In sintesi

La lezione introduce la meditazione come pilastro dell'allenamento mentale per il biohacker. La docente, esperta di tecniche di meditazione e gestione dello stress, chiarisce anzitutto perché prendersi cura della mente sia inscindibile dal prendersi cura del corpo: cervello e sistema nervoso sono parte del corpo, e la mente va "lavata" ogni giorno come la pelle. La tesi centrale è che la meditazione non è una pratica esotica o misteriosa, ma il ritorno a uno stato naturale e spontaneo della mente — la piena presenza a sé nel momento presente, il pensare una sola cosa alla volta. La lezione distingue con cura lo stato meditativo da ciò che non è (pilota automatico, analisi, rilassamento, yoga, trance, fuga dalla realtà), ne ripercorre le origini induiste e buddhiste con i rispettivi "otto passi", e presenta i principali tipi in voga: Zen, Trascendentale e Vipassana. Il messaggio pratico: la meditazione è per tutti, va coltivata in modo gentile e graduale, e la si comprende davvero solo praticandola.

Concetti chiave

Sviluppo della lezione

Perché la meditazione conta per il biohacker

La docente parte dal motivo per cui una lezione sulla meditazione ha senso in un percorso di cura del corpo. L'impatto della meditazione — personale, sociale, comportamentale e sulla salute — è vastissimo e può fare una differenza reale nella qualità della vita. Il punto di partenza è che chi si occupa di cura del corpo non può escludere la mente: il cervello e l'intera struttura del sistema nervoso centrale e periferico sono corpo a tutti gli effetti. Prendersi cura di un muscolo, di un braccio o di una mano e prendersi cura della mente sono la stessa cosa; separarli è un errore concettuale che tendiamo a commettere quando trattiamo la mente come qualcosa di solo "psicologico".

Il secondo motivo è racchiuso nella metafora della doccia, che la docente predilige. Ci teniamo a lavarci il corpo e percepiamo chiaramente la differenza tra quando siamo puliti e quando non lo siamo; molto meno pensiamo a farci una "doccia mentale". La pelle è l'organo più esteso e ci protegge dall'esterno, ma per continuare a difenderci deve essere mantenuta pulita (non in modo esagerato, perché l'eccesso crea altri problemi). Allo stesso modo la mente va "pulita" ogni giorno perché continui a svolgere la sua funzione, evitando che lo sporco si sedimenti fino a comprometterla. La metafora contiene in sé la grande motivazione per cui vale la pena meditare.

Praticare la meditazione: cura di sé, equilibrio, responsabilità

Passando dai "motivi della lezione" ai motivi per cui praticare, la docente insiste su un principio: per aiutare gli altri bisogna prima imparare ad aiutare se stessi. Sembra scontato, ma è vitale — sia per l'equilibrio personale, sia per comprendere quanto sia difficile e a volte "combattivo" il percorso di cura di sé. Chi entra nel mondo di un'altra persona per aiutarla si assume una responsabilità in ciò che trasmette: non nel risultato dell'altro, ma nel dare "il meglio di sé" in quel momento — dove "meglio" non significa essere perfetti o stare sempre bene, ma rendersi conto del meglio possibile in quella circostanza.

Un secondo pilastro è l'equilibrio. Il corpo tende sempre all'equilibrio; la meditazione aiuta a stare in equilibrio come capacità e come necessità. Vedere questa tendenza permette di capire che l'equilibrio comprende ogni aspetto, bello e brutto: non si tratta di discernere tra giusto e sbagliato, bene e male, ma di prendere ogni situazione per com'è, gestirla e inserirla nel proprio equilibrio, usandola persino a proprio favore. E quando non si riesce a raggiungere l'equilibrio, l'obiettivo diventa restare in un disequilibrio cosciente. La meditazione rende possibile questo tipo di coscienza e consapevolezza.

Che cos'è la meditazione: definizioni, etimologie, lo stato

Le definizioni di meditazione sono infinite. Sul piano etimologico, dal latino il termine può derivare sia da meditari (dedicarsi alla contemplazione, alla riflessione) sia da mederi (risanare, guarire, curare, aiutare): entrambe le radici convivono. Dal sanscrito, invece, il termine (dhyana) rimanda alla crescita spirituale e al "coltivare il ricordo di sé".

