l'azienda che va a prendere la persona, telefonando — e che la conclusione dopo anni di telefonate è stata smettere di parlare di biohacking al telefono: la persona è troppo indietro, in senso buono, perché la maggior parte non sa nemmeno distinguere i carboidrati dalle proteine. Va tutto ricondotto a un principio di gradualità: «l'elefante si mangia a bocconi piccoli».

Ne discende anche una raccomandazione difensiva. Quando si incontrano contenuti altrui che sembrano sbagliati — una professionista che invita a esporsi al sole senza protezione, un'altra che propone di mangiare solo carne; Tony evita deliberatamente di fare nomi — la domanda utile non è se abbiano ragione, ma a chi stiano parlando. Chi ha mezzo milione di persone che lo seguono non parla a mezzo milione di persone: parla a una frazione, magari un decimo, selezionata perché a quella frazione venderà qualcosa. E talvolta, aggiunge, l'obiettivo del messaggio è semplicemente squalificare altri.

Una digressione: l'intelligenza artificiale come strumento, non come delega

Il tema emerge di lato e Tony lo sviluppa. Il primo argomento è di prudenza: la sessione riferisce l'episodio di una persona finita in pronto soccorso dopo aver seguito l'indicazione di un chatbot su una quantità sproporzionata di un sale da assumere, e riferisce che sono state introdotte limitazioni per impedire a questi sistemi di fornire certe tipologie di risposta — con l'annotazione, riportata come la formula la sessione, che formulando le richieste in un certo modo il vincolo si aggira comunque.

Il secondo argomento è strutturale: questi sistemi sono programmati da persone e sono programmati per assecondare chi li interroga. Non dicono mai che la domanda è mal posta; se si contesta un'affermazione errata, si scusano e la correggono, il che rende impossibile distinguere il vero dal falso senza competenza propria. Il talento reale, riconosce Tony, è la capacità di scorrere in pochi secondi un'enorme quantità di letteratura.

Il lavoro non ci verrà rubato dall'intelligenza artificiale: ci verrà rubato da chi saprà fare quello che facciamo noi facendosi aiutare dall'intelligenza artificiale.

Tra due professionisti equivalenti, chi la usa è avvantaggiato — non perché le deleghi ciò che non sa fare, ma perché fa più cose, più in fretta e meglio. Delegare ciò che non si padroneggia, invece, è il modo sicuro di sbagliare.

Caso studio 5 — Donna di 37 anni: sonno di scarsa qualità, afte e una dieta autogestita

Il primo caso clinico è portato da una partecipante e riguarda una donna di 37 anni, statura attorno a un metro e settantacinque e peso attorno ai sessanta chili, con due obiettivi: dormire meglio, perché è molto stanca, e risolvere le afte ricorrenti in bocca. Nella scheda si autovaluta l'alimentazione con il massimo punteggio e lo stress con un valore intermedio; assume integratori di ferro per anemia, omega-3, acido folico e un complesso di vitamine del gruppo B; si sveglia intorno alle sette e mezza nei giorni lavorativi e più tardi nel fine settimana; lavora molte ore seduta, fa Pilates due volte a settimana; dopo cena riordina, prepara la colazione del giorno dopo e guarda le mail di lavoro; va a letto intorno alle ventitré e mezza, impiega mezz'ora o più ad addormentarsi e si sveglia nel cuore della notte restando sveglia per ore a pensare al lavoro.

Il primo intervento di Tony non è tecnico ma di lettura: le due autovalutazioni non stanno in piedi. Un'alimentazione che lui non giudica pessima non è però da dieci; e soprattutto chi si sveglia nel mezzo della notte e resta sveglia per ore a pensare al lavoro non è una persona moderatamente stressata. Il primo lavoro è di consapevolezza, non di protocollo.

Le analisi di medicina di precisione, lette in condivisione, complicano il quadro in modo istruttivo: l'asse cortisolo-melatonina risulta pressoché in ordine, la gestione di insulina, leptina, fame e sazietà è buona, l'indice di infiammazione nella media. Emergono invece una condizione disbiotica dell'intestino senza patogeni né parassiti, un sistema di difesa lievemente compromesso, ormoni sessuali bassi e serotonina bassa.

