La sessione ha un filo conduttore molto riconoscibile: il rapporto tra il dato misurato e la persona che lo produce. Quasi tutte le domande dell'aula partono da un numero — un HRV crollato, dei battiti notturni troppo alti, un valore ormonale, la scelta di un dispositivo da proporre a un'azienda — e Daniela Nuti riporta ogni volta il discorso allo stesso punto: il numero da solo non dice nulla, va letto insieme alla storia, alle abitudini e alla fase di vita della persona.
Il primo blocco della sessione è dedicato agli strumenti di misurazione e al modo di costruirci sopra un servizio professionale: quali dispositivi scegliere per il sonno e quali per l'HRV, come procurarseli senza esporsi economicamente, come lavorare da remoto quando non si ha ancora uno studio. Il secondo blocco affronta due casi reali — una donna anziana con gotta artritica dopo un lutto e un'imprenditrice di cinquantadue anni con HRV molto bassa — e in entrambi Daniela sposta l'attenzione dal sintomo alla causa: le emozioni nel primo caso, l'assetto ormonale della perimenopausa nel secondo.
Le domande al soggetto vanno fatte, sempre le domande. Cosa hai passato, cosa hai vissuto, com'è stata la tua giornata: in modo che tu abbia più elementi per fare il punto.
Il terzo blocco è più tecnico e operativo: la preparazione a un trekking d'altitudine, con la respirazione (apnee, ipercapnia, respirazione nasale) come primo strumento e l'integrazione come supporto, e una lunga digressione sulla qualità di ciò che si assume — eccipienti, dolcificanti, elettroliti.
Attraversa tutta la sessione un principio che Daniela enuncia più volte come discriminante della figura professionale: quello che non hai sperimentato su di te non lo puoi proporre agli altri.
Cercate, per quello che è possibile, di prendere uno strumento e provarlo su di voi: sapete come risponde, come funziona, che dinamiche ha. Non puoi fare fuori ciò che non hai fatto dentro, in tutti i sensi. Questo distingue un biohacker da un'altra figura olistica.
Sessione condotta da Daniela Nuti, con una trentina di partecipanti collegati in un pomeriggio di caldo estivo (diversi sono in vacanza o fuori sede, uno collegato da Valencia). L'incontro comincia con qualche minuto di ritardo e si chiude a poco più di un'ora, con un finale piuttosto compresso.
Il formato è quello classico delle sessioni Q&A del percorso: nessuna lezione preparata, ma domande libere dell'aula. Daniela apre invitando i partecipanti a portare un caso studio, e in mancanza di casi strutturati la sessione si riempie di domande concrete su dispositivi, esami, integratori e situazioni familiari. Alcune richieste arrivano dal gruppo Facebook chiuso del corso, dove le domande vengono raccolte anche fra un incontro e l'altro.
Un tratto distintivo di questa sessione è la partecipazione orizzontale: più volte è l'aula stessa a rispondere. Un partecipante espone la propria esperienza sui dispositivi indossabili correggendo l'impostazione di un collega, e la dottoressa Ginevra, medico appena entrata nel percorso, aggiunge un contributo clinico sull'assetto ormonale della perimenopausa. Daniela non solo accetta questi interventi ma li incoraggia esplicitamente, perché considera il lavoro in team — con medici, nutrizionisti, ginecologi — parte integrante del mestiere.
La sessione si apre con una segnalazione di un partecipante collegato dalla Spagna: livelli di stress aumentati, orari dei pasti spostati di due ore rispetto all'Italia, cena verso le nove e mezza o le dieci, difficoltà ad andare a dormire alle ventitré, e in più un periodo di lavoro intenso. Il risultato è un HRV, come dice lui stesso, "sotto i tacchi".
La risposta di Daniela va al primo strumento disponibile, gratuito e immediato: la respirazione. In uno stato di stress acuto suggerisce uno schema a rapporto lungo — indicato nella trascrizione come respirazione 3 e 6, cioè inspiro breve ed espirazione di durata doppia — capace di produrre un effetto misurabile in pochi minuti.
Ricordatevi che la respirazione è veramente uno strumento fantastico nei casi di stress. Per essere duraturo dobbiamo farlo anche più volte al giorno, ma il risultato immediato lo abbiamo misurato.
