La sessione si apre con un'esperienza raccontata in diretta — una partecipante ha provato la crioterapia il giorno prima e vuole capire se il freddo, per lei, sia una pratica praticabile o pericolosa — e si chiude su un tema che sembra lontanissimo dal freddo ma è lo stesso: quanto del nostro lavoro è tecnica e quanto è comunicazione. Tra i due estremi, il corpo centrale dell'incontro è un caso studio difficile, esplicitamente riconosciuto come tale: un operaio metalmeccanico che lavora su turni ruotati e vuole perdere peso.
La prima parte è un esercizio di lavoro collegiale. Tony non risponde direttamente alla partecipante: apre un giro di tavolo e fa parlare quattro colleghi — chi la segue come biohacker, un medico, un'ex turnista esperta di sonno, un'istruttrice di metodo Wim Hof — perché, dice, quando qualcuno porta un vissuto concreto e non un dato di laboratorio, serve sentire più campane. Le risposte convergono: il freddo non è vietato, ma va raggiunto per gradi, preparato con la respirazione, e monitorato.
Il caso studio del turnista viene assegnato "a caso" a una partecipante, che dopo qualche minuto si ferma e ammette di non sentirsi a suo agio: l'unica cosa che le viene da dire è cambia lavoro. Tony non solo non la corregge, la elogia due volte — sia per il coraggio di provare, sia per aver dichiarato il limite.
Se vedete che un caso non è alla vostra portata, ditelo, non fatevi problemi: siamo qua per imparare. Non è che tutti possono saper lavorare tutto. Il biohacker deve dire al cliente: il tuo caso è particolare, mi devo confrontare con i miei colleghi, perché per essere sicuro di risolverlo al meglio non voglio rischiare di dirti una cosa per un'altra. È da professionisti questa roba, non ti stai svalutando.
Il caso viene poi ripreso da una collega ex turnista, che lo lavora con un metodo esplicito e trasferibile: contare i cicli di sonno settimanali, farsi dare il turno esatto e ridistribuirli "in maniera matematica" turno per turno, sacrificando il meno possibile la circadianità. È la parte più operativa dell'incontro.
L'ultimo terzo torna sui fondamentali e sui limiti del ruolo. Il digiuno intermittente ha senso in un turnista che deve perdere peso, ma non fa dimagrire di per sé; lo spuntino pre-nanna va scelto guardando alla temperatura corporea e non solo alle calorie; una persona che non mangia frutta e mangia pochissima verdura si gestisce con buon senso e con la nutrizionista, non con l'ostinazione; e una cliente diabetica in terapia farmacologica non è materia del biohacker — Tony rimanda il caso alla sessione successiva dicendo apertamente che non segue i patologici.
Sessione condotta da Tony Manfron con un gruppo ridotto di partecipanti — l'aula è dichiaratamente scarica, essendo il periodo immediatamente successivo agli esami. Buona parte dell'incontro è disturbata da problemi di connessione dal lato di Tony, che interrompe più volte per verificare di essere sentito.
Le domande nascono da tre fonti diverse. La prima è una conversazione già in corso prima dell'avvio della registrazione: una partecipante racconta la sua esperienza con la crioterapia e la porta a una domanda personale. La seconda è un caso studio pubblicato nel gruppo da una partecipante professionista (con l'aneddoto, ripetuto, di essere finito nel gruppo sbagliato e recuperato in diretta): la scheda anamnestica viene condivisa a schermo e assegnata all'aula da lavorare. La terza sono le domande libere finali, una delle quali viene rinviata alla settimana successiva per mancanza di tempo.
Il metodo resta quello consueto: Tony distribuisce la parola invece di rispondere, chiede a chi lavora un caso di motivare le proprie scelte, e usa gli errori e le esitazioni come materiale didattico. Le persone reali dietro i casi sono qui indicate solo per ruolo.
La domanda di apertura nasce da una constatazione empirica: la criocamera elettrica di catena — la partecipante nomina Longevity Suite — si tollera bene, mentre il lettino provato al centro il giorno prima si sente in modo molto più netto. Se una si patisce meno, l'effetto sul corpo è lo stesso?
