In sintesi

Questa è la Parte 2 di 2 del modulo di Laura Pirotta — psicologa del benessere e naturopata — dedicato a "le parole che trasformano e che ammalano", cioè alla psicologia della comunicazione per operatori del benessere. La Parte 1 (8 novembre) aveva introdotto l'idea che il linguaggio non è neutro: le parole possono essere virtuose o ammalanti, e aveva coperto le prime due categorie linguistiche, la necessità/impotenza (posso/non posso, devo/non devo, bisogna) e gli assoluti/generalizzazioni (sempre, mai, tutti, nessuno). Le due lezioni sono state volutamente accorpate perché trattano lo stesso tema; per questo a dicembre non c'è stato incontro e il corso riprende il 10 gennaio.

La Parte 2 si apre con la correzione dell'esercizio assegnato — riconoscere in alcune frasi la categoria linguistica, l'emozione sottesa e il marcatore somatico (dove il corpo la "sente") — e poi completa la mappa attraversando le categorie rimanenti: negazioni, framing, il tema del cambiamento graduale, etichette identitarie, nominalizzazioni, causa-effetto deterministico, iperinterpretazione, catastrofismi, confronto con gli altri, domande accusatorie e metafore belliche. Il filo conduttore è duplice: prima di tutto la consapevolezza — su di noi e sui nostri assistiti, perché siamo i primi pazienti di noi stessi — e poi la capacità di riformulare (reframe) ogni schema linguistico disfunzionale verso una versione propositiva, orientata alla soluzione e all'accoglienza del sintomo anziché alla sua negazione o al suo combattimento. Sullo sfondo, alcuni principi di neuroscienza (il cervello non distingue reale e immaginato, ragiona per categorie, è plastico ma cambia solo gradualmente) e una precisa postura professionale: dare valore al proprio lavoro, costruire l'alleanza terapeutica e puntare non ad acquisire ma a fidelizzare l'assistito nel tempo.

Contesto e docente

Laura Pirotta si presenta come psicologa del benessere e naturopata, con uno studio nel monzese. Lavora molto su di sé — cita un percorso di tre serate sull'autostima in cui svolge gli esercizi insieme ai partecipanti — e porta nella masterclass numerosi casi tratti dalla propria pratica clinica e dalla propria esperienza personale (per esempio la gestione della propria tiroidite con selenio, zinco e oligoelementi, contro il parere iniziale dell'endocrinologo). Il taglio non è quello di una consulenza clinica 1:1, ma di una lezione formativa per professionisti del benessere (psicologi, naturopati, bio-hacker, operatori olistici, nutrizionisti), pensata perché ciascuno impari a osservare e correggere il proprio linguaggio e quello degli assistiti.

La cornice teorica poggia sul concetto di marcatore somatico (somatic marker): le parole disegnano cornici che orientano l'emozione e la fisiologia, e imparare a usarle bene serve a dialogare meglio con l'assistito e a costruire l'alleanza terapeutica. Pirotta ricorda un principio guardato al mattino stesso su LinkedIn: vendere una volta è marketing, vendere due volte è marketing all'ennesima potenza, ma fidelizzare non è più marketing: è prodotto, è qualità. Il suo massimo obiettivo professionale non è acquisire il paziente nuovo, ma diventarne il punto di riferimento nel lungo periodo, quello che dopo anni ricontatta perché sa di essere stato aiutato con efficacia.

La sessione ha avuto anche un momento "dal vivo": per un tratto Pirotta ha condiviso le slide vedendole solo lei, finché una partecipante (Giuliana) l'ha segnalato; le slide erano comunque già state distribuite via email. Il modulo si chiude con l'assegnazione di un esercizio di consolidamento su tutte le categorie viste nelle due lezioni e con l'invito a osservare per un mese il proprio linguaggio e quello degli altri.

Concetti chiave

Sviluppo della lezione

1. Recap della Parte 1 e cornice generale

Pirotta richiama i punti già visti. Il linguaggio può trasformare in positivo ma anche ammalare o peggiorare la sintomatologia, e questo vale in doppia direzione: talvolta sono gli assistiti a portare un linguaggio pessimista ("sto malissimo", "non c'è soluzione", "sono un depresso"), ma anche i professionisti, i genitori, i partner possono aggravare il senso di disfatta. L'errore opposto è però nascondere la testa sotto la sabbia — la negazione totale, prima delle fasi del lutto di Kübler-Ross: il problema c'è, ma se ne parla in modo da poterlo vivere con uno sguardo più ottimista e meno peggiorativo.

