La sessione si regge su due casi studio molto diversi tra loro che finiscono per dire la stessa cosa. Il primo nasce da un'osservazione domestica: il compagno di una partecipante, dopo aver sbirciato nel ripiano dei suoi integratori, le chiede come mai «per stare bene assume più pillole di un ottantenne malato». Il secondo è il caso di un personal trainer che descrive la propria routine — cinque allenamenti a settimana, alimentazione low carb e prevalentemente carnivora, un numero notevole di integratori, doppio lavoro — e chiede se un testosterone molto alto possa essere controproducente.
La risposta di Tony, in entrambi i casi, punta nella direzione opposta a quella che l'aula si aspetta. Non è vero che un percorso di ottimizzazione debba significare molti integratori: nella sua azienda l'integrazione è un ramo minoritario, la nutrizione fa gran parte del lavoro e le molecole si aggiungono solo dove è evidente che l'alimentazione non arriva. E non è vero che aggiungere sia sempre meglio: l'eccesso di integrazione può produrre una sovra-espressione e ottenere l'effetto contrario a quello desiderato.
La risposta è sempre sull'individuo, mai su un sovradosaggio che spesso tu puoi non sapere. Bisognerebbe fare le analisi, cercare di lavorare con la nutrizione per quanto possibile, e andare a integrare dove è palese che con l'alimentazione non puoi arrivare.
Il secondo tema portante è il limite del ruolo del professionista. Se un cliente rifiuta di spendere soldi in integrazione, il biohacker ha il dovere di dirgli che sarebbe il caso, non quello di convincerlo: «tu vendi picconi, non vendi le pepite d'oro». Da qui una delle affermazioni più nette della sessione, quella sulla squalifica del cliente: esistono persone che non sono tuoi clienti, e riconoscerlo è maturità professionale, non perdita di fatturato.
Il caso studio finale mostra il metodo all'opera. Ventuno partecipanti scrivono in chat le proprie ipotesi, Tony le legge tutte, poi interroga il diretto interessato — che nel frattempo si scopre essere lui stesso il soggetto del caso — su sonno, appetito e voglia di allenarsi. Tre indicatori, non un esame di laboratorio, che insieme raccontano una persona che si allena troppo e recupera poco. La conclusione chiude il cerchio con l'apertura: la correzione utile, molto spesso, non è aggiungere ma togliere e ridurre.
Sessione condotta da Tony Manfron con ventuno partecipanti collegati, in una fase del corso in cui gli esami si avvicinano: nei primi minuti Tony comunica lo spostamento della data dell'esame scritto e ne descrive le modalità (link Zoom il giorno stesso, sala aperta mezz'ora prima, quiz con durata massima di due ore, telecamera e microfono accesi, dibattito finale di dieci-quindici minuti, esiti nella settimana successiva in concomitanza con gli orali prenotabili).
I casi studio arrivano dal gruppo Facebook del corso, dove i partecipanti li scrivono e li «sviscerano» prima della diretta. Tony li riporta in chat e li lavora in aula, chiamando le persone a intervenire — con un tempo assegnato, «un minuto a testa» — perché sulle questioni di visione, dice, il confronto vale più della risposta secca. Sul secondo caso spinge il metodo ancora più a fondo: assegna cinque minuti di silenzio in cui tutti scrivono le proprie considerazioni in chat, poi le legge e le commenta una per una.
Due dei casi hanno per protagonisti partecipanti presenti in aula, e la sessione ne guadagna in concretezza: si passa dalla teoria alla verifica diretta sui dati indossabili di uno dei due.
La domanda di Isabella parte da un'osservazione familiare e la trasforma subito in una questione professionale: e se fosse un cliente in percorso di ottimizzazione a farmi la stessa obiezione? E se, una volta convinto, non fosse disposto a spendere per gli integratori?
Tony smonta la premessa. Non sta scritto da nessuna parte che chi inizia un percorso di ottimizzazione debba prendere un sacco di integratori. Paradossalmente, dice, un professionista può anche dichiarare di fare percorsi di medicina di precisione e ottimizzazione senza voler usare integratori: non è giusto né sbagliato, è una lunghezza d'onda su cui si sceglie di stare.