La docente propone una definizione sintetica: la meditazione è uno stato di consapevolezza vigile nel momento presente, non mentale — uno stato di consapevolezza di sé, silenziosa e integra, non disturbata dal consueto "chiacchiericcio mentale" fatto di parole, immagini, giudizi, concetti e distrazioni che ci riportano alle memorie del passato o alle aspettative del futuro. Cita poi la definizione più ampia di Jon Kabat-Zinn, fondatore della mindfulness, e quella di Osho: la meditazione come "arte dell'ascolto con tutto il tuo essere in questo preciso istante", in cui cadono confini, barriere e difese e si diventa una totalità, un vasto cielo di consapevolezza, ascoltando con un'intensità tale da scomparire, finché resta solo ciò che in noi è essenziale ed eterno.

Il nodo concettuale è la distinzione tra pratica e stato. "Meditazione" è il nome che diamo a una pratica, ma "essere in meditazione" è uno stato che si prova, analogo all'essere svegli o addormentati: è una modalità in cui mettiamo la mente. Quando si è davvero in meditazione non c'è nient'altro che l'oggetto della meditazione, che in realtà siamo noi stessi; nello stato pieno persino l'oggetto verso cui meditiamo si esclude, e resta una pienezza di sé indescrivibile. È vero che tecnicamente la meditazione si definisce come il rivolgere l'attenzione a un oggetto (una sensazione, un luogo, un'immagine esterna o interna, un mantra, una persona), ma quell'oggetto è solo ciò che ci porta allo stato meditativo. Lo stato vero arriva quando la concentrazione sull'oggetto diventa nulla e rimane solo la sensazione del sé. Per questo definire la meditazione è sempre, tra virgolette, "sminuente": descrivere una sensazione con i pensieri le toglie qualcosa, perché una sensazione è una sensazione e un pensiero è un pensiero. L'unico modo di conoscerla è provarla — questo è il concetto più importante.

Che cosa NON è la meditazione

Per rendere semplice il concetto, la docente elenca ciò che la meditazione non è:

La docente chiude questa parte ricordando ancora che la meditazione non è egoismo (è amor proprio, capacità di riconoscere le proprie qualità e, di riflesso, quelle degli altri) e non è pensare "pensieri elevati": ci si può concentrare anche sulla venatura di un tavolo. Meditare non fa sparire i problemi, ma la maggiore presenza e consapevolezza permette di affrontarli in modo diverso.

Le origini: induismo, lo Yoga Sutra di Patanjali e gli otto passi

Le prime testimonianze scritte si collocano nell'induismo. Il primo testo di riferimento è lo Yoga Sutra, scritto da Patanjali e risalente ai primi secoli; altre origini si stimano nella pratica dello Zen e nelle Upanishad. Per Patanjali l'obiettivo dello Yoga Sutra era la "soppressione delle modificazioni della mente": la mente deve stare solo in sé, e tutto ciò che non è "io" è una modificazione della mente da sopprimere.

Il percorso meditativo si articola in otto passi fondamentali (le "otto membra" dello yoga):

  1. Yama — le regole di condotta generale ispirate ai valori umani (gentilezza, attenzione, rispetto, umiltà, essere in sé): valori che si trasformano in regole di vita.
  2. Niyama — la disciplina interiore: il portare avanti quelle regole finché diventano parte di noi.
  3. Asana — le posture fisiche che predispongono alla pratica meditativa (le stesse dello yoga). La postura è fondamentale perché veicola la pratica: la respirazione e persino il sonno cambiano a seconda della posizione.
  4. Pranayama — le pratiche del respiro che sostengono la meditazione.
  5. Pratyahara — il controllo dei sensi e la capacità di non distrarsi.

Superate queste cinque fasi, che dispongono la persona, arrivano le ultime tre, quelle che riguardano propriamente la meditazione — il "ricondizionamento" della mente e la soppressione delle sue modificazioni:

  1. Dharana — la concentrazione su una cosa sola (un oggetto, un mantra, un'immagine, un luogo).
  2. Dhyana — quando la concentrazione calma la mente, allontana i pensieri superflui e diventa spontanea, si entra nello stato meditativo vero: la pienezza della mente, arrivata da sé. La mente non è più rivolta a un oggetto, ma immersa unicamente in una sensazione, come immersa nella propria coscienza.
  3. Samadhi — lo stato di piena consapevolezza a cui si giunge (implicito come culmine del percorso).

La meditazione secondo il Buddha: quattro nobili verità e ottuplice sentiero

Per il Buddha, attorno a quattro nobili verità e ai cinque veleni ruota tutto l'orientamento buddhista. Le quattro nobili verità:

  1. Dukkha — l'esistenza del malessere: bisogna sapere che il male esiste.
  2. L'origine del malessere — sapere che ha un'origine.
  3. La cessazione del malessere — sapere che c'è un momento in cui il male cessa.
  4. Il Nobile Ottuplice Sentiero — la via, fatta di azioni, che porta alla liberazione dal dukkha.