Tony risponde con una scala di intensità dello stimolo:
Il paradosso, sottolineato con cura, è che l'ordine dell'efficacia non coincide con l'ordine della sofferenza percepita: la doccia si patisce spesso più del bagno di ghiaccio, perché l'acqua che scorre addosso agisce «come una mitragliatrice», mentre nell'immersione, dopo un minuto o due, si crea attorno al corpo una sorta di pellicola che funziona quasi da isolante.
La scelta tecnologica del centro viene spiegata in termini di mercato e non solo di fisiologia: il target di riferimento — imprenditori, manager, persone che stanno economicamente bene — dalle analisi interne non gradisce immergersi in una vasca d'acqua, quindi si è scelto un dispositivo che avvicina l'esperienza al bagno di ghiaccio senza bagnare la persona. Chi si stende lo percepisce come l'immersione in acqua a pochi gradi, con in più una leggera pressione data dalla superficie che si gonfia e aderisce.
Qui la domanda diventa personale. La partecipante racconta due episodi: durante un'immersione in una vasca di acqua molto fredda in un contesto di pellegrinaggio religioso — immersa e tirata su in un attimo — ha sentito il cuore «come se si stesse fermando»; in un'altra circostanza, in un periodo di stress molto intenso, ha avuto un vero blackout. Riferisce inoltre che il fenomeno si ripresenta in forma attenuata quando è stanca o esposta al freddo: battito che accelera fortemente, dolori ad arti superiori e inferiori, tendenza a svenire; sdraiandosi arriva una sudorazione fredda, il cuore si calma e lei «torna più viva di prima». Gli episodi sono stati definiti come crisi vagali, ma senza esami dedicati: la visita cardiologica standard, osserva lei stessa, ha accertato poco più del fatto che il cuore batte, e la richiesta di un esame sotto sforzo le è stata sconsigliata.
Il quadro personale è pesante: una sensibilità molto marcata, una lunga serie di dolori attraversati, un lutto recentissimo che ha interrotto il percorso di ottimizzazione appena iniziato con il biohacker che la segue. La domanda che porta all'aula è semplice: potrà, con gradualità e cautele, arrivare a usare la crioterapia? Nota anche che il caldo, e la sauna in particolare, il suo corpo lo gradisce molto di più.
Il biohacker che la segue parte dalla dinamica dell'episodio: quando si fanno queste cose bisogna preparare il corpo allo shock, ed è esattamente il motivo per cui il metodo Wim Hof prevede le respirazioni prima dell'immersione — il respiro è in grado di influenzare il sistema nervoso. Nel suo caso l'immersione è stata improvvisa e non preparata, e la risposta del sistema nervoso è risultata sproporzionata. La regola generale che ne ricava vale per tutti gli stimoli ormetici: gradualità, costanza, consapevolezza, e un assetto mentale che riconosce lo stimolo come benefico invece che come minaccia. Ricorda anche che nella prima consulenza le era già stata data una preparazione dolce — lavare viso, polsi e gomiti con acqua fredda — proprio come rampa d'accesso a eventuali docce fredde.
Il partecipante medico conferma la plausibilità della crisi vagale, portando il caso analogo di una propria paziente con svenimenti improvvisi in un periodo molto stressante, alla quale ha proposto un'analisi dell'HRV. Il punto centrale del suo intervento è che l'esposizione al freddo, proprio in questo quadro, può aiutare — ma come allenamento del nervo vago e del parasimpatico, da costruire nel tempo: all'inizio bastano trenta secondi di doccia fredda. Porta a supporto la propria misurazione personale: dopo una doccia fredda di due minuti il suo HRV sale di dieci-quindici punti, con un aumento marcato dell'RMSSD — il parametro che riflette l'attività del nervo vago — e della total power. Le docce fredde e la respirazione di coerenza sono infatti tra le attività consigliate a un soggetto molto stressato, che ha bisogno di riportare il parasimpatico in equilibrio rispetto a un simpatico sempre "sull'acceleratore".
