La sessione si apre come un debriefing collettivo: l'aula è appena tornata dal BW24, l'evento annuale che in sala viene chiamato per esteso Biohackers World, e i primi venti minuti servono a raccogliere impressioni a caldo, a ragionare sul futuro del movimento e sulla percezione del biohacking fuori dalla bolla di chi lo pratica. Tony insiste su un punto organizzativo che vale anche come lezione di business: un evento non si riempie da solo, e nei primi anni va riempito «con la forza, in senso buono», chiamando le persone una a una.
La seconda metà — la più densa — è interamente dedicata a un unico caso studio, quello portato da una partecipante: una ragazza di trentacinque anni, ex atleta di più discipline, che da due anni prepara gare di bodybuilding, è celiaca ma mangia glutine nei momenti di crisi, si sveglia alle tre di notte e non riesce più a riprendere sonno, e convive con una dipendenza affettiva dichiarata. Tony non risponde subito: fa parlare l'aula per quasi mezz'ora, poi ricompone tutto attorno a una sola frase-chiave.
O fai l'agonista o fai il salutista.
È il perno della sessione. Non è un giudizio sul valore dello sport agonistico — Tony ripete che chi gareggia non è "meno longevo" di un altro — ma la constatazione che alcuni obiettivi fanno letteralmente a pugni tra loro: chi prepara una gara mangerà prima di dormire, dormirà male con la massa grassa ai minimi, si allenerà sette volte a settimana. Se il cliente chiede contemporaneamente "ottimizzare la salute", "disinfiammarmi", "dormire senza mangiare di notte" e "riprendere la preparazione atletica", il compito del professionista non è accontentarlo su tutto: è metterlo davanti a una scelta.
Scegliere, soprattutto in ambito biohacking, non vuol dire scegliere: vuol dire rinunciare. Scegliere di ottimizzare il sonno vuol dire rinunciare a Netflix; scegliere di fare la preparazione atletica vuol dire rinunciare a un'alimentazione equilibrata.
Da qui i corollari, tutti operativi: selezionare il cliente anche quando si sta "morendo di fame" di fatturato, non scendere a compromessi che poi diventano un'abitudine, non seguire professionalmente gli amici (perché su un amico non si ha alcuna autorità), accettare che accanto a un atleta il biohacker sia una figura di secondo piano rispetto a preparatore e nutrizionista, e non togliere mai l'allenamento a chi nell'allenamento trova il proprio piacere.
Sessione condotta da Tony Manfron con una ventina di partecipanti collegati, la prima classe online dopo il BW24. Tony premette che le classi del mercoledì funzionano come un contenitore: raccoglie durante la settimana le domande e i casi studio pubblicati nel gruppo Facebook e li affronta tutti insieme; quel giorno, avendo davanti un solo caso studio, decide di andare in profondità e di far intervenire l'intera aula.
Il metodo è quello consueto e dichiarato: Tony non risolve il caso, lo consegna agli studenti, ascolta, poi commenta e riprende in mano il filo alla fine. Tra i presenti ci sono profili molto diversi — chi lavora sulla riprogrammazione mentale e sulla PNL, chi sulla medicina energetica, chi viene dall'amministrazione pubblica, un nuovo studente medico — e la varietà stessa dei background diventa uno dei temi della sessione: lo stesso cliente verrà lavorato diversamente da biohacker diversi, ed è giusto così.
Tony, che dichiara venticinque anni di esperienza nella formazione, mette al primo posto la generosità dell'aula: gli studenti si danno molto, contribuiscono, e questo rende l'evento vivo. Aggiunge però un appunto tecnico, rivolto a chi ha presentato dal palco: attenzione a essere troppo generosi nel dare contenuto: nel calcolo va tenuto conto anche di tutto il resto.
Ciò che i partecipanti valorizzano più di tutto è l'aspetto relazionale. Dopo un anno di sole classi online, il ritrovarsi dal vivo — «ci siamo visti, ci siamo toccati, ci siamo parlati» — viene descritto come la sensazione più forte dell'evento, insieme all'età media più bassa del previsto. Un partecipante di lunga data nota anche una crescita netta nell'organizzazione (gestione dei tempi, costruzione dell'evento) rispetto alle prime edizioni, pur riconoscendo che il valore dei contenuti era già alto agli inizi.