Descrive poi come funziona nella sua azienda. L'integrazione non è un reparto autonomo: viene elaborata dal ramo nutrizione, che lavora sulla base delle analisi e che per l'ottanta per cento o più agisce solo con l'alimentazione. Gli integratori sono pochi e concentrati in due situazioni: la fase di ripristino e riequilibrio del microbiota intestinale (dove può servire un lavoro con prebiotici e probiotici) e i casi in cui l'analisi genetica evidenzi predisposizioni particolari. Sul resto, nota Tony, «non sto qua a nominarti molecole, perché dipende da caso a caso».
Il rischio opposto è l'accumulo per stratificazione informativa: si legge che una molecola fa bene, poi un'altra, poi una sua forma «migliore», e ogni mese si aggiunge un barattolo. Tony richiama un suo intervento a un evento di settore sugli epi-nutrienti, gli elementi che favoriscono l'espressione genetica, e la domanda che gli fu rivolta dal pubblico: non posso semplicemente integrare tutto?
La risposta è no. L'eccesso di integrazione porta a una sovra-espressione: rischi non solo di non ottenere il risultato che vuoi, ma di ottenere l'effetto contrario.
Gli esempi sono due, e vale la pena tenerli come schema di ragionamento più che come ricette. Il primo riguarda una famiglia di molecole molto di moda negli ultimi anni, il NAD assunto in forma pura o attraverso precursori: un eccesso senza un bilanciamento adeguato — Tony nomina un donatore di gruppi metile, in forma di betaina/trimetilglicina — «può creare più problemi che altro». Il secondo esce dal campo degli integratori e resta comunque valido: un eccesso di esposizione alla foto-biomodulazione può creare stress ossidativo invece di combatterlo.
È la parte più operativa della prima ora. Isabella racconta il caso di un cliente arrivato in studio «con le gambe fritte», che aveva iniziato a camminare dopo che il cardiologo gli aveva prescritto un farmaco per il cuore, con uno stile di vita fino a quel momento sbagliato e molto stress lavorativo. Alla domanda se stesse integrando, la risposta: gli elettroliti glieli aveva indicati la nutrizionista, ma «non voglio spendere soldi per gli integratori». La sua replica — se vuoi mangiare cibo che ti nutre devi comunque spendere, altrimenti compri prodotti coltivati in serra con pesticidi che non ti nutrono — è tecnicamente corretta, riconosce Tony, ma si scontra con qualcosa che non è tecnico.
Purtroppo quello che noi facciamo si scontra con la mentalità della persona, che è in realtà la più grande variabile che decreta il successo o il fallimento di un percorso.
E qui arriva l'immagine più citabile della sessione, che Tony introduce avvertendo che suonerà ruvida:
Tu vendi picconi, non vendi le pepite d'oro. O meglio: tu vendi la cassetta degli attrezzi, non vendi la macchina riparata. Quando fai un percorso a un cliente non gli stai dando la soluzione: gli stai dicendo quale è la soluzione. Poi sta a lui applicarla.
Il parallelo con la medicina serve a togliere ogni drammaticità alla cosa: se ho reflusso e il medico mi prescrive un antiacido, sono libero di decidere che quei soldi non li voglio spendere. Il professionista consegna il piccone e indica dove sta la pepita; tirarla fuori resta compito del cliente. Il dovere che rimane è dirlo: «è mio dovere dirti che sarebbe il caso, tuttavia sei libero di fare come vuoi».
C'è poi un secondo attrito, più insidioso, che Tony descrive con precisione: il cliente riceve la soluzione, torna a casa, ne parla con il coniuge che non ti conosce e con il cugino, e da quel confronto esce ridimensionato il valore del percorso. Sono resistenze contro cui non si vince con l'argomentazione.
Isabella chiude il proprio caso con una constatazione: al compagno non proporrebbe mai un percorso di ottimizzazione, perché con quei presupposti non sarebbe un suo cliente. Tony la promuove senza riserve, e ne fa un principio generale.
Il mercato è enorme, sei una pioniera, e ci sono dei clienti che vanno squalificati. Il fatto che il cliente abbia sempre ragione è una puttanata: ci sono clienti che non sono tuoi clienti, magari sono clienti di un altro che fa un altro lavoro.
La capacità di capire che un certo cliente non va preso — anche quando farebbe comodo, perché creerà problemi — viene definita maturità e bravura professionale. È il rovescio della medaglia del principio precedente: se il risultato dipende dall'applicazione da parte della persona, prendere in carico chi non ha intenzione di applicare nulla significa costruire un fallimento annunciato.
