La sessione lavora due casi studio, portati entrambi dalla stessa partecipante e affrontati con lo stesso metodo: si legge l'anamnesi ad alta voce, si affida il caso a un compagno di corso, l'aula interviene liberamente e solo alla fine Tony ricompone e corregge. Il primo caso è una studentessa di 25 anni che non riesce a stare ferma: iperproduttiva, ansiosa, con una sintomatologia ciclica alla pelle e alle mani. Il secondo è un uomo di 43 anni, turnista, sedentario da qualche mese, che vuole perdere peso e gestire lo stress — quello che Tony chiama senza mezzi termini "l'italiano medio".
I due casi sono quasi speculari, e la sessione ne fa il suo asse portante. La ragazza fa troppo e in modo troppo rigido: l'intervento non è aggiungere una tecnica in più, è togliere e insegnarle a non fare niente. L'uomo fa troppo poco ed è disorganizzato: l'intervento non è togliergli la pizza e la televisione, è aiutarlo a incastrare nella settimana lo spazio che dice di non riuscire a trovare. In entrambi i casi la risposta tecnica esiste, ma non è il punto: il punto è la consapevolezza del cliente.
Le persone, quando ci dicono le cose, non lo sanno bene nemmeno loro che cosa ci stanno dicendo. Bisogna andarci più dentro, e da soli non ce la fanno: glielo fai con le domande.
Da qui i tre insegnamenti trasversali. Primo: finché non hai autorità sulla persona, devi far parlare i dati — un'analisi, un anello, un orologio pesano più di qualsiasi cosa dica il professionista. Secondo: non si toglie senza sostituire e senza spiegare; "basta pizza, basta tv" è tecnicamente corretto e relazionalmente perdente. Terzo: il biohacking non è la pratica esotica, è conoscere le regole e riorganizzare di conseguenza il timing della giornata.
La sessione si apre inoltre con due premesse di metodo che tornano poi in tutto il resto: i casi reali non arrivano mai "da manuale" e vanno studiati, e i wearable moltiplicano i dati disponibili senza moltiplicare la capacità di leggerli.
Sessione condotta da Tony Manfron con l'aula collegata, in coda a un ciclo di lezioni serali dedicate proprio al commento di casi reali. Entrambe le anamnesi arrivano da una partecipante che sta portando molti dei suoi clienti al gruppo del corso; Tony le proietta, le legge integralmente e la tiene collegata come "fonte", così che chi lavora il caso possa farle domande dirette su ciò che nella scheda non è scritto.
Il formato è dichiaratamente esercitativo. Tony assegna il caso a una persona (nel primo caso a una studentessa non più principiante, ritenendo il quadro troppo particolare per un neofita; nel secondo a una delle nuove), le concede una decina di minuti "a ruota libera", e nel frattempo raccoglie gli interventi in chat e le mani alzate. Poi commenta, valida, corregge e usa il caso come pretesto per un insegnamento più ampio.
Vale anche l'avvertenza che Tony ripete prima di iniziare: quello che è scritto in una scheda di caso studio è ciò che ha capito chi l'ha compilata, non la realtà del cliente. La lettura dell'anamnesi è quindi già interpretazione, e il primo lavoro del professionista è verificare.
La sessione si apre con il commento di una partecipante alle lezioni serali: le è piaciuto soprattutto che i casi non fossero preparati ad hoc, che il docente li stesse guardando insieme all'aula senza conoscerne la soluzione. Tony conferma: non erano preparati, ed è proprio quello il valore.
A noi non arriveranno mai casi pronti, o casi da manuale: arriveranno casi che bisognerà mettersi lì a studiare e a verificare. La teoria l'abbiamo già fatta al campus, basta studiarla. La pratica è un altro paio di maniche.
