La sessione è costruita su due casi studio portati dai partecipanti, ed è quasi interamente dedicata a una domanda sola, che ritorna in forme diverse: fin dove può arrivare un biohacker quando la persona che ha davanti porta un trauma emotivo? Non è una questione teorica di deontologia, ma un problema operativo: si accetta o non si accetta quella persona come cliente, e se si accetta, su cosa esattamente si lavora.
Il primo caso — una donna sulla quarantina con attacchi di panico, un quadro depressivo dopo la morte del compagno e un episodio isolato di paralisi nel sonno — riceve una risposta affermativa e un protocollo di lavoro molto concreto. Il secondo caso — un ragazzo di ventiquattro anni, gravemente sottopeso, con una storia di deprivazione e violenza in famiglia, reduce da un episodio di depressione maggiore, che vuole affrontare da solo un digiuno a secco di tre giorni — riceve invece un rifiuto esplicito. Il confine tra i due non passa per la gravità del vissuto, ma per la capacità della persona di lasciarsi guidare e per la presenza o assenza di un presidio clinico e psicologico che regga la parte che al biohacker non spetta.
Tu non è che non puoi lavorare su un caso. Tu puoi lavorare, solo che non puoi lavorare sulla malattia, non puoi lavorare sulla cura della persona.
Attorno ai due casi la sessione tocca gli argomenti che li rendono leggibili: il diario del sonno come primo strumento sempre, la gerarchia degli interventi (orari dei pasti e orari sonno-veglia prima di tutto, luce e temperatura subito dopo, il resto sono "punti decimali"), i casi rari del profilo cronologico di cortisolo e melatonina, l'HRV come indicatore del carico emotivo, e due esperienze d'aula su un cortisolo mattutino che non parte.
Il tono generale, in questa sessione, è insolitamente personale: si apre con Tony che condivide il raggiungimento di un obiettivo dichiarato sette anni prima, e con l'ammissione — sobria, senza dettagli — di aver attraversato nel frattempo un periodo molto difficile. È un'apertura che, non a caso, prepara il tema della giornata: non si sa mai cosa una persona stia portando.
Sessione condotta da Tony Manfron, con la presenza e i contributi di Daniela, la collega più esperta della parte clinica e psico-emozionale, che intervenendo più volte integra e in un caso completa la lettura del caso studio. L'aula è a una settimana dall'esame finale (fissato al 30 settembre), quindi diversi interventi riguardano tesine, casi studio da consegnare e logistica d'esame.
Le domande nascono da tre canali: i casi studio scritti che i partecipanti postano nel gruppo (due dei quali strutturano l'intera sessione), le domande rimaste in sospeso dalla diretta precedente, e i contributi spontanei di chi in aula ha esperienza diretta su un tema. Come sempre, Tony non risponde da solo: chiede all'aula cosa farebbe di diverso e valorizza le competenze specialistiche presenti.
Prima di entrare nel merito, Tony si concede un quarto d'ora personale con due "motivi di orgoglio". Il primo è la sponsorizzazione, da parte della sua azienda, di una squadra di pallavolo di serie A, con il monitoraggio di alcuni atleti: la soddisfazione, racconta, è vedere che anche ad alto livello sportivo la sensibilizzazione su temi semplici — sonno, minerali, nutrizione — è ancora scarsa, e che quegli atleti hanno fame di migliorare.
Il secondo è una bambola Daruma, la figura della tradizione giapponese che si tiene in vista: se ne colora un occhio quando si dichiara un obiettivo, e il secondo si può colorare solo quando l'obiettivo è raggiunto. Nel 2018 Tony aveva dichiarato un traguardo aziendale di fatturato entro il 2025; il traguardo è stato raggiunto quest'anno. La lettura che ne dà non è celebrativa:
Se lavori agli obiettivi che ti dai, non è garantito che ci arrivi quando avevi detto che ci saresti arrivato. Però magari ci arrivi. E bisogna sempre andare avanti.
Aggiunge il dettaglio che dà senso al tutto: la bambola è costruita con la base pesante, così che rimessa giù si rialzi sempre — "il sogno sta sempre in piedi". Alla proposta di colorare il secondo occhio in diretta, Tony declina: negli anni intercorsi ha toccato un punto molto più basso di quello da cui era partito, e quel gesto lo vuole compiere in privato con la persona che gli è stata accanto. Un partecipante commenta che non si sa mai cosa un'altra persona stia attraversando — ed è, di fatto, la premessa del resto della lezione.