Daniela precisa che l'effetto immediato è stato osservato strumentalmente con l'analisi del sistema nervoso autonomo disponibile presso il centro di Massimo e Tony, ma che per essere duraturo il lavoro va ripetuto più volte nella giornata: la singola sessione non basta.
C'è poi un secondo livello nella risposta, rivolto all'identità professionale di chi ha posto la domanda: un biohacker non subisce le circostanze, le rende ottimali per sé.
Ma tu, essendo un biohacker, cosa fai? Qualsiasi situazione, inizia a renderla ottimale per te. È un'arte, me ne rendo conto, ma l'allenamento ci premia.
Guglielmo sta impostando un lavoro con privati e aziende, ma non ha ancora uno studio e non può lasciare l'impiego attuale: deve quindi fare misurazioni e rilievi in remoto, appoggiandosi ai dati di HRV e fasi del sonno raccolti da un dispositivo indossabile (il Whoop). Chiede se l'impostazione regge e quali accortezze adottare.
Daniela conferma che il dispositivo lavora bene e che la strada è praticabile, ma introduce subito il limite metodologico: il dato va contestualizzato. L'interpretazione di un valore di HRV tiene conto di quello che la persona ha fatto nelle dodici o ventiquattro ore precedenti, e questo incide enormemente sulla lettura del sistema nervoso autonomo.
L'attendibilità dei dati è sempre un po' così, però ci indica una via. Insieme a quello che ci dice la persona, più i suoi dati personali: più dati abbiamo, più riusciamo a fare una lettura autentica.
L'esempio che porta è quello di una persona che ha vissuto uno stress emotivo importante: il dispositivo lo registra, ma senza la conversazione non si capisce perché il recupero non arrivi — soprattutto se il soggetto tende a rimuginare e a identificarsi con il problema, mantenendo i parametri alterati per giorni.
Sul piano pratico, quando Guglielmo osserva che gli strumenti professionali più completi (nella trascrizione è citato il Biostrap) costano troppo per essere acquistati in quantità o girati al cliente, Daniela offre una soluzione da imprenditore: con la partita IVA quegli strumenti si possono prendere in noleggio operativo, spalmando il costo su ventiquattro, trentasei o sessanta mesi. Si comprano cinque o dieci unità, si concedono in uso ai clienti che pagano il servizio, e l'attrezzatura di fatto si autofinanzia. Si offre di condividere il contatto di una società finanziaria estera con cui collabora e di mettere Guglielmo in contatto con un collega della sua regione che ha già fatto questo percorso.
Fai un pacchetto di consulenza dove all'interno c'è anche questo strumento: è più bello, e inizi ad avere veramente i tuoi strumenti.
Andrea si aggancia alla stessa esigenza (una proposta aziendale per il monitoraggio del sonno) e chiede lo stesso contatto. Daniela ricorda infine che lo strumento più affidabile che possiede, un sistema di analisi del sistema nervoso autonomo utilizzabile su ventiquattro-quarantotto ore, ha un costo attorno ai settemila euro: dati fra i più attendibili disponibili, ma la loro estrazione e la loro lettura nei diversi stadi del sonno richiedono una competenza specifica, che sarà oggetto di approfondimento più avanti nel percorso.
Nico interviene con un contributo tecnico che corregge l'impostazione iniziale: a suo avviso non è ottimale misurare sonno e HRV con lo stesso dispositivo, qualunque esso sia.
Il suo ragionamento è articolato su due criteri. Il primo è la gestione remota: alcune piattaforme (cita Ultrahuman) permettono al professionista di seguire i monitoraggi da remoto, mentre con altre il cliente deve inviare screenshot, il che rende il lavoro più faticoso e meno professionale. Il secondo è l'accettabilità del dispositivo nel contesto aziendale: un anello si porta più volentieri di un bracciale sportivo, e i dipendenti di un'azienda non sono atleti.
Per l'HRV segnala invece strumenti dedicati — nella trascrizione si riconoscono un sensore da orecchio o da dito di tipo HeartMath e un dispositivo Fitbit — che offrono programmi pensati per aziende, dipendenti e professionisti e restituiscono sull'HRV dati che gli anelli e i bracciali generalisti non danno. Il costo cresce, ma rientra nel pacchetto.