Il messaggio che Tony ne trae è un invito ad aggregarsi tra pari: durante l'evento ha fatto da collante mettendo in contatto le persone per area geografica — chi arrivava dalla Svizzera, chi dalla Sicilia, chi dall'Emilia — e chiede all'aula di creare gruppi propri.
Un po' alla volta diventerà un movimento troppo ampio: a un certo punto non si riuscirà più a gestirlo nella sua globalità come stiamo riuscendo a fare ancora oggi.
Il dato di scala che Tony offre: il Campus ha formato circa 120-130 studenti in due anni, e in quella classe erano collegati in venti.
Il BW24 resterà un appuntamento una volta all'anno — «la festa del biohacking, dei biohacker» — per una ragione molto concreta: costa tanto, e non tanto in denaro quanto in preparazione e gestione per un'azienda piccola, con circa sei mesi di organizzazione. All'aula, che chiede di vedersi più spesso, Tony risponde che con Massimo stanno ragionando su eventi geolocalizzati più piccoli e snelli, di una giornata, in giro per l'Italia — Milano, Roma, anche città meno comode — da 40 a 70 persone, con l'intento di radicare il movimento. Lo presenta come intenzione, non come promessa: non è ancora definito.
C'è poi una lezione di business che Tony tiene a lasciare adesso che gli studenti iniziano a guardare al biohacking anche dal lato imprenditoriale.
L'evento non si riempie da solo. L'evento lo devi riempire: chiamando la gente, invitandola. E sarà così per i primi quattro o cinque anni — lo devi riempire con la forza, in senso buono.
Il tema nasce dall'intervento di una partecipante che al proprio albergo, alla domanda su dove fosse, ha risposto "sono a un evento di biohacking" ricevendo in cambio uno sguardo vuoto. Tony non addolcisce la risposta: è un termine che diventerà noto tra dieci anni circa, e basta chiedere alla gente cosa faccia un naturopata — figura presente da trent'anni — per capirlo. L'unica differenza è che sul biohacking si sta spingendo molto con il marketing, «anche in maniera scomoda o aggressiva», proprio perché si sa che serve tempo.
La stessa partecipante racconta di essere stata turbata dall'intervento di un farmacista salito sul palco (di cui non viene fatto il nome), che descriveva il rapporto tra sanità pubblica e prevenzione: più la sanità pubblica si impoverisce, più sembra allargarsi il divario e più le risorse si allontanano dalla prevenzione. Il suo disagio è personale: avendo lavorato come amministratore, sente il peso di non essere riuscita a invertire nulla se non a livello individuale.
Tony conferma il divario e lo colloca in una dinamica storica italiana ricorrente, quella del riconoscimento professionale per albi: prima i fisioterapisti erano guardati male, poi è arrivato l'albo; oggi sono i fisioterapisti a guardare gli osteopati «come degli stregoni», e anche l'albo degli osteopati sta emergendo. Il biohacker è l'ultimo arrivato della sequenza.
È un po' il sacrificio che fanno quelli che innovano, che portano cose nuove.
La conclusione è però aperta: esistono medici chiusi e medici entusiasti, e sono proprio questi ultimi ad aver reso possibile trovare docenti per il Campus e un direttore sanitario per la clinica. Nella sessione entra anche Federico, nuovo studente e medico, e Tony lo usa come prova concreta: «io non vedo l'ora di collaborare con qualche medico, perché ha una marea di competenze che io come biohacker non ho». Il rovescio della medaglia è l'aneddoto opposto: clienti che portano al proprio nutrizionista le analisi fatte con il Campus e si sentono dire che microbiota e test genetici «non servono a niente».
Prima del caso studio, Tony recupera una domanda arrivata nel gruppo: se ci siamo evoluti con la luce naturale, e l'uomo delle caverne non aveva tapparelle, ha senso sigillare la camera fino all'ultimo raggio?