Il caso, portato da un partecipante, riguarda una donna sulla quarantina che chiede aiuto per il sonno. Il quadro riferito: attacchi di panico e uno stato depressivo comparsi dopo la morte del giovane compagno, un episodio di paralisi nel sonno la notte precedente al colloquio, nessuna patologia dichiarata, la persona si ritiene un soggetto sano ed è già seguita da una psicologa. La domanda dello studente è precisa e onesta: posso considerarla una mia cliente, non sapendo a cosa fosse dovuta la paralisi nel sonno?
La risposta di Tony è affermativa, con un confine netto. Il biohacker lavora sul benessere e sulla routine, non sulla patologia e non sulla cura: promettere di curare una malattia significherebbe abuso di professione. Ma restando dentro l'ambito dell'operatore olistico — sonno, orari, ambiente, pratiche — su quella persona c'è moltissimo da fare.
Sulla paralisi nel sonno, l'episodio isolato non viene trasformato in un enigma da risolvere: Tony ricorda che eventi di questo tipo possono restare senza spiegazione, e porta come parallelo l'esperienza di un cane di famiglia che, dopo settimane di separazione improvvisa dai proprietari, ha sviluppato una paralisi degli arti posteriori senza che le visite ne chiarissero la causa. Il senso della digressione non è diagnostico ma di peso: allo stress emotivo va dato un valore reale, anche quando non è misurabile, e nell'uomo è ancora più difficile isolarlo da tutto il resto.
Daniela aggiunge il tassello procedurale: si può anche mettersi in contatto con i medici che seguono la persona, restando dichiaratamente nel proprio ambito di intervento.
La prima azione che Tony indicherebbe è banale e non negoziabile: far tenere alla persona, per un paio di settimane, un diario del sonno. Nel suo libro esiste una tabella già pronta su trenta giorni (chi la vuole può richiederla all'assistenza). Le voci essenziali sono quattro: a che ora vai a dormire, a che ora ti svegli, a che ora fai il primo pasto, a che ora fai l'ultimo.
Il motivo è che la finestra nutrizionale e il ritmo circadiano sonno-veglia sono le due variabili che pesano di più sulla qualità del sonno. Da qui la gerarchia che Tony dichiara esplicitamente:
Il settanta-ottanta per cento dei risultati buoni li hai semplicemente regolando il mangiare e regolando gli orari. Subito dopo, luce e temperatura. E dopo tutto il resto: punti decimali.
È un'indicazione di metodo prima che di contenuto: si raccoglie il dato reale, si sistemano gli orari, e solo dopo si discute di dispositivi, integrazione e finezze.
Esaurita la parte di regolazione degli orari, Tony elenca l'ampio ventaglio di strumenti che restano disponibili anche senza toccare la patologia — con l'osservazione preliminare che vale la pena capire cosa la persona fa nell'ora prima di dormire (l'esempio che porta è controllare il conto corrente a letto: un innesco ansiogeno banale e frequentissimo).
Il criterio è procedere passo per passo, verificando mano a mano i risultati, e non somministrare tutto insieme.
Il punto che Tony e Daniela ribadiscono con più insistenza è che il fatto che la persona sia già seguita da una psicologa non è un ostacolo ma una risorsa, purché il biohacker prenda l'iniziativa del contatto. Il copione suggerito è quello di una telefonata in cui si spiega il proprio percorso formativo, si dichiara di che cosa si occupa, si mette in chiaro che non si entra nell'ambito dell'altro professionista e si chiede come collaborare a beneficio della persona.
L'esito dipende anche dal professionista che si incontra, ammette Tony, ma la posizione di partenza corretta è questa. È l'insegnamento trasversale della sessione: dichiarare il proprio limite non riduce il ruolo del biohacker, lo rende praticabile.
Un partecipante, che ha dedicato la propria tesina al tema, aggiunge una considerazione tecnica: uno studio specialistico dell'HRV può "sbrogliare parecchie matasse", perché se la persona applica tutte le strategie ma l'HRV resta basso, non ha la riserva funzionale per ottenere il risultato sperato.
Suggerisce quindi una valutazione strumentale specialistica: esistono apparecchiature con sensori che, attraverso esercizi cognitivi, analizzano lo stress emotivo, mostrando insieme le onde cerebrali e la risposta fisiologica in termini di HRV. Tony conferma che lo stesso tipo di dispositivo è disponibile presso la clinica di riferimento del gruppo e presso Daniela (il nome commerciale dello strumento, pronunciato in aula, non è ricostruibile con certezza dalla trascrizione), e che chi ha accesso geografico a queste sedi può valutare l'esame. Se il caso proseguirà, sarà raccontato in aula.
Una domanda rimasta in sospeso dalla settimana precedente riguarda il profilo cronologico di cortisolo e melatonina su quattro campionamenti nell'arco della giornata. Le alterazioni frequenti — il cortisolo ancora alto la sera in chi è stressato, ansioso, lavora troppo — sono note. Il partecipante chiede invece quali siano gli eventi più rari e quali cause ipotizzare.
Il caso raro, per Tony, è la persona con il cortisolo basso sia al mattino sia alla sera (spesso associato a melatonina bassa, con entrambi i valori che non risalgono). Le ipotesi che elenca — dichiarandole esplicitamente come possibilità e non come diagnosi:
Il segno clinico che orienta è raccontato dal cliente stesso: non ha voglia di alzarsi dal letto, vorrebbe rimanere a letto, perché la cortisolemia mattutina non sta facendo il suo lavoro.
Sull'altro versante — la persona che alle analisi mostra una melatonina molto alta, come la compagna del partecipante — Tony invita a non leggere il dato come un'anomalia da correggere. Ricorda anzitutto che esistono due secrezioni di melatonina, una cellulare e una pineale, e che il contesto va ricostruito: cosa mangia la persona, che tipo di attività fa.
Meditazione, lavoro introspettivo e pratiche di visualizzazione possono incentivare molto il rilascio di melatonina; e la melatonina è un ormone protettivo, con effetto anabolico, che promuove la produzione di ormone della crescita, ed è "l'ormone anti-aging per eccellenza e l'antiossidante per eccellenza". Quindi:
Quando tu vedi nelle analisi la melatonina troppo alta, bisogna capire nel contesto specifico che cosa la persona sta facendo in quel periodo.
Un partecipante racconta il proprio caso, che rientra esattamente nella categoria "rara" appena descritta: al mattino il cortisolo non partiva. Il percorso, iniziato in giugno con una professionista del gruppo, ha escluso l'alimentazione come causa (era sostanzialmente corretta, con la sola necessità di aumentare un po' l'apporto per coprire il fabbisogno) e ha individuato la radice in uno stress cronicizzato nel tempo, legato alla tendenza ad accollarsi responsabilità.
Gli interventi riferiti: un percorso di meditazione, l'introduzione di ashwagandha mattina e sera e di magnesio (le forme e i dosaggi non sono ricostruibili dalla trascrizione), e soprattutto un lavoro sulla riduzione dell'attivazione serale — fino al dettaglio di sostituire, a letto, letture stimolanti con letture leggere. I risultati riferiti dal partecipante riguardano l'architettura del sonno: un sonno profondo prima molto scarso e distribuito male nella notte, poi allineato al canonico decorso decrescente con incremento della quota di sonno profondo e della REM. L'ultimo tassello è stato ricalibrare gli allenamenti in direzione di lavori che sostengono dopamina e serotonina, reintroducendo il lavoro contro resistenza dopo un lungo ciclo dedicato alla sola mobilità.
Tony chiude il contributo con l'osservazione più larga della sessione su questo tema: al di là del grafico, conta ciò che ha portato la persona in quella condizione.
Il cortisolo e la melatonina sono grandi responsabili — o meglio, la felicità è il grande responsabile di questo asse ormonale. E quindi lì è importante lavorare sull'individuo.
Un altro partecipante porta un caso proprio e di un cliente con cortisolo ematico ai minimi, quasi inesistente. La strategia riferita: Panax ginseng per tre settimane, i cui principi attivi agiscono in parte come cortisolo-mimetici occupando il recettore, nell'ipotesi di far riposare le ghiandole surrenali; dopo la sospensione, introduzione di liquirizia — glicirretina/glicirrizina sublinguale come principio attivo isolato, o anche liquirizia comune. In meno di una settimana il cliente riferiva di sentirsi di nuovo pronto, e a un controllo successivo il cortisolo risultava in range, senza ulteriori ricadute. Nel frattempo la persona assumeva già da mesi vitamina D e vitamine del gruppo B in forma metilata, e non consumava caffè.
Tony approva con convinzione e nota che la liquirizia è un rimedio quasi sempre non considerato — nemmeno nelle persone che soffrono di pressione bassa, per le quali lui stesso la usa quotidianamente. È il classico caso in cui l'esperienza di un partecipante arricchisce il repertorio dell'aula.
Marginale ma operativa, la domanda su come scegliere una melatonina per gestire un viaggio con cambio di fuso. La posizione di Tony: la usa molto raramente, e quando la usa solo per tre o quattro giorni, perché a lui personalmente dà nausea e un senso di annebbiamento; l'associa a magnesio, glicina e taurina. Sui prodotti, si orienta su marchi presenti in farmacia e ampiamente controllati (la trascrizione riporta due nomi commerciali, non trascritti con certezza), ricordando che in Italia la legge fissa un milligrammo per dose e che esistono analisi in cui il contenuto reale delle capsule risultava molto lontano — in eccesso o in difetto — da quanto dichiarato. Daniela segnala un'ulteriore formulazione di area PNEI.
Nello stesso passaggio si discute brevemente di tappetini di earthing: Tony racconta di averne provati diversi con il tester nell'arco di dieci anni, che i modelli economici sono spesso inutilizzabili (alcuni non scaricano affatto), e di non avere un brand di riferimento perché non è un prodotto che usa; suggerisce piuttosto un dispositivo di fascia superiore per l'isolamento (nome commerciale non ricostruibile con certezza), per il quale è disponibile un codice sconto tramite Daniela.
Su richiesta di due partecipanti, Tony ripete le informazioni pratiche: esame il 30 settembre, stanza Zoom aperta dalle 19:30, prova dalle 20 alle 22 su una piattaforma certificata, test a risposta chiusa con tempo limite di due ore (che sarà ampiamente sufficiente), telecamera e microfono aperti per tutta la durata, esiti non comunicati in diretta, dibattito finale. Tesina e caso studio vanno consegnati; chi è rimasto indietro concorda una via diretta con la segreteria. La rassicurazione, rivolta a tutta la classe, è che chi ha seguito le lezioni e partecipato alle live non avrà difficoltà a superare la prova.
Il secondo caso studio è un documento lunghissimo, scritto in prima persona dalla persona stessa e portato in aula da una partecipante. La vicenda va trattata con misura: quel che serve alla guida è la struttura, non i particolari. In sintesi, un uomo di ventiquattro anni, molto alto e gravemente sottopeso (i valori riportati nel testo sono 187 cm per 52 kg), cresciuto in un contesto di povertà, deprivazione alimentare e violenza fisica e psicologica, con un rapporto irrisolto con il cibo che egli stesso collega a quella storia.
Il percorso che racconta è una sequenza di oscillazioni estreme: prima anni di alimentazione ipercalorica e iperproteica per costruire massa (arrivando a un peso quasi normalizzato), con largo uso di integratori e cosmetici per un problema di acne; poi il passaggio al digiuno intermittente, una crisi febbrile acuta, un digiuno idrico prolungato di circa una settimana affrontato di propria iniziativa, la scoperta della letteratura igienista e la risoluzione dell'acne; infine una progressiva perdita di peso fino al valore attuale. Il quadro presente comprende problemi odontoiatrici importanti con un preventivo economicamente fuori portata, difficoltà economiche, la perdita del lavoro e un episodio di depressione maggiore con sintomi cognitivi e sensoriali severi, che riferisce risolto. La richiesta finale è il permesso morale di affrontare da solo tre giorni di digiuno a secco, isolandosi, per "dare al corpo lo spazio di ripararsi".
Tony interrompe la lettura a metà e dichiara il proprio limite senza giri di parole:
Silvia, questo caso qua non vorrei neanche finire di leggerlo, perché non è un caso su cui noi possiamo lavorare.
Poi spiega, punto per punto, perché.
Sul digiuno a secco — nel quale si sospende non solo l'assunzione ma ogni contatto con l'acqua — l'indicazione è che si pratica in ambito clinico e per ragioni patologiche precise, mai come tappa successiva di una scala personale di intensità. Al ragionamento "il primo digiuno ad acqua l'ho fatto da solo ed è andato bene, quindi anche questo andrà bene", Tony risponde con un'analogia:
È come dire: la prima volta che ho guidato la macchina sono andato alla pompa di benzina, ho fatto gasolio, è andato benissimo, quindi oggi faccio benzina e probabilmente andrà bene anche quello.
Sulla motivazione — riparare i denti, far regredire gli ascessi — la correzione è secca: un digiuno non raddrizza i denti, e il fatto che una possibilità sia scritta in un libro non la rende un piano. Sulle sensazioni straordinarie riportate dopo il primo digiuno ("connessione con il tutto", sensi amplificati), Tony offre una spiegazione fisiologica ordinaria: è la chetosi nutrizionale, con i corpi chetonici che raggiungono il cervello come carburante alternativo agli zuccheri e danno quella lucidità "a fibra ottica" — un'esperienza che lui stesso ricorda dai propri primi OMAD, e che è particolarmente vivida la prima volta, ma che non costituisce un obiettivo in sé.
Corregge inoltre due imprecisioni del testo. La prima è terminologica, sul professionista che avrebbe prescritto la dieta: dietologo è un medico (medicina e chirurgia più specializzazione), nutrizionista è una laurea triennale di qualsiasi genere più la magistrale, dietista è una laurea triennale — le figure non sono interscambiabili e un personal trainer non è, di norma, un dietologo. La seconda riguarda l'autovalutazione "la forza non mi manca": è un dato puramente soggettivo se la persona non si allena regolarmente e non specifica di quale forza si parli. Anche l'idea che i popoli più longevi non consumino grassi viene ricondotta alla realtà: nella letteratura sulla longevità si trovano linee comuni ma anche indicazioni contraddittorie — alcuni gruppi consumano grassi e alimenti animali, altri no — e non esiste un segreto unico.
L'elemento che rende il caso non trattabile non è la gravità in sé, ma la direzione del comportamento: ogni volta che la persona incontra un principio, lo porta all'estremo — proteine a manetta, integratori a manetta, digiuno a manetta — e la richiesta successiva è sempre una versione più radicale della precedente.
Se tu vedi, questo ragazzo tende a fare una cosa sempre più potente, sempre più forte, sempre più estremista. Non è la mentalità giusta per risolvere i problemi.
L'intervento di Daniela dà al caso la sua chiave interpretativa e, di fatto, chiude la discussione. La dinamica che riconosce è quella di una autopunizione inconscia: la persona che ha patito la fame, e che ha vissuto quella fame come uno shock, non avendo lavorato sul trauma se la ricrea da sé — tre giorni di digiuno a secco, in isolamento.
Osserviamo la dinamica: a livello inconscio si autopunisce, e si ripete delle cose inconsciamente per tornare alle sofferenze subite, che non ha ancora elaborato.
Da qui l'indicazione operativa, che è anche il messaggio deontologico più forte della sessione: si tratta di un equilibrio psico-emozionale fragile, che ha bisogno di essere seguito in team, e la prima cosa di cui la persona ha bisogno è un supporto psicologico — non un protocollo alimentare, non una strategia di digiuno. Daniela avverte inoltre che il digiuno a secco comporta rischi importanti e si conduce solo in strutture cliniche, mai "a caso".
Un ultimo contributo dall'aula propone una lettura complementare e più ottimista. La persona non manca di strumenti: negli anni si è informata su nutrizione, digiuno e molto altro, è meticolosa e ha evidente potenziale. Quel che le manca è una linea, un ordine di priorità:
Secondo me la parola chiave è anche "ordine". Gli strumenti li ha tutti; se a una personalità così si dà un ordine specifico, gli si toglie il peso del pensiero di come fare le cose. Avere una guida potrebbe alleggerirlo — ovviamente però dietro deve lavorare molto sull'aspetto psicologico.
Daniela accoglie la proposta con una condizione: bisognerà vedere se la persona si lascia guidare, perché chi è molto convinto delle proprie conclusioni difficilmente accetta di essere rimesso sui binari. L'obiettivo minimo, in ogni caso, non è la performance: è riportarlo sui binari, e poi lasciare che prenda velocità piano piano. Il caso resta aperto e sarà ripreso nella sessione successiva.
Nel decidere se prendere in carico una persona
Nel costruire il lavoro sul sonno
Nel leggere i profili ormonali
Nel gestire richieste rischiose