Ne segue la riflessione che l'aula riassume in una formula: il protocollo è che non esiste un protocollo. I bisogni dei clienti, dice Tony, girando e rigirando sono sempre quelli — sonno, stress, dimagrimento, longevità, autonomia in età avanzata — e anche le strategie disponibili sono quelle; la bravura sta nell'ascoltare la persona al di là delle parole che dice e capire cosa è giusto per lei in quel momento. Il richiamo è alla filosofia di Bruce Lee: il "non metodo" — puoi avere una scaletta, ma poi la scaletta si adatta.
Un messaggio dall'aula osserva che tutti avranno sempre più device, ma pochi sapranno leggerli e tradurli in strategia. Tony conferma con un parallelo: lo smartphone è stato una rivoluzione e oggi crea problemi a milioni di persone; da grandi poteri derivano grandi responsabilità, e gli wearable non fanno eccezione.
Racconta di aver iniziato a far comprare i primi anelli ai clienti anni prima che il mercato si popolasse, e di aver visto alcune persone andare in ansia per il punteggio ("mi ha dato il sonno 67, ma io sono andato a letto presto"). Vedere molti numeri, per certi soggetti, fa più male che bene. È la capacità di lettura e interpretazione che rende padroni dello strumento — e anche della propria gestione emotiva. Come per le diete: si fanno senza sapere cosa si sta facendo, e non funzionano. L'educazione resta la base di tutto.
Il primo caso è una ragazza di 25 anni, studentessa di storia in procinto di laurearsi, 45 kg per un'altezza che la scheda riporta attorno al metro e sessanta (il dato è letto con incertezza in aula). Dichiara tre obiettivi:
Tony si ferma subito sul secondo obiettivo: "non so stare ferma" non è un obiettivo, è un sintomo. E annota che, se lei dice di non trovare tempo per sé, il tempo probabilmente ce l'ha e lo riempie d'altro.
La lettura prosegue e accumula elementi che Tony sottolinea senza commentare, lasciando le conclusioni all'aula:
Su due punti Tony interviene direttamente. Sulla bradicardia manda a una visita cardiologica avanzata: racconta di avere lui stesso una bradicardia da atleta, per la quale gli avevano inizialmente negato il certificato agonistico, e di aver fatto approfondimenti — la distinzione va accertata da chi ne ha il titolo, non ipotizzata. Sull'insieme del quadro nota il paradosso della persona che si descrive come "carica al mattino" con uno stress percepito di 8 e mezzo.
Il ritratto che Tony fa della ragazza, e che l'aula riprende per tutta la sessione, è quello di un soldato: "non è una Schwarzenegger, è un soldatino". Non necessariamente un bene, visto che è proprio lei a dire che non trova tempo per sé.
La partecipante che lavora il caso apre dicendo che approfondirebbe molto gli obiettivi, parlando a lungo con la ragazza, perché "c'è molto di psicologico qui dietro", e che nella scheda le sembra di leggere qualcosa che rimanda alla sfera dei disturbi del comportamento alimentare. Chi ha portato il caso conferma: c'è un disturbo alimentare superato anni prima con un percorso psicologico, e una familiarità nello stesso ambito.
È il passaggio più delicato della sessione, e viene gestito su due binari netti. Sul piano dell'area psicologica l'indicazione è di affiancare uno psicologo, perché lì c'è ancora da lavorare e non è competenza del biohacker: la partecipante lo dice esplicitamente, così come dichiara di non avere competenza specifica sulla rosacea. Sul piano di ciò che si può invece fare, la proposta è partire dai test — quadro ormonale e microbiota — perché gli scompensi che derivano da una storia di quel tipo si trascinano per anni, non solo psicologicamente ma anche fisicamente, e serve capire cosa il corpo si stia portando dietro.
