L'intera sessione è dedicata a un solo caso studio, portato da una partecipante e lavorato in aula per oltre un'ora: un imprenditore di circa sessant'anni, iperattivo, che si addormenta ogni sera sul divano davanti alla televisione e lì resta fino al mattino. Sulla carta il problema è evidente e la soluzione tecnica banale: il sonno è la fondazione su cui poggiano gli altri pilastri, quindi si lavora sul sonno. L'aula, infatti, la individua in pochi minuti. Ed è esattamente lì che Tony interviene per dire che così il cliente lo si perde.
Il nodo non è cosa far fare a questa persona, ma perché questa persona, che tutto quello che le viene proposto in più lo fa volentieri, dopo un mese sia sempre di nuovo addormentata sul divano. Il caso serve dunque da leva per un cambio di paradigma: la competenza del professionista, superata una certa soglia, non consiste più nel sapere quali strategie applicare — quelle le sanno tutti in aula — ma nel capire come funziona quella persona e nel renderla realmente consapevole.
Voi sapete benissimo che cosa deve fare. Ma la domanda è: lui è consapevole che deve fare quelle cose per raggiungere quell'obiettivo lì? Questa è la chiave di tutto.
Da qui i tre pilastri metodologici della sessione. Il primo: quando a una persona non si riesce a togliere, si sostituisce — e la sostituzione è prima di tutto una questione di comunicazione, perché al cliente non si annuncia una rinuncia, gli si propone qualcosa di nuovo al posto di quella. Il secondo: l'obiettivo dichiarato non è quasi mai l'obiettivo vero. «Arrivare longevo in salute» è un traguardo così ampio e così lontano da essere inservibile come motore quotidiano: bisogna scavare fino a trovare il motivo concreto e toccabile che quella persona ha davvero in corpo. Il terzo: le persone si muovono o per aspirazione o in fuga da qualcosa, e riconoscere quale delle due leve funzioni permette di mettersi sulla frequenza comunicativa giusta.
La sessione si chiude con un ribaltamento portato dalla stessa professionista che ha presentato il caso: conoscendo la storia personale del cliente, si rende conto che ottimizzargli il sonno rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato — dargli più energia per correre ancora di più. Tony saluta questa intuizione come il vero risultato della lezione.
Sessione condotta da Tony Manfron in una classe di professionisti collegati in videochiamata, molti dei quali intervengono a voce, altri per iscritto in chat. Il caso studio è stato pubblicato in anticipo nel gruppo Facebook del corso da una partecipante — un'agopuntrice che segue il cliente da tempo — e viene riletto insieme, condiviso a schermo, all'inizio dell'incontro.
Il formato è quello del laboratorio a più voci: Tony dichiara di volersi tenere fuori («prometto che stavolta non dico niente»), chiama un volontario a lavorare il caso e gli affianca la professionista che l'ha portato perché risponda alle domande di anamnesi. Poi passa la parola ad altri partecipanti, e solo quando l'aula ha esaurito le proprie proposte entra a correggere la rotta, arrivando a interpretare lui stesso il ruolo del cliente in una breve simulazione.
Va segnalato un limite di competenza dichiarato più volte, in forme diverse, dai partecipanti stessi: la definizione di «iperattivo» è descrittiva e non diagnostica — è il modo in cui la professionista racconta il proprio cliente, non un'etichetta clinica — e sia sul versante emotivo sia su alcuni aspetti fisiologici i presenti riconoscono di non poter «pronunciarsi», rimandando all'indagine e alle figure competenti.
La scheda letta in apertura descrive un uomo di quasi sessant'anni, imprenditore in un'attività legata alla cura del verde, che lavora molto all'aria aperta e organizza i lavori dei propri dipendenti. Si alza alle cinque, arriva alla sera sfinito e verso le ventuno crolla sul divano davanti al televisore, dove spesso rimane fino al mattino. È in peso forma e sportivo: due sedute di pesi settimanali al mattino, due o tre di yoga alla sera — uno yoga tradizionale, statico e impegnativo — a volte nello stesso giorno dei pesi; camminata e bicicletta quando riesce, generalmente nel weekend. Nonostante dolori alle spalle e occasionale cervicalgia pratica anche arrampicata.