La risposta è che la domanda ha ragione, e la soluzione ideale è lasciare qualche spiraglio. Chi dormiva nelle caverne si svegliava con la luce del sole e, soprattutto, aveva un ritmo circadiano che funzionava molto bene; oggi, se una persona si impegna, può oscurare un ambiente in modo totale — possibilità che un tempo non esisteva.
Tony spiega anche perché il messaggio pubblico resti "oscura tutto": è una semplificazione difensiva.
Quando noi parliamo di oscurare del tutto l'ambiente è perché sappiamo che tanto le persone non ce la fanno. Ma sarebbe il caso che, dopo aver imparato a farlo e dopo che la circadianità si è un po' sistemata, si cominci a lasciare qualche spiraglio di luce che entra.
L'indicazione operativa è quindi sequenziale: prima si insegna l'oscuramento e si ripristina il ritmo, poi si riapre gradualmente alla luce naturale ridotta al minimo.
Il caso è presentato per iscritto e condiviso a schermo, e Tony lo indica come modello di come vanno scritti i casi studio da portare nel gruppo. In sintesi: ragazza di trentacinque anni, sportiva da sempre (pallacanestro, fitness, CrossFit); da due anni prepara gare di bodybuilding con regime alimentare molto restrittivo e integratori pre-gara «legali» di cui non sa specificare il tipo; dieta e integrazione erano decise dal preparatore, che era anche il fidanzato. Si definisce una persona che non sa stare sola, vive crisi emotive legate a una dipendenza affettiva e le compensa con il cibo, arrivando a mangiare alimenti che le fanno male — è celiaca e mangia glutine. Si sveglia verso le tre di notte e non riprende sonno. Lavora su turni (turno del mattino con sveglia molto presto, turno del pomeriggio che finisce alle nove di sera), si allena solo contro resistenze, non assume integratori, è stata seguita per un periodo da una psicologa dopo la fine dell'ultima relazione.
Ciò che chiede: ottimizzare la salute fisica, sentirsi meno infiammata, avere più energia, riprendere la preparazione da bodybuilder, dormire di notte senza dover mangiare prima di andare a letto o alzarsi per farlo, avere un'alimentazione equilibrata. La domanda della studentessa all'aula è secca: è una persona che si può seguire?
Su richiesta di Tony arrivano dettagli aggiuntivi raccolti la sera prima: la ragazza cena tra le nove e le dieci di sera, poi si sposta sul divano con il cellulare a scorrere i social o davanti alla televisione, si addormenta lì, si sveglia verso mezzanotte e va a letto, dove si risveglia alle tre e spesso si alza per mangiare qualcosa di leggero — gallette con maionese, una camomilla, una mela — prima di tornare a dormire. Alla domanda sull'origine delle crisi emotive risponde di aver perso la madre a ventun anni e di non aver mai avuto una figura paterna presente: le manca il calore della famiglia, e la sera da sola quella mancanza si traduce in fame.
Il primo intervento dell'aula, di uno studente più esperto, sposta il fuoco sul metodo prima che sul contenuto, con due appunti che Tony ratifica come corretti.
Il primo: chi porta un caso studio deve dichiarare di cosa si occupa, perché la domanda "questa persona si può seguire?" è incompleta senza il complemento: seguire su cosa. Dato che ogni biohacker ha un margine di intervento diverso, va sempre specificato il proprio.
Il secondo: la persona del caso non è una cliente qualsiasi, ma una conoscenza che sta diventando amicizia, e questo cambia tutto.
Bisogna andarci un po' con le pinze. Ho seguito degli amici, ma il rapporto tra professionista e amico si mescola, e a volte è ancora più complicato che con una persona esterna. Questa persona ha bisogno di una guida, di un mentore — di qualcosa che non è un'amicizia.
La prima studentessa a intervenire individua nella dipendenza affettiva il nodo di fondo e la riconduce non tanto all'ultimo fidanzato o al lutto quanto all'infanzia. Ne trae due conseguenze. La prima è di indirizzare la persona a uno psicoterapeuta, e in ogni caso di non prenderla in carico se si è amiche, perché il rischio è che la dipendenza affettiva si riversi sulla professionista senza più alcuna possibilità di scindere il rapporto. La seconda è che, sul versante di competenza del biohacker, si parta dal sonno: intervenendo sul sonno si riduce di conseguenza anche il desiderio di mangiare la sera e il risveglio notturno.