Sul resto le proposte convergono su tre linee. Ripristinare il ritmo circadiano portandola all'aria aperta: i 10 minuti di pausa ogni 50 di studio possono essere spesi sul balcone o fuori, con un beneficio anche sulla concentrazione, invece di limitare l'esposizione alla passeggiata della domenica. Rivedere l'integrazione: problemi a unghie e capelli rimandano a deficit da verificare, e un multivitaminico generico ha poco senso senza analisi che dicano quali sono le carenze reali. Ridurre la caffeina in modo non frontale: siccome dedica due ore alla lettura appena sveglia, si può provare a posticipare il primo caffè dopo quella finestra — spostando l'inizio si comprime lo spazio disponibile e i quattro-cinque caffè scendono da soli.
C'è anche un'osservazione sul modo in cui pratica: l'approccio alla mindfulness è "da marine", applicato con la stessa rigidità dei blocchi da 50 minuti di studio, e per questo probabilmente non le restituisce ciò che dovrebbe.
Interviene una partecipante con formazione in chimica e tecnologia farmaceutica, che Tony presenta come la persona più titolata in aula su quel punto specifico. La correzione è secca: il gesto di mettere le dita nel freezer, quando fanno male, peggiora il quadro. I geloni dipendono da piccoli vasi e capillari che non funzionano, e i bruschi sbalzi di temperatura — dal troppo caldo al troppo freddo e viceversa — li danneggiano ulteriormente, in una persona che li ha già molto compromessi: più dolore, più bolle. L'indicazione è opposta a quella istintiva: mantenere le mani a temperatura il più costante possibile.
Chi ha portato il caso riferisce che la ragazza sa di non doverlo fare ma lo fa comunque quando il dolore è forte. L'indicazione dell'aula è di dirglielo chiaramente.
Un'altra partecipante, di provenienza clinica, aggiunge due cose. Sulla rosacea: la considera legata ad alterazioni del microbiota e a possibili intolleranze alimentari, e quindi farebbe fare quei test come base; ricorda che esistono terapie topiche e diversi trattamenti dedicati, ma che se un'intolleranza non individuata continua a essere alimentata, anche le terapie topiche sono destinate a essere palliative.
Sul quadro generale descrive una persona magra, con una storia di restrizione alle spalle, che sembra vivere in uno stato di attivazione ortosimpatica permanente — sempre "in accensione", con l'ipotesi di un cortisolo cronicamente alto — e ipotizza che sia questa la causa che continua ad alimentare l'ansia, più che un tema puramente mentale. Da qui il suggerimento di conoscere i livelli ormonali, incluso il testosterone, ormone importante anche nella donna per l'assetto fisico e mentale: se emergesse un deficit, esistono strategie per ottimizzarlo. Nessun valore e nessuna terapia vengono nominati: la proposta è di misurare, poi decidere con chi ne ha il titolo.
Tony coglie l'occasione per aggiungere un'indagine: oltre al microbiota intestinale, che resta il test più completo e quello che si cerca sempre di fare, in casi come questo si può affiancare un microbiota vaginale, e lavorare poi il risultato con la nutrizionista.
È il passaggio in cui il caso si ribalta. Alla domanda se non le darebbe una tecnica per la gestione dello stress, la risposta è netta: come primo approccio basta, non inserirei troppe cose.
Io toglierei, perché lei ha bisogno di togliere. Ha bisogno di sganciarsi dagli schemi, dal "devo fare le cose". Piuttosto la aiuterei a inserire dei momenti in cui non fa niente: questa potrebbe essere la sua grande sfida.
La sfida, per una persona così, è riguadagnare la capacità di annoiarsi. Tony la commenta come una capacità che abbiamo perso collettivamente: capita a tutti, in fila in banca o in un momento morto qualunque, l'istinto di tirare fuori il telefono perché c'è sempre qualcosa in sospeso. Scegliere invece di restare lì, guardarsi intorno e annoiarsi apre spazio alla creatività; il telefono, al contrario, funziona come un tunnel — la notifica, la discussione, il contenuto — e la testa ci va dietro.
Un dettaglio dell'anamnesi diventa un principio generale. La ragazza legge due ore al mattino e ancora dopo cena, e non accende la televisione. Tony chiede che cosa studi e perché quella facoltà — domanda che definisce lui stesso poco ortodossa, ma che serve a entrare nella motivazione — e scopre che la scelta viene da una passione, con il sogno di insegnare.
La regola che di norma dà è di non guardare contenuti tecnici o didattici la sera, incentivando invece la lettura di qualcosa di creativo, che stacchi dal lavoro o dallo studio. Ma con questa persona farebbe un'eccezione, e spiega perché: conta il rapporto emotivo con quel contenuto, non la sua etichetta.
Un conto è studiare un libro, un conto è sfogliare un libro: sono due cose diverse. Se uno di lavoro progetta ponti ed è in crisi con il committente, mettersi a guardare un libro sui ponti probabilmente non va bene.
Il confine operativo resta comunque: se si mettesse a studiare alle dieci di sera, sarebbe un altro discorso, e lì l'indicazione cambierebbe.
Il secondo caso, affidato a una delle nuove, è un uomo di 43 anni, dipendente con responsabilità d'area in una grande azienda, 110 kg per un'altezza intorno al metro e sessantasette (anche qui il valore viene ripetuto in modo non del tutto coerente). Lavora a turni variabili — 6-14 oppure 14-22, senza notti, quindi ancora gestibile — con le prime ore in piedi a una scrivania alta e poi telefono, computer e giro in azienda. Obiettivi: tornare a 90 kg e gestire meglio lo stress.
Il resto del quadro:
Tony lo commenta come l'italiano tipico — pizza, macchina, sedentarietà dopo il matrimonio — e insiste su due punti positivi: è consapevole di fare un lavoro che non gli piace, quindi non si racconta storie; ed è ancora aperto di mente, altrimenti non sarebbe lì. Ma segnala subito la contraddizione da lavorare: "prima dice che è nervoso, adesso dice che è felice", e un "felice all'80%" va interrogato, non registrato.
È qua che dobbiamo essere bravi noi. Non è che bisogna essere bravi nel dirgli "vai a letto presto e prendi il sole la mattina".
Chi lavora il caso parte dalla verifica dell'obiettivo: perché 90 kg? La risposta è che a quel peso lui si sentiva bene, e che ha una struttura ossea importante — il numero va quindi discusso con lui, non assunto. Poi elenca:
Chi ha portato il caso aggiunge: invio a una nutrizionista dopo aver in mano il risultato del microbiota; ricerca di una palestra o di un contesto compatibile con i turni, dato che aveva già trovato una formula che gli funzionava e si è rotta; una strategia di rilassamento serale basata su respirazioni con espirazione allungata prima di dormire; e la richiesta di indossare l'orologio che già possiede, per vedere i dati sul sonno.
È il primo insegnamento che Tony estrae dal caso, e vale come regola generale per chi inizia.
Finché voi non avete autorità sulla persona, quello che dice il macchinario o quello che dice l'analisi è molto più potente di quello che dite voi. Se non ho autorità, devo far parlare l'analisi, l'orologio, l'anello.
Da cui la strategia: non "te lo dico io", ma "l'analisi dice che", "l'anello dice che", quindi facciamo così. Sullo stesso principio si innesta la proposta, arrivata dall'aula, di far indossare per un periodo un sensore per la glicemia, così che sia il dato oggettivo — e non il professionista — a mostrargli che rompere un digiuno lungo con una pizza non è la mossa migliore.
Ne segue il consiglio più ruvido e più memorabile della sessione, che Tony stesso presenta come "una roba grezza":
Quando non sapete cosa far fare alla persona, fatele fare un test sul microbiota. Non si sbaglia mai.
Il test dà una base concreta su cui lavorare, apre il confronto con la nutrizionista e restituisce autorità al percorso. Il test genetico ha senso su un cliente orientato alla prevenzione e al lavoro previsionale; il microbiota è il punto d'ingresso che non tradisce.
Un'altra partecipante compone il quadro delle figure coinvolte: il biohacker che fa fare i test e coordina, la nutrizionista che lavora sul microbiota, il personal trainer o un contesto di gruppo che dia motivazione e sia incastrabile nei turni, la psicologa per la parte di pulizia mentale. Su questo ultimo punto insiste: il compito è liberarlo dalla paura del giudizio, ricordandogli che il giudizio parte prima di tutto da noi stessi e che confidarsi con qualcuno in un periodo della vita non è un segno di debolezza, se non un punto di forza.
Aggiunge un criterio di sequenza importante: non partire subito con journaling, respirazioni e strategie raffinate. Si parte dalla base — test, movimento, alimentazione, un minimo di consapevolezza su luci blu e sonno — e le pratiche più fini si aggiungono quando il percorso è già in piedi. Nota anche una differenza di tipologia rispetto a un caso discusso la settimana precedente: questo è un cliente che si affida, non uno che ha già deciso da sé cosa fare, e va guidato di conseguenza.
Tony rilancia con una domanda diretta a chi organizza esperienze in natura: perché non portarlo a fare un bagno freddo in un contesto naturale? L'obiezione è che il freddo non è nemmeno nominato nella scheda del cliente. La risposta è che è proprio per questo.
Il ragionamento è che si tratta di una persona che sta cercando esperienze, non solo protocolli: dice di volere un po' di tempo per sé, e il tempo per sé che immagina è una birra al bar. Offrirgli una mattina diversa, forte, dentro il percorso di biohacking, può essere il vero innesco — senza che questo sostituisca il resto ("non è che vado a fare il bagno freddo e non faccio più il microbiota"). Tony riconosce anche il vincolo pratico: chi ha un lago dietro casa può proporlo, chi deve fare quaranta minuti di strada no.
Qualcuno per cambiare ha bisogno di una carezza, qualcuno di un secchio d'acqua gelata. In questo caso direi uno scossone.
Un intervento in chat propone di chiedere al cliente cosa è disposto a fare, e Tony ne fa un principio: non sottovalutare mai il potere delle domande, che è una delle basi del coaching. Quando la persona spiega qualcosa, bisogna andarci più dentro — non "scavare", espressione che non gli piace, ma approfondire.
Il partecipante che ha proposto la domanda articola l'approccio: mettere sul tavolo le contraddizioni dell'anamnesi (sopra scrivi che sei stressato, sotto che stai bene; salti la pasta e mangi la pizza), fare prima di tutto un lavoro di consapevolezza, e chiarire il patto — "se sei disposto a fare le cose, facciamo; altrimenti perdiamo tempo entrambi". E se manca l'autorità di figura di riferimento, si portano dati e studi e si lascia che sia il cliente a guardarli e a trarre le conclusioni.
Tony aggiunge il criterio di chiusura del ragionamento: non basta che il professionista abbia capito, deve aver capito il cliente. Con l'esperienza si capisce cosa serve a una persona in tre minuti di conversazione, ma è lei che deve arrivarci. Da qui l'immagine del lavoro "a prova di idiota" — non perché il cliente lo sia, ma perché non è consapevole come lo siamo noi — e l'esempio del bambino a cui si chiede perché la margherita è bianca, come sia venuta fuori lì, perché sia così grande: la persona va presa dove è e portata gradualmente vicino a dove ci interessa che arrivi.
Un messaggio propone tre cose facili: colazione sana, basta pizza, basta televisione. Tony risponde che è tutto corretto e comunque perdente, e distingue con onestà il proprio funzionamento personale da quello della maggioranza: lui ama regole ferree e chiare, più sono ferree più si sente libero, ma è un profilo raro.
Se tu gli chiedi cento euro a consulenza per dirgli "basta pizza", non durerà tanto questo rapporto.
La regola operativa che ne deriva ha due sole forme ammesse: togliere rendendo consapevole del perché — glicemia, microbiota, predisposizione all'intolleranza al glutine, educazione su come si rompe un digiuno — oppure togliere e sostituire con qualcos'altro. La persona deve uscire dallo studio "risvegliata in termini di consapevolezza", oppure con qualcosa di nuovo al posto di ciò che le è stato tolto.
L'esempio più forte è la televisione: dirlo a una persona che si addormenta così da quarant'anni non produce nulla. Ci si lavora con le domande — perché ti addormenti con la tv, che sensazioni ti dà, che canale guardi, si spegne da sola, com'è la luce della stanza, usi mascherina o tappi, come ti svegli, com'è la qualità del sonno — e si accetta che il giro da fare sia largo. Quando l'autorità c'è, un "basta tv" può bastare; prima, no.
Un'altra proposta dall'aula è di rendergli chiaro che deve trovare almeno un'ora a settimana per fare qualcosa che gli piace, aumentando progressivamente. Tony la definisce giusta, ma incompleta per una ragione precisa: lo sa già lui, e infatti lo ha scritto nella scheda — "ho bisogno dei miei spazi ma non riesco a ritagliarmeli". Ripetergli una cosa che sa non produce cambiamento.
Noi dobbiamo dirgli come lo può fare. Siccome la persona non ha la capacità di organizzarsi — ce l'ha fatto capire lui — dobbiamo aiutarlo nell'organizzazione.
E anticipa l'obiezione: questo non è biohacking? Sì che lo è.
Il biohacking gioca tantissimo sul timing delle cose. Il biohacking è: conosco le regole, e proprio perché le conosco capisco come organizzarmi di conseguenza.
Il termine stesso, osserva, è controintuitivo: l'accezione informatica di "hacking" suggerisce un'effrazione, mentre si tratta di una modifica dello stile di vita fatta conoscendo le regole.
Lo strumento concreto è a due tempi. Prima consulenza: gli si chiede di tenere per una settimana un diario di tutto ciò che fa dal mattino alla sera, come impegno vincolante per iniziare il percorso (può essere la consulenza conoscitiva, o la prima consulenza con il biohacker dopo l'acquisto, dedicata solo a capire come organizzare il lavoro). Seconda consulenza: si prende quel diario e si spostano le attività — questa alla sera, questa al mattino dopo, questa nel fine settimana — con l'obiettivo dichiarato di creare tre buchi da un'ora nella settimana. E quei buchi il cliente li mette in agenda come se fossero attività lavorative, che siano per allenarsi, per i lavoretti in cantina o per una birra.
È lo stesso lavoro, dice Tony, che faceva più spesso con i clienti: aiutarli a capire dove incastrare gli allenamenti, perché quasi nessuno ammette di non avere voglia, quasi tutti dicono di non avere tempo.
Un ultimo intervento propone di far segnare sul diario alimentare in verde ciò che è stato mangiato bene e in rosso ciò che è stato mangiato male. Tony conferma che in azienda usano esattamente un file così, e ne sottolinea il doppio vantaggio: il professionista capisce il livello di educazione alimentare del cliente, e soprattutto il cliente stesso vede che i rossi sono più dei verdi.
A chiusura mostra all'aula un report annuale generato automaticamente da un wearable — dato non compilato dal cliente — di una persona che sta applicando il percorso: la superficie del report passa da prevalentemente rossa a prevalentemente gialla e verde nell'arco di un anno. Il commento è che davanti a un'immagine così non serve dire molto, salta all'occhio da sé, e che è normale e giusto che nel grafico compaiano ancora momenti di sovraccarico, purché ci siano anche i momenti di recupero.
Fate lavorare i dispositivi, ragazzi.
Nel condurre l'anamnesi
Con il cliente che fa troppo
Con il cliente sedentario e disorganizzato
Nell'uso di dati e strumenti