La sessione è interamente costruita attorno a due casi studio portati dai partecipanti, e il modo in cui Tony li tratta racconta due lezioni opposte e complementari. Il primo caso — un ragazzo di ventidue anni con il sonno completamente destrutturato — serve a mostrare come si fa ordine in una vita disordinata. Il secondo — una giovane mamma con dolori articolari improvvisi — serve a mostrare quando bisogna fermarsi e passare la persona a un medico.
Il filo che tiene insieme le due metà è la definizione di competenza professionale che Tony offre a metà sessione, e che vale come tesi dell'intero incontro:
La bravura del biohacker non è essere quello che sa di più: è quello che vede una marea di casi studio, che vede una marea di clienti e sa trovare la quadra per quel cliente lì.
Da qui derivano tutti i corollari operativi. I pilastri sono pochi e noti — sonno, movimento, sole, alimentazione — e non cambiano; quello che cambia è la capacità di capire da dove iniziare con quella persona specifica, di dare tre cose da fare e non un elenco infinito, e di distinguere il cliente che ha solo bisogno di sapere cosa fare dal cliente "incasinato", che invece ha bisogno che qualcuno gli metta in ordine ciò che già fa.
La sessione contiene anche una lezione metodologica sui dati: il test ormonale del primo cliente sembra tranquillizzante, ma i valori sono falsati dall'integrazione di melatonina esogena che il ragazzo assume da tre settimane. Tony insiste sul fatto che un dato "a posto" non chiude la domanda clinica: bisogna sapere perché è a posto.
Chiude sul limite, con un tono deliberatamente duro: davanti a un quadro potenzialmente patologico non si mettono le mani, per quanta voglia di aiutare si abbia, perché quella persona non è un cliente ma un paziente.
Sessione condotta da Tony Manfron in collegamento dalla nuova clinica di biohacking di San Marino, di cui offre all'aula una breve visita guidata prima di cominciare. Il tour è parziale — molte cabine sono occupate da persone in trattamento — ma Tony mostra la criosauna (crioterapia "a secco", persona in costume, sedute tipiche da tre a cinque minuti) e nomina le altre attrezzature installate: il training ipossico, un dispositivo per la terapia con nano-bolle di ossigeno e la parte di terapia infusionale endovenosa in arrivo nel mese successivo, che darà anche il nome alla struttura. Il progetto, spiega, non è un centro isolato ma una catena: dopo San Marino sono già previste altre aperture, con l'ambizione di coprire progressivamente il territorio.
Il formato della sessione è quello consueto e dichiaratamente maieutico: i casi studio arrivano scritti nel gruppo Facebook del corso, Tony li legge ad alta voce, interroga a sorpresa uno o due partecipanti ("i vecchi", precisa, «non in senso di anagrafe, in senso di chi va all'esame»), li lascia sbagliare o arrivare per conto proprio alla soluzione, poi commenta a voce i contributi scritti in chat uno per uno. In questa sessione vengono chiamati Daniele (medico) ed Emanuela, mentre Nico, l'autore del primo caso, resta disponibile per rispondere alle domande dell'aula.
La prima domanda arriva durante il tour, da una partecipante: per somministrare i cocktail vitaminici endovenosi (vitamine, antiossidanti, NAD) serve una prescrizione medica? La risposta è affermativa per l'Italia: serve un medico e serve un direttore sanitario in struttura, ruolo che la clinica ha. Tony aggiunge però una precisazione interessante sul piano regolatorio: la situazione non è uniforme.
In Inghilterra, ma anche in Slovenia — paradossalmente, a due ore dal nostro confine — puoi trovare la flebo in un hotel, perché basta che te la faccia un infermiere.
E anche dentro l'Italia esistono micro-differenze regione per regione su quali terapie richiedano prescrizione. Sulle prospettive future accenna alla figura dell'infermiere con competenze ampliate, che in prospettiva potrebbe gestire in autonomia alcune prescrizioni. Su tutta la parte burocratica, chiarisce con onestà di non essere la persona più formata e rimanda ai colleghi della struttura.