A supporto porta una lettura di medicina tradizionale cinese: il risveglio alle tre di notte è associato al sistema energetico del polmone, la cui emozione è la tristezza, e il polmone risulta spesso condizionato in presenza di lutti e separazioni. Migliorando il sonno si tonifica quell'energia e si crea lo spazio per elaborare la perdita.
Sul piano dell'allenamento propone di non far ripartire subito il bodybuilding e di sostituirlo per un periodo con lavoro in Z2, più rilassante, riprendendo un concetto ascoltato all'evento: quello di entropia e della necessità di creare il vuoto.
Nel vuoto le energie fluiscono. Nel troppo pieno non si arriva da nessuna parte, si crea stasi: per cui il problema rimane, e rimane sempre più profondo.
Il nuovo studente presentato in aula lavora sulla riprogrammazione inconscia e offre un ventaglio di strumenti molto tecnici: individuare lo stimolo di base, lavorare sulle associazioni emotive tra istinto, mente e cuore con la cosiddetta tecnica dei tre cervelli (attribuita in aula a MacLean) per far emergere quali siano in conflitto; usare l'imprinting, tecnica avanzata di PNL, camminando sulla linea del tempo fino al primo momento in cui il trauma si è formato per riscrivere quell'esperienza e gli eventi che l'hanno ripetuta; oppure il lavoro sui ruoli A-B-C, in cui la persona dialoga con il proprio interlocutore interno e poi osserva la scena da una terza posizione esterna. Racconta anche di aver sperimentato su di sé l'associazione tra crioterapia e lavoro sui chakra, come metodo "shock" per individuare dove sia il blocco — precisando che non gli è stato insegnato e che richiede una persona preparata.
Sottolinea però il limite dell'approccio puramente esterno: usare lo sport per scaricare le tensioni è un'ottima strategia rispetto ad alternative peggiori, ma resta «come mettere un cerotto», perché non lavora dall'interno.
Tony coglie l'occasione per un'osservazione generale sul mestiere: quelle tecniche le può fare solo chi ha quel background, un altro biohacker no — non perché sia meglio o peggio, ma perché ogni professionista lavora lo stesso cliente in base al proprio percorso di studi e all'approccio che intende portare. E lo studente stesso indica quale sia la leva accessibile a tutti.
La tecnica più economica e più veloce è il respiro. Se uno non avesse nessuna tecnica e nessuno strumento, semplicemente: respiro. È quella che ti aiuta ad ascoltarti di più.
Su questo Tony concorda con enfasi, elogiando la capacità di uno dei relatori dell'evento — Leonardo, di cui il cognome non è distinguibile nella trascrizione — di spiegare gli esercizi di respirazione con estrema semplicità: «è probabilmente il numero uno in Europa sul respiro, e non è casuale, perché è partito presto e si è formato tanto».
L'intervento che Tony indica come il più centrato parte da una delimitazione netta di competenza: la parte emozionale non compete al biohacker e va delegata a chi sa gestirla. Ciò che il biohacker può fare è un'altra cosa, e non è meno importante: portare ordine in un sistema profondamente disordinato, cioè restituire ritmo e circadianità a una persona che di ritmo non ne ha.
Il punto di partenza è quindi il sonno, dove «c'è già tantissimo da fare» perché la ragazza sta facendo esattamente l'opposto di quanto servirebbe: primo passaggio, renderla consapevole delle azioni che compie e dei risultati che ottiene. La studentessa collega poi il disordine al piano fisiologico: chi non dorme, mangia di notte e vive senza ritmo si trova con l'asse ipotalamo-ipofisi e i sistemi di serotonina, dopamina e ricompensa ulteriormente scombinati — cosa che peggiora proprio il malessere emotivo di partenza.