La collega ex turnista aggiunge la controindicazione temporale che gli altri non avevano formulato: in un periodo di alta emotività e stress, la crioterapia non è la scelta ideale — meglio aspettare, preparare con la respirazione e, quando si comincia, partire dagli arti, dalle gambe. Suggerisce di misurare lo stato del nervo vago con una fascia per l'HRV, e offre la metafora che resta la più memorabile della sessione:
Consideriamo il nervo vago come una mamma apprensiva che vede il figlio in pericolo e immediatamente lo prende in braccio e lo porta via. Il grado di apprensione è la reattività del nostro nervo vago: la mamma che appena il figlio è in giardino va in ansia, perché ha registrato esperienze negative che la portano a essere così presa. E quando lei se lo prende in braccio e lo porta via, tu svieni. Va insegnato al nervo vago a tornare in sé, a calmarsi, a valutare il pericolo per quello che è.
L'istruttrice di metodo Wim Hof normalizza prima di tutto la preferenza per il caldo: il caldo ci porta nella zona di comfort, il freddo ci porta fuori, ed è così per tutti. Elenca poi le controindicazioni gravi all'esposizione al freddo nel metodo: epilessia, gravidanza e una terza condizione il cui nome, nella trascrizione, non è ricostruibile con certezza; tutto il resto è affrontabile gradualmente. Il suo consiglio operativo è di non partire da soli: farsi accompagnare da un istruttore formato, perché chi procede in autonomia rischia di "scottarsi" e di associare al freddo un ricordo di shock. Sul piano tecnico ricorda la struttura del metodo — respiri profondi ripetuti, con l'espirazione lasciata avvenire in modo naturale, seguiti dalla fase di apnea — e la manovra da usare nel momento dell'ingresso in acqua: espirazioni lunghe per attivare il parasimpatico, respirando dal naso o dalla bocca ma allungando l'espirazione, invece di lasciarsi travolgere dal riflesso di fuga.
Tony chiude il caso con due indicazioni brevi e nette. La prima è una liberatoria: non è detto che la crioterapia debbano farla tutti. La seconda è un protocollo di verifica minimo e a costo zero: misurare l'HRV con questa sola variabile — la semplice doccia fredda — per una settimana, e guardare se il trend sale o scende. È l'applicazione pulita del principio di introdurre un cambiamento alla volta per poterne leggere l'effetto.
Prima di passare al caso studio, Tony ferma l'aula su una riflessione trasversale, innescata dal caso appena discusso e da un messaggio ricevuto la mattina stessa: un potenziale cliente gli scrive che si fa «letteralmente schifo», che non si sopporta senza maglietta, e che aveva sperato di trovare qualcosa di anomalo negli esami del sangue per avere finalmente uno stimolo a muoversi. Gli esami invece sono perfetti.
Il punto è che casi come questo non si risolvono con la strategia: sul piano tecnico non c'è quasi nulla da dire — allenati, mangia meglio, avrai risultati. Il collo di bottiglia è altrove.
Partiamo dal presupposto che bravi biohacker lo siamo già. C'è sempre l'ultimo ritrovato, c'è sempre l'aggiornamento, però le basi sono quelle — e le persone si perdono nei fondamentali, non fanno i fondamentali. Quindi dobbiamo diventare più bravi a far recepire il messaggio che non il messaggio stesso.
L'esempio dell'integratore alla moda serve a ridimensionare la rincorsa alla novità: Tony cita la spermidina, molto in voga negli ultimi anni, dicendo che a suo avviso se ne può fare tranquillamente a meno lavorando in altro modo. Le strategie potenzianti hanno senso sopra una base solida, non al posto di essa. Una partecipante aggiunge un tassello: nelle persone che ha accompagnato agli eventi, il fattore discriminante era il dialogo interno — "non sono capace", "mi fa male" — e lavorare su quello, o almeno riportare l'attenzione al momento presente senza mente giudicante, cambia l'esito dell'esperienza.
Il caso viene condiviso a schermo. L'anamnesi, così come leggibile, descrive un uomo di 38 anni, 1,73 m, 90 kg, metalmeccanico, turnista, con l'obiettivo di perdere peso e migliorare l'alimentazione.
Il quadro alimentare è particolarmente vincolato:
Sul piano del movimento: a lavoro alterna fasi attive e fasi sedute, con una media di circa ottomila passi; i lavori in giardino lo portano fuori casa, altrimenti si muoverebbe meno; si allena in palestra con una scheda fatta dall'istruttore. Il sonno è breve — la trascrizione non consente di fissare con precisione il numero di ore dichiarato — e di cattiva qualità: dorme male per dolori, non trova una posizione in cui stare bene, non respira bene. La distribuzione del grasso è addominale, con i fianchi risparmiati. Lo stress mentale autovalutato è 1 su 10: non è, dichiaratamente, una persona stressata.
