Il primo Accelerator del 2026 ruota attorno a una tesi unica, declinata caso per caso: qualsiasi nuova attività di biohacking — anche quando nasce dentro un'azienda già avviata — va trattata come una start-up al giorno zero, non come un semplice ampliamento del listino. Massimo Filippi parte da qui per smontare l'errore più diffuso che osserva da anni: pensare che, avendo già clienti e struttura, basti aggiungere il servizio perché funzioni. Non funziona, per due ragioni: il biohacking è un settore innovativo e ancora poco compreso, che richiede un enorme lavoro di educazione del cliente, e la mancata definizione dei ruoli fa arenare il progetto. Da questa premessa discende il tema del focus: l'attività non parte per mancanza di tempo, ma di attenzione; il libero professionista deve dedicarle mesi di priorità reale, non l'ora avanzata dopo una giornata piena. Massimo mappa poi i ruoli di un'attività di servizi (marketing orientato all'acquisizione, vendita con setter e consulente, operatività) e dichiara qual è il più valoriale: la vendita. Si possono acquisire clienti benissimo, ma senza conversione l'attività non decolla. Lo dimostra con numeri crudi — 178 lead, 1.500 euro spesi, zero conversioni — e con il principio che le persone non comprano il servizio ma la promessa e la trasformazione. Rispondendo alle domande dei partecipanti affronta la depersonalizzazione della vendita in sanità, il modello di inclusione del biohacking accanto al core business, l'apertura di un centro dedicato, e chiude con due strumenti forti: lo smoke test per validare la promessa al minor costo prima di investire, e il posizionamento come discriminante tra chi vende e chi no — con uno sguardo al boom della longevity nel turismo di lusso.
Massimo apre il primo Accelerator del 2026 spiegando ai molti nuovi il senso del format: un confronto mensile dedicato esclusivamente alla parte di business e sviluppo dell'attività, mai alla parte tecnica del biohacking. L'obiettivo è analizzare insieme attività, strategie e progetti concreti dei partecipanti, con domande dirette e risposte in tempo reale. Le date sono già fissate (ci si può far girare l'elenco da Laura) e si sta creando un calendario Google condiviso per iscriversi e vedere gli appuntamenti. In assenza di domande già inviate, Massimo invita chi vuole ad alzare la mano o scrivere, e nel frattempo apre con un'introduzione pensata soprattutto per chi è all'inizio.
Il cuore della premessa è netto: quando si inserisce un progetto nuovo nella propria attività d'impresa — di qualsiasi dimensione, che si abbia un centro, uno studio da fisioterapisti o un'azienda strutturata — bisogna ragionare come se si stesse avviando una start-up da zero. Avere già diecimila clienti è un asset da sfruttare, ma l'errore capitale è pensare di poter gestire il biohacking come un semplice servizio in più dell'attività esistente. Massimo porta l'esempio di un resort di cui è consulente da un anno e mezzo: la proprietà ha inserito il biohacking come ampliamento dei servizi, mettendolo a listino, comprando le attrezzature e formando le risorse, e poi ha lasciato correre. Il progetto è partito e genera fatturato, ma non i numeri che una struttura del genere potrebbe realmente esprimere. L'errore è averlo trattato come estensione dell'attività esistente. Non funziona per due motivi: il biohacking è un settore innovativo e di difficile comprensione per i clienti, quindi richiede un effort comunicativo ed educazionale completamente diverso; e i ruoli non vengono definiti chiaramente, così il progetto non decolla o resta impantanato.
Il secondo tema è la delega e il carico. L'errore tipico delle piccole realtà è pensare, sin dal giorno zero, o di poter delegare tutto, o di potersi caricare l'intera attività sulle spalle. Se hai già un centro in cui sei operativo al 70-80%, hai due sole opzioni: ridurre il tempo operativo per focalizzarti sul nuovo progetto (visto come investimento), oppure avere una risorsa dedicata con la massima attenzione sul progetto. Servendo un settore così bisognoso di educazione, il "tempo accessorio" non basta a far nascere una vera business unit. Da qui il passaggio più diretto ai liberi professionisti: l'attività parte solo se, a un certo punto, si decide di darle priorità reale. Non un'ora al giorno dopo otto-dieci ore di lavoro, ma due mesi in cui si scaricano metà pazienti — da otto terapie manuali al giorno a quattro — dedicando le altre quattro ore alla creazione di valore, alla strategia di marketing, alla costruzione del prodotto e all'educazione dei clienti. Il messaggio è che non è mai una questione di tempo, ma di quanta attenzione si mette nell'avviamento.
