L'intervento, tenuto da Tony Manfron — cofondatore dell'azienda insieme a Massimo e responsabile del metodo di conduzione delle consulenze — non presenta contenuti tecnici di biohacking, ma il metodo con cui si struttura e si conduce una consulenza col cliente. Manfron condivide a schermo una scaletta in PDF, deliberatamente spartana ("solo i punti da seguire"), costruita prima su di sé, poi testata sui clienti e infine duplicata su tutti i biohacker entrati in azienda; la versione mostrata è arricchita appositamente per gli studenti della BioHacker University che domani vorranno lavorare come operatori olistici.
La tesi centrale è che una buona consulenza non è un elenco di nozioni riversate sul cliente, ma un percorso di domande che serve a rendere la persona consapevole e a raccogliere informazioni da triangolare tra i vari ambiti (alimentazione, stile di vita, sonno, movimento, stress, pratiche). Più il consulente diventa bravo a fare domande e a incrociare le risposte, meno tempo impiega e più capisce da solo dove intervenire, così da chiudere consegnando poche strategie — due o tre — facili, gratis ed efficaci, cucite addosso al cliente e al suo scopo di vita. Il filo conduttore è che il biohacker lavora sempre sulla persona sana che vuole stare meglio (mai sul patologico), guida senza imporre ("chi domanda comanda") e costruisce un circolo virtuoso vincente per il cliente e per l'azienda.
Manfron premette di dover comprimere in un'ora un lavoro che di norma richiede tre, sfruttando la soglia di attenzione media (60-110 minuti). Introduce l'azienda: fondata con Massimo, che portava esperienza imprenditoriale (aveva gestito un ospedale privato), mentre lui portava esperienza di gestione dei clienti; entrambi già esperti di biohacking. Da lì ha imbastito un metodo per seguire le persone, provato prima su di sé, poi sui clienti, poi duplicato su ogni biohacker entrato in azienda. In azienda i neofiti imparano affiancando i senior, guardano le consulenze e solo quando sono pronti le conducono sotto supervisione.
La scaletta mostrata è più estesa di quella interna, perché pensata per gli studenti della BioHacker University: chiunque voglia diventare operatore olistico — medico, veterinario, fisioterapista o proveniente da altri settori — può seguirla. Principio di fondo ribadito: non si lavora mai sul patologico, ma sulla persona che sta bene e vuole stare ancora meglio.
Si parte "a bomba" entrando in empatia. Molti operatori sanitari e del benessere faticano proprio in questo. La tecnica è osservare l'ambiente in cui si trova la persona: se ha libri alle spalle, una lampada di stile industriale, dei quadri, un accento particolare, un colore di capelli o occhiali che colpiscono, si fa un complimento sincero e si crea contatto — senza scadere in calcio o politica. Esempi di domande d'apertura: dove ti trovi, come si sta oggi dalle tue parti, di dove sei. Manfron cita un cliente presentatosi con i blue blocker rossi alle nove di mattina: occasione per entrare in empatia e insieme dare subito un'indicazione (toglierli, perché a quell'ora abbassano soglia e attenzione).
Subito dopo la chiacchierata si invita la persona a procurarsi carta e penna. La consulenza può essere registrata (via Zoom, o con un tool di intelligenza artificiale in fase di test che trascrive e divide gli interventi in un PDF finale), ma la scrittura a mano ha un valore proprio: chi scrive a mano fissa una quota molto maggiore di informazioni, un imprinting nella memoria che il digitare col telefono non produce. Il consiglio va inserito già nel messaggino di promemoria ("fatti trovare in un posto silenzioso, con carta e penna"). In una consulenza di un'ora o un'ora e mezza si "riversa addosso" al cliente moltissimo: è normale che non ricordi tutto, quindi qualche appunto aiuta.