Il metodo proposto è la gradualità: tre piccoli accorgimenti per iniziare dal sonno, poi la fotobiomodulazione per dare un ritmo, poi il respiro. Tre piccoli passi, non tutto insieme.
A margine, la stessa studentessa racconta la propria esperienza da "pigra cronica" che non aveva mai fatto sport e che ha voluto provare su di sé un percorso guidato per capire cosa vive un cliente: il personal trainer l'ha presa per mano partendo da schede tarate su un livello «sotto zero», e questo l'ha portata ad allenarsi in autonomia, ad aumentare i carichi e a sentire concretamente l'effetto sulla serotonina e sul recupero del sonno. Tony la interroga espressamente sul suo passato sportivo — «hai mai fatto sport, e se sì, a che livello?» — annunciando che il motivo si capirà dopo.
Tony premette che sul caso c'è «relativamente poco da dire» perché l'aula lo ha già coperto bene, e che le risposte erano tutte più o meno giuste. Poi introduce l'unico punto che considera decisivo, e per farlo racconta un caso studio personale: una donna di sessant'anni, dentista, benestante, gli chiese di essere preparata per una gara di endurance di lunga distanza. Alla domanda «qual è il tuo obiettivo?» rispose: la longevità.
Allora lavoriamo sulla longevità, oppure facciamo la gara. Tutte e due le cose io non te le so far fare.
Il risultato fu che Tony perse quella cliente — «in senso buono», precisa. E aggiunge subito la cautela necessaria: non sta dicendo che chi gareggia sia meno longevo, né che un agonista non si possa seguire. Sta dicendo che nel momento in cui l'obiettivo diventa una gara, qualunque sia lo sport, alcuni aspetti faranno inevitabilmente a pugni con un concetto ideale di longevità.
L'esempio più immediato è lo spuntino prima di dormire: chi prepara una gara di bodybuilding lo farà, e il biohacker deve sapere che su quella cosa non può insistere. È qui che scatta il richiamo alla misura: se si sa che mangiare prima di dormire non è ideale, si deve sapere anche che un piccolo spuntino proteico occasionale non produce alcun disastro — le due cose non vanno confuse. Analogamente, un atleta sotto gara che sta scaricando liquidi, ha una massa grassa estremamente bassa e un sistema endocrino sotto stress dormirà male, e su quello non si può fare molto lato biohacking.
Non è che perché uno è magro, tirato, squartato sull'addome, allora è una persona in salute: può essere più infiammato di un altro.
Applicato al caso, il conflitto è palese: la ragazza chiede insieme di disinfiammarsi, di dormire senza mangiare di notte, di avere un'alimentazione equilibrata e di tornare a gareggiare allenandosi sette volte a settimana. Prese una per una, quelle richieste sono tutte lavorabili; prese insieme, no.
Se vuoi fare la preparazione atletica da bodybuilder non puoi pretendere di avere un'alimentazione equilibrata — l'avrai fino a un certo punto. Non c'è tanto da fare: bisogna far ragionare la persona.
Tony aggiunge un passaggio che è insieme clinico e argomentativo: alla cliente celiaca che vuole andare in gara si può porre la domanda in modo diretto — con un intestino permeabile, come pensi di arrivare sul palco, definita o gonfia e affannata? Non è biohacking sofisticato, è far ragionare.
E la scelta va formulata come rinuncia, non come programma seducente:
La persona devi farle capire a che cosa è disposta a rinunciare, più che spiegarle che cosa farete assieme e che bello sarà il percorso.
Il corollario professionale è duro e Tony lo dichiara tale, ricordando che quando parla di "morire di fame" lo fa con cognizione di causa, per esperienza propria. Se un cliente chiede di essere seguito su aspetti che non sono il proprio tema, in cui non si è pienamente competenti o in cui non si crede, il danno è doppio: quel cliente non sarà mai contento al cento per cento, perché il professionista è in conflitto di interessi; e soprattutto si stabilisce un precedente.
State scendendo a un compromesso che farà sì che con i clienti futuri sarete continuamente disposti a scendere a compromessi. È una cosa che io ho fatto e che vi sconsiglio vivamente.
