Questa sessione è anzitutto un incontro: la prima metà è dedicata alla presentazione della docente che porterà nel corso il modulo di neurobiohacking, una psicologa specializzata da un lato in neuroscienze cognitive e affettive, dall'altro in psicosomatica. Sono due percorsi che sembrano lontanissimi e che invece, nel suo racconto, convergono su un'unica idea: il superamento del dualismo cartesiano, cioè il rifiuto di trattare mente e corpo come due entità separate.
Sapete perfettamente che abbiamo superato il dualismo cartesiano e dobbiamo pensare alla nostra essenza a 360 gradi, unita insieme. Psiche e Soma, a livello didattico, li dividiamo — lo dico anche durante il corso — però la realtà dei fatti è che siamo tutti uno.
Alla coppia psiche-soma la docente aggiunge un terzo termine che diventerà l'asse portante delle sue lezioni: l'ambiente, inteso non solo come luogo fisico ma come ambiente relazionale. Relazioni tossiche o relazioni serene modificano tanto la psiche quanto il soma, e per questo le strategie di neurohacking verranno organizzate proprio su tre macroaree — strategie per la psiche, per il soma, per l'ambiente — con la precisazione che ogni intervento su una di esse rimbalza inevitabilmente sulle altre.
La seconda parte della sessione nasce da una domanda di Tony che diventa la vera lezione della giornata: perché, quando si inserisce una persona nuova in un ruolo, si osserva sempre lo stesso schema — apprendimento rapido, primi risultati, poi un "buco nero", poi risultati stabili? La risposta della docente attraversa la curva dell'apprendimento, la curva dell'oblio, il ruolo delle emozioni nel consolidamento della memoria e il famigerato mito dei 21 giorni, per approdare a una conclusione che coincide con il metodo del corso: l'adattamento è individuale, dipende dai vincoli e dall'ambiente, e non si standardizza.
Nell'ultima parte Tony torna al formato consueto dei casi studio, con un caso quasi paradossale — un settantenne che fa troppo bene le cose e da mesi non recupera più — e una raffica di domande rapide su integrazione e gestione dello sgarro alimentare. Il filo che unisce le due metà della sessione è la stessa frase, ripetuta da entrambi in forme diverse: se ci si prende cura della testa, la testa si prende cura del corpo.
Sessione condotta da Tony Manfron insieme a Daniela, che questa volta guida la presentazione e legge le domande dalla chat. Tony è collegato in compagnia di un altro membro dello staff (il nome ricorrente in trascrizione è Raffaele Vergari, indicato come istruttore Oxygen Advantage), e la sessione si apre con un fuori-programma: il racconto del test di un dispositivo di crioterapia con misurazione dell'HRV prima e dopo, effettuato a San Marino.
L'ospite della giornata è Laura Pirotta, la nuova docente del modulo di neurobiohacking — la stessa che nel Campus tiene le masterclass di psicosomatica e benessere. I titoli dei suoi libri, invece, restano incerti: la trascrizione è stata realizzata con un modello di riconoscimento vocale di dimensioni ridotte e vanno verificati sui materiali ufficiali. Ha registrato tre lezioni per il campus e in questa sessione ne anticipa i contenuti, risponde alle domande degli studenti e dialoga con Tony.
Il formato è quindi ibrido: una prima ora di presentazione e dialogo con la docente, poi il consueto lavoro sui casi studio postati dagli studenti nel gruppo Facebook, con l'abitudine di Tony di "interrogare" a sorpresa chi sta preparando l'esame.
La docente si presenta come psicologa con una doppia specializzazione: neuroscienze cognitive e affettive in ambito universitario e psicosomatica. Il suo modo di raccontare questa doppia formazione è già un contenuto: le neuroscienze le hanno permesso di "mettere a terra in modo scientifico" ciò che la psicosomatica osserva clinicamente.
Il tratto che più insiste è l'umiltà epistemica, che lei collega esplicitamente alla tradizione socratica:
Studiare il cervello per me è un mondo meraviglioso e di socratica memoria: tutte le volte ti rendi conto che non sei abbastanza. Ti immergi in un mondo dove ogni giorno esce qualcosa di nuovo, e il "sapere di non sapere" ti deve accompagnare sempre, anche nel pensiero critico.
A sostegno di questa cautela porta un dato storico: le neuroscienze come disciplina strutturata sono recenti — colloca il loro avvio attorno agli anni Settanta del Novecento — e per secoli il cervello è stato letteralmente maltrattato, fino all'esempio estremo della mummificazione dei faraoni, in cui l'encefalo veniva scartato. La conseguenza operativa è il suo approccio dichiarato: portare sempre le nuove scoperte, restando disponibili a rivedere ciò che si crede di sapere.
Nel racconto della sua pratica clinica emerge un profilo tipico di paziente: persone inviate dal medico dopo che gli esami non hanno trovato nulla.
Mi dicono: il medico dice che io non ho niente, dal punto di vista fisico non ho nulla, è solo stress, devo andare dallo psicologo.
Arrivano con disturbi gastrointestinali (gastrite, reflusso, problemi intestinali), dermatologici o cefalee, e il lavoro consiste nel trattare il sintomo come messaggio del soma che la persona non sta ascoltando. Da qui l'immagine più incisiva del suo intervento:
Il soma bussa alla porta, e se tu non apri, dopo te la sfonda: arrivano problemi sempre più invalidanti e sempre più cronici.
Le tre lezioni sono pensate come concatenate, da seguire in sequenza.
Prima lezione — introduzione al cervello e alle neuroscienze. A fini didattici la docente utilizza la teoria dei tre cervelli (in trascrizione «Paul McLean», con ogni probabilità Paul MacLean; nome da verificare), premettendo lei stessa un caveat metodologico importante:
Dico sempre che non è anatomicamente né filogeneticamente corretta, ma serve per capire un po' come siamo: avere queste tre identità che ci rappresentano.
Il modello serve dunque come mappa, non come descrizione fedele dell'anatomia: siamo esseri istintivi e impulsivi, emotivi e sociali (la componente "mammifera") e insieme molto razionali. La docente incrocia questo schema con la piramide dei bisogni (in trascrizione «piramide di Mauso», presumibilmente Maslow; nome da verificare), osservando che l'intuizione di fondo di quella gerarchia regge bene.
Seconda lezione — le strategie di neurobiohacking, divise nelle tre macroaree già annunciate: strategie per la psiche, per il soma, per l'ambiente. Il principio guida è la circolarità: si lavora sulla psiche e l'effetto ricade sul soma e sull'ambiente, e viceversa. Prima di entrare nelle strategie, gli studenti avranno a disposizione un test — parte integrante di un libro della docente sulla gestione dello stress — che serve a individuare quale delle tre aree è più in disequilibrio.
Terza lezione — approfondimento sulla parte neuroscientifica e sulle strategie collegate alla psiche: convinzioni, emozioni, mindset. La docente dichiara esplicitamente una scelta di campo: sull'aspetto del soma è andata più veloce, perché sa che Tony, Massimo e Daniele lo coprono ampiamente altrove nel corso.
Sul termine "mindset" prende posizione contro l'abuso della parola, ma difende il concetto con un rimando alla letteratura:
È una parola spesso abusata, ma in realtà è fondamentale, perché studi scientifici anche in ambiti come l'oncologia mostrano che il mindset più efficace possibile va a lavorare sul progredire di una malattia, o sulla remissione della malattia o della sintomatologia di un disturbo.
Ai materiali delle lezioni si aggiungono contenuti gratuiti sul suo canale YouTube: un corso di mindfulness, un percorso sulla gestione dell'ansia, esercizi di visualizzazione e meditazione con voce guida, tra cui uno dedicato all'autosabotatore. Daniela suggerisce agli studenti di partire proprio da quello.
La domanda arriva dalla chat e la docente la accoglie con entusiasmo: sposa pienamente l'approccio PNEI, di cui parla anche nel suo libro, e si avvale della collaborazione di medici con visione integrata, che in Italia giudica ancora troppo pochi. Precisa però il perimetro del suo modulo: resterà soprattutto sull'asse psico-neuro, con qualche rimando agli ormoni, senza addentrarsi nell'endocrinologia, che gli studenti troveranno con altri docenti.