Prima di entrare nel merito, si spiega alla persona come si svolgerà l'ora ("staremo assieme circa un'ora, affronteremo vari argomenti, ti farò delle domande, poi ti darò delle strategie e ti manderò un rapporto riepilogativo"). Questo è cruciale perché il cliente spesso non sa cosa sia una consulenza di biohacking. Due domande fondamentali — "sai già cos'è il biohacking?" e "sai già su cosa andremo a lavorare?" — servono a far dire alla persona su cosa concentrarsi e a capire quanto essere tecnici, se allargare a molti temi o andare in verticale su pochi. Alcuni clienti fanno una sola consulenza, altri percorsi di un anno; dipende dalla loro necessità e da eventuali accordi già presi. In questa fase la ruota della longevità (questionario da 160 domande che suddivide le sette aree della salute) e i test di medicina di precisione (DNA, metagenomica, microbiota) riguardano soprattutto chi lavora già in azienda; il biohacker non entra nel merito delle analisi, che restano di competenza medica, salvo formazione avanzata specifica.
Si chiede un voto da 1 a 10 alla propria alimentazione. Il numero è irrilevante: serve a capire quale consapevolezza ha la persona di ciò che fa. A cascata arrivano domande operative: dedichi tempo alla preparazione dei pasti, cosa fai mentre mangi (TV, telefono, litighi con la famiglia), assumi integratori e dove ti sei informato, come ti idrati, quanta caffeina e quando. Capiterà spesso chi dice "mangio bene" e poi rivela colazioni con tre tranci di pizza: il consulente deve diventare bravo a smascherare l'autopercezione con le domande. La visione che la persona ha del mangiare guida la taratura della comunicazione (in PNL il rapport: mettersi al suo livello). Domande come "hai gonfiore dopo i pasti?" o "cali di performance dopo mangiato?" iniziano già a collegarsi agli altri ambiti: chi mangia di fretta, deglutendo senza masticare (o mangiando mentre lavora), avrà probabilmente sonno peggiore e gonfiore.
Si entra nella routine: quante ore passi seduto, difficoltà di focus, orari, smart working o ufficio, spostamenti in auto, situazione familiare e abitativa, le prime tre cose che fai al risveglio e le ultime prima di dormire, che indumenti indossi (sintetici?), quanto ti esponi al sole. L'esposizione va quantificata (almeno mezz'ora al giorno), perché le persone non sanno cosa significhi. Qui compare la strategia delle pause visive: ogni 60-90 minuti staccare l'occhio dal monitor, aprire la finestra e mettere a fuoco l'oggetto più lontano (il classico campanile) per 30-60 secondi, per far lavorare e insieme riposare la muscolatura oculare tarata sulla distanza dello schermo; poi guardare verso l'alto per 20-30 secondi come "reset cerebrale" (guardare in alto richiama simbolicamente il sole, "Dio ancestrale"). Si accenna alla tecnica del pomodoro, ripresa in coda.
Anche qui il voto da 1 a 10 misura come la persona si vede, non la qualità reale (c'è chi si dà 7 e dorme male, chi si dà 4 e con l'anello scopre di dormire bene). Domande: come ti senti al risveglio e perché, ti alzi di slancio o rinvii, alla sera ti viene sonno o resteresti alzato, sei più produttivo mattina o sera, fai pisolini pomeridiani e perché. Le risposte orientano le strategie: a chi lavora su turni e non può fare pisolini non si proporranno micro-sonni. Concetto ribadito: quando si arriva in fondo alla consulenza si sa già cosa consigliare, e si consegnano solo due-tre strategie efficaci, facili e gratis, perché le liste lunghe (l'esperienza delle "pappardelle" di dieci pagine) non vengono seguite. Se il cliente aggiusta i ritmi circadiani e percepisce miglioramenti, tornerà, porterà altri clienti e farà percorsi più lunghi; se le cose sono complicate o inefficaci, sparisce.