Cita esempi di comunicazione medica dannosa: il "non ha assolutamente nulla" detto a chi sente reflusso o gastrite; la fibromialgia liquidata come "malattia immaginaria". Meglio, se mai, spiegare che esistono disturbi con sintomatologie a forte componente psichica o che peggiorano sotto stress (l'esempio dell'artrite che si riacutizza quando la persona è stressata): il disturbo esiste, esiste soprattutto nel vissuto di chi lo porta. Qui entrano i marcatori somatici come cornici per dialogare meglio e costruire l'alleanza terapeutica.

Sui verbi modali (posso/non posso, devo/non devo, bisogna): attivano un sistema d'allarme e un'idea di sola "possibilità" (richiamo a Kierkegaard: la possibilità è possibilità che sì e possibilità che no), mentre spesso serve l'agito. Esempio: la strategia migliore per andare in palestra non è la motivazione — volatile — ma metterlo in agenda come impegno, esattamente come un appuntamento; e funziona quando è la persona a dirsi "devo, per me", non "bisogna" o "posso/non posso". Meglio trasformare "non posso farcela" in "posso iniziare un passo alla volta". Sugli assoluti (sempre, mai, tutti, nessuno): sono generalizzazioni impossibili, prodotte dal cervello che categorizza per economia mentale; il ragionamento assolutizzante è tipico delle depressioni, in particolare della distimia (depressione cronica, spesso sottotraccia, diversa dalla depressione maggiore).

2. Correzione dell'esercizio: categoria, emozione e marcatore somatico

L'esercizio chiedeva di indicare, per alcune frasi, la categoria linguistica, il tipo di emozione e il marcatore somatico — immaginando la persona che le pronuncia anche a livello corporeo.

Qui Pirotta introduce le tre modalità di reazione dell'organismo — fight, flight, freeze. Fight non è necessariamente aggressività fisica, ma agire in modo attivo e proattivo (a volte "reagisco per forza"); flight è lo scappare, fuggire, lasciar perdere; freeze è il congelarsi ("vorrei fermare tutto e far andare avanti il mondo"). Caso: la paziente terrorizzata dall'ambiente medico e dall'anestesia, cui era stato consigliato di togliere un fibroadenoma; in modalità freeze non prendeva alcuna decisione (né operarsi subito né aspettare e controllare), saltando o annullando gli appuntamenti da mesi. Il suggerimento è stato accompagnarla verso il fight (curarsi, trovare un medico con cui parlare anche la terapeuta, valutare la sedazione profonda). Ma — precisazione importante — il fight non è sempre la soluzione migliore: a volte serve lasciar andare (flight), a volte fermarsi in un freeze riflessivo per prendersi il tempo di decidere.

3. Negazioni

Tutte le negazioni andrebbero evitate nel dialogo con l'assistito e con sé stessi (non nella lingua di tutti i giorni). La storia classica è quella dell'elefante rosa: "non pensate a un elefante rosa" e l'immagine compare subito. La spiegazione neuroscientifica: per negare qualcosa il cervello deve prima affermarlo — costruisce l'immagine dell'azione e solo dopo antepone il "non". Così "non voglio più stare male" fa passare prima "voglio stare male"; è l'effetto paradosso. L'italiano peggiora la cosa perché usa la doppia negazione e rafforzativi ("non… più"), a differenza per esempio del tedesco.

Analogia con i bambini: "non toccare" è un invito a toccare (il bambino avvicina il dito e poi lo ritrae). Ci sono casi in cui inserire un comando negativo è necessario — dipende da chi si ha davanti e sarà oggetto delle lezioni successive sugli stati dell'io (adulto/bambino/genitore) — ma nella maggior parte dei casi la mossa migliore è rigirare la frase in positivo: da "non voglio pensare al dolore" a "voglio concentrarmi su ciò che mi fa stare bene"; da "non si preoccupi" a "può sentirsi più tranquillo se respira così". Esempio vissuto: a chi le annulla un appuntamento, l'impulso è scrivere "non ti preoccupare", ma così si installa l'idea della preoccupazione e ci si mette in soggezione, togliendo valore al disagio creato; meglio "riprogrammiamo, troviamo una soluzione". Digressione collegata sul dare valore al proprio lavoro: essere flessibili con chi ha vere urgenze, ma conteggiare la seduta a chi annulla all'ultimo senza reale necessità.