La domanda di una partecipante è tra le più importanti della sessione, e la risposta di Tony è sì, ma dipende da cosa stai integrando. La distinzione che propone è tra due famiglie.
Da un lato ci sono le molecole continuamente depauperate dai processi fisiologici — la produzione enzimatica, la sintesi di energia cellulare sotto forma di ATP. Tony cita il magnesio e la creatina come esempi di sostanze che, teoricamente, si possono integrare a vita; sul magnesio porta la propria esperienza, un'assunzione quotidiana da molti anni, così come per gli omega 3.
Dall'altro lato ci sono molecole «più sofisticate» — Tony nomina un chinone mitocondriale del gruppo dei coenzimi e altre molecole affini, senza fissarne l'elenco — per le quali la valutazione è caso per caso, soprattutto quando lavorano sull'espressione genetica. È esattamente per questo, spiega, che ha senso fare l'analisi del genoma: per capire dove la persona ha effettivamente difficoltà a esprimere i geni, e integrare lì.
Una partecipante arricchisce il quadro con una considerazione che Tony definisce «bellissima»: alcune vitamine si consumano di continuo per effetto dello stile di vita — un caffè, una sigaretta, un'attività fisica erodono la vitamina C — e sono difficili da portare in sovradosaggio, perché l'eccesso viene eliminato (come per il magnesio, il cui eccesso si manifesta a livello intestinale). Altre, in particolare le liposolubili e alcuni gruppi del complesso B, possono invece dare problemi ben diversi in caso di accumulo.
Il punto su cui i due convergono è però più profondo della carenza:
È anche da capire come mai il corpo non riesce a trattenere o a produrre quella sostanza. Non è la carenza il problema: il problema è perché il corpo non riesce a produrre quella certa sostanza.
Da qui la logica operativa: esame genetico per individuare le predisposizioni a metabolizzare male o ad assimilare male una molecola, e lavoro con nutrizioniste specializzate in nutrigenetica e nutrigenomica. Se emerge che la persona non riesce a sintetizzare un certo gruppo di vitamine, l'integrazione diventa costante; se il problema è temporaneo e legato allo stile di vita, si dà un supporto a tempo per riportare i livelli in ordine e poi si lascia lavorare il corpo da solo.
Diversi partecipanti portano la propria esperienza personale, e ne emerge un piccolo repertorio di strategie.
Un partecipante racconta di una moglie che lavora nel campo sanitario e che per anni è stata contraria a qualsiasi forma di integrazione, pur avendo diversi problemi di salute. La svolta non è arrivata da una discussione ma da un regalo: le ha regalato l'esame del microbiota per il compleanno. Da lì è arrivata la consulenza, la spiegazione di ciò che era emerso, e infine un cambiamento di abitudini che ora comprende magnesio la sera, sali ed elettroliti la mattina e un supporto proteico. Tony coglie subito il valore del meccanismo — «bella l'idea del regalo» — e un altro partecipante dichiara di volerlo adottare.
Alla proposta di un partecipante di far leva sulla paura (raccontare a un uomo di mezza età che una carenza di zinco può ripercuotersi sui livelli di testosterone) Tony risponde che il ragionamento è teoricamente corretto ma incompleto: manca il pezzo dell'autorità. Chi è marito o compagno non ha autorità sulla persona; su un cliente, invece, quella leva esiste. La via che suggerisce è più graduale: farsi raccontare come mangia, sensibilizzare prima sull'alimentazione, e se si vede che la persona non ne vuole sapere, lasciar perdere.
Tony porta anche il proprio caso, con la stessa franchezza: «su mia moglie non ho autorità, sono suo marito, non sono un famoso biohacker». Per anni il suo mobiletto pieno di barattoli è stato oggetto di scetticismo, fino a esami di routine in cui i suoi valori erano «come una corda di violino» a fronte di uno stile di vita libero da parte di lei; solo dopo anni è arrivato il cambiamento, e con esso il riconoscimento retrospettivo di averlo fatto in tempo. Un altro partecipante racconta invece di una moglie che ha iniziato a integrare per conto proprio, con i suoi prodotti scelti da sola, e di come al massimo si permetta di guardare le etichette e suggerire una forma organica di magnesio al posto di un'altra — perché forzare la mano, conclude Tony, non è mai una buona idea.