L'umore è positivo, gestisce bene lo stress, è generoso, socievole, spiritoso, apprezzato dai dipendenti; credente e praticante, la fede lo sostiene. Ha un ego forte ed è molto competitivo, soprattutto sul piano sportivo: raggiungere grandi obiettivi gli conferma di essere ancora in forma e giovane. Divorziato da molti anni, ha avuto molte relazioni; ultimamente è così stanco che fatica a gestirne una. Vive solo. L'alimentazione è varia e di buona qualità — prodotti biologici, orto e uova proprie — con poca carne e un consumo di dolci contenuto; si sforza di bere di più a causa di calcoli renali. L'intestino è regolare grazie al cloruro di magnesio: senza, la tendenza è alla stitichezza. È freddoloso, fa spesso sauna la sera e tiene la temperatura di casa alta. L'energia è il punto critico: si sente molto stanco perché fa davvero moltissimo e non si risparmia. Integra vitamina C, omega-3, cloruro di magnesio e un prodotto di amminoacidi essenziali.
L'obiettivo dichiarato nella scheda è «arrivare longevo in salute».
Prima di proporre qualsiasi cosa, il partecipante chiamato a lavorare il caso chiede due chiarimenti, entrambi decisivi.
Il primo riguarda il sonno: da quanto tempo questa persona si addormenta sul divano? È una fase legata a un periodo lavorativo intenso o è uno schema stabile? La risposta è che si tratta di un'abitudine cronica da molti anni, la più difficile da rimuovere: la professionista è partita proprio da lì, ma il cliente ci ricade regolarmente e sostiene addirittura di trovare il divano più comodo del letto, dove dice di dormire peggio.
Il secondo riguarda l'attività fisica, e apre il tema del conflitto tra agonismo e longevità. La risposta della professionista contiene però l'informazione più importante di tutta l'anamnesi:
È una persona alla quale è più difficile togliere che aggiungere: qualsiasi cosa le dici di fare in più la fa, ma togliere è quasi impossibile.
Su questo punto era già stato fatto un lavoro: tutte le attività sportive con gare e competizione sono state eliminate, perché il cliente ha capito di infiammarsi e che l'agonismo non va nella direzione della longevità. Lo sport è rimasto, ma come piacere personale.
La linea del primo volontario è coerente e, sul piano tecnico, tutta corretta. Il sonno è la fondazione su cui si appoggiano i quattro pilastri del benessere, e in questo caso è l'elemento che pregiudica tutte le azioni virtuose che il cliente compie durante la giornata. Da lì, quindi, si riparte. Le indicazioni:
Il volontario aggiunge un'ipotesi sul quarto pilastro, le relazioni: la simpatia sul lavoro potrebbe non bastare, e addormentarsi da soli davanti alla televisione potrebbe segnalare la mancanza di un rapporto più intimo. L'ipotesi viene però corretta subito dalla professionista: si tratta di una persona ricchissima di relazioni e amicizie, che parla con tutti, che se le proponi una camminata l'indomani si organizza e viene. Un'osservazione che vale come lezione di metodo: le ipotesi psicologiche vanno verificate con chi conosce il cliente, non dedotte dalla scheda.
Una partecipante interviene riconoscendosi in parte nel caso, e porta la propria esperienza: anni di attività fisica ossessiva — due allenamenti al giorno senza alcuna gara in programma — non per obiettivi sportivi ma come sfogo di un disagio emotivo. La conclusione a cui è arrivata è duplice: senza tempi di recupero il corpo resta infiammato, e in quello stato anche i risultati estetici tardano ad arrivare; e quel «fare» compulsivo la stava di fatto isolando. Il cambiamento è arrivato quando ha iniziato a sostituire alcune sedute con attività fatte in compagnia, ottenendo un beneficio mentale che descrive come incredibile — «una calibrazione», invece dell'approccio da fanatica di prima.