La regola che Tony dà ai biohacker che lo consultano è semplice: se sei nel dubbio, non seguirlo. Il fatturato non conta: si seguono le persone che si possono seguire e che si vedono allineate con quello che si fa. Ed essere "spietati" non è cattiveria, è nell'interesse della persona: molti penseranno che il professionista sia antipatico, ma la chiarezza costruisce reputazione — anche il cliente non preso parla bene di chi gli ha detto no.
Il secondo appunto che Tony si era segnato durante gli interventi è una correzione esplicita a chi in aula aveva suggerito di trattare quella persona "come un'amica".
Se sei mio cliente sei mio cliente; se sei mio amico, non ho nessuna autorità su di te.
L'esempio è autobiografico: gli amici di quando avevano quindici anni continuano a scrivergli per i trigliceridi, per il sonno, per i loro valori; lui dà consigli, e li dà come li darebbe a un cliente. Il risultato ottenuto in anni, dice, è zero: nessuno ha mai fatto nulla di quello che gli ha detto, e spesso non richiamano nemmeno. Per quelle persone resterà sempre il ragazzo con cui si usciva il sabato sera, quale che sia il numero di libri scritti o di persone davanti a cui parla. Il contrasto è con la figura del medico: il medico scrive la ricetta e la sua autorità è formale, riconosciuta — anche se, chiude Tony rivolto al nuovo studente medico, «non lo fanno nemmeno se lo dice il medico: aspettano di ammalarsi e di iniziare a prendere i farmaci».
Alla stessa logica appartiene il pagamento, che Tony pone come primo dei due prerequisiti (il secondo è la scelta): non per una questione di denaro, ma di esposizione e impegno della persona. Senza pagamento non c'è impegno — e spesso, ammette, non c'è nemmeno pagando.
La studentessa che ha portato il caso obietta a una parte delle proposte d'aula: togliere lo sport a questa ragazza non è praticabile, perché nel sollevare pesi trova sfogo e piacere, e ridurla a camminate in Z2 sarebbe «come ucciderla». Tony le dà ragione, aggiungendo un argomento ulteriore: il bodybuilding è anche uno sport d'immagine, almeno a livello competitivo; se si riducono troppo gli allenamenti la persona subisce un degrado dell'immagine, e questo innesca un effetto domino sull'emotività, esattamente ciò che si voleva proteggere.
Se uno ha un atleta, la Z2 gliela fai fare in più, non al posto di. La peggior cosa che puoi chiedere a un atleta è di non allenarsi.
Resta valido, però, l'altro lato: se la persona si sente infiammata è infiammata, e la ragione è comprensibile — si allena senza dare tempo al recupero e mangia ciò che le serve per gareggiare. Il che riporta alla scelta.
Nel finale Tony ricostruisce anche la scala delle priorità: se l'obiettivo primario della cliente resta la gara, il valore del biohacker sarà sempre un gradino sotto a quello del preparatore e del nutrizionista, non per demerito ma perché la priorità è la medaglia. Riconoscerlo non è una sconfitta: rende accettabile il compromesso. Se invece la persona dichiara che la preparazione le interessa relativamente e che ora vuole prima di tutto disinfiammarsi, allora il peso specifico si inverte e lo accetterà senza fatica. Da qui l'ultima proposta operativa, che Tony dice di aver praticato in prima persona: parlare direttamente con il preparatore e con il nutrizionista del cliente, capire che programma gli stanno facendo e stabilire fin dove si può ottimizzare — un investimento di tempo che ha senso soprattutto all'inizio, quando i clienti sono pochi, perché costruisce esperienza e relazioni professionali.
Tutti i nostri problemi come professionisti derivano da una mancata chiarezza della persona, ma soprattutto da una mancata chiarezza nostra nel comprenderla. Il cliente che viene da te è confuso: otto su dieci sono confusi. La nostra più grande bravura è capire veramente cosa vuole e metterlo davanti a quella scelta, se serve.
Nel raccogliere e presentare un caso studio
Nel gestire il conflitto tra obiettivi
Nel definire il perimetro professionale
Nel ricostruire ritmo e sonno