Un ultimo intervento aggiunge il tassello dell'utilità dei dati: senza l'esame del DNA, dice un partecipante, non avrebbe mai pensato di dover integrare zinco o calcio in qualche forma, e in oltre sessant'anni nessun medico gliene aveva parlato. Tony precisa che il medico, «tra virgolette, non ha colpe»: non avendo quei dati, lavora sulla base di quelli che ha.
Il secondo caso è un ritratto molto dettagliato, scritto da un partecipante che è personal trainer e che quindi lo formula in linguaggio tecnico. Un uomo di 42 anni con due lavori (smart working e palestra) e cinque allenamenti a settimana: due total body con i pesi ad alta intensità (un esercizio per gruppo muscolare, sei serie da sei ripetizioni, con fasi eccentrica e concentrica controllate) e tre sedute cardio in Z2 da cinquanta minuti, due delle quali intervallate con cinque minuti di HIIT su bike (venti secondi di scatto, quaranta di recupero). Alimentazione low carb, alta in proteine, prevalentemente carnivora. Routine mattutina con elettroliti, aceto di mele con sale integrale, dieci minuti di esposizione al sole, doccia fredda e allenamento a digiuno; pasto post-allenamento ricco di proteine con carboidrati da frutta, creatina, collagene e glicina. Sonno regolare, orari costanti, nessun caffè né stimolanti, camera silenziosa e fresca — ma PC fino a pochi minuti prima di andare a letto. L'integrazione comprende omega 3 in due assunzioni, un precursore del glutatione a base di cisteina, un dosaggio molto elevato di vitamina D, vitamina K2 (Tony osserva che sarà nella forma MK-7, la più biodisponibile) e zinco. Obiettivo dichiarato: longevità. Domanda: un testosterone così alto può essere controproducente?
Tony fa tre osservazioni «a caldo» mentre legge, e sono già tre lezioni:
Sul dosaggio di vitamina D Tony si tira volutamente fuori: «io non ci entro, mi rimetto sempre a quello che dice la nutrizionista sulla base delle analisi». Nota però, con ironia, che in certi ambienti la vitamina D si prende «come caramelle» e che prima o poi qualcuno potrebbe ritrovarsi con problemi di calcificazione vascolare — ed è proprio la funzione che la K2 dovrebbe bilanciare. Nel complesso il giudizio è che il soggetto vada «bello pesante con l'integrazione», probabilmente troppo.
La lettura delle risposte in chat è una piccola antologia di ragionamento clinico, e le convergenze sono più interessanti delle singole intuizioni. I temi ricorrenti:
Tony conferma che le considerazioni sono «più o meno tutte corrette», e aggiunge i due dati decisivi che si trovano nello screenshot pubblicato nel gruppo: il testosterone non è in zona rossa ma tendenzialmente molto alto, mentre il cortisolo è basso — così basso da essere fuori range. Il DHEA risultava invece corretto. Un cortisolo troppo basso, osserva un partecipante e Tony conferma, può essere l'esito di uno stress cronico.
Il colpo di scena arriva a metà lettura: il soggetto del caso studio è l'autore stesso. «La persona sono io.»
A quel punto Tony passa alla parte che vale più di tutte le ipotesi, e cioè l'interrogazione diretta. Prima verifica i dati dell'anello indossabile: i recuperi erano corretti fino a due settimane prima, poi è arrivato un cambio di città con relativa fase di adattamento; l'HRV è scesa in dieci giorni da valori attorno a 58-60 a valori attorno a 42-45. Le fasi di sonno profondo e REM stanno attorno al quindici per cento ciascuna: «non è il top, ma non è nemmeno disastroso», commenta Tony, è un range che comincia ad andare abbastanza bene e si può migliorare.
Il dispositivo segnala anche una temperatura cutanea elevata durante la notte. Qui Tony scava con due domande e arriva alla causa: la stanza è fredda, ma il soggetto si copre molto perché altrimenti non riesce ad addormentarsi. La correzione è precisa: se dormi con troppe coperte, la temperatura corporea resta elevata anche in una stanza fresca, e questo lo si vede subito al risveglio dal dato notturno. Se invece la temperatura è elevata durante tutto il giorno, allora è un altro problema — e potrebbe avere a che fare con la nutrizione.