Il piano proposto dall'aula

Un partecipante propone di partire dalla presa di coscienza dello stress, spostando le mail fuori dalla serata e inserendo una routine di rilassamento serale — respirazione, lettura — e di affiancare un glucometro non come strumento diagnostico ma come specchio: invece di dire alla cliente che mangia male, farle vedere cosa succede alla sua glicemia con l'alimentazione che ritiene perfetta.

Un secondo partecipante struttura un percorso a settimane progressive, che Tony approva. Due settimane iniziali di solo monitoraggio con un dispositivo indossabile; poi la regolarizzazione degli orari, con sveglia e messa a letto alla stessa ora sette giorni su sette, perché la differenza tra giorni lavorativi e fine settimana non va bene; poi lo spostamento dell'assunzione di acqua nella prima parte della giornata; poi dieci minuti di esposizione solare al mattino, compatibilmente con la gestione di una figlia piccola; poi il taglio delle attività attivanti dopo cena, perché riaccendere il cervello sulle mail dopo il pasto impedisce di restare nel parasimpatico; infine una respirazione serale lenta per abbassare la frequenza cardiaca, anche solo tre o quattro minuti. Una partecipante propone di anticipare subito l'intervento sulla serata e sugli orari invece di attendere; Tony le dà ragione.

È il punto in cui Tony formula l'idea più netta della sessione sul rapporto con il cliente, avvertendo lui stesso che sta usando parole volutamente forti:

La gente in realtà non ha bisogno di essere comandata: ha bisogno di essere guidata ed educata. Ma ha estremamente bisogno di regole ferree. Dovete dirgli quello che devono fare e come lo devono fare.

La restrizione calorica come causa dei risvegli, e il confronto sui carboidrati

Scorrendo la giornata alimentare — colazione con latte o kefir e due fette biscottate, una merenda di pochissima frutta secca, pranzo e cena di proteine e verdura — Tony osserva che di carboidrati non c'è quasi traccia e che l'insieme sembra fortemente ipocalorico, in un contesto non controllato. Ricorda che tra le cause principali di risvegli notturni prolungati ci sono un deficit calorico troppo pronunciato o un taglio glucidico troppo pronunciato, precisando subito che nessuno dei due è sbagliato in assoluto: dipende dalla dinamica, e chi imposta consapevolmente un'alimentazione a bassi carboidrati non ha quel problema. Qui, invece, sembra una dieta autogestita.

Emerge dal racconto della partecipante che la cliente, dopo una gravidanza, era stata seguita per perdere peso e ha poi continuato da sola, convinta che i carboidrati facciano ingrassare. Tony non risparmia il giudizio sull'ipotesi di partenza — è un'idea infondata, qualsiasi approccio può fare ingrassare o dimagrire secondo come è impostato — e sposta la responsabilità sul passaggio mancato: dopo la fase di perdita di peso serviva un lavoro di educazione, che riportasse in alto glucidi o calorie, o che spostasse il baricentro sui grassi se la persona non voleva reintrodurre carboidrati. Le strade erano molte; questa, dice, è particolarmente sbagliata.

Su questo si innesta il contributo più tecnico della sessione, portato da un partecipante con formazione clinica: il quadro è un esempio scolastico di furto del pregnenolone. Tutti gli ormoni partono dal colesterolo, il pregnenolone è la stazione da cui si diramano due vie preferenziali — una verso il DHEA e gli ormoni sessuali, l'altra verso il progesterone e a cascata il cortisolo. In una persona fortemente stressata l'organismo dirotta il pregnenolone verso il cortisolo, e infatti qui si osservano DHEA ancora alto, ormoni sessuali bassi e progesterone tendente all'alto. La spiegazione è ancestrale: se devo salvarmi, non penso a riprodurmi. Sulla gestione, il partecipante riferisce che in un percorso formativo dedicato agli ormoni tutti i relatori hanno indicato di partire dallo stile di vita — alimentazione antinfiammatoria, ritmi circadiani, attività fisica, gestione dello stress e del riposo — e che l'eventuale integrazione con ormoni bioequivalenti non viene prescritta se il paziente non ha prima fatto tutto il resto. Aggiunge che in questi casi, essendo gli ormoni derivati dal colesterolo, un'alimentazione con maggior carico di grassi può aiutare, e riferisce che vengono talvolta consigliati approcci chetogenici, ricchi di grassi e fortemente antinfiammatori.