4. Framing: le parole-cornice negative

Il framing è la cornice linguistica: un insieme di parole che circonda il discorso e ne orienta l'attivazione. Parole come problema, disastro, ansia, disturbo, malattia sono cornici negative che mandano l'amigdala in allerta e alimentano catastrofismo. Frasi come "il mio corpo è un disastro", "la mia vita è un problema continuo" e soprattutto "sono io il problema" diventano profezie che si auto-avverano. Esempio: la persona iscritta al percorso sull'autostima che, prima ancora di fare il test, scrive "tanto so già che sarà un disastro, uscirà un quadro terribile di me".

La tecnica proposta è il mirroring/rispecchio: restituire alla persona le parole esatte che ha usato ("ti sei ascoltata? hai detto 'io sono il problema', 'la mia vita è un problema continuo' — il tuo cervello sta ascoltando esattamente queste parole"). Il primo passo è la consapevolezza, anche perché spesso questi modi di dire sono introiettati dai genitori e processati dal cervello come veri (che non distingue reale e immaginato — da qui l'efficacia di meditazioni e visualizzazioni, e il mental coaching degli sportivi, es. la tuffatrice ferma per infortunio che visualizzava "frame per frame, muscolo per muscolo" il gesto). Prende appunti in seduta e, quando la persona si ferma, le rimanda: "mi ha colpito quando hai detto…". Poi si lavora sul reframe: "non sei tu il problema; semmai hai un problema da risolvere", perché "io sono il problema" è un'etichetta identitaria, mentre "ho un problema" è risolvibile.

Illustra il punto con l'aneddoto della posta: alla sportellista che le dice "non può spedire con quella carta", risponde ripetutamente "ok, qual è la soluzione?", finché la soluzione (una scatola di cartone a 4,50 €) emerge dopo un quarto d'ora di dialogo surreale. Morale: le persone portano il problema, il nostro lavoro è girarle fisicamente verso le soluzioni possibili. Se, provate tutte, nessuna soluzione è valida, allora "non esiste il problema", perché a un problema reale corrisponde almeno una soluzione. Chi resta incistato sul problema esprime spesso il vantaggio secondario della malattia (Freud): arriva per "sbrodolare" il vissuto ma non vuole davvero girarsi verso la soluzione. Vale anche per gli integratori: suggerisce prodotti naturopatici (iperico, funghi medicinali, zafferano, cimicifuga per le vampate) per evitare di arrivare subito allo psicofarmaco, ma poi "non li ho presi": lì bisogna far decidere la persona.

5. Il cambiamento graduale: lavorare per step

Il cervello non ama le trasformazioni rapide e repentine. Caso della naturopata che le propose un piano con venti integratori insieme: al di là del costo, non è così che si lavora. Bisogna procedere per priorità e step, "come una cipolla", strato dopo strato fino al cuore del problema (richiamo alla medicina tradizionale cinese). Forzare produce l'effetto rebound: chi parte "sparato" con crioterapia, fotobiomodulazione e integrazione totale spesso peggiora. È normale un peggioramento dopo alcune settimane di percorso: "stiamo convincendo i neuroni a spostarsi da una via brutta a una via bella della città" — i solchi neuronali sono abitudinari e si ricablano solo col tempo, passo per passo. Come metafora di lavoro Pirotta usa gli animali guida: chiede all'assistito quale animale sente di essere; una paziente le ha restituito l'immagine della "grande tartaruga equilibrata con la corazza" e dell'"anatra con i propri piccoli", cogliendo la sua missione di accompagnare le persone "a guardarsi dentro con coraggio".