Il nodo del caso è la lettura corretta dello schema di lavoro, e infatti l'aula lo fraintende due volte prima di ricostruirlo. La rotazione è su tre turni a coppie di giorni — due mattine, due pomeriggi, due notti — seguite dal riposo, con due sole notti per ciclo e non consecutive a una settimana intera.
Gli orari, come emergono dalla scheda e dai chiarimenti della professionista che ha portato il caso:
Il tragitto casa-lavoro è di venti-trenta minuti. La scelta di dormire il pomeriggio prima della notte è deliberata e motivata: lo fa anche il secondo giorno, quando non sente il bisogno di dormire, perché ha già avuto colpi di sonno alla guida e questa è la strategia con cui li ha evitati.
La partecipante chiamata a lavorare il caso parte da un presupposto ragionevole — il lavoro non è cambiabile, i turni sono deleteri, e con due sole notti per ciclo il corpo non ha nemmeno il tempo di adattarsi a un ritmo alternativo stabile — e propone: guardare la luce appena sveglio, qualunque sia l'ora, usando se necessario lampade che simulano la luce del giorno (disponibili a poche decine di euro) o la fototerapia a luce rossa; poi test ormonali ed eventualmente del microbiota.
Poi si interrompe. Tony le chiede se si senta confidente e lei risponde di no: l'unica cosa che le viene da dirgli è cambia lavoro.
Questa è la strategia di biohacking più potente del mondo, io sono d'accordo.
L'osservazione critica di Tony non è sul contenuto — «le cose che ha detto non sono sbagliate» — ma sul fatto che si sente che non c'è un ragionamento dietro: sta cercando soluzioni plausibili per un caso fuori portata. Da qui la regola per tutti: dichiarare il limite, dire al cliente che il suo caso è particolare e che ci si vuole confrontare con i colleghi prima di rispondere. È una mossa da professionisti, non una svalutazione. E l'aula deve tenere presente che questo è un caso difficile: non è «uno a cui togli il caffè dopo le due».
Il caso viene ripreso da una collega ex turnista, che dichiara subito la scala del problema — il turnista è «la peggiore delle ipotesi come orario lavorativo» — e poi espone un metodo.
Il punto di partenza è una quota settimanale: si assume che una persona faccia intorno ai 30-35 cicli di sonno a settimana (il ciclo di riferimento è di circa 90 minuti, con lunghezze individuali diverse). Non si ragiona più per notte, ma per settimana: si chiede al cliente il turno preciso e si distribuiscono i cicli turno per turno, in modo che il totale regga e che si salvi il più possibile la circadianità.
Chiaramente non sarà mai fisiologico al cento per cento, ma andando a tamponare: sì la luce al mattino, sì la schermatura la sera, tutto quello che sappiamo sull'ottimizzazione del sonno — ma in base al turno va costruito il suo riposo.
Il principio guida è che spostare la fetta grossa del riposo al pomeriggio è quanto di più sbagliato, perché non è fisiologico e disallinea ulteriormente il ritmo. La preferenza è quindi: dormire al mattino e, se serve, aggiungere un power nap nel pomeriggio.
Sul rientro dal turno di notte l'intervento diventa una testimonianza. Chi «tira dritto» dopo la notte è nella condizione peggiore, soprattutto se ha strada da fare: la collega racconta di un colpo di sonno alla guida a pochi minuti da casa, a poco più di vent'anni, con sbandamento — un episodio che descrive come «una bastonata a livello psicologico», raccontato per chiarire che il rischio non riguarda solo sé stessi. Chi smonta dalla notte con del tragitto davanti deve svegliarsi per forza: o dorme una ventina di minuti in macchina prima di partire, o fa una colazione al bar (zuccheri, caffè) per attivarsi. Aggiunge, per inciso, che una settimana intera di notti consecutive «dovrebbe essere semplicemente illegale».
Applicato al caso, il ragionamento produce uno schema. Va letto come impostazione, non come prescrizione: i valori dipendono dal turno reale e dalla lunghezza individuale del ciclo.