Emergono indicazioni concrete sul sonno: mantenere gli stessi orari di sveglia e di addormentamento anche nel weekend (ogni ora di sfasamento equivale a un'ora di fuso orario: le persone vivono in un "jet lag permanente"); domande su spuntini serali, posizione e tempo di addormentamento, risvegli notturni, sudorazione; e soprattutto le due ore prima di coricarsi (TV, smartphone, lettura sotto la plafoniera invece che con una piantana, lavoro tecnico, specchio). La nota chiave: creare un rituale osservabile nell'ultima ora prima di dormire, per segnalare al corpo che ci si prepara al riposo e permettergli di adeguare i livelli ormonali.
Il biohacker non è un personal trainer e non entra nel settore fitness in senso stretto: se il cliente ha bisogno di allenamento specifico, lo si indirizza a un trainer (un caso citato: aiutare un cliente a trovare un'insegnante privata di yoga). Le domande servono a dare strategie di contorno: quale attività fisica e con quale obiettivo, uso di accessori di monitoraggio, passi al giorno, capacità di alzarsi e muoversi regolarmente o sedentarietà prolungata. Qui la triangolazione diventa evidente: chi "mangia bene" e dorme decentemente ma sta seduto dodici ore lamenterà mancanza di lucidità, e la spiegazione emerge dall'incrocio delle risposte. Attenzione anche alle attività all'aperto non sportive (camminare, curare il giardino): a un imprenditore stressato che la domenica cura il giardino si può suggerire il grounding a piedi scalzi, trasformando ore già vissute in un beneficio aggiuntivo.
Si introduce sempre il tema con un cappello: tutti oggi siamo esposti a molte fonti di stress. Nessuno, in quindici anni di consulenze, si è mai dichiarato "non stressato", perché lo stress è soggettivo e non quantificabile a percezione (lo è, invece, oggettivamente, con dispositivi o analisi ormonali). Utile chiedere due volte, approfondendo la definizione di stress (somatizzazione, perdita di sonno, sintomatologie), così la persona ci ragiona e spesso ridimensiona ("stressato no, però è un periodo così"): il lavoro è renderla consapevole. Si esplorano le fonti (anche lo smog, il PM10 in centro città) e le soluzioni adottabili subito. Esempio ricorrente: la regola aziendale — e consigliata ai clienti — di non parlare di lavoro dall'ora di cena in poi, adottata internamente quando l'azienda è cresciuta. La capacità di modulare lo stress non dipende solo dalle piante adattogene o dalla crioterapia, ma anche da quanto tempo si passa a pensare e parlare della fonte di stress: staccare la testa tra un meeting e l'altro permette al corpo di imparare a modulare; incatenare stimoli stressogeni senza pause trasforma quattro ore di stress in sette.
Manfron usa consapevolmente l'anglicismo purpose (più "buon proposito" che "scopo"). La domanda spiazza — "qual è il tuo scopo nella vita?" — ma è importante per capire come la persona si vede e si pensa. Molti sopravvivono per decenni senza un motivo percepito; il biohacker può aiutarli a tirarlo fuori (non facendo da psicologo). Esempi: il muratore che fatica per far studiare i figli e non "vede" quel purpose; l'anziano il cui scopo è restare autosufficiente senza pesare sui figli. Se le strategie di biohacking vengono cucite su quello scopo, la persona ha davvero motivo di applicarle, ne trae benefici, è soddisfatta e continua il percorso: un circolo virtuoso vincente per tutti. Domande correlate: cosa vorresti fare negli ultimi anni della vita (il cliente medio ha 45-70+ anni, si lavora molto sulla longevità), hai spesso la sensazione di vivere una vita che non ti piace, cosa significa per te la parola felicità, ti reputi una persona felice.
Superata la panoramica, si passa agli argomenti "più leggeri e pratici", ciascuno introdotto da un breve cappello che tiene la persona guidata. A questo punto il consulente sa già, per triangolazione, cosa consigliare.
Crioterapia: si indaga se e come la pratica, i benefici percepiti, la modalità (chi crede di fare la doccia fredda mettendo acqua tiepida sulle gambe non la sta facendo). A chi la fa da anni si suggerisce di variare (sospendere, alternare, cambiare orario) o di passare al bagno freddo (una vaschetta da 80-100 euro, ghiaccio, 7-10 minuti una volta a settimana sostituisce la doccia quotidiana). A chi ha vampate o soffre il caldo, la crioterapia può giovare, spiegando prima un minimo di teoria e poi la pratica.