6. Etichette identitarie

Le etichette identitarie congelano l'identità: il sintomo diventa impersonificato e incarnato. "Io sono un depresso", "sono un ansioso", "sono problematico", "sono ipocondriaco". (Nota tecnica: l'ipocondria non è più termine del DSM-5, sostituita da ansia da malattia.) Il rischio vale anche per il professionista, che etichetta a sua volta: definire qualcuno "paziente difficile" — riferito magari da un altro medico — rinforza lo stigma, tanto più in chi vive già una situazione delicata (es. i pazienti oncologici).

Caso emblematico: la cinquantenne con colite invalidante che vive con la madre, accumula trucchi senza usarli, e chiede insistentemente "voglio un nome alla mia malattia, così io so chi sono" — l'etichetta come identità. Non svolgeva gli esercizi assegnati (meditazione, cinque minuti al giorno di trucco per la componente identitaria), continuava a chiedere una diagnosi rifiutando però lo psichiatra. Pirotta ha scelto di interrompere il percorso: quando l'identità è così saldata sul problema e sul suo vantaggio secondario, "meglio perderle che trovarle", perché il cambiamento avviene solo se la persona lo vuole e non ci si può sostituire a lei. La riformulazione corretta separa la persona dallo stato transitorio: non "sei un ansioso" ma "stai attraversando un periodo di ansia"; non "sei un depresso" ma "è l'umore che è depresso, stai attraversando una fase". Collegato, l'esempio personale dell'endocrinologo che le disse "ormai sei così, ti devi abituare" sul TSH: lei sta bene tra 1 e 2, oltre il 2 no; lavorando su alimentazione, selenio, zinco e oligoelementi ha abbassato TSH e anticorpi. "Sei così, tientelo" è un'etichetta che nega la possibilità di migliorare lo stato di salute, anche quando la condizione di base resta.

7. Nominalizzazioni

Le nominalizzazioni trasformano il disturbo in un'entità che agisce: "la mia depressione mi sta distruggendo", "il mio disturbo non mi lascia vivere", "la mia ansia è più forte di me". Poiché la persona già la vive come impersonificata, la tecnica è assecondare e guidare la visualizzazione: "descrivimi questa depressione/ansia/artrite come se fosse una persona o un oggetto — com'è vestita, dov'è seduta, in che parte del corpo la senti — senza suggerirtela io". Caso dell'artrite comparsa dopo un lutto: personificata, si è rivelata "vestita con stivali neri", carica di rabbia (l'artrite è un'infiammazione, spesso con connotato di rabbia) rispetto all'accaduto. Fatta emergere, la si può ringraziare per il ruolo e il messaggio portato, abbracciarla e lasciarla andare (immaginandola rimpicciolire fino a sparire). Il principio: accogliere il sintomo, non negarlo né combatterlo — a livello cerebrale combatterlo lo peggiora, accoglierlo lo migliora. Si possono impersonificare anche organi (intestino, stomaco), sulla scia delle visualizzazioni di gratitudine verso gli organi vitali (cita Daniel Lumera, "su Audible"). Anche qui il reframe: da "la mia depressione mi sta distruggendo" a "sto attraversando un periodo depressivo / questa è una ricaduta, e quando torna la ascolto e la accolgo".

8. Causa-effetto deterministico

Lo schema "se X allora sicuramente Y" — determinismo di stampo freudiano — è un altro automatismo del cervello evoluto. Frasi come "se litigo con mia madre mi viene sempre il mal di testa", "se non dormo otto ore sto malissimo il giorno dopo", "se non dimagrisco peggiorerò di sicuro" sono profezie che si auto-avverano. A volte la relazione è reale (se non prendo il farmaco non miglioro), ma spesso non va associata rigidamente: se X, l'esito può essere Y, ma anche A, B, C. Radice evolutiva: siamo cresciuti col "se X allora Y" utile alla sopravvivenza — la scoperta del fuoco (se domino il fuoco allora mi scaldo e allontano i predatori; se lo tocco mi brucio), il passaggio da raccoglitori opportunisti a cacciatori e la scoperta della carne cotta (più buona — nasce il gusto umami — e più sicura, perché la cottura uccide i parassiti). Ma sul piano psicologico il determinismo irrigidisce e attiva credenze limitanti "o tutto o niente", anche nelle relazioni. Il ruolo del professionista è aiutare a trovare tutte le variabili, non solo Y. Reframe: da "se non dimagrisci peggiorerai di sicuro" a "ridurre il peso potrebbe alleviare i sintomi", "assumere i farmaci può facilitare il miglioramento" — stessa sostanza, cornice diversa e non deterministica.