Conoscere l'origine del male permette di sapere che esiste anche un modo, un momento e delle azioni con cui cessa. Il sentiero verso la liberazione si articola in otto passi (qui la docente li rende come "precisa/preciso …"):

  1. Samma ditthi — la precisa comprensione.
  2. Samma sankappa — la precisa intenzione (mettere un preciso intento nel comprendere).
  3. Samma vaca — il preciso pensiero (diverso da comprensione e intenzione).
  4. Samma kammanta — la precisa azione.
  5. Samma ajiva — i precisi mezzi di sussistenza: capire quali mezzi mi portano avanti.
  6. Samma vayama — il preciso sforzo, puntuale e non disperso.
  7. Samma sati — la precisa presenza mentale: essere solo nel momento presente. Qui si entra davvero nella parte meditativa; tutti i passaggi precedenti (comprensione, intenzione, pensiero, azione, mezzi, sforzo) sono gli strumenti necessari per arrivarci.
  8. Samma samadhi — lo stato di meditazione, la pienezza (analogo al dhyana), a cui si arriva senza sforzo perché a quel punto ci si è già.

La visione di Jon Kabat-Zinn e la mindfulness

Per Jon Kabat-Zinn, fondatore della mindfulness, lo stato meditativo non richiede tutto quel percorso a tappe: è "prestare attenzione in un modo particolare, consapevole, nel momento presente, mantenendo un atteggiamento non giudicante". In una sola frase raccoglie tutto ciò che Patanjali e il Buddha avevano scomposto negli otto passaggi — attenzione, modo particolare consapevole, momento presente, atteggiamento non giudicante — arrivando alla stessa identica cosa per una via più diretta.

Lo stato naturale della mente e le tre prospettive

Lo stato meditativo è uno stato naturale della mente. Il feto nel grembo materno vive per la maggior parte del tempo in uno stato meditativo: una condizione di totale identificazione con la propria essenza (non la mente, ma l'essere connessi alla propria essenza), necessaria per apprendere tutto ciò che gli serve prima di entrare nella vita. Se poi non pratichiamo, quello resta il periodo in cui più siamo stati in meditazione.

La docente distingue tre letture dello stato meditativo:

Infine, la meditazione nelle religioni: in ogni religione esistono forme di meditazione, e la distinzione principale è che l'oggetto (e anche l'intento) può essere interno o esterno. L'oggetto può essere rivolto a me o a una cosa esterna; l'intento può essere la conoscenza/ritorno a sé oppure l'essere un miglior testimone verso l'esterno — ma il fine ultimo, essere in sé, non cambia. Buddhismo e induismo prediligono le pratiche meditative rispetto alle preghiere; il cristianesimo predilige la preghiera, e quando medita lo fa quasi sempre su oggetti sacri (un mantra, una parola riferita al sacro). Tuttavia anche la preghiera può veicolare uno stato meditativo: dipende da come viene usata. Persino un semplice rosario, recitato con attenzione e intento, può portare a uno stato di meditazione con benefici simili — ciò che fa la differenza è l'intento, l'intenzione, il modo e il punto d'arrivo, non la posizione o la ripetizione automatica.

I principali tipi di meditazione: Zen, Trascendentale, Vipassana

La docente ricorda che la meditazione, come l'attività fisica, non va praticata perché "va di moda", ma per i motivi visti. Presenta poi i tipi principali e più diffusi.

Meditazione Zen. Usa due approcci principali. Il primo è l'immersione diretta nella consapevolezza per pura forza di volontà: ci si siede su un cuscino, semplicemente seduti, e si allontana dalla mente tutto tranne la pura consapevolezza di essere seduti — semplice nella spiegazione, tutt'altro che semplice nella pratica. Il secondo deriva dalla scuola Rinzai e usa il "trucco" di far trascendere alla mente il pensiero cosciente per entrare nella pura consapevolezza: il maestro assegna all'allievo un indovinello irrisolvibile (koan) che l'allievo deve comunque risolvere. La situazione diventa intensa e genera sofferenza, e non potendone uscire l'unico modo è abbandonarsi alla pura esperienza del momento.