Il caso arriva da Nico. Si tratta di un ragazzo di 22 anni, titolare di un'agenzia di digital marketing, rientrato ad aprile da sette mesi in Australia (un viaggio esperienziale, non di studio) e da allora incapace di ritrovare un equilibrio nel sonno. Il quadro raccolto:
Il commento di Tony al caso è tutto fuorché neutrale, e serve a fissare la categoria del cliente disordinato: si tratta di una persona che, con termine che lui stesso definisce ironicamente tecnico, «fa una vita di merda», e che perciò gli viene servita «su un piatto d'argento» come esercizio didattico.
Nico ha allegato al caso un esame ormonale "crono": non un pannello ormonale generale, ma la lettura delle sole curve di cortisolo e melatonina su quattro campionamenti giornalieri (ore 8, 12, 18, 24). La lettura di Tony:
Qui sta il nodo didattico. C'è una discordanza tra il vissuto riportato e i numeri — il ragazzo racconta ritmi devastati, l'esame dice che l'asse ormonale non è messo male. Il partecipante interrogato la nota subito. Ma la spiegazione che Tony fornisce più tardi, commentando l'intervento di una partecipante che identifica lo stress come vero obiettivo, è la chiave di tutto:
Alla sera il cortisolo viene soppresso perché questo sta prendendo la melatonina. I livelli di cortisolo vanno bene, ma sono drogati, questi dati del test ormonale sono drogati. Vanno bene, quindi gli dò affidabilità relativa.
E ne discende una precisazione concettuale importante sul significato della parola "stress":
Io dico che lui è stressato nel senso stretto del termine, come lo usiamo con accezione popolare: fa una vita che non gli piace, o ha troppo lavoro, ha della roba da pagare. Non nel senso stretto ormonale, perché il cortisolo l'abbiamo visto che è a posto.
Un cliente può quindi essere fortemente stressato con una cortisolemia normale: il laboratorio non esaurisce la valutazione. Va detto che su questo punto specifico Nico, nella sua replica finale, corregge parzialmente il quadro: il ragazzo in realtà ama il lavoro che fa, e il problema non è la vita che conduce ma il fatto che il sonno rovinato lo privi delle energie per condurla.
Il partecipante interrogato costruisce una risposta tecnicamente corretta e articolata: indagare il microbiota (in un soggetto che scarica dopo ogni pasto), ragionando sull'asse intestino-cervello e sul fatto che circa il 95% della serotonina viene sintetizzata nell'intestino; esposizione alla luce all'alba e al tramonto per riancorare i ritmi circadiani; lavoro sul respiro mattina e sera; toni binaurali serali per abbassare le frequenze cerebrali; spostare lo studio serale in un'altra fascia oraria, sostituendolo eventualmente con una lettura leggera; togliere la melatonina e ricostruire una routine pre-sonno con qualche minuto di meditazione.
Tony conferma che è tutto corretto, ma interviene con la domanda che l'aula ha saltato:
Ci manca un'informazione di questo cliente. Cos'è che non sappiamo? Il suo obiettivo, il suo tema. Cos'è che vuole veramente questa persona?
Nel caso specifico l'obiettivo era già dichiarato nei commenti al post — il ragazzo si è presentato chiedendo aiuto sul sonno, consapevole che migliorandolo otterrà a cascata vantaggi sull'allenamento e sul lavoro — e Tony ammette di non aver letto quel passaggio. Ma il richiamo metodologico resta valido: l'obiettivo si chiede, non si dà per scontato. E si chiede fino in fondo, come suggerisce un altro partecipante: «perché vuoi dormire meglio?».
Nel corso dello stesso passaggio Tony raccoglie un contributo laterale e lo valorizza: non tutti sono portati per la meditazione, e per chi non lo è funziona meglio il pensiero di gratitudine oppure lo scarico su carta — un quaderno sul comodino su cui depositare un peso che non si riesce a portare. È a sua volta una forma di meditazione, perché costringe a entrare in sé stessi.
È il cuore concettuale della sessione. Tony distingue due tipi di cliente, e la differenza si percepisce parlandogli:
Se noi diamo a queste persone un elenco di cose da fare, non riescono a pesarlo. E non riescono a pesare il vostro valore.
La regola operativa, richiamata da lezioni precedenti, è che il cliente deve uscire dall'incontro con tre cose da fare. E quelle tre cose possono essere di natura diversa: tre da aggiungere, tre da togliere, tre che già fa e che vanno semplicemente riordinate, o un ibrido dei tre casi.
Ti do una cosa nuova, un'altra te la tolgo e non la fai più, questa invece di metterla la sera la metti alla mattina.
Da qui il paragone con il tecnico che sistema il computer e chiede mille euro per girare una vite: quello che sembra banale visto da fuori è il frutto di una visione d'insieme che permette di capire cosa è prioritario e cosa no. E il quadro economico non è nascosto: se la persona ottiene un risultato, torna, compra altri servizi e manda il fratello e l'amico.
La seconda partecipante interrogata individua nella sera la fascia più critica e più intasata del cliente, e propone: se l'orario dell'allenamento non si può anticipare, subito dopo la palestra vanno inserite tecniche di rilassamento — respirazione rilassante, oppure una posizione distesa a terra sul modello di savasana, concentrandosi sul respiro — eventualmente ripetute in serata; e va rivisto il timing dei pasti, evitando la cena a ridosso dell'allenamento, con al massimo uno spuntino leggero e digeribile al rientro, per lasciare lo stomaco tranquillo.
Tony convalida la linea e la arricchisce con il razionale fisiologico. Il sonno ha bisogno di due segnalatori esterni: la luce e la temperatura. La temperatura corporea deve abbassarsi; se non si abbassa, l'addormentamento è compromesso. Un pasto serale pesante — riso e pollo, proteine animali, dopo la palestra — alza la temperatura attraverso il ciclo digestivo che richiama sangue, e peggiora l'insonnia già indotta da lavoro tardivo e luci blu.
La proposta concreta, con esplicito riferimento al fatto che il soggetto è un agonista e non un caso di longevità:
Uno spuntino leggero due ore prima di allenarsi, oppure caricare di più pranzo e colazione, e alla sera un piccolo carboidrato anche raffinato — pane col miele — e proteine whey, che in mezz'ora, quaranta minuti ti liberano il ciclo digestivo.
Il pane bianco con il miele ricarica rapidamente il glicogeno muscolare e "spegne l'allarme" dello stress da eustress dell'allenamento; le proteine whey, essendo di derivazione lattea, possono a loro volta agevolare l'addormentamento in chi non ha problemi con il lattosio. Tony anticipa la reazione dell'aula sui carboidrati raffinati — «prima che veniate a prendermi con i forconi» — e ricorda che qui l'obiettivo non è la longevità ma la performance della persona che si ha davanti.
Commentando il suggerimento di una partecipante che propone gli adattogeni (ashwagandha, rodiola rosea), Tony conferma l'indicazione e la inquadra in un problema più generale del caso:
Qua abbiamo due fattori di stress: il distress dato dal lavoro e l'eustress dato dall'allenamento. E sono tutti e due alla sera, e questo non va bene.
La modulazione con le piante adattogene interviene sul carico stressogeno, ma il vizio è architetturale: due sollecitazioni di natura diversa concentrate nella stessa finestra oraria, proprio quella in cui il corpo dovrebbe scendere di tono. Nel piano che Nico illustra al termine, infatti, la mossa strutturale è esattamente lo spostamento graduale della finestra di attività fisica verso l'ora di pranzo e in prospettiva verso il mattino, con adattamento stagionale.
Il commento di una partecipante sugli integratori apre una digressione tecnica molto concreta sul perché quel ragazzo scarichi tre volte al giorno. Tony individua due meccanismi.
Il primo è l'idratazione. La creatina è idrofoba e richiede una quantità di acqua adeguata: la regola pratica che Tony fornisce è circa 100 ml di acqua per grammo di creatina, di più se la persona è tendenzialmente disidratata. La dose mediamente consigliata è 3-6 grammi, da dividere in due momenti della giornata (prima e dopo l'allenamento, oppure mattino e sera); nel caso specifico Tony eliminerebbe la dose serale post-allenamento e concentrerebbe tutto al mattino. Presa con troppa poca acqua, la creatina aumenta la motilità intestinale.