Sul punto specifico del nap prima della seconda notte, che il cliente fa anche senza sentirne il bisogno, la proposta è di ridurlo a un ciclo invece di occupare tutto il pomeriggio, e verificare: se ha dormito al mattino e ha fatto novanta minuti nel pomeriggio, è difficile che arrivi al colpo di sonno. Ma la conclusione resta prudente e centrata sulla persona: se non ce la fa a rinunciare al sonno pomeridiano prima della notte, che dorma — l'importante è che arrivi a casa.
Sul contenuto della cena il ragionamento è condiviso con Tony e con la nutrizionista — figura richiamata più volte come interlocutrice necessaria, non opzionale. Chi rientra alle 22:30 non si mette a tavola con una bistecca: serve un pasto completo ma sostenibile, digeribile nell'arco di circa un'ora, costruito su una proteina magra, un po' di fibra e una quota contenuta di carboidrato che favorisca il sonno. E poiché durante il turno continuativo la pausa è di pochi minuti, il lavoro vero si fa sugli spuntini pomeridiani.
Tony aggiunge il razionale fisiologico dello spuntino pre-nanna, che «sembra una banalità» e non lo è. Il criterio non è solo calorico: prima di dormire non si devono introdurre alimenti che alzino troppo la temperatura corporea, perché la fisiologia del sonno si basa sull'abbassamento della temperatura. Da qui due indicazioni:
E poi la quantità, che è il punto in cui la comunicazione torna al centro: se il cliente sente «ricotta» e mangia tre etti di ricotta, l'indicazione si è rovesciata.
L'aneddoto che Tony usa per chiudere il cerchio sulla comunicazione. Un cliente non perdeva peso: dieta seguita, analisi in ordine, microbiota a posto, allenamento regolare. Dopo due mesi si scopre che il piano prevedeva «verdure libere» — e che per lui i piselli erano verdura, perché sono verdi, mentre i legumi erano i fagioli. Ne mangiava diversi etti a pranzo e a cena, aggiungendo ogni giorno una quota calorica rilevante e non contabilizzata.
Non è che gli vai a chiedere "ma che verdura mangi": è verdura, è verdura.
Il caso serve anche a mettere in guardia sugli approcci dietetici che ragionano per blocchi o per categorie libere (dieta a zona, paleo-zona e simili): possono produrre porzioni di verdura enormi sulla carta, che l'assistito reinterpreta a modo suo. La morale operativa è che bisogna verificare che il cliente abbia capito, anche — e soprattutto — quando la strategia è semplice.
Una partecipante propone di sfruttare la struttura dei turni per introdurre il digiuno intermittente, dato che il cliente vuole anche perdere peso. Tony conferma che l'idea è ottima e che il TRE, il restringimento della finestra alimentare, è una delle strategie che consiglia più spesso — ma la accompagna subito con una precisazione che considera dirimente sia per il professionista sia per il cliente.
Ricordiamoci che saltare un pasto non fa dimagrire. Fare il digiuno intermittente non fa dimagrire. Il digiuno intermittente fa dimagrire molto spesso perché, insieme al pasto saltato, con gli altri pasti che fai non riesci a compensare la quantità.
Quello che conta è il bilancio a lungo termine, in nutrienti o in calorie. Restano validi i benefici collaterali — maggiore stabilità glicemica, riequilibrio di alcuni assetti ormonali, effetti indiretti sulla composizione corporea, e nel caso del turnista un aiuto alla sincronizzazione circadiana — ma la promessa di dimagrimento automatico è falsa, e va disinnescata prima, altrimenti dopo un mese arriva il cliente con la bilancia ferma. Nel caso specifico il digiuno è comunque favorito dalla logistica: le ore fuori pasto le passa a dormire, quindi non ha modo di svuotare il frigorifero.
Tony aggiunge lo specchio del problema: con chi non deve perdere peso il messaggio va invertito — se salti un pasto, negli altri devi recuperare. E porta l'esempio di chi non cala pur mangiando una volta al giorno, tipicamente in chetogeniche "sporche" dove il singolo pasto arriva a un contenuto calorico enorme.