Il suggerimento finale è di prospettiva commerciale: partire dal sonno e poi proporre un follow-up di servizio, per esempio il monitoraggio del glucosio con i sensori a patch, eventualmente in collaborazione con un nutrizionista.
Daniela raccoglie l'intervento di Nico e lo trasforma nel principio metodologico più forte della sessione. Prima di scegliere quale strumento adottare, bisogna provarlo addosso: non per collezionare dispositivi, ma perché ogni piattaforma restituisce una lettura diversa e il professionista deve trovare quella che gli "parla".
Magari a te piace una certa lettura: siccome dopo sei tu che porti avanti la cosa, quel tipo di interpretazione dei dati ti risponde più di altri. Va bene anche l'informazione di una buona guida, ma ciò che vince è provarla su di voi.
È il passaggio in cui la sessione definisce l'identità della figura: quello che distingue un biohacker da un'altra figura olistica o da un operatore è l'obbligo della sperimentazione personale preventiva.
Patrizia porta il caso della madre, a cui è stata diagnosticata una gotta artritica. Il quadro è complesso e stratificato: forte infiammazione intestinale con diverticoli, problemi renali con renella e calcoli, osteoporosi importante, terapia farmacologica per la coagulazione del sangue — motivo per cui il medico non le ha potuto dare la vitamina K — e, sopra tutto questo, la recente perdita del padre, con una reazione emotiva molto intensa.
Sul percorso diagnostico Daniela indica di partire dal medico, e in particolare dal reumatologo — perché il quadro artritico è strettamente collegato — riservando l'eventuale passaggio dal nefrologo a quanto emergerà dagli esami del sangue. Patrizia ha già impostato l'esame completo delle urine e la raccolta sulle ventiquattro ore per verificare la cristallizzazione degli acidi urici; su questo Daniela conferma la direzione. Sugli esami di infiammazione indica PCR e VES, per capire se l'infiammazione è sistemica.
Il cuore della risposta, però, è altrove. Daniela riporta più volte il discorso alla fonte del problema, che in questo caso la figlia stessa ha già individuato: lo scatenamento emotivo dopo il lutto.
Ricordatevi: la parte emozionale è la fonte del problema. Se io sto solo sul problema e non vado alla fonte, non è molto costruttivo.
Da qui le indicazioni di supporto: fiori di Bach, e adattogeni scelti in base alla direzione dello squilibrio. È il passaggio didatticamente più preciso della sessione, perché Daniela non accetta la categoria generica: chiede se la persona tenda verso la depressione o verso l'ansia, e appreso che si tratta di ansia esclude il Panax in singolo e indica l'ashwagandha, perché accoglie meglio la persona in uno stato ansioso.
Vedi, già questo: non gli dai Panax in singolo, gli dai ashwagandha, perché va molto più nell'accoglierla in questa situazione di ansia.
Sull'infiammazione l'indicazione è la curcumina, nella formulazione ad alta biodisponibilità già citata nelle sessioni precedenti (Curcudyn Forte, linea Metagenics): una capsula al giorno per due o tre mesi, con risultati che Daniela dichiara di aver visto risolvere casi in collaborazione con il proprio team di medici, sia sull'infiammazione intestinale sia, di conseguenza, su quella articolare. Poco dopo, un'altra partecipante segnala che in quei giorni gli integratori di quella linea — la curcumina e il complesso di vitamine del gruppo B — sono in promozione, e suggerisce di preferire la confezione grande, più conveniente, dato che il percorso richiede comunque almeno due mesi.
La cornice generale resta prudente e non oppositiva verso la medicina convenzionale: nelle situazioni croniche il medico serve, il farmaco non è il nemico, ma il lavoro del biohacker è affiancare il percorso clinico andando a trattare la causa.
Una parte consistente della sessione è dedicata alla parte organizzativa, e vale la pena riassumerla perché tocca il percorso di studio di tutti.
L'esame si terrà lunedì 30 settembre alle ore 21, in diretta, con tutti i partecipanti collegati. Comprende tre parti:
Chi ha bisogno dei crediti ECM sosterrà la prova entrando nella piattaforma del provider, con un link inviato dal Campus, mentre gli altri risponderanno sulla piattaforma del Biohacking Campus; l'orario, salvo conferma, resta lo stesso per tutti.
A un partecipante iscritto a fine maggio, preoccupato che il 30 settembre sia precoce per lui, Daniela conferma che quell'appello riguarda il ciclo iniziato prima.
Il passaggio più utile riguarda però chi dichiara di non avere ancora un caso studio, perché ancora in formazione e non operativo. La risposta ribalta l'ordine delle cose:
È da qui che devi partire. Non devi prima avere dei casi: parti dai casi.
Basta una persona conosciuta o un familiare con cui si avvia un percorso e a cui si porta un beneficio in ottica di biohacking: quattro righe di descrizione della situazione e poi le azioni intraprese. L'esempio proposto è quello di un cugino che fa sport e ha infiammazioni.
Una partecipante che lavora in Svizzera chiede se il riconoscimento dell'attestato valga oltre confine. La risposta è onesta e circoscritta: per ora il riconoscimento è stato ottenuto a livello nazionale italiano. La Svizzera ha un proprio percorso di riconoscimento dei titoli, e chi vi lavora — medici compresi — deve sostenere esami supplementari, in particolare l'esame federale, descritto da un'altra partecipante che lavora là come una prova su una vastità di materie paragonabile a una tesi di laurea.
Daniela precisa che il Campus è il primo percorso di questo tipo in Europa, che si informerà presso enti con cui è già in contatto e che l'apertura di una sede anche in Svizzera renderebbe la cosa più semplice; nel frattempo l'auspicio è che il biohacking, se riconosciuto, possa affiancarsi alle terapie già praticate là.
È il caso studio più sviluppato della sessione. Un partecipante segue una conoscente imprenditrice, cinquantadue anni, due figli, che usa un anello Oura: dorme abitualmente cinque ore e mezza o sei, i battiti notturni restano stabilmente alti — mediamente sui sessanta-sessantatré, talvolta settanta — e l'HRV notturno è costantemente molto basso, attorno a 17-19. Lui stesso, per confronto, ha battiti a riposo intorno a 45-47 e HRV spesso sopra i settanta. La domanda è che cosa si possa fare, oltre a lavorare sul rilassamento serale.
Daniela apre chiedendo da quanto tempo dura il monitoraggio — perché un dato isolato non fa quadro — e suggerisce di osservare anche i battiti diurni, non solo quelli notturni. Poi elenca i piani su cui indagare.
Il primo è il carico di vita: una madre imprenditrice con due figli è per definizione in sovraccarico, e la difficoltà a "chiudere" la giornata la sera è già in sé un'indicazione. Qui il lavoro è di coaching: rendere la persona consapevole di ciò che sceglie di pensare, perché il vortice del "domani mi devo alzare e devo fare tutto" assorbe chiunque non lo riconosca. Il dettaglio che la donna si alzi molto presto due o tre volte a settimana per allenarsi con il personal trainer prima del lavoro rientra in questo quadro.
Il secondo piano, e per Daniela il più importante, è quello ormonale. A cinquantadue anni è plausibile una condizione di perimenopausa, e il rallentamento progressivo degli ormoni femminili incide in modo pesante su sonno e HRV.
Dopo i cinquant'anni, ma oramai anche dopo i quarantacinque, quando gli ormoni iniziano a rallentare il loro funzionamento ci sono influenze molto forti sul sonno e sull'HRV.
L'indicazione operativa è verificare se la donna sia seguita da un ginecologo che possa prescrivere le analisi ormonali — estradiolo, progesterone e l'intera sfera della menopausa, oltre agli ormoni legati al cortisolo — perché molte donne non le fanno e arrivano alla menopausa senza sapere in che stato si trovano. Da qui Daniela ricava una regola generale di anamnesi:
Noi dobbiamo sempre chiedere, alle donne dai quarantacinque anni in su, in che stato sono: se il ciclo è regolare o non regolare. Può essere un segnale di come si sente e di come sta.
Aggiunge un dato di rischio che giustifica l'attenzione: nella fascia intorno ai cinquanta-cinquantacinque anni la donna, venendo meno la protezione ormonale, diventa più esposta sul piano cardiovascolare. E ricorda che l'assetto ormonale incide sull'umore e a cascata su tutte le attività, con un effetto domino — tanto più in una fase di vita in cui, se i figli sono adolescenti, la perimenopausa della madre si incrocia con la loro pubertà.