Le due indicazioni sembrano opposte, e Tony interviene per non lasciare passare un messaggio ambiguo: lui insisteva sui carboidrati, l'altro sui grassi, ma entrambi gli approcci possono funzionare. Il suo punto era che una low carb e una chetogenica, se si fanno, vanno fatte bene, e qui non si sta facendo né l'una né l'altra, in più in forte restrizione calorica e in un contesto già stressogeno.

Sulle afte, una partecipante con formazione da farmacista propone una lettura coerente: possono derivare dalla disbiosi e da una carenza di vitamine del gruppo B. Verificherebbe quale complesso B assuma la cliente, con attenzione alla biodisponibilità, sposterebbe l'assunzione al mattino perché il complesso B è metabolicamente attivante, e valuterebbe la sovrapposizione con l'acido folico assunto separatamente — precisando che l'acido folico isolato si giustifica se prescritto dal medico. Resta come sfondo l'ipotesi che l'alimentazione, in una persona convinta di curarla molto, generi carenze.

Vale la pena isolare un disaccordo emerso sulla lettura dei referti: sulla melatonina serale il laboratorio segnalava un valore fuori dal proprio intervallo di riferimento, mentre Tony lo considera pressoché ideale, ricordando che i range variano da laboratorio a laboratorio. Da qui una precisazione metodologica di valore generale: il campione salivare va contestualizzato rispetto al momento in cui è stato raccolto e alla vita reale della persona, perché chi dovrebbe prelevarlo la prima serata e a quell'ora sta ancora lavorando avrà fisiologicamente melatonina quasi assente. Per gli ormoni sessuali, analogamente, il campione andrebbe raccolto a metà ciclo e non in fase precoce. Tony aggiunge che un valore mattutino di melatonina non abbastanza soppresso può segnalare l'assenza di uno stimolo luminoso al risveglio — esposizione solare, e in mancanza di sole una mascherina a luce blu o la foto-biomodulazione — e che in tal caso conviene inserire la pratica invece di ripetere un'analisi che ha un costo.

Caso studio 6 — Donna di 63 anni: vampate notturne e la regola delle tre cose

Il secondo caso clinico, portato dalla stessa partecipante, riguarda una sua cliente: donna di 63 anni che lavora nell'azienda di famiglia, in menopausa da molti anni, con vampate di calore comparse dopo un forte stress emotivo e mai più scomparse, che la svegliano di notte e ricorrono più volte al giorno. Ha provato integratori naturali di origine vegetale prescritti dal ginecologo senza risultato, ha interrotto un percorso di agopuntura per mancanza di tempo, assume da dieci anni una terapia sostitutiva per la tiroide, integra vitamina D, vitamina C e una microalga; si autovaluta l'alimentazione con un punteggio alto e lo stress con un punteggio alto, indicando come fonti lavoro e famiglia; fa Pilates due volte a settimana e cammina un'ora negli altri giorni; tende al gonfiore dopo i pasti; cena verso le venti, guarda la televisione e — è il dettaglio che Tony definisce emblematico — avverte il sonno arrivare intorno alle ventidue e lo lascia passare per finire ciò che sta guardando. Le analisi mostrano ormoni sessuali un po' bassi, insulina appena fuori scala, un quadro tiroideo alterato e un chiaro indice disbiotico senza patogeni né funghi, oltre a una predisposizione genetica sul trasporto dello zinco.

Poiché non si presentano volontari, Tony chiede alla partecipante di lavorare il proprio caso, e ne emerge un piano articolato su un anno con cinque strategie iniziali: un dispositivo indossabile per monitorare sonno, stress e temperatura notturna; la rieducazione della masticazione, lenta e prolungata, con attenzione al cibo; tre respiri lunghi con espirazione allungata prima di iniziare a mangiare, per rallentare il ritmo frenetico che la cliente porta anche nel parlare; l'abitudine, tratta dalla tradizione ayurvedica e riportata dalla partecipante come propria pratica personale e professionale, di bere acqua bollita tenuta in un contenitore termico e assunta poco e spesso durante la giornata; esercizi di respirazione diaframmatica prima di dormire, con l'anticipo dell'orario di inizio sonno alle ventidue o ventidue e trenta, motivato dalla convinzione ayurvedica che le ore prima di mezzanotte valgano doppio. Come integrazione la partecipante annota magnesio, ashwagandha e omega-3, specificando di aver scritto nella scheda di valutare con il proprio medico o farmacista, sia per tutelare la cliente sia per tutelare se stessa.

La prima correzione di Tony è di quantità:

Ricordati sempre la regola delle tre cose: questa persona va via dal tuo studio con tre cose da fare.

E le tre selezionate dal piano sono la masticazione lenta, la respirazione — prima dei pasti e la sera, con l'anticipo dell'orario di sonno — e l'acqua bollita. Il resto viene dopo, monitorando come vanno queste.

Dati prima o strategie prima? Tre impostazioni possibili

La partecipante chiede quanto attendere prima di introdurre le prime strategie: bastano due settimane di dati dal dispositivo o conviene aspettare di più? Tony non dà una risposta unica, ma espone tre modi legittimi di inquadrare il proprio lavoro, e la scelta dipende da come si vuole costruire il metodo.

Il primo è monitor first: se tutto il percorso si basa sul dato, alla persona non si dà nulla finché non si hanno almeno due settimane di rilevazioni, altrimenti si compromette la propria linea di partenza. Il secondo è l'opposto: dei dati iniziali non interessa nulla, si comincia subito a sistemare ciò che è evidente e si monitora nel frattempo. Il terzo rinuncia ai dispositivi e si affida al percepito, con un diario e valutazioni da uno a dieci su criteri scelti — come mi sento, come dormo, il gonfiore. Non esiste una via giusta, precisa Tony, fermo restando che avere più dati è preferibile quando è possibile; la sua azienda in questa fase adotta un approccio ibrido, dando strategie dall'inizio mentre il monitoraggio parte, perché ciò che interessa non è il valore di partenza ma come cambia nel tempo. La partecipante, per questa cliente, sceglie la via dei dati.

Cosa dare per primo: l'analisi batte la preferenza

L'ultimo scambio è il più trasferibile. La partecipante è indecisa: dare priorità agli integratori che aveva individuato per il sonno, o al programma indicato dall'analisi del microbiota? Riconosce di non sentirsi preparata in materia di integrazione e sarebbe tentata di delegarla al referto, ma le piacerebbe testare la propria intuizione. Tony la invita a ragionare con il buon senso, prescindendo dai titoli di studio:

Se ho un cliente davanti e l'analisi mi dice che quella persona deve prendere quella roba lì, a prescindere da quello che le vorrei dare io e testare io, come prima cosa le do quello che dice l'analisi.

Il razionale non è gerarchico ma sequenziale: ripristinando l'equilibrio della flora batterica e migliorando l'assimilazione dei micronutrienti si prepara il terreno, e a ciclo integrativo concluso — con uno o due mesi di dati raccolti — è possibile che ciò che oggi si vorrebbe dare non serva più. Non è una questione di insicurezza, chiude Tony: si parte da ciò che è evidente adesso e si ragiona col tempo.

Applicazioni pratiche

Nel scegliere dove e a chi comunicare

  1. Prima di pagare per uno spazio o accettare un palco, chiedi agli organizzatori quale pubblicità hanno fatto, quale messaggio veicolano e quale pubblico aspettarti. È informazione dovuta, non una cortesia.
  2. Verifica che il pubblico abbia un punto d'ingresso compatibile con il tuo messaggio: chi arriva dal camminare scalzi e chi arriva dalle tecnologie sono entrambi legittimi, ma non si raggiungono nello stesso modo.
  3. Distingui il marketing per consapevoli — poche persone, vendita diretta — dal marketing per inconsapevoli, che richiede contenuti semplici ed educazione prima di qualsiasi proposta.
  4. In fase di avvio, canalizza l'energia: ogni esperienza va bene come apprendimento, ma la seconda e la terza devono essere scelte meglio della prima.
  5. Quando valuti i contenuti altrui, chiediti a chi stanno parlando prima di chiederti se abbiano ragione.

Nel costruire il rapporto con il cliente

  1. Non temere di dare contenuti gratuitamente: ciò che vendi è la personalizzazione, il ragionamento sul caso e la correzione nel tempo, non l'informazione.
  2. Spacchetta l'offerta e comunica la punta dell'iceberg — respiro, sonno, concentrazione — e spiega il resto quando hai acquisito autorevolezza su quella persona.
  3. Applica la regola delle tre cose: chi esce dal tuo studio ha tre indicazioni da mettere in pratica, non dieci.
  4. Dai regole chiare e verificabili: la persona va guidata ed educata, non lasciata a interpretare.
  5. Quando l'autovalutazione del cliente contraddice i suoi comportamenti, il primo intervento è la presa di coscienza; strumenti come un glucometro possono mostrare invece di rimproverare.