Trasferito sul caso, il suo punto è che la mancanza di una parte distensiva della vita è il problema di fondo, e non che al cliente serva per forza una compagna: si può stare bene anche da soli. Le sue proposte operative: sistemare sonno e attività del mattino; limitare la televisione, dedicando almeno tre sere a settimana a tecniche di attivazione del parasimpatico ed esercizi di respirazione; freddo al mattino e lavoro respiratorio di tipo ormetico per i livelli di energia; il test ormonale come dato oggettivo per convincerlo. In chat aggiunge il tema della qualità alimentare: molta verdura e forse poche proteine in rapporto all'attività svolta.
Emerge anche un dubbio fisiologico lasciato aperto: se mangia tanta verdura, perché ha bisogno del cloruro di magnesio per la regolarità intestinale? La partecipante dichiara esplicitamente di non poter pronunciarsi in merito, ma segnala che la situazione andrebbe indagata.
Qui Tony interrompe, e la sua correzione è il centro della lezione. Tutto ciò che è stato detto è tecnicamente corretto; il problema è che non funzionerà su questa persona, perché il cliente non fa in tempo ad avere i benefici: torna indietro. Ci prova, e un mese dopo dorme di nuovo sul divano.
Altrimenti sarebbe tutto facile: diciamo alle persone di andare a letto presto, di mettersi i blue blocker, quelli lo fanno e il mondo è migliore. E invece non funziona così: lo fanno la prima sera e poi non lo fanno più.
Il richiamo è a non leggere l'inadempienza come pigrizia o malafede:
Ricordiamoci sempre che se la persona non fa una cosa, non è che uno è uno sciocco che ti dà i soldi per le consulenze e poi non fa quello che gli dici. È che il poveretto non ce la fa, perché non è abbastanza consapevole: quella cosa non è ancora un automatismo, e quindi ricasca continuamente.
Da qui la riflessione che Tony lancia all'aula come domanda generale, valida ben oltre questo caso: se a una persona non riesci a togliere, che cosa puoi fare?
La risposta è sostituire. Al posto di una cosa gliene si fa fare un'altra. E Tony precisa immediatamente che il punto non è biohacking, è comunicazione: al cliente non si dice che gli si sta togliendo qualcosa, gli si dà qualcosa da fare al posto di quella. Il perimetro delle sostituzioni è ampio e va scelto su misura dello stile di vita: esposizione al sole al mattino (che questo cliente già fa), lenti filtranti la sera, una pianta in camera, e decine di altre possibilità. Non è necessario, e nemmeno possibile, «smontare il divano».
Un secondo partecipante rilancia nella stessa direzione — a quest'uomo si può solo aggiungere — ma aggiunge una condizione: sostituzioni con consapevolezza. Le sue proposte:
Per mettere alla prova le proposte, Tony assume il ruolo del cliente: pragmatico, spiccio, poco interessato alle cornici concettuali. «Tutto bellissimo. Cosa devo fare? Dimmi la sostanza: esco dalla consulenza e cosa faccio?»
Il partecipante propone di sistemare la routine di addormentamento e di sostenerla con un sistema di premi e punizioni al raggiungimento o al mancato raggiungimento dell'obiettivo. Tony non chiude, ma non si accontenta: chiede di risalire alla causa. Perché non riesci ad andare a dormire? E fornisce lui la risposta:
Per abitudine. Per pigrizia. Perché alla fine della sera il nostro serbatoio di forza di volontà è finito, e quindi facciamo le cose più comode. E il divano, per lui, è più comodo del letto.
La domanda che ne segue è quella che il partecipante trova, e che Tony accoglie come la svolta della sessione: che cosa vuoi? Vuoi continuare così o vuoi migliorare? È il bivio tra le due leve motivazionali che tornano poi in tutta la seconda metà dell'incontro: la leva del dolore e l'aspirazionalità del piacere.
Tony torna allora sulla scheda e attacca la riga dell'obiettivo. Non come critica alla professionista, ma come problema strutturale: la longevità in salute è un traguardo meraviglioso e universalmente desiderabile — chi è che non vuole arrivare longevo in salute? — proprio per questo non è utilizzabile. Non è toccabile, e la verifica arriverebbe soltanto tra molti anni.