Sul metodo, il modello resta quello della collaborazione: Daniela racconta di sentire spesso direttamente i ginecologi, perché l'interazione fra professionisti — quando si trova un medico aperto — è preziosa per entrambi.
Il contributo della dottoressa Ginevra, medico con una clinica a Forte dei Marmi e da poco entrata nel percorso, precisa il meccanismo fisiologico dietro il caso precedente. Anche lei partirebbe dagli ormoni sessuali, per una ragione specifica: avvicinandosi alla perimenopausa molte donne vanno incontro a estrogeno-dominanza, con estradiolo che aumenta mentre il progesterone — il primo a calare — si abbassa.
Poiché il progesterone ha un effetto relativamente calmante (in BHRT si consiglia infatti alla paziente di assumerlo alla sera), quando cala e l'estradiolo "schizza" l'umore ne risente in modo pesante.
Quando c'è questo sbilanciamento nella bilancia tra estradiolo e progesterone, ed è tipico che avvenga proprio in perimenopausa, l'umore della donna ne risente veramente tantissimo: è come se fosse sempre sull'orlo di una crisi di nervi.
Sollecitata a spiegare i numeri, indica come riferimento un estradiolo che in una donna ancora fertile ma avviata verso la menopausa dovrebbe attestarsi almeno intorno a 100, mentre nei casi squilibrati si vedono valori di 400-500 con un progesterone quasi azzerato. Racconta di aver attraversato personalmente una fase di sbilanciamento e di averla risolta con una BHRT ad hoc, precisando però che il solo intervento ormonale non è bastato: ha associato coaching e respirazione.
Sul piano correttivo si può bilanciare inserendo progesterone oppure precursori di origine vegetale come l'agnocasto. Ed è qui che Daniela mette il confine deontologico, il punto più importante di tutto lo scambio:
Sono cose che noi non possiamo consigliare, non dico prescrivere — zero — ma proprio consigliare. A meno che uno non si occupi proprio di comprendere bene gli ormoni, insieme a un ginecologo.
Il modello che descrive è quello del team: si presenta al medico, scrive, e sulla paziente comune si costruisce un dialogo; nel suo team ha una nutrizionista, un medico di medicina funzionale e altre figure, e il paziente ne trae beneficio perché viene guardato da più punti di vista. Ricorda infine che il percorso contiene lezioni dedicate al mondo femminile e agli ormoni, utili anche per imparare a leggere gli esami.
A metà sessione un partecipante rileva una possibile confusione terminologica nel caso precedente e chiede chiarimento. La risposta d'aula, condivisa da Daniela, rimette in ordine i termini: l'HRV è la variabilità della frequenza cardiaca, ed è diverso dalla frequenza cardiaca in sé.
La relazione è di segno opposto: un HRV alto indica in genere un buon recupero e si accompagna a battiti più bassi; quando i battiti sono molto alti, l'HRV tende a essere più basso. È esattamente ciò che rendeva significativo il caso dell'imprenditrice: battiti notturni alti e HRV a 17-19 puntano nella stessa direzione, e per questo Daniela definisce il rilievo del partecipante una buona osservazione — un campanello d'allarme, non un dato da archiviare.
Viviana chiede quale via sia preferibile per valutare gli ormoni prima di un'eventuale terapia ormonale: un test ormonale di precisione oppure il prelievo di sangue. La risposta è coerente con l'impostazione di tutta la sessione — più dati, più attendibilità:
Per avere più attendibilità sulle cose che faccio, li faccio tutti e due, sempre: sia quello salivare sia quello del sangue.
Con l'avvertenza pratica che il ginecologo, in genere, esaminerà comunque il dato ematochimico. Daniela aggiunge una nota di ottimismo sul clima professionale: dopo anni, i medici cominciano a mostrare più apertura e curiosità, e diversi vengono a loro volta da lei in studio, perché c'è sempre da imparare gli uni dagli altri.
L'ultimo caso è portato dalla stessa Viviana: vuole affrontare un trekking in Nepal entro un anno, ma è abituata a camminare in piano e ha appena provato un dislivello impegnativo in due ore, accusando la fatica più del previsto. Chiede come allenarsi al meglio e, soprattutto, quale tipo di respirazione usare e in quale momento.