Poi arriva la sequenza di domande che è il vero insegnamento della sessione:
L'incrocio delle prime tre risposte produce l'osservazione più affilata: l'esame ormonale è precedente all'intensificazione della routine. Se già la situazione di partenza non era buona, e a giugno il quadro era quello, dopo un luglio di allenamento più intenso «sicuramente non è migliorata» — a meno che il soggetto non dichiari di sentirsi molto più vitale e vigoroso, cosa che non fa. L'unico miglioramento riconosciuto è quello della composizione corporea.
Le ultime tre domande, spiega Tony all'aula, non erano casuali:
Variazioni del sonno, variazioni del senso di appetito — con annessa voglia di roba particolarmente dolce o particolarmente salata — e alterazione del desiderio di allenarsi sono le tre caratteristiche chiave, anche non necessariamente tutte e tre assieme, che si verificano quando la persona sta andando verso un eccesso di allenamento.
Le cause possibili sono tre, e corrono su binari paralleli: si allena troppo, recupera troppo poco, oppure mangia troppo poco di un certo macronutriente rispetto a quello che sta facendo.
La prima correzione riguarda la struttura dell'allenamento, e Tony è categorico: l'interval training non si alterna alla Z2. Il soggetto obietta di usarlo come parte di una seduta, con riscaldamento, interval e poi defaticamento; la risposta è che così «non stai facendo bene né lo Z2 né l'interval training».
Lo schema proposto sulle tre sedute settimanali:
Tony aggiunge una precisazione sull'intensità che vale in generale: in un interval training fatto bene, sopra i quindici-trenta secondi non si riesce a esprimere quel «centodieci per cento», e poi bisogna recuperare. Quanto sia effettivamente pesante un lavoro breve dipende da come lo si esegue: anche un protocollo di venti minuti in stile tabata viene spesso classificato come alta intensità, ma bisogna capire quanto realmente si tira.
La seconda correzione è lasciare più spazio ai recuperi, tanto più che il corpo sta già assorbendo uno stress ambientale nuovo: il passaggio da un clima molto caldo del sud a un clima freddo di montagna è di per sé uno stimolo termico a cui l'organismo non è abituato.
La terza è la più tecnica, e riguarda le ricariche di carboidrati targettizzate. In un approccio low carb il carboidrato, per quel tipo di allenamenti, resta necessario; ma può essere collocato meglio.
Targettizzare vuol dire mettere la tua quota glucidica giornaliera nel pasto precedente o nel pasto successivo all'allenamento, in modo da avere una ricarica glucidica: far sentire al corpo che il carboidrato c'è, ripristinare le scorte di glicogeno muscolare, e al tempo stesso restare in un approccio low carb senza compromettere il sonno.
Un rifinimento ulteriore: si possono usare due o tre fonti glucidiche a velocità di assimilazione diversa nello stesso pasto post-allenamento — per esempio un frutto, un miele e un pane — per ottenere un rilascio glucidico più lento e distribuito nel tempo, e assimilarlo meglio.
Sul fronte serale restano le indicazioni emerse dall'aula e confermate: chiudere il lavoro al PC almeno mezz'ora prima di coricarsi, usare blue blocker se non si può fare altrimenti, e inserire una routine di respirazione con espirazione allungata per favorire il rilassamento prima di dormire.
Tony chiude la sessione riportando i due casi a un unico principio, che è anche il criterio con cui l'aula dovrà lavorare all'esame e poi con i clienti veri.
Come vedete, la chiave di volta è sempre quella di fare tante domande al cliente, fino a che si riesce a capire quella che può essere una correzione — che molto spesso non è aggiungere dell'altro, ma è semplicemente un togliere e un ridurre.
Nell'ultimo minuto un partecipante propone un tema per la settimana successiva: una panoramica cronobiologica su quattro momenti della giornata (mattina, mezzogiorno, pomeriggio, mezzanotte) che spieghi perché una certa variabile si può alzare o abbassare in un certo orario — l'esempio è una melatonina troppo alta o un cortisolo che non parte. Tony chiede di riformulare la domanda per iscritto nel gruppo Facebook e promette di prenderla in mano nella diretta successiva.
Nell'impostare l'integrazione di un cliente
Nella gestione del rapporto con la persona
Nel leggere un caso di sovraccarico
Nel correggere allenamento e nutrizione