Nel definire il proprio perimetro

  1. Chiediti sempre se chi hai davanti è il tuo cliente. Se non lo è, indirizzalo a chi lo può seguire.
  2. Tieni distinto l'aiuto a un familiare dal rapporto professionale: cornici diverse, criteri diversi.
  3. Temi fiscali, contrattuali, di comunicazione regolamentata o che sfiorano l'ambito clinico vanno portati al professionista competente — commercialista, consulente, medico. In aula queste indicazioni sono esperienza personale, non prescrizioni.
  4. Per l'integrazione, scrivi nella scheda l'invito a valutare con il medico o il farmacista di riferimento: tutela la persona e tutela te.
  5. Sfrutta la rete: passa i casi a chi ha la competenza specifica e accetta quelli che rientrano nella tua.

Nel leggere dati e analisi

  1. Contestualizza sempre il campione rispetto all'ora di prelievo e alla vita reale della persona; per gli ormoni sessuali considera la fase del ciclo.
  2. Ricorda che gli intervalli di riferimento variano da laboratorio a laboratorio: un valore segnalato non è automaticamente un problema.
  3. Se l'analisi indica un intervento, dagli priorità rispetto a ciò che ti piacerebbe testare. Prepara il terreno e rivaluta dopo.
  4. Scegli e dichiara la tua impostazione: monitor first, strategie immediate con monitoraggio parallelo, oppure diario del percepito.
  5. Usa l'intelligenza artificiale per fare più cose meglio e più in fretta, non per delegare ciò che non sai valutare.

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Perché un pubblico raccolto in un contesto olistico può non essere in target per un messaggio di biohacking, pur trattandosi di una disciplina olistica?
  2. Cosa si intende per «punto d'ingresso» e quali due esempi opposti porta Tony?
  3. Quali informazioni bisogna chiedere agli organizzatori prima di acquistare uno spazio a un evento?
  4. Ricostruisci le due posizioni emerse in aula sul valore dell'esperienza in fiera: dove convergono e dove restano distinte?
  5. Che differenza c'è tra marketing per consapevoli e marketing per inconsapevoli, e quale dei due «mette il pane in tavola» secondo Tony?
  6. Perché un prodotto d'ingresso venduto in perdita è praticabile solo con uno storico alle spalle? Cosa serve invece all'inizio?
  7. Come si risponde al timore di «bruciarsi» gli argomenti pubblicando contenuti gratuiti? Elenca i tre argomenti portati dall'aula.
  8. In che senso dare molto gratuitamente costruisce autorevolezza invece di erodere il valore?
  9. Con quale criterio si decide se una persona è il proprio cliente? Come cambia la risposta se si tratta di un familiare?
  10. Quale lettura diversa porta la partecipante con formazione da farmacista sul primo approccio a chi chiede aiuto, e come la accoglie Tony?
  11. Nel primo caso clinico, quali due autovalutazioni della cliente Tony considera incoerenti con i comportamenti riportati, e perché è questo il punto di partenza?
  12. Perché un deficit calorico o un taglio glucidico pronunciati possono essere implicati nei risvegli notturni? Quando invece non lo sono?
  13. Spiega il furto del pregnenolone e quali valori, nel caso presentato, lo rendono riconoscibile.
  14. Come si conciliano l'indicazione di Tony sui carboidrati e quella del collega sui grassi? Qual era il vero oggetto del suo rilievo?
  15. Perché un campione salivare va contestualizzato rispetto all'ora di prelievo e alla fase del ciclo?
  16. Qual è la regola delle tre cose e quali tre indicazioni vengono selezionate nel secondo caso clinico?
  17. Descrivi le tre impostazioni possibili sul rapporto tra dati e strategie e in cosa consiste l'approccio ibrido.
  18. Perché, davanti a un'analisi del microbiota che indica un intervento, questa va anteposta all'integrazione che il professionista vorrebbe testare?

Spunti di approfondimento