La professionista che ha portato il caso avanza un'ipotesi: i dolori notturni e il rigirarsi nel letto potrebbero avere una componente infiammatoria, legata anche alla scarsissima quota di fibra. Tony non la smentisce ma la calibra: non è sbagliato, ma non è «inciso nella pietra». Uno spazio maggiore lasciato a carboidrati e proteine con assenza di fibre può alzare i livelli di infiammazione e, nel tempo, anche gli acidi urici, con possibili problematiche di gotta.
Sulla domanda più pratica — come si gestisce una persona che la frutta non la tocca e la verdura quasi? — la risposta è duplice. Da un lato è materia da nutrizionista, dato che l'obiettivo dichiarato è perdere peso: sarà lei a lavorare per reintrodurre progressivamente quegli alimenti. Dall'altro, il biohacker fa l'educatore, e deve mettere in conto il fallimento:
Ci sono persone disposte ad ascoltarsi e a farsi guidare, e ci sono persone che non hanno orecchi per sentire e non hanno occhi per vedere. Noi possiamo e dobbiamo fare anche gli educatori; in alternativa dobbiamo essere disposti ad accettare di perdere il cliente, oppure di seguirlo per quanto possibile cercando di fare le cose migliori in base a quello che possiamo fare. Anche quella lì è la bravura del biohacker.
Il criterio finale è il buon senso: se uno in questo momento non vuole mangiare frutta, ci sta — non tutti devono mangiare frutta, e sarebbe molto peggio se rifiutasse ogni fonte proteica. Se il rifiuto è insuperabile (Tony cita un cliente a cui l'odore dei frutti di bosco dà la nausea), si copre la funzione in altro modo, eventualmente per via integrativa. La formula con cui chiude è programmatica: lavora su quello che puoi, e su quello che non puoi non ci lavorerai.
Da qui una digressione sugli approcci nutrizionali estremi, utile come esercizio di prudenza epistemica. Tony ricorda di aver provato personalmente quasi tutto — vegetariano, vegano, chetogenica ciclica e targettizzata, digiuni intermittenti fino a un pasto al giorno — e che tutti gli hanno dato riscontri positivi per un certo periodo. Il motivo, spiega, è che chi passa da uno stile di vita malsano a qualunque regime esclusivo taglia calorie, riduce fattori infiammatori, riequilibra fame e sazietà e spesso dorme meglio: ecco perché il vegano e il carnivoro possono esibire entrambi esami del sangue perfetti e avere entrambi ragione. Il difetto non è nella dieta ma nella pretesa:
Un approccio estremista, soprattutto se pretendi che sia la strada della soluzione definitiva per tutti e per sempre, non è buon senso: è che ti devo vendere quello che faccio.
Nella stessa logica sistema due argomenti ricorrenti: la carne che «fa venire il cancro» — plausibile per gli hamburger industriali di provenienza ignota, non trasferibile a ogni carne — e le verdure demonizzate per gli ossalati, dove il vero discrimine è di nuovo quale verdura, coltivata come e con quali trattamenti. Chi esclude una categoria intera avrà spesso ragione a sentirsi meglio; il salto logico è farne una regola universale. Chiude con due aneddoti sui limiti degli esami del sangue come unica lente: un amico oltre i quarant'anni che da sempre mangia soltanto tre piatti e ha esami perfetti — pur essendo, «se lo vedi», tutt'altro che in forma — e la madre settantenne che liquida ogni obiezione con lo stesso argomento.
L'ultima domanda riguarda una cliente diabetica in terapia con metformina, che vuole perdere peso e riassestare lo stile di vita, e che ha chiesto del digiuno intermittente. Quanto può essere utile, quanto dannoso?
La risposta di Tony è, prima di tutto, un rifiuto motivato: non segue i patologici, non sono suoi clienti, e quindi non può rispondere. Non liquida però la domanda: chiede che il caso venga riportato nel gruppo per essere lavorato nella sessione successiva — precisando che il rinvio è solo per mancanza di tempo — e propone di trattarlo comunque come esercizio, con la clausola che chi non può lavorarci non ci lavora. Come lettura di riferimento indica «Il codice del diabete» di Jason Fung.
Nell'introdurre il freddo in una persona fragile o molto stressata
Nel lavorare un turnista
Nell'impostare alimentazione e integrazione
Nel presidiare il proprio ruolo