9. Iperinterpretazione

L'iperinterpretazione è il "so già che…": "so già che uscirà un disastro", "so già che lei non mi crederà", "immagino di non farcela, quindi vorrei fare due sedute di prova". È una profezia auto-avverante che scava la fossa in partenza. Oggi arriva spesso "schillata" (preconfezionata) dal confronto con ChatGPT: "so già di avere una depressione, me l'ha confermato la chat". Pirotta risponde con leggera provocazione ("allora cos'è venuta qui a fare, se sa già che non migliorerà?") e riporta al verificare sul campo: "dimmi prima cosa mi stai dicendo, poi ti dico io se ci credo"; "proviamolo, verifichiamolo insieme". Due punti fermi:

10. Catastrofismi

I catastrofismi usano parole come insopportabile, disastroso, disperato, unite ad assoluti (sempre, ovunque): "questa mi sta distruggendo", "non cambierà mai niente". Il caso portato dai partecipanti (Stefano) riguarda clienti con endometriosi/dismenorrea a cui il medico dice "se lo devono tenere, il dolore è normale": arrivano dal professionista del benessere per una soluzione ma non la applicano, perché "l'ha detto il medico" e il medico "ha sempre ragione". La riflessione: sono venute perché vogliono una soluzione; la soluzione è frenata da chi (figura autorevole) ha detto che non c'è. Il lavoro non è denigrare il medico, ma accompagnare la persona a sperimentare un protocollo con un tempo e un obiettivo misurabili ("diamoci due settimane / un mese, un follow-up, e vediamo i benefici"). "Provare" suona come prova gratuita; meglio "iniziare e vedere insieme, passo per passo". Esempio personale a sostegno: con TSH a 36 dopo il parto, se avesse ascoltato l'endocrinologo che non indagava gli anticorpi sarebbe rimasta "una morta che cammina"; cambiando specialista e lavorando su selenio, zinco e oligoelementi (rame, oro, argento) gli anticorpi si sono abbassati.

Distinzione chiave sollevata da una partecipante (Regina, fibromialgia): il catastrofismo può essere momentaneo o strutturale. Nel momento di massima sofferenza acuta (crisi di fibromialgia, emicrania invalidante, dolori da endometriosi/dismenorrea) non si parla di catastrofismo: è una modalità in cui si sospende ogni giudizio e si accoglie ciò che arriva, trovando la soluzione migliore per attraversarlo (per la mamma di Pirotta, con emicranie fortissime: buio totale, sdraiata, aspettare che il farmaco faccia effetto). In quel picco la persona non è nemmeno lucida per lavorarci; il coaching non serve. È utile la lettura ottimistica ("è già successo, lo accolgo, passerà — come il panta rei di Eraclito"). Diverso è invece il catastrofista cronico, che legge tutta la vita come catastrofe: lì si lavora sulla lettura del mondo, non solo sul dolore.

11. Confronto con gli altri

Il confronto danneggia l'alleanza terapeutica. "Gli altri pazienti migliorano più velocemente" (detto dal professionista, o riportato da un altro medico) fa sentire la persona non vista, inadeguata, priva di autoefficacia, e la fa "combattere" contro altri che hanno ottenuto risultati. La persona vuole essere vista come unica; ogni percorso è personale, con tempi propri. Anche il professionista è esposto alla tentazione di "guardare l'orticello dell'altro" (altri colleghi con pazienti che migliorano prima). Se mai si può citare la ricerca ("le ricerche dicono che molte donne con endometriosi trovano un miglioramento"), che è cosa diversa dal confronto con singole persone: "vediamo i tuoi progressi, non quelli degli altri".