Daniela anticipa che per respirazione, ormesi e terapia del freddo il percorso avrà come docente Leonardo Pellegatti, le cui lezioni sono in registrazione, e che sarà presente a un appuntamento in presenza a Bologna. Poi entra nel merito.
Il principio di allenamento è la tolleranza all'anidride carbonica: allenandosi con le apnee si aumenta la resistenza alla CO₂ e si diventa più forti nella gestione dell'ipercapnia, condizione preziosa in quota. Le indicazioni sono di praticare varie tecniche di respirazione con apnea sia prima dell'ascesa sia durante, e in salita di respirare solo dal naso.
La prima cosa che dice il nostro master Leonardo Pellegatti è che respiriamo tutti male. Dopo quasi vent'anni di agonismo mi sono resa conto che avevo una disfunzione respiratoria; poi mi sono consolata: il novanta per cento della popolazione è in disfunzione respiratoria.
Come risorse gratuite indica i materiali di Inspire Potential disponibili su YouTube: esercizi di apnea, respirazioni guidate e in particolare la sequenza Katana di primo livello, di cui Daniela racconta con entusiasmo l'effetto ("uno stato di resistenza alla respirazione pazzesco"). Cita anche i libri di Pellegatti — due pubblicati, un terzo in arrivo — su cui un partecipante aggiunge il riferimento al volume dedicato alla padronanza di sé, molto breve ma denso.
Il valore che attribuisce a questo strumento è massimo: la respirazione è uno dei pilastri del suo metodo, e con atleti d'élite — cita l'atletica sui cento metri — ha visto migliorare i tempi di frazioni di secondo semplicemente respirando meglio. È anche il motivo per cui ha voluto un master dedicato alla respirazione dentro il percorso: i cambiamenti sui parametri di HRV e sistema nervoso autonomo li ha misurati ripetutamente.
Sempre per il trekking, Daniela dà indicazioni operative sull'integrazione, ripetute su richiesta perché l'aula prendesse appunti:
Due micro-domande chiudono la sessione. La prima riguarda la fascia cardio migliore da interfacciare con un'app: Daniela risponde senza esitazione Polar H10, per attendibilità e per immediatezza di lettura, spiegando che un'altra fascia che le piace molto non si accoppia bene con i suoi dispositivi — pur essendo probabilmente di buona qualità.
La seconda riguarda le borracce elettrolitiche, quelle che con un piccolo apporto di elettricità rendono l'acqua più alcalina e più ricca di elettroliti. E qui la risposta è, di fatto, una lezione di metodo:
Non avendole provate, non mi trovi preparata su questo: non le ho mai provate, perché uso cose diverse. Se qualcuno di voi le ha provate e vuole dare un feedback, volentieri.
È l'applicazione coerente del principio enunciato a inizio sessione: non si consiglia ciò che non si è sperimentato, e non si finge competenza.
Da quest'ultimo scambio Daniela ricava la raccomandazione conclusiva, rivolta a tutti: allenarsi a leggere le etichette di tutto ciò che si introduce nel corpo, e non solo i principi attivi.
Ce l'ho con gli eccipienti, mi troverete sempre un po' così: a volte abbassano l'effetto del principio attivo, a volte sono troppi, a volte fanno del male — parlo di integratori che dobbiamo prendere a lungo termine.
Lo stesso vale per i dolcificanti: negli elettroliti e negli integratori qualcosa di dolce c'è quasi sempre, e va riconosciuto per quello che è — non necessariamente zucchero, ma anche forme che vanno comprese nella loro natura e nella loro quantità. Il criterio è antico:
Come diceva Paracelso, è la dose che fa il veleno. Nella medicina tradizionale cinese trattano anche con il veleno di serpente: se prendi troppo muori, se ne prendi poco il corpo va in ormesi, si attiva l'adattabilità.
La sessione si chiude con l'invito a continuare a portare domande nel gruppo chiuso del corso fra un incontro e l'altro, e con l'augurio di incontrarsi anche di persona.
Nel leggere i dati di un cliente
Nella scelta e nella gestione degli strumenti
Con la donna dai 45 anni in su
In un caso complesso di infiammazione con lutto recente
Nella preparazione a uno sforzo in altitudine