L'esempio che porta viene da un suo intervento pubblico. Alla domanda «quanti di voi vorrebbero vivere fino a centoventi anni?» le mani alzate erano pochissime, perché tutti sanno che a un certo punto arrivano i problemi. Riformulata la domanda — «e con la certezza di viverli in salute?» — le mani si sono moltiplicate. Il che dimostra che non è la longevità in sé il motore, ma cosa vuoi farci.
Non è solo una questione di longevità: cos'è che vuoi fare con questa longevità? Magari gli interessa arrampicarsi sugli alberi fino a novant'anni.
Oppure, nell'esempio che Tony riporta da una sua cliente, ballare il tango a novant'anni; oppure riuscire a prendere in braccio i nipoti appena nati senza sentirsi stanco. Sono queste, dice, le motivazioni che fidelizzano il cliente e che gli tornano in mente nel momento della scelta comoda, non l'obiettivo astratto.
Sono questi i motivi che vi tengono i clienti. La longevità sana è l'obiettivo ultimo, sì, però non lo puoi toccare.
Per spiegare perché la consapevolezza non sia un contorno ma il cuore del mestiere, Tony racconta i suoi anni da istruttore in palestra. I suoi clienti erano i più fedeli, e non perché fosse il più bravo o il più preparato: perché spiegava il perché di ogni cosa, in modo semplice. Nella palestra tipica ti si consegna una scheda, ti si mostrano tre serie su una macchina, tre su un'altra, e tu impari i movimenti; ma quando la motivazione cala, ti accorgi di stare spingendo avanti e indietro senza sapere a che scopo, e ti senti sciocco a farlo. È lì che si smette.
Gli spiegavo il perché delle cose in maniera semplice, e le persone, quando lo facevano, non si sentivano più stupide a farlo.
Applicato al caso: si prende un foglio di carta e una penna, si disegna il sole che entra nell'occhio, la retina, le cellule che mandano il segnale, e si spiega come funziona il sonno. Dentro il protocollo di lavoro esistono d'altronde tre tipi di consulenza — di pratica, di lettura dati e correzione delle strategie, e di teoria — e questo cliente è il candidato ideale per una o due consulenze puramente teoriche. Con un avvertimento: sta al professionista non farle diventare un mortorio, altrimenti il cliente lo si perde comunque.
Tony inserisce qui anche una notazione autocritica sul mestiere: quando si arrivano a vedere sei, sette, otto clienti in un giorno, è facile cadere nella scorciatoia — «il tuo problema è questo, vai a letto prima, comprati i blue blocker, ti giro il link» — perché anche il professionista deve lavorare e mangiare. L'ottavo massaggio della giornata non è come il primo.
Un capitolo pratico riguarda i dati. Tony scopre che il cliente indossa già un orologio Garmin e che la professionista non ha mai guardato i suoi dati. L'indicazione è di farsi dare l'accesso all'app e di cominciare a guardare, anche senza pretese di interpretazione fine: i punteggi del sonno, l'indicatore di ricarica e prontezza, i valori di stress. Il dispositivo, osserva, restituisce letture molto semplificate — e va benissimo così, perché serve un numero di riferimento su cui fare leva:
Guarda: applichiamo queste cose per due settimane. Se i risultati migliorano, bene; se non migliorano, capiremo come fare.
Il secondo strumento è la gamification, sollevata da una partecipante in chat e ripresa con entusiasmo: rendere il percorso un po' giocoso. Tony cita le tabelle e il diario da compilare distribuiti a un suo evento sul sonno, e un file di calcolo usato con i clienti in cui si registra giorno per giorno se si è fatta la doccia fredda, il digiuno, l'allenamento, l'integrazione. A fine mese si contano i verdi e i rossi. Lo stesso principio dei rendiconti periodici prodotti dai dispositivi indossabili: vedere che i rossi diminuiscono e i verdi aumentano scarica a terra quello che si sta facendo, e con clienti difficili fa la differenza.
La parte più metodologica raccoglie i contributi arrivati in chat, molti dei quali provenienti da chi ha studiato programmazione neurolinguistica. Le domande da usare sono poche e ricorrenti: «cosa intendi?», «fammi capire meglio», «in che senso?», «perché vuoi questa cosa?». Il modello che Tony evoca è il bambino che chiede perché a ogni risposta, costringendo l'adulto a giustificare ogni volta in modo diverso.
Dobbiamo essere curiosi. E poi: che cosa ti costerà non farlo?
Quest'ultima è la formulazione della leva del dolore, che Tony usa quando la leva del piacere non ha ancora un ancoraggio. Le persone, spiega, funzionano per aspirazione («verso») oppure in fuga da. Nel marketing dell'abbigliamento intimo, per esempio, funziona l'aspirazione: la persona sa benissimo che non sarà come la modella, ma le piace accarezzare l'idea. Di sé Tony dice invece di essere uno che funziona in fuga: anni di libri su imprenditori di successo non lo avevano mosso di un millimetro, il frigorifero vuoto e l'affitto da pagare sì.
A una partecipante che chiede come scegliere la leva con un soggetto «così aperto con tutti e così chiuso nelle proprie cose», la risposta è che con lui la leva del piacere non basta e va cercato il punto doloroso — figli, legami, cose da perdere. Il che porta alla definizione più ampia del mestiere che emerga nella sessione:
Da un certo punto in poi la bravura del biohacker non è più dirti quello che devi fare, perché quello diventa facile: è capire come tu funzioni. Perché se capisco come funzioni, riesco a mettermi sulla frequenza comunicativa corretta e a portarti a fare quello che voglio io — che sembra una cosa manipolatoria, ma in realtà è per aiutarti.
L'ultima parola è della professionista che ha portato il caso, e cambia la fisionomia di tutto il lavoro svolto. Ascoltando l'aneddoto sulla fuga come motore, riconosce nel proprio cliente la stessa struttura: da giovane si è rifiutato di seguire l'attività paterna, è stato allontanato da casa e ha vissuto mesi dormendo in macchina, senza lavoro e senza cibo. Ha costruito da zero l'attività che oggi funziona, e solo ora il padre lo riconosce. Non ha figli e nessuno a cui lasciare qualcosa: la spinta è tutta dimostrazione e soddisfazione personale.
Da qui il dubbio, formulato da lei stessa:
Noi sappiamo che il problema è il sonno. Ma su una persona che per il suo passato deve dimostrare e continuare a correre, io gli miglioro il sonno e lui inizia a correre ancora di più, perché si sente con più forze.
E la conferma di Tony, che chiude il cerchio:
Il suo obiettivo non è dormire di più: dormire di più, anche se lui non lo sa, è per correre di più.
Se «arrivare longevo in salute», per questo cliente, significa in realtà «continuare a fare tutto quello che faccio adesso per molti anni», allora il piano che si limita a ottimizzare il sonno alimenta il problema invece di risolverlo. È l'illustrazione più netta del principio della sessione: non sempre la soluzione è quella che pensiamo, e anche quando lo è, il tragitto lo deve fare la persona.
Nel congedo Tony estende il principio oltre il caso clinico, fino al rapporto commerciale. Il paradigma da cambiare è quello per cui, avendo capito noi, si dà per scontato che abbia capito anche chi ci sta davanti. Vale per l'aderenza al protocollo e vale per la vendita: se una persona non acquista un percorso di consulenza e monitoraggio, non è detto che sia per sfiducia o per il prezzo — spesso è solo perché non ha capito che cosa quel percorso le darebbe.
Noi dobbiamo prendere le persone per mano e accompagnarle.
Nei minuti finali una partecipante annuncia la condivisione nel gruppo di un file sulle controindicazioni aggiuntive del metodo Wim Hof, si concordano le modalità di caricamento dei materiali, e viene assegnato all'aula il caso studio successivo, già pubblicato, da lavorare nei commenti in preparazione all'incontro seguente.
Nell'anamnesi
Nella costruzione del piano
Nella comunicazione
Nei limiti di competenza