Respirazione: "gli esercizi possono essere un farmaco". Nove su dieci diranno di non conoscere nulla, perché la respirazione è data per scontata. Si indaga quali pratiche, perché, in quale momento (attenzione: chi fa respirazione potenziante prima di dormire ha probabilmente un sonno peggiore di quanto dichiari). In base al caso si "cuce" la tecnica giusta: respirazione rettangolare/quadrata/triangolare, di coerenza, potenziante prima dell'allenamento, o Wim Hof prima della doccia fredda (magari con meno cicli per un principiante avanti con gli anni).
Digiuno intermittente: argomento "tabù", non adatto a chi ha problemi di glicemia/insulina o alle donne in età fertile; in azienda interviene prima la dottoressa. Il biohacker si limita a illustrarlo. Manfron lo considera uno dei "medici" più potenti della natura. Approccio preferito perché più fattibile: il time restricted eating, cioè ridurre la finestra alimentare (cena entro le 20, colazione dopo le 8, almeno 12 ore di distanza; benefici maggiori su 14/10), praticabile tutti i giorni; poi un paio di giorni a settimana un 16/8 (saltare cena o colazione — saltare la cena è più efficace ma può togliere il sonno), e una volta al mese un 24-30 ore.
Meditazione: dal 2000 gli studi ne hanno dimostrato i benefici su sistema endocrino, stress e sistema nervoso/immunitario. Si chiede se pratica, che tipo, cosa cerca e perché. Se il cliente non medita e probabilmente non lo farà, non ha senso forzarlo ("chi non ci crede è liberissimo"): la bravura del professionista è offrire altre strategie buone per lui, come il journaling o la camminata all'aperto senza smartphone. Si consiglia ciò che il cliente può praticare più facilmente e più spesso (il journaling più del forest bathing, che si può protocollare almeno una volta al mese). Anche il timing conta: una visualizzazione per il self-improvement va fatta al mattino, non la sera; una pratica rilassante può stare a fine giornata come "reset" prima di rientrare al 100% in famiglia. Spesso le persone hanno già dentro le risposte: il consulente le aiuta solo a fare ordine.
Grounding / earthing: da spiegare come sinonimi; da proporre solo a chi è ricettivo (a un muratore molto pragmatico dire di "abbracciare gli alberi" fa perdere credibilità).
Toni binaurali: da valutare triangolando focus, sonno e meditazione. Sono triangolazioni di suoni percepibili solo in cuffia, reperibili anche su YouTube, scelti in base alla frequenza cerebrale desiderata (onde delta per la meditazione profonda, onde gamma / 40 Hz per il focus sul lavoro), spesso mascherati da musica perché di per sé sgradevoli. Il biohacker deve provarli in prima persona (es. leggere un testo tecnico con binaurali a 40 Hz, o usarli durante un power nap in ambiente rumoroso con cuffie a cancellazione di rumore).
A fine consulenza si valuta se consigliare accessori di contorno (fotobiomodulazione per capelli/pelle/recupero, depuratore d'aria con filtro HEPA, lampada di sale, blue blocker, piante come la sanseveria). Il criterio resta la reale necessità: a chi ha uno stile di vita molto compromesso non si fa spendere denaro su dettagli irrilevanti, si lavora prima sui fronti importanti. Il messaggio finale è che la competenza cresce con la pratica: più consulenze e più domande si fanno, più si diventa bravi a triangolare le informazioni e a capire davvero la persona, spesso intuendo la soluzione prima ancora di arrivare in fondo — non per talento, ma per esperienza accumulata.
Preparazione (prima della consulenza):
Apertura (primi minuti):
Conduzione (percorso di domande, area per area):
Strategie di contorno consigliabili durante il percorso:
Chiusura: