La sessione si apre su una domanda tecnica apparentemente circoscritta — un partecipante chiede se certi patch a nanotecnologia, indossabili e applicati sulla pelle, possano essere paragonati a «una luce rossa indossabile» — e la trasforma in una lezione di metodo sul rapporto tra il biohacker e i prodotti che gli vengono proposti. La risposta tecnica arriva da una professionista dell'aula che quei dispositivi conosce e usa; la cornice etica la mette Tony, e riguarda un tema che percorre tutta la prima ora: come si giudica un prodotto quando chi te lo propone ha un interesse a vendertelo.
Il filo conduttore è la non-affiliazione. Prodotti di questo tipo circolano per lo più attraverso reti di vendita diretta, hanno prezzi elevati e vengono presentati con toni che sfiorano il miracoloso: non perché siano necessariamente cattivi, ma perché quel modello commerciale ha bisogno di una narrazione forte e di qualcuno che la racconti in prima persona.
Un biohacker vero non si vende mai a una singola azienda, indipendentemente dalla bontà del prodotto. Altrimenti ti si crea un bias cognitivo per cui vedi che i chetoni sono la cura di tutti i mali, oppure il cerotto è la cura di tutti i mali. Invece noi dobbiamo saper modulare in base al cliente e fare la scelta giusta per lui.
Dalla stessa logica nasce la digressione più intensa della sessione: il racconto clinico della MCS (sensibilità chimica multipla), una condizione non riconosciuta come malattia in cui la persona reagisce a qualsiasi molecola odorosa — profumi, detersivi, caffè, perfino i terpeni degli abeti in montagna. È il caso limite che spiega perché serva un armamentario di soluzioni ampio e non un catalogo: sono pazienti che non tollerano integratori né farmaci, e per i quali un dispositivo che agisce per via di segnale, non per rilascio di sostanza, diventa una delle poche strade praticabili.
La seconda metà della sessione cambia registro. Tony condivide lo schermo e legge un lavoro personale pubblicato in due parti nel gruppo del corso: un esperimento di trenta giorni su zuccheri, sistema di ricompensa e funzione cognitiva, con la scoperta che gli ha «svoltato» il protocollo — il ruolo della serotonina e del profilo amminoacidico nella modulazione delle voglie di dolce. Il finale è una piccola lezione di comunicazione, amara e utile: i contenuti più preziosi sono quelli che nessuno legge, e chi vuole farsi conoscere deve imparare a scrivere semplice.
Sessione condotta da Tony con l'aula del corso collegata, in un clima informale (saluti, sfondi di montagna, l'annuncio dell'incontro in presenza per la consegna dei diplomi e dell'appuntamento fieristico di biohacking). La prima parte è a due voci: Tony invita esplicitamente una collega dell'aula — chiamata Daniela, che lavora in uno studio con clienti complessi — a rispondere alla domanda di apertura, perché conosce direttamente il prodotto in questione. È una scelta di metodo coerente con il corso: quando esiste in aula una competenza specifica, si passa la parola.
Le domande arrivano da tre canali: una domanda scritta e lasciata nel gruppo da una partecipante assente (letta in chat da Tony), le domande poste dal vivo in chat durante la sessione, e — per la seconda metà — l'iniziativa di Tony stesso. Poiché nel gruppo non erano arrivati casi studio, dedica la mezz'ora centrale a smontare davanti all'aula un proprio contenuto pubblicato, usandolo come esempio sia di contenuto scientifico sia di strategia editoriale.
La domanda, arrivata per iscritto da una partecipante, riguarda una specifica azienda di patch — cerotti tecnologici da applicare sulla pelle — il cui nome nella trascrizione compare in forme diverse e non affidabili, e di cui alla partecipante è stato detto che «al loro interno comprendono moltissime frequenze d'onda».
La risposta della professionista che conosce il prodotto è misurata e va tenuta esattamente per quello che è: positiva sul prodotto, ma non sostitutiva. Quei patch lavorano su lunghezze d'onda e «fanno il loro», però non prendono il posto di una lampada di fotobiomodulazione dedicata: in sessione vengono citati per confronto due dispositivi specifici di fotobiomodulazione, i cui nomi però la trascrizione rende in modo incerto e che qui è più prudente non fissare. Sul piano aziendale il giudizio riportato è di stima — «come azienda sono molto preparati», detto anche di realtà che lei non utilizza.
Va chiarito subito un possibile equivoco: nella stessa risposta viene distinto un secondo dispositivo, del tutto diverso, mostrato dalla relatrice sui social il giorno prima. Non è un patch ma un indossabile da polso di produzione tedesca, che emette un ventaglio di frequenze laser e propone programmi differenziati (rilassamento, gestione dello stress, recupero); il prezzo indicato a voce è nell'ordine di oltre un migliaio di euro — cifra riportata a memoria in sessione, quindi da verificare e non da citare come dato.
Un partecipante chiede il razionale d'uso: perché una persona dovrebbe scegliere un cerotto invece di un integratore. La risposta individua la differenza nella modalità di azione: non si tratta di dispositivi che rilasciano una sostanza attraverso la pelle, come i cerotti trasdermici classici, ma di supporti che lavorano per segnale.
Hanno una dinamica di agire nel nostro corpo che è diversa da un integratore che prendo orale, gocce o capsule, oppure iniezioni. A livello della pelle mandano dei segnali. Questi non sono carichi di cose che rilasciano, come altri patch: hanno delle onde.
Da qui i profili d'uso concreti citati: atleti che per regolamento o per scelta non possono usare creme e cerca un supporto su un dolore localizzato; e soprattutto persone che non possono assumere nulla per via orale. La linea di patch che la relatrice dichiara di usare abitualmente è quella dell'azienda statunitense LifeWave — nome pronunciato in modo inequivocabile e più volte, insieme al riferimento al significato letterale, «onde della vita» — nella versione dedicata alle cellule staminali (sigla riportata come X39, con una seconda sigla affine citata per l'uso muscolare, che la trascrizione rende in modo incoerente). L'applicazione descritta segue punti precisi indicati dall'azienda: quattro dita sotto l'ombelico oppure sulla zona cervicale posteriore, letti come due meridiani.
L'aneddoto personale è il tipico caso-studio da cui nasce la fiducia in un prodotto: una ferita da corsa, carne viva, un patch ricevuto quasi per caso da un consulente e applicato per prova, con un miglioramento evidente il giorno dopo. La stessa persona precisa di aver testato in passato patch di altra provenienza, molto meno costosi, senza però proporli ai clienti.
Sui costi, i numeri detti a voce vanno presi come ordini di grandezza: una confezione mensile di cerotti costa alcune decine di euro per confezione nelle stime iniziali, viene poi indicata attorno al centinaio di euro per una scatola da trenta pezzi, e l'ingresso nella rete comporta un acquisto minimo mensile ricorrente di un centinaio di euro. Sono cifre da verificare, non da riportare come prezzi di listino.
È il cuore etico della sessione, e Tony lo introduce chiedendo esplicitamente «due minuti in più» per aprire il dibattito. Il ragionamento parte da un dato di fatto commerciale, non da un pregiudizio.
Questa tipologia di prodotti viene spesso proposta e venduta tramite il network marketing, quindi sistemi di vendita diretta. Hanno prezzi molto alti e vengono venduti così proprio perché serve che ci sia qualcuno che te lo spieghi: sul mercato libero, nella grande distribuzione, difficilmente una persona va a comprarsi da sola una scatola di cerotti che costa decine di euro.
Il rischio non è quindi il prodotto in sé, ma la narrazione che lo accompagna: chi lo propone «tende a decantarlo come miracoloso, curativo», e questo vale per i cerotti come per gli integratori venduti nello stesso modo. La contromisura è una sola: documentarsi da sé. Non a caso Tony spiega di aver girato la domanda proprio a una collega che «non si fa raccontare le favole da chi propone i prodotti, ma poi li analizza in modo specifico».
La professionista si allinea, con una distinzione che vale la pena tenere: il prodotto e la rete sono due cose diverse. Lei acquista e consuma prodotti di più aziende, li propone dove vede un'utilità clinica reale, ma resta scettica sul modello di rete e rifiuta di diventarne parte attiva — anche a costo di un attrito con il consulente che l'ha introdotta e che pretende da lei un ruolo commerciale. La motivazione è pratica e onesta: non ha tempo per fare il lavoro di reclutamento e formazione che quel modello richiede, e non vuole che i propri pazienti diventino una rete.
Tony ne ricava il principio generale — il biohacker non sposa una singola realtà, altrimenti sviluppa un bias cognitivo per cui un unico prodotto diventa la risposta a tutto — e lo esemplifica con l'immagine dello studio della collega, dove convivono prodotti di molte aziende diverse, scelti caso per caso.
A conferma che non si tratta di un divieto ideologico, Tony si contraddice volutamente qualche minuto più tardi. Se un professionista prova questi prodotti, verifica che funzionino e li trova coerenti con il proprio impianto di lavoro, può legittimamente costruirci protocolli per i clienti. La differenza non sta nell'usare o non usare un certo marchio, ma nel non delegare a un marchio la propria identità professionale.
Coerente con questo, e ripresa poi nel finale della sessione, è la ragione per cui Tony evita in genere di dare in pubblico marche di integratori o consigli troppo specifici: non per reticenza, ma per non consegnare a nessuno l'argomento «parla bene di quel prodotto perché lo vende».
La digressione più forte della sessione nasce dalla domanda «perché ti sei interessata a questi cerotti». La risposta è: per i clienti con MCS, sigla di una condizione di sensibilità chimica multipla, descritta come non ancora riconosciuta come malattia — con un parallelo esplicito con il percorso di riconoscimento della fibromialgia, e con un comitato nazionale attivo, di cui la relatrice fa parte, che ne chiede il riconoscimento.
Il quadro clinico descritto è duro. La persona reagisce a qualsiasi odore o profumo, fino a manifestazioni severe; la sensibilità non riguarda solo l'inalazione ma anche l'ingestione, e coinvolge in modo diretto il sistema olfattivo e il sistema limbico, con un vissuto di intossicazione a livello sia sistemico sia cerebrale. La progressione è cronica, non improvvisa: comincia con l'intolleranza ai profumi e si aggrava nel tempo. Sul piano interpretativo viene proposta la chiave di un detox inceppato: un processo di eliminazione che a un certo punto non si completa a livello del corpo e si riflette sul cervello.
Le implicazioni pratiche per chi riceve queste persone in studio sono minuziose: nessuna lacca, nessun profumo, abiti neutri, nessun detersivo profumato, pulizia degli ambienti con soli bicarbonato e acqua ossigenata. Ogni paziente chiede il proprio protocollo di accoglienza, e l'approccio va costruito «in punta di piedi», partendo dal piano psicologico prima di introdurre qualsiasi strumento.
Alla domanda posta da un partecipante — soffrono solo per i profumi chimici, o anche per gli odori naturali di un bosco? — la risposta è netta e istruttiva: anche per quelli. Il caso citato è di una persona che non può frequentare boschi di abeti, perché i terpeni delle conifere le danno reazione, e che tollera solo faggi e querce. Vale anche l'esempio quotidiano dell'olfatto amplificato: dietro una mascherina, nel 2020, la relatrice si sentì dire di aver mangiato aglio la sera prima.
Resta però una differenza qualitativa importante, che Tony e la relatrice sottolineano per tutti e non solo per i pazienti MCS: un profumo di sintesi è percepito come invasivo dal sistema limbico anche da una persona sana — «a tutti è successo che un profumo desse fastidio» — mentre un profumo naturale può piacere o non piacere, ma non aggredisce. Da qui la proposta di dedicare un incontro ai profumi e ai prodotti che usiamo addosso ogni giorno.
Il dispositivo di elezione per questi pazienti, nel racconto, è un apparecchio — indicato in sessione con un nome commerciale reso dalla trascrizione come «nano V» — che agisce inviando un segnale definito bioidentico, cioè della stessa natura del segnale cellulare, senza somministrare sostanze. È l'unico che alcuni di questi pazienti tollerino, ma proprio per questo diventa l'esempio più chiaro del principio del dosaggio minimo iniziale.
A me è successo di fare un minuto. Un minuto, contando e misurando con l'HRV: e iniziavano ad avere mal di testa, perché parte un processo di detox dallo stress ossidativo a livello della membrana cellulare. E mi dovevo fermare — dieci minuti di attesa, un po' d'acqua.
Il contro-esempio è drammatico: una struttura che, pur avvisata, ha somministrato allo stesso tipo di paziente un quarto d'ora di trattamento, con un crollo immediato. La gestione dell'emergenza descritta è elementare — acqua, respiro, distanza — e la morale è che con questi quadri si parte da minuti, non da protocolli standard.
Il costo del dispositivo viene indicato a voce con cifre molto diverse tra loro a seconda della versione e della durata della seduta: la trascrizione non consente di fissarle, ma il messaggio è che si tratta di strumentazione professionale costosa, fuori dalla portata del singolo cliente, e che quindi il professionista deve avere alternative — da cui il ritorno al tema dei patch come «cosa da dare a chi non può prendere integratori».
Sul piano umano, il racconto include la storia di una donna diventata gravemente sensibile dopo anni di lavoro in un ambiente ad alta esposizione a inquinanti, oggi quasi invalidante, senza riconoscimento, che ha scritto con un medico un libro sulla propria vicenda. E include la considerazione che molti medici evitino questi pazienti perché «pesanti»: è la ragione per cui, argomenta l'aula, avere qualcuno che li sappia accogliere ha un valore enorme.
Non essendo arrivate domande nel gruppo, Tony condivide lo schermo e legge un proprio lavoro pubblicato in due parti. Il titolo è «influenza degli zuccheri sul sistema di ricompensa e funzione cognitiva» e la motivazione è dichiaratamente personale: sono concetti che conosce e insegna da anni — la distinzione tra fame edonica e fame fisiologica, il picco di dopamina, la necessità di rincarare la dose — ma dieci anni fa non aveva strumenti di misurazione. La domanda diventa quindi: rifacendo lo stesso lavoro con i dati, cosa cambia?
La curiosità di partenza è un'osservazione quotidiana:
Vedo gente fare una vita di merda ed essere performante sia col corpo che con la mente, mentre vedo altri fare uno stile di vita sano senza però avere apparentemente lo stesso livello di performance. Voglio capire il perché.
Il consumo di zuccheri semplici attiva il sistema mesolimbico dopaminergico, il circuito della ricompensa: un meccanismo nato per premiare comportamenti utili alla sopravvivenza e oggi sovrastimolato dall'abbondanza di alimenti a alto indice glicemico. La sequenza descritta è: (1) attivazione dopaminergica con rilascio rapido; (2) desensibilizzazione recettoriale, cioè down-regulation dei recettori dopaminergici da esposizione cronica, che richiede stimoli sempre più intensi — in pratica mangiare sempre più «sporco»; (3) alterazione della plasticità sinaptica, con interferenza dell'iperglicemia cronica sui meccanismi di potenziamento a lungo termine nell'ippocampo e quindi sulla neuroplasticità.
Sul piano funzionale Tony elenca tre effetti: le fluttuazioni glicemiche (picchi e cali) riducono la capacità di attenzione; lo stato pro-infiammatorio da iperglicemia cronica compromette la funzione della corteccia prefrontale; l'esposizione prolungata a insulina elevata può portare a insulino-resistenza cerebrale, compromettendo il metabolismo energetico neuronale e accelerando il declino cognitivo.
Il passaggio chiave è la distinzione tra picco e carico glicemico: non è il singolo episodio a fare danno, ma il livello cronico. E i due piani si tengono, perché il meccanismo dopaminergico li lega:
Più picchi crei — che non sono un problema nel singolo — più sei portato a crearne, e quindi più il carico glicemico sarà elevato.
I tre meccanismi di danno indicati come possibili vie del declino cognitivo sono:
L'indagine è dichiaratamente multidisciplinare e su tre gambe. La prima è una revisione della letteratura assistita da intelligenza artificiale: decine di studi indicizzati sui database accreditati, su un arco trentennale, incrociati sull'interazione tra metabolismo glucidico, funzione dopaminergica e performance cognitiva. Tony è esplicito sul perché e sul come — non avrebbe avuto le settimane necessarie per farlo a mano, e ha usato l'IA per estrarre l'elenco degli studi e i punti in comune. La seconda gamba è la banca dati aziendale: analisi ormonali e test del microbiota già in archivio, confrontati (di nuovo con l'aiuto dell'IA) per individuare pattern ricorrenti. La terza è l'auto-sperimentazione: circa trenta giorni di monitoraggio continuo di glucosio, chetonemia, variabilità della frequenza cardiaca e performance cognitiva con dispositivi indossabili, più le sensazioni soggettive.
Sul valore delle sensazioni soggettive Tony si difende con un argomento interessante: sono affidabili perché tutto il resto è regolare — stessa alimentazione, stessi orari di sonno, stesse routine di lavoro. L'unica variabile instabile è l'emotività, ma il periodo è talmente e costantemente intenso che «anche nella non regolarità c'è una stabilità»; e il fatto che l'esperimento cada in una fase stressante è considerato un pregio, non un limite.
Il risultato che Tony indica come vera svolta non è nuovo in astratto — «già lo sapevamo» — ma cambia peso: la serotonina gioca nella modulazione delle voglie di zuccheri un ruolo molto più centrale di quanto pensasse. La serotonina è un neurotrasmettitore sintetizzato nel cervello e nell'intestino a partire dal triptofano, amminoacido essenziale. I tre livelli di interazione descritti sono:
Il punto operativo è che giocando sugli amminoacidi si può modulare la voglia di dolce — ed è, dice, la conclusione che gli «ha svoltato» tutto il lavoro.
Tony insiste sul fatto che si tratta di un protocollo suo, non di una prescrizione. Gli assi sono:
Tre esiti, riportati come osservazioni personali e non come dati generalizzabili. Primo: una netta riduzione degli episodi di fame edonica rispetto a quella fisiologica, nonostante il periodo emotivamente pesante. Secondo: un miglioramento nei test cognitivi su attenzione, cognizione e memoria — indicato come superiore al dieci per cento e, in alcune prove, sensibilmente più alto — che nella vita quotidiana si traduce non tanto in decisioni «migliori» quanto nella capacità di decidere più rapidamente, in modo quasi intuitivo. Terzo: un'ottimizzazione metabolica leggibile sui livelli ormonali; il test del microbiota è ancora da rifare, con interesse specifico per GABA e complesso B.
Il motivo per cui Tony porta questo post in aula è duplice: il contenuto, e il caso editoriale. Il post «più utile scritto negli ultimi sei mesi» non ha ricevuto praticamente attenzione, mentre le sciocchezze raccolgono commenti e like. La lezione per chi deve iniziare a costruirsi una presenza professionale è controintuitiva ma concreta:
Portatevi a casa di scrivere robe semplici, perché le robe complicate non vi fanno andare da nessuna parte. Scrivete cose semplici e che possibilmente facciano scalpore — tipo: non bere il caffè appena ti svegli, bevilo dopo due ore.
Due corollari. Il primo è la progressione: se le persone che vi conoscono sanno che fino a ieri facevate un altro mestiere, non potete esordire con un contenuto avanzato — anche lo stesso Tony, quattro o cinque anni fa, scriveva di altro. Il secondo è la scelta del canale: un testo lungo e tecnico va dove c'è una nicchia in target, non sul profilo personale, dove passerebbe per arroganza.
L'ultima domanda riporta un'affermazione attribuita a un divulgatore — che il cognome sia reso correttamente dalla trascrizione non è verificabile, e l'affermazione arriva riferita di seconda mano: i legumi, per il loro apporto nutrizionale, non servirebbero a niente, essendo preferibili a parità di dosi nutrienti più biodisponibili e non «solo amidi o zuccheri con un po' di proteine poco assimilabili».
La prima mossa di Tony è metodologica: «vorrei sapere chi lo dice». Non per polemica, ma perché ogni affermazione va collocata nel contesto di chi la pronuncia.
Ogni persona che parla non parla a te: sta parlando alla sua nicchia di clienti. Ognuno ti parla sulla base del proprio tornaconto — che non vuol dire che dica balle, dicono anche cose corrette. Ma ti parlano sempre sulla base di quella che è la loro verità.
Con questa premessa, la risposta di merito è a due tempi. I legumi non sono la migliore fonte di nutrienti essenziali, e se il motivo per cui li mangi è prendere proteine, esistono fonti migliori sia sul piano dei macro che dei micronutrienti. Però possono far parte a pieno titolo di uno stile alimentare completo, perché portano fitonutrienti, fibra e materiale utile al microbiota intestinale. La domanda giusta non è «servono o non servono», ma «servono a fare cosa».
Lo stesso schema viene applicato a un secondo esempio, quello di chi sostiene che le creme solari facciano male: il criterio proposto è guardare i risultati sulla persona che lo afferma, e poi ragionare sul contesto reale.
Lo so anch'io che in un mondo ideale le creme solari non servono, ma noi non viviamo in un mondo ideale. Per quanto cerchiamo di fare uno stile di vita sano, ancestrale, paleolitico, chiamalo come vuoi, non viviamo in quel mondo lì — e quindi non posso dire alla gente di non usarle. Poi ci sono creme e creme: se prendi quella da tre euro piena di roba discutibile, no, non va bene.
Coerentemente, Tony chiude spiegando perché segue sui social anche colleghi con cui non è d'accordo: non per imparare da loro, ma per sapere cosa dicono — condizione necessaria sia per riconoscerne i meriti sia per contestarli quando serve.
Nell'ultimo scambio, una partecipante accenna al caso di una ragazza che «per disagio emotivo si abbuffa continuamente». La risposta è breve ma perentoria e vale come confine professionale: il binge eating è una patologia, quindi il biohacker può lavorarci solo relativamente, e la valutazione dipende in primo luogo dal fatto che ci sia o non ci sia una diagnosi — o che si tratti invece di un periodo circoscritto.
Nel valutare un prodotto che ti viene proposto
Con clienti a elevata sensibilità (MCS e simili)
Nel lavorare su zuccheri e voglie di dolce
Nel comunicare e nel confrontarsi con altri divulgatori