Per spiegare l'idea di integrazione ricorre alla metafora dell'automobile, riprendendo un'immagine appena usata da Tony:
Il volante, se vogliamo, è il cervello. Poi dobbiamo avere l'alimentazione, che è la benzina; dobbiamo avere un freno, che è legato al mindset; ma anche un acceleratore, perché il mindset deve aiutarci ad accelerare e delle volte anche a frenare.
Il freno è la parte che sviluppa di più, perché nella sua esperienza clinica molti pazienti non hanno bisogno di accelerare, ma di imparare a fermarsi: saper dire no, saper dire "questo non mi piace". Racconta di arrivare a proporre esercizi apparentemente banali — "cosa ti piace a te?" — a persone che non sanno rispondere perché sono state troppo condiscendenti, e che temono di non piacere più agli altri nel momento in cui smettono di esserlo.
Chiude con una nota di ottimismo neuroplastico: possiamo cambiare il modo con cui dialoghiamo con i nostri ormoni e i nostri neurotrasmettitori, "educando" i neuroni a scegliere strade diverse.
È l'esercizio mentale che la docente propone ai suoi pazienti e che, in aula, applica direttamente a Tony, padovano:
Scegli una via brutta di Padova. Ecco, i tuoi neuroni sono abituati ad andare lì. Noi dobbiamo insegnare ai neuroni a spostarsi, a vedere una via bellissima di Padova, e dirgli: guarda che quell'altra è più bella. Tenendo in considerazione che i neuroni sono abbastanza abitudinari, e quindi dobbiamo abituarli a cambiare.
Il corollario è che un esercizio isolato non produce nulla, e qui la docente prende in prestito il linguaggio dei personal trainer presenti in aula: non si può fare un esercizio di mindfulness e aspettarsi che i neuroni abbiano cambiato strada, esattamente come non si diventa muscolosi facendo bicipiti una volta sola. Per la psiche vale la stessa legge dell'allenamento.
È il punto che più incuriosisce Tony, che dichiara di aver letto "un po' di tutto": 21 giorni, 60, 90. La docente demolisce il numero:
È stato appurato che non sono 21 giorni, ma sono i giorni per te, i tuoi giorni. Qualcuno ci arriva in due mesi, qualcuno un po' di più: dipende dall'adattamento.
Porta due argomenti a sostegno. Il primo è tecnico: perfino il DSM-5, per il disturbo dell'adattamento, ragiona su una soglia dell'ordine dei sei mesi, ma resta una convenzione statistica — uno si adatta prima, uno dopo. Il secondo è più duro e serve a mostrare quanto siano fragili le medie applicate alle persone: circolano stime su quanto tempo serva per superare il lutto di una persona cara, ma nessuno può pensare che tutti abbiano la stessa modalità di elaborarlo.
La sua lettura del numero magico è esplicita: "serve al marketing, alla pubblicità, per convincerti". La capacità di adattamento dipende inoltre dalla storia personale: chi è cresciuto all'estero, da genitori stranieri, in un contesto plurilingue, avrà un grado di adattamento maggiore rispetto a chi è cresciuto con una sola lingua in un ambiente poco globalizzato. Quello che resta in nostro potere è la responsabilità di lavorare sulla propria capacità di adattarsi, con i propri modi e i propri tempi.
Tony si mette nei panni dello studente e porta il suo caso da imprenditore. Nella sua azienda, ogni volta che si inserisce una nuova figura commerciale, si ripete lo stesso pattern: percorso formativo, primi risultati, poi un buco nero di durata variabile, poi risultati di nuovo e stavolta costanti nel tempo. La sua ipotesi grezza era una curva di apprendimento in cui, ai primi successi, si dà per scontato di aver capito come gira il mondo, si prendono "due sberle" e poi ci si riprende.
La docente conferma la struttura e la spiega su tre livelli.
Il primo è la memoria. Riprende l'immagine scolastica della poesia imparata a memoria: la sera non la si sa affatto, la mattina dopo la si recita. È la curva dell'oblio, descritta bene dai modelli a magazzini: si parte dalla memoria a breve termine e, a seconda del tipo di ritenzione, il contenuto passa al magazzino a lungo termine.
Il secondo è il ruolo dell'esperienza e delle emozioni nel consolidamento:
Nel magazzino a lungo termine viene stoccato maggiormente tutto ciò che ha un correlato esperienziale — il famoso learning by doing — ma anche quando l'esperienza è condita di emozioni. Non necessariamente positive: delle volte apprendiamo anche quando ci arrivano le sberle.
Il terzo è l'assestamento. All'inizio si impara come spugne, quasi come bambini, tanto più quando si arriva da un altro settore: alcune aziende scelgono deliberatamente manager provenienti da comparti diversi proprio perché arrivano come tabule rase, senza preconcetti. Poi però i preconcetti si formano — e la docente precisa che non sono necessariamente negativi, perché aiutano a categorizzare. Quando si è costruita la propria impalcatura arriva il momento in cui "tu freni per poi riaccelerare": l'apprendimento diventa più strutturato, meno indiscriminato, e si comincia a mettere in campo il pensiero critico. Non è detto che il percorso prosegua per tutti allo stesso modo, e non è detto che tutti superino la fase.
Aggiunge un'osservazione dalla sua storia personale (proviene dal marketing in multinazionali): nella stessa azienda, cambiando mansione, ha impiegato tempi molto diversi ad adattarsi. Conclusione: l'adattamento dipende non solo dal ruolo, ma dall'ambiente relazionale — chi è il capo, chi sono i colleghi.
Tony ne trae la sintesi che gli interessa, e che collega direttamente il management al lavoro del biohacker: capita di inserire persone senza esperienza che ottengono risultati e persone esperte che non ne ottengono; non esiste un pattern da far ripetere.
Ogni individuo è un individuo a sé stante, ed è la bravura del management trovare i talenti della persona e valorizzarla per quella cosa lì. Non si può avere una standardizzazione della formazione — o meglio, fino a un certo punto, in termini di concetti; ma dopo c'è l'individuo.
La docente collega il tema a un suo libro dedicato alle neuroscienze applicate alla gestione delle risorse umane (in trascrizione «Neuromanagement»; titolo da verificare). La sua osservazione, che presenta come parere costruito sull'esperienza, è che a livello aziendale riesca meglio chi ha fame: chi ha bisogno di dimostrare — a se stesso più che agli altri — di essercela fatta dopo essere caduto, dopo difficoltà economiche, dopo un percorso di studi non concluso.
Ma la fame ha un rovescio, e qui la domanda torna a Tony:
Attenzione: chi ha fame fa paura al management, perché può innescarsi la competizione. Tu, in generale, sei disposto ad accettare che quella persona cresca così tanto?
Tony risponde di sì e ne fa una definizione di leadership:
Le persone, soprattutto a livello di management, vogliono che gli altri crescano e siano migliori, ma non migliori di loro stessi. Ed è lì secondo me il vero leader: quello che prende le persone e le fa diventare meglio ancora di lui, perché così moltiplichi l'azienda.
La docente riconduce il tutto ai temi classici del coaching — gestione, delega, sviluppo dei collaboratori — e alla domanda scomoda che li attraversa: lo stai facendo crescere davvero, o hai paura che ti faccia le scarpe?
Daniela apre "una piccola parentesi per i futuri biohacker", perché il meccanismo appena descritto si ripete identico con i clienti: in studio arrivano persone che dicono di voler fare e poi non fanno, e che tendono ad attribuire la colpa a mille fattori — compreso l'operatore. Il suo consiglio operativo è chiarire dall'inizio l'intento, la volontà e la determinazione della persona, perché gli strumenti a disposizione funzionano solo su chi si lascia applicare.
La docente conferma dalla pratica clinica, dove il copione è quello del "guariscimi, in quanto tempo mi risolvi il problema", e propone l'immagine che regge tutta questa parte della sessione:
Noi dobbiamo essere come degli sherpa tibetani: sono esperti del luogo, sanno molto bene come salire su quella montagna, ma accompagnano, non si sostituiscono a chi vuole fare la scalata. Accompagnano nel percorso, ma le gambe le usano gli altri.
Da qui la scelta, che lei stessa definisce forse impopolare, di chiudere il percorso quando si accorge di essere l'unica a salire sulla montagna: se l'altro si limita a lamentarsi e a delegare la propria sofferenza — "portami in braccio" — il lavoro non ha senso, ed è frustrante anche per il professionista, perché non porta al risultato. Daniela dichiara di fare lo stesso nei percorsi di coaching, con una formula che vale come regola per gli studenti: "io ti indico la via, ma la percorri da solo". Aggiunge che già indicare la via migliore per quella persona è un'arte, e sarà il compito dei biohacker del campus: costruire percorsi personalizzati che poi vanno però praticati da chi li riceve.
La domanda di uno studente chiede se questi percorsi valgano anche per ridurre paure e stress e migliorare le prestazioni atletiche. La risposta è affermativa senza riserve: le stesse strategie si applicano allo sport, al lavoro, alle relazioni interpersonali e — punto che la docente considera fondamentale e spesso dimenticato — alla relazione con noi stessi, cioè al dialogo interiore.
È qui che annuncia uno dei temi delle lezioni, la ruminazione: l'uso eccessivo del pensiero ruminante, che collega all'aumento dei disturbi del sonno (insonnia, ipersonnia, apnee), dei disturbi d'ansia generalizzati e dei disturbi dell'umore. Il paradosso che descrive è che stiamo usando male proprio lo strumento che ci ha permesso di non estinguerci:
Abbiamo una super Ferrari a livello cerebrale, siamo diventati l'animale più potente al mondo con una scatola cranica piccolissima. Però delle volte la usiamo in malo modo, con questi pensieri che comandano noi invece di essere noi a comandare i pensieri.
Sullo sport in senso stretto richiama la figura del mental coach — che può essere un ex sportivo, uno psicologo, o entrambe le cose — e i temi tipici del lavoro con gli atleti: convinzioni, paure, fobie, ansia da prestazione, oltre allo stress ossidativo che nell'atleta impatta sia sul corpo sia sulla psiche. Cita atleti che si sono fatti supportare pubblicamente; i nomi che emergono dalla trascrizione sono una ginnasta dell'artistica (con ogni probabilità Simone Biles, nome deformato in trascrizione) e Federica Pellegrini, ma la resa audio è incerta.
Queste persone vivono per "one shot, one time": non è che hanno molte possibilità, e in certi sport hanno pochi anni. Pensate che carico di ansia da prestazione possono avere. Tu puoi anche essere performante al cento per cento dal punto di vista fisico, ma non raggiungi il tuo obiettivo.
Daniela chiude questa parte con un invito che riguarda direttamente gli studenti: il lavoro interiore va fatto prima su di sé, perché ciò che riusciamo a fare all'interno è ciò che riusciamo a dare all'esterno.
Interpellato da Daniela, Tony spiega la ragione della scelta del tema per l'evento annuale (dalla trascrizione: a Bologna, il 26-27, tema deciso con il collega Massimo Filippi; luogo e date sono da verificare sui canali ufficiali). Il suo ragionamento parte da un'autocritica di provenienza:
Io arrivo dal mondo del fitness e dello sport: il cervello è una cosa di cui ci occupiamo praticamente zero. Curiamo molto l'aspetto fisico, e per fortuna l'attività fisica e la nutrizione hanno effetti benefici anche su quello che abbiamo dentro il cranio, però non lo facciamo pensando a questo: lo facciamo pensando all'estetica, alla forza, alla muscolatura.
Il ribaltamento che propone è la tesi dell'evento: un cervello sano si trascina dietro un corpo sano, mentre un cervello che non è sano si lascia andare e porta con sé il decadimento del corpo. Curare il cervello per tenerlo vigile, lucido e longevo è la premessa per avere poi la lucidità di fare ciò che va fatto per il corpo. L'evento nasce quindi da un vuoto: un aspetto trascurato, al quale non si pensa.
Una partecipante porta a voce un caso breve: donna di 26 anni, impiegata, otto ore al giorno da seduta, con un dolore in sede sacrale che le impedisce di lavorare. Le indagini strumentali sulla schiena non hanno evidenziato nulla; sul bacino è stato trovato un corpo luteo, per cui è in terapia ormonale con la ginecologa; gli esami reumatici sono negativi. Alla domanda su eventi particolari, la cliente ha risposto che è stato un periodo molto stressante per la malattia di un'amica.
La domanda della partecipante è duplice: la localizzazione sacrale può avere un'origine psicosomatica, e soprattutto come indagare senza risultare invasiva, dato che i confini con la sfera personale sono delicati. Riferisce i consigli già dati nel poco tempo disponibile: alternare la postura tra seduta e in piedi per far lavorare il bacino, attrezzare la postazione, valutare lo smart working, oltre a esposizione alla luce, camminata e doccia fredda (la cliente assume anche cortisone e occasionalmente melatonina).
Tony non entra nel merito in diretta e chiede di riportare il caso descritto per bene nel gruppo Facebook, dove risponderà in modo argomentato. È una scelta metodologica coerente con il formato: un caso con terapia ormonale e cortisone in corso non si liquida in tre minuti.
È il caso studio principale, presentato in modo molto accurato da una biohacker interna al team e corredato dagli screenshot dei dati del dispositivo indossabile (Whoop). Il quadro del cliente è quello di un modello di virtù:
Il problema è tutto nei dati: il recupero è un disastro, il sonno non raggiunge profondità sufficiente (circa due ore sommando REM e sonno profondo). La domanda posta è come migliorare qualità del sonno e recupero, con una premessa esplicita: non è nella natura di questa persona allenarsi o muoversi meno, e comunque non lo vedrei come una possibile soluzione.
Prima di rispondere Tony fa una lezione di lettura dei dati, condividendo lo schermo:
Tony richiama la scala dei quattro stati — allenamento, recupero ottimale, overreaching, overtraining — precisando che l'overreaching è la condizione in cui si è spinto un po' più del dovuto, ma che con il giusto recupero può ancora produrre un adattamento positivo. E aggiunge, contro l'illusione della linea perfetta, come dovrebbe apparire un grafico sano: una sinusoide, con salite, cali, giornate ristorative e nuove risalite. Qui invece la curva sta solo peggiorando.
Interrogato a sorpresa, uno studente in preparazione d'esame propone una diagnosi centrata — "ha un po' la sindrome da Superman, pretende troppo da se stesso" — e alcuni interventi: ridurre l'allenamento, spostare eventuali sgarri dalla sera al pranzo perché non compromettano il sonno, accorciare i cicli di scarico della pesistica portandoli da tre a due settimane. Chiede anche se il cliente viva da solo, portando come argomento la propria esperienza personale (dorme peggio quando la compagna è via). Tony coglie l'occasione per una correzione di metodo che vale più della risposta:
Non possiamo ragionare su quello che vediamo su noi stessi: potrebbe essere anche il contrario, che dorma con una persona che invece lo fa stare male. Bisognerebbe parlare con lui per conoscere il suo pensiero.
La conclusione di Tony è netta e riduce tutto a un solo fattore:
Possiamo attaccarci dove vogliamo — forse gli sgarri, forse se dormisse un'ora prima — ma sono tutte cose di corollario. Qua abbiamo una persona che lavora troppo bene, e non lo dico a caso. Non c'è recupero da febbraio: questo si sta facendo più male che bene.
L'intervento è quindi un freno imposto, formulato come condizione:
Se questo è un mio cliente, gli dico: adesso ti metti in testa che due giorni a settimana li passi seduto su una poltrona a leggere un libro, oppure io non ti seguo più. Bravissimo su tutto, ma se non stai fermo due giorni alla settimana e non vediamo come va da qui a un mese, ci fermiamo qui.
Tony avverte anche del prezzo relazionale: a una persona così, la cosa peggiore che si possa dire è di stare fermo. "Vi starete sui coglioni quando gli direte questa roba"; preferirebbe spendere altri duecento euro al mese di integratori piuttosto che riposare, perché è entrato in un loop. Per spiegare perché il cliente non se ne accorga da solo, Tony porta la propria storia: dopo 54 giorni immobile a letto, appena si è rimesso in piedi si è allenato per tre anni sette giorni su sette, due volte al giorno. È esattamente ciò che aveva detto la docente:
La testa ti porta oltre qualsiasi tipo di fatica. Per questo dicevo: se ci prendiamo cura della testa, la testa si prende cura del corpo.
Il paradosso finale è che qui non c'è biohacking da fare: il cliente è già molto biohacker per conto proprio, e il lavoro del professionista è metterlo un freno — la stessa figura, nota Tony, di cui parlava la docente con la metafora dell'automobile.
Sì, sono la stessa molecola. La betaina si assume di solito per compensare quello che fanno i precursori del NAD, e le due denominazioni vanno bene entrambe. Chi assume trimetilglicina può quindi evitare di aggiungere glicina a parte.
La domanda arriva con un ventaglio di opzioni: digiuno, integratori, esercizio fisico. Tony premette che si potrebbero passare ore sul tema e che il suo è un parere di chi ha praticato di tutto (OMAD, chetogenica con endurance e con palestra, paleo, digiuno, dieta del guerriero), ricordando che l'esperienza soggettiva di per sé non fa regola. Poi riporta tutto all'obiettivo: che cosa vuoi ottenere? Ripristinare i normali livelli di glucosio nel sangue? Tagliare le calorie in eccesso? Risolvere un fattore mentale?
La risposta di sostanza è però concettuale, e ruota attorno a una sola immagine:
Noi dobbiamo tenere lo sgarro, se lo vuoi chiamare sgarro, a essere una parentesi. Se dopo lo sgarro ci metti il digiuno perché devi tagliare i carboidrati, paradossalmente lo stai ampliando: stai prolungando la parentesi, il digiuno diventa parte dello sgarro.
L'applicazione pratica: se lo sgarro è il venerdì sera per il compleanno di una sorella, fino a venerdì si fa esattamente quello che era previsto (spuntino del pomeriggio incluso, allenamento incluso), si fa lo sgarro, e sabato mattina si riprende con quello che era previsto. Così la parentesi resta minima e la variazione di glicemia e insulina è contenuta. Le manovre compensatorie — digiuno prima, digiuno dopo, tagliare i carboidrati — si possono fare, e Tony non dice che siano vietate; dice che la cosa che ha più senso è lasciare che la parentesi duri quello che dura. Tra gli aiuti eventualmente utili menziona i modulatori degli zuccheri nel sangue, l'aceto di mele (o di vino) e semplicemente andare a camminare. Invita chi ha posto la domanda a riproporla per una sessione con più tempo, dove esplodere ogni singolo aspetto.
La risposta è che vanno bene entrambe e sono sostanzialmente equivalenti, con una premessa sul perché esistano tante versioni:
Le aziende cercano di prendere delle sostanze non brevettabili — banalmente, la creatina è creatina, è una molecola semplice — e di farne una loro versione, cercando di dimostrare che sia migliore dell'altra.
La creatina monoidrato va benissimo, costa cinque o sei euro, e l'eventuale vantaggio di assimilazione di forme alternative è marginale. Le indicazioni d'uso che Tony fornisce:
Tony aggiunge un criterio generale per distinguere quando la formulazione conta davvero: sulla creatina cambia poco o nulla, mentre su molecole più complesse le differenze possono essere rilevanti — una vitamina C in compresse economica non è la stessa cosa di una liposomiale con carrier lipidico, e lo stesso vale per il coenzima Q10 nelle forme ubichinone e ubichinolo, dove esistono brevetti che migliorano effettivamente l'assimilazione.
Nel leggere il caso di un cliente "modello"
Nel gestire la relazione professionale
Nel lavoro sul mindset e sull'abitudine
Nella gestione dello sgarro alimentare