12. Domande accusatorie

Le domande chiuse e accusatorie ("perché non riesco mai a farcela?", "perché non ha seguito la terapia?", "perché a me non succede quello che succede agli altri?") creano un blocco narrativo, ma quando le porta l'assistito diventano un'occasione per lavorarci. Su "non riesco mai a farcela": mai? non c'è stato un momento in cui ci sei riuscito? — si rievocano i successi. Poi si smonta il termine generico "farcela": cosa significa per te? Non sentire più dolore, avere successo, soldi, potere? Se le aspettative sono irrealistiche, quel "farcela" non arriverà. Le domande utili spostano dall'accusa alla risorsa: "che cosa ti ha ostacolato? cosa potrebbe aiutarti la prossima volta? cosa dobbiamo fare perché tu ce la faccia?". Se la risposta è "nulla, proprio niente", si insiste per tirar fuori le risorse. Esempio: la persona con attacchi di panico per cui si è scoperto che disegnare mandala era ciò che calmava di più — è diventato il suo modo di togliere il pilota automatico che la portava in ansia.

13. Metafore belliche

Le metafore belliche (guerra, battaglia, combattere, attaccare, aggredire, vincere/perdere) sono usatissime, anche dai giornalisti che parlano di malattia ("ha combattuto", "ha perso la sua battaglia"). Il problema è la polarizzazione vincitore/perdente: alimenta il senso di colpa e l'idea che "se perdo la battaglia sono un loser", retaggio anche di certi motivatori ("io ho vinto la mia battaglia, tu non ce l'hai fatta"). Attenzione particolare quando c'è già un corpo "in guerra con sé stesso": "sono in guerra con il mio corpo" è tipico di chi ha anticorpi a manetta — malattie autoimmuni, tiroiditi, allergie, dove il corpo letteralmente combatte sé stesso. I reframe proposti:

14. Chiusura e compito assegnato

Pirotta annuncia un esercizio di consolidamento — che sarà inviato nei giorni successivi — su tutte le categorie linguistiche viste nelle due lezioni, con l'invito a osservare per un mese (fino al 10 gennaio) il proprio linguaggio e quello degli altri: assolutismi, metafore belliche, catastrofismi, negazioni, causa-effetto. Più si è consapevoli dei propri processi e di quelli altrui, più si "performa bene" come professionisti. Il messaggio finale: un bravo professionista non è solo competente nella materia, ma sa comunicare, relazionarsi e creare l'alleanza terapeutica; il valore aggiunto dell'operatore del benessere è portare un vissuto integrato psiche-soma — accogliere ciò che la persona dice del proprio malessere anche quando "i valori sono nel range".

Applicazioni pratiche

Riformulazioni (reframe) da tenere a mente, categoria per categoria:

Tecniche di conduzione:

Esercizio assegnato (consolidamento, fino al 10 gennaio): osservare in sé e negli altri l'uso di assolutismi, negazioni, catastrofismi, causa-effetto e metafore belliche, e allenarsi a riconoscerne categoria, emozione e marcatore somatico.

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Perché, secondo Pirotta, "le parole che trasformano" e "le parole che ammalano" sono due facce dello stesso meccanismo, e cosa significa che "i primi pazienti di noi stessi siamo noi"?
  2. Nell'esercizio corretto in aula, quali marcatori somatici si associano a "devo essere sempre forte" e a "non posso più andare avanti così", e perché?
  3. Che cosa distingue fight, flight e freeze, e perché il fight non è sempre la modalità migliore?
  4. Qual è la spiegazione neuroscientifica dell'"effetto paradosso" delle negazioni, e come si riformula in positivo "non si preoccupi"?
  5. In che modo il mirroring genera consapevolezza, e perché "sono io il problema" va distinto da "ho un problema"?
  6. Perché il cervello cambia solo per step, e cos'è l'effetto rebound in un percorso terapeutico?
  7. Come si lavora su una nominalizzazione come "la mia ansia è più forte di me", e cosa significa "accogliere il sintomo invece di combatterlo"?
  8. Perché lo schema deterministico "se X allora sicuramente Y" è limitante, e come lo si riformula senza negarne l'eventuale fondamento?
  9. Qual è la differenza tra un catastrofismo strutturale e un momento di sofferenza acuta (es. crisi di fibromialgia o emicrania), e come cambia l'intervento del professionista?
  10. Perché le metafore belliche sono rischiose soprattutto con chi ha una malattia autoimmune, e quali reframe propone Pirotta?

Spunti di approfondimento