Meditazione Trascendentale. Tra le più in voga e la prima che fece scoprire la meditazione all'Occidente. È una tecnica per lo sviluppo delle potenzialità umane, di origine vedica, introdotta in Occidente nel 1958 da Maharishi Mahesh Yogi, che aveva una laurea in fisica e trascorse dodici anni sull'Himalaya per apprendere le pratiche di meditazione. La sua idea: in Occidente non ha senso imitare la cultura orientale, dove la meditazione è spontanea per l'ambiente; l'aiuto più utile è indirizzarla allo sviluppo delle proprie potenzialità. Divenne famosa quando grandi artisti iniziarono a praticarla — i Beatles, seguiti da Maharishi, scrissero album e canzoni celebri (Abbey Road, Let It Be) — e nel 1975 Maharishi finì sulla copertina del Time con il titolo che prometteva la meditazione come risposta a tutti i problemi. Resta oggi tra le pratiche più diffuse, soprattutto tra i VIP, ed è un percorso piuttosto costoso.

Gli otto passaggi della Meditazione Trascendentale (protocollo pratico): sedersi comodi con i piedi a terra e le mani in grembo; chiudere gli occhi e fare alcuni respiri profondi per rilassare il corpo; aprire e richiudere gli occhi (che resteranno chiusi per tutta la durata, circa 20 minuti); ripetere un mantra (idealmente assegnato e personalizzato dal maestro); quando ci si accorge di essere interrotti da pensieri o ricordi, riportare l'attenzione al mantra; raggiunto un buon livello di concentrazione, focalizzare l'attenzione all'altezza del "terzo occhio", tra le sopracciglia; dopo i 20 minuti, muovere lentamente le dita di mani e piedi per uscire dallo stato; infine aprire gli occhi e restare seduti qualche minuto finché non ci si sente pronti a riprendere la giornata.

Vipassana e il quadro buddhista. Per capire la Vipassana la docente inquadra la meditazione buddhista, che si divide principalmente in due pratiche. Samatha è la concentrazione o quiete mentale (su un oggetto, un luogo, un mantra): uno stato piacevole ma temporaneo, che quando finisce lascia il posto alla Vipassana, la seconda pratica, centrata sull'insight — l'intuizione chiara e profonda, la visione chiara. Nella Vipassana il meditante usa la concentrazione (samatha) come veicolo e resta in uno stato di consapevolezza costante e crescente, quasi una sensazione più che una concentrazione. Le meditazioni samatha includono l'anapanasati (consapevolezza del respiro) e i quattro brahmavihara; da esse si arriva agli stati di Vipassana, che comprendono la contemplazione dell'impermanenza, la pratica dei sei elementi e la contemplazione della condizionalità, più rivolte a raggiungere la prajna, la saggezza. In sintesi: samatha è veicolata a raggiungere lo stato di dhyana (concentrazione), Vipassana a raggiungere gli stati di prajna (saggezza, già costituita in sé). Di solito le pratiche samatha precedono quelle Vipassana e l'una aiuta l'altra, ma possono anche alternarsi o essere usate separatamente. Contemplando l'oggetto (samatha) il meditante ottiene sati, la consapevolezza, e il samadhi — la pura consapevolezza che è la base della meditazione.

Protocolli e azioni pratiche

Glossario

Domande di autoverifica

  1. Perché, secondo la docente, curare il corpo implica curare la mente? Quali strutture rientrano nel "corpo"?
  2. In che modo la metafora della doccia spiega la funzione della meditazione? Fino a che punto regge il parallelo?
  3. Qual è la differenza tra la meditazione come "pratica" e l'"essere in meditazione" come stato?
  4. Perché l'oggetto della meditazione è definito solo un "veicolo"? Cosa accade all'oggetto nello stato pieno?
  5. Elenca almeno cinque cose che la meditazione NON è e spiega brevemente ciascuna.
  6. Qual è la differenza tra pilota automatico e abitudine sana?
  7. Perché i pensieri "non sono solidi" e non coincidono con la realtà? Che ruolo hanno i cinque sensi?
  8. Descrivi gli otto passi dello yoga secondo Patanjali e indica dove inizia la meditazione vera e propria.
  9. Quali sono le quattro nobili verità e come si collega ad esse l'Ottuplice Sentiero?
  10. Confronta i due approcci della meditazione Zen e spiega come funziona il koan nella scuola Rinzai.
  11. Chi ha introdotto la Meditazione Trascendentale in Occidente e con quale motivazione? Ricostruisci le tappe principali del suo protocollo.
  12. Che differenza c'è tra samatha e Vipassana, e in che rapporto stanno con dhyana e prajna?

Da approfondire


Nota di studio: alcuni nomi e termini tecnici sono stati ricostruiti dal contesto perché la trascrizione automatica poteva contenere storpiature (per es. Jon Kabat-Zinn, Osho, Patanjali, Maharishi Mahesh Yogi, Vipassana, dhyana, dukkha). Dove la trascrizione era ambigua, si è preferito non forzare l'interpretazione.