Massimo descrive la struttura ideale di un'attività di servizi, da adattare poi alla propria dimensione (se sei solo, li fai tutti tu). Serve anzitutto il marketing: creazione di contenuti di valore — video, post, materiali digitali o fisici — perché la start-up deve essere marketing oriented, cioè orientata all'acquisizione e all'educazione di clienti profilati. Mettere semplicemente "servizio di longevity" a listino non funziona: nessuno lo chiederà mai. Serve poi la vendita, che a inizio contiene due figure: il setter (o segreteria) che prende gli appuntamenti e fa la scrematura iniziale, e chi svolge la consulenza di vendita (visita, consulenza o telefonata). Entrambe le figure vanno formate con script, modelli e domande specifiche. Il consiglio: finché non si è abbastanza grandi, non delegare la vendita in consulenza — si può delegare la presa appuntamento, non la conversione. Infine l'operativo, chi eroga concretamente il servizio: la parte tecnica è l'unica delegabile fin da subito, ma solo se si è formata una risorsa interna capace di erogarla.
Massimo apre una parentesi utile: il biohacker non deve necessariamente guidare il cliente in modo totalitario. In una struttura articolata, come un poliambulatorio, può fare da guida e da connettore tra i vari professionisti — brevi consulenze per mantenere il cliente focalizzato, verifica di come procede con il nutrizionista o con il medico, accompagnamento della persona da un professionista all'altro, quasi come un assistente lungo il percorso. È un ruolo che oggi manca nelle strutture, e molti biohacker in formazione stanno trovando lavoro proprio proponendosi così nei centri già strutturati.
Massimo chiede ai partecipanti quale ruolo sia il più valoriale. La risposta comune sarebbe il coach; la sua è diversa: la parte di vendita. Puoi essere il miglior biohacker e il miglior coach del mondo, ma se non converti le persone e non le fai entrare nel percorso, l'attività non parte. È un bias radicato nel mondo professionale e soprattutto sanitario, dove tutto viene centrato sulla capacità di erogare un ottimo servizio. La qualità del servizio, precisa, non è in discussione: deve essere alta per definizione. Ma i due colli di bottiglia veri di ogni start-up sono la capacità di acquisire clienti profilati e la capacità di convertirli in percorsi. Il presupposto è saper costruire il match mercato-messaggio; poi occorre saper convertire. E se dovesse sceglierne uno solo, sceglierebbe la conversione: acquisire clienti è difficile solo dal punto di vista tecnico, ma una volta imparato è quasi facile dal lato organizzativo; convertire è ciò che decide se l'attività vive.
Il principio che sostiene tutto: le persone non comprano per il servizio, comprano per la promessa e per la trasformazione che ci si aspetta da quel servizio. Massimo nota che moltissimi clienti, dopo aver acquistato, alla prima consulenza chiedono di rispiegare cosa faranno o come sarà il percorso, a volte quasi imbarazzati. Non è che non sia stato spiegato: è che non hanno comprato il percorso in sé, hanno comprato i risultati attesi e la promessa fatta loro. Per questo il tema della qualità del servizio non va nemmeno messo in dubbio — è un prerequisito — mentre il lavoro vero, su cui molti devono ancora crescere, è come acquisire le persone e come convertirle.
Per rendere concreto il punto, Massimo porta i numeri di una delle sue aziende: nel mese ha acquisito 178 lead con circa 1.500 euro di investimento pubblicitario, per un costo di 8,51 euro a contatto (nella media di mercato). Conversioni: zero. Dei 178 contatti, 46 hanno preso un appuntamento in presenza, 23 sono già stati fatti (20 ancora da fare), e di quei 23 nessuno ha convertito. Difficile che 23 visite fossero tutte non profilate: se il marketing accusa la vendita e la vendita accusa il marketing, il nodo sta comunque nella conversione. Un venditore mediocre converte 1 su 3; se sei tu a vendere devi arrivare almeno a 1 su 2; un top converte anche 7 su 10. Massimo cita il proprio 76% (spiegato dal brand e dall'autorevolezza) e una chirurga bariatrica al 92%, ma su un'offerta di dimagrimento con soluzione semplice: basta che il cliente abbia i soldi e l'offerta è già venduta. Nel biohacking i tassi si restringono e bisogna essere più bravi. Da qui l'invito dell'anno: lavorare sulla conversione, monitorando i KPI (costo per lead, costo per acquisizione, lifetime value, tasso di ritenzione). La vendita è l'area più debole di chi parte, soprattutto in sanità, dove non si è formati a vendere e dove — Massimo ricorda i suoi inizi nel mondo dell'olismo attorno al 2016-2017 — parlare di vendita e di pacchetti sembrava quasi vergognoso.
Un partecipante che opera nel mondo sanitario espone il problema di trasmettere ai collaboratori la fase di vendita e di depersonalizzarla dalla propria figura, in un contesto dove resta l'idea che "i pazienti cadono dal cielo". Si chiede se convenga inserire una figura dedicata solo alla vendita dei percorsi, distinta dal fisioterapista o dal medico, temendo però una perdita di autorevolezza. Racconta anche ciò che sta già testando: dopo un master di monitoraggio, propone ai pazienti con problemi del sistema nervoso autonomo una valutazione gratuita con un device HRV (Elite HRV), convincendoli ad acquistare loro il dispositivo così da non sostenerne il costo, e da lì propone un percorso singolo o integrato con la fisioterapia.
Un secondo partecipante, che aveva collaborato con la sua attività, risponde in disaccordo sulla figura di vendita separata: la vendita è emozione, e nel momento in cui il paziente viene "passato" a chi non ha competenza clinica scatta la percezione della vendita e cala l'autorevolezza. Porta l'analogia dell'acquisto di un'auto, dove chi presenta e chi vende sono persone diverse e la sensazione di vendita si avverte. Per lui il venditore, nel contesto salute, deve essere un terapista — l'operatore stesso o qualcuno formato da lui. Aggiunge un principio: ciò che è gratuito non ha valore, quindi la prima visita va fatta pagare, e quanto il paziente paga va poi scalato dal percorso (100 euro di visita che diventano sconto su un percorso da 1.000, altrimenti quei 100 euro restano incassati comunque).
Il primo partecipante precisa allora la propria posizione: la visita la fa già pagare come fisioterapista, non ha creato un servizio parallelo, ha contatti che gli arrivano per autorevolezza di zona (ha momentaneamente fermato le campagne, quindi costo di acquisizione zero) e sta testando il mercato per innescare passaparola, anche con marketing offline (un articolo sul sonno sulla gazzetta locale per costruire un brand differente). In prima visita vende pacchetti riabilitativi e inserisce i nuovi servizi — come un device posturale — per rendere consapevole la persona con dati oggettivi. Sta pensando a un percorso di sei mesi a 800 euro, targetizzandosi alto: se il paziente non vuole essere seguito, cade sul morbido, perché il suo core business resta la fisioterapia e ha tempo per costruire autorevolezza e correggere gli errori.
Massimo dà ragione all'impostazione: chi ha già un core business è in posizione avvantaggiata, perché può prendersi tutto il tempo per fare le cose bene. Va bene includere il biohacking tra i clienti esistenti senza creare subito un prodotto nuovo, ma nel medio termine (sei-dodici mesi) quella parte va pensata come una business unit separata, con propri percorsi, servizi, sistema di acquisizione e di retention: è il modo migliore per capitalizzare l'investimento di tempo, focus e denaro, differenziare il centro e costruire una seconda gamba di acquisizione. Il primo venditore deve essere il titolare; solo quando l'obiettivo cambia (da un centro a una catena) ha senso delegare la vendita, sapendo che il tasso di conversione dei collaboratori sarà inferiore. Massimo cita la propria struttura (cinque venditori a Codice Massimo, uno a Vivi San Marino) e suggerisce, per chi vuole delegare, di scegliere venditori provenienti dal mondo salute — i suoi hanno background in biologia, scienze motorie, fisioterapia-osteopatia, farmacia. In alternativa, meglio delegare l'operatività (la fisioterapia) e tenersi la gestione e la vendita. Chiude con un consiglio nato dalla propria esperienza: negli ultimi sei mesi è tornato a fare il biohacker quasi a tempo pieno per quattro-sei mesi, prendendo 40-50 clienti da guidare; solo così ha "connesso i puntini" del proprio modello e ha cambiato il servizio (nel 2021 vendeva le analisi di medicina di precisione dentro i percorsi, oggi le propone in upsell, dopo). Rientrare periodicamente nell'operatività permette di vedere come si muove davvero il mercato.
Un altro partecipante gestisce più strutture (una palestra generalista e due centri di personal training tra città e provincia), con tre persone dedicate solo alla vendita e un'offerta a due livelli: un servizio base fitness e un upgrade alto-spendente (circa 2.500 euro l'anno, lavoro 1-to-1 sul dimagrimento con coaching). Ha fatto formazione di biolongevity con un'altra scuola e si è avvicinato al campus attraverso i social, attratto soprattutto dal monitoraggio, che era la parte mancante nel percorso precedente. Vuole unire i due mondi in una struttura completamente nuova, un centro fisico dedicato alla biolongevity, ma essendo appena entrato nel campus non vuole partire subito: preferisce finire la formazione, perché sul monitoraggio è all'inizio e la difficoltà maggiore sarà trasmettere la formazione ai collaboratori (ha smesso di allenare da sette-otto anni per occuparsi di gestione). Chiede conferma sull'attendere e avere prima un quadro generale. Massimo conferma la scelta di prendersi il tempo e ribadisce di procedere validando prima l'idea sui propri clienti, come nel caso precedente.
Da uno scambio informale sul centro di longevity aperto a Torino da un ex calciatore (chiamato "Rigenera"), Massimo apre un discorso macro. La più importante catena italiana di longevity ha chiuso l'ultimo anno con 3,3 milioni di debito, pur avendo posizionamento e potenziale di mercato. Perde, a suo parere, perché mancano due cose: una promessa specifica e il servizio alla base di quella promessa. La longevità non è una promessa: "essere longevo" non vende. E aggiunge una verità scomoda: in Italia la prevenzione ancora non si vende: le persone si muovono per un problema o per una trasformazione legata a un problema specifico, oppure fanno prevenzione solo dopo che qualcosa è già accaduto (ho avuto un infarto, ora non lo voglio più). Prima di investire in una struttura fisica bisogna avere chiaro quale promessa e quale trasformazione si dà al cliente. Può essere un miglioramento estetico, la ricomposizione corporea, o l'estensione di una promessa già fatta (il fisioterapista che, dopo la riabilitazione da protesi al ginocchio, costruisce un percorso per evitare che le altre articolazioni si scompensino). Deve però esserci sempre una promessa specifica alla base.
Definita la promessa, Massimo descrive quello che chiama "smog test" (uno smoke test / prova di mercato): testare la promessa al minor costo possibile per verificare che esista il match mercato-messaggio, prima di mettere denaro. Dura di solito tre-sei mesi. L'esempio: per lanciare un percorso rivolto a chi è guarito da una malattia grave, ipotizza il mercato, prepara un lancio o una presentazione e investe il minimo indispensabile in un'azione di marketing mirata su quel cliente, online o offline. Non considera valido uno smoke test sotto le 100 trattative del venditore: dopo 100 persone viste e osservato il tasso di conversione, capisce se c'è davvero mercato, e solo allora spinge con il budget. Racconta di aver lanciato prodotti prima ancora di averli a magazzino, mettendoli in prevendita e ordinandoli solo dopo aver visto le richieste. Il metodo nasce dal suo percorso da bootstrapping: essendosi fatto con i propri soldi, reinvestiva ciò che acquisiva e testava prima di comprare. Rispondendo a una domanda di precisazione, conferma che lo smoke test si fa spesso creando una landing page o generando lead in assenza di MVP: le persone entrano in lista d'attesa, e quando il prodotto non esiste ancora si può anche rimborsare — un modo che gli ha risparmiato migliaia di euro. Cita per contrasto chi apre un centro di floating senza alcuna indagine di mercato e rischia di perdere l'investimento: non perché il mercato non esista, ma perché è una questione di operations e di validazione mancata.
La chiusura è sul boom della longevity nel turismo di lusso: resort di alto livello continuano a chiedere biohacker da inserire, ma mancano persone preparate sia per l'operatività sia per la presentazione dell'offerta. Un partecipante condivide l'esperienza di un master di fisioterapia in Spagna, dove ha conosciuto un collega di una catena chiamata SHA: modello ad alto valore, percorsi da una settimana fino a un mese, clienti alto-spendenti, pacchetti da 10-15 mila euro in una-due settimane; la singola visita costa circa 200 euro e comprende la valutazione con fisioterapista, nutrizionista e medico interni, da cui si costruisce un percorso personalizzato per clienti già profilati e "già venduti". Massimo osserva che le strutture di longevity nel mondo spa lavorano per l'80% con clientela straniera (Nord Europa, Asia, Corea, Giappone) e che il vero collo di bottiglia sono gli operativi. Cita come esempi ben strutturati Six Senses e, in Italia, Villa Eden a Merano, ribadendo che funzionano dove c'è un posizionamento chiaro: un centro termale con percorsi di wellness che include il biohacking parte, un hotel generico no. Anche per un resort vale la regola della nicchia; un resort per famiglie farà molta più fatica di uno posizionato. L'analogia finale è quella dei dentisti che, ottenuta l'autorizzazione alla chirurgia estetica, pensano basti dichiararlo per riempire lo studio: senza posizionamento non si fanno fatturati. Richiamando un post di Frank Merenda sul posizionamento, Massimo torna al filo della serata: il biohacking è spesso un'estensione di linea, e l'estensione di linea va nutrita e gestita come una nuova società, non "inserita e vediamo che succede".