Il secondo è la prossimità alla caffeina, e Tony è preciso su cosa significhi "vicino":
Se lui la prende troppo avvicinata alla caffeina — avvicinata vuol dire nel giro di due ore, non vuol dire venti minuti — la motilità intestinale è già risolta.
È il gesto tipico di chi frequenta la palestra: colazione, creatina e caffè tutti insieme. L'effetto a medio termine può essere disbiosi e scompensi, perché scaricare in continuazione non è fisiologico: l'ideale è una o due evacuazioni al giorno, non tre.
Sempre sull'idratazione, Nico chiarirà poi la causa dei risvegli notturni per urinare: il ragazzo beveva due litri di acqua la sera, con sale e integrazioni tipiche del bodybuilding. Un dettaglio che l'aula aveva intuito quando qualcuno aveva chiesto come e quanto si idrata, e soprattutto la sera.
Un partecipante propone di valutare l'HRV per capire se il soggetto è in sovraccarico. Tony conferma e declina l'indicazione in tre livelli di accessibilità: portarlo a fare il test in una struttura attrezzata; mandarlo dal collega più vicino geograficamente («se è di Catania non lo puoi mandare a Bologna, però è per lanciare un concetto»); oppure, se non c'è altro modo, fargli scaricare una delle molte applicazioni gratuite che misurano l'HRV con la fotocamera del telefono — non super affidabili, ma utilizzabili se la rilevazione è fatta con metodo.
Sul dispositivo di monitoraggio continuo Tony dà un'indicazione pratica controintuitiva: per chi si allena seriamente in palestra, l'anello non va bene.
Se uno si allena in palestra e volete avere sotto controllo tutti i dati, dovete fargli prendere il dispositivo da polso. L'anello non va bene: quando devi fare lavori di tirata, rematore, girate, clean, l'anello ti dà fastidio e te lo devi tirare via.
Va poi rispettato un tempo di apprendimento del dispositivo: servono dieci-quindici giorni perché cominci a conoscere il soggetto e i dati diventino triangolabili. Solo dopo si costruisce il piano. Nico, sul punto, resta in valutazione tra due prodotti (uno da polso più adatto all'atleta, un anello più elegante e gradito al cliente per contesto lavorativo): un promemoria del fatto che anche l'aderenza estetica conta nella scelta dello strumento.
Chiamato a dare la sua panoramica, Tony conferma le tre strategie proposte in chat da uno dei partecipanti (esposizione solare, blue blocker serali, riduzione o eliminazione degli stimolanti) ma dichiara dove batterebbe con più forza:
Vai a letto all'una, ti svegli alle tre, non me ne frega niente: da domani ti svegli alle sette e vai a camminare fuori quaranta minuti, un'ora. Ha bisogno lui di fare questo reset.
Il sole della mattina è la prima cosa, prima di tutto il resto. La sera, poiché il lavoro tardivo per ora non si può riordinare, si tampona con i blue blocker — trenta euro di occhiali — in attesa di poter intervenire sulla causa. Tony smorza anche il perfezionismo: lui stesso si è allenato in palestra a tarda ora e dorme bene, e allenarsi alle sette di sera non è ideale ma non è una condanna.
Se fai bene il resto, il risultato più o meno ce l'hai. Magari non avrai un sonno da 100, ma ce l'avrai da 85, che sarà sempre meglio di averlo da 65 come magari lui ce l'ha adesso.
Un secondo pilastro, ripetuto, è la standardizzazione degli orari di risveglio e di coricamento. E un terzo, quasi pedagogico: rendere il cliente edotto. Tony consiglia di fargli leggere il proprio libro, almeno la prima metà dove si spiegano le fasi del sonno, prima di lavorare sulle strategie, perché una persona che conduce quella vita non ha idea dei danni che si sta procurando.
Uno strumento che Tony dice di aver messo a punto negli anni sui clienti e che ora è codificato nel libro come sfida di 30 giorni. Il razionale è che le persone si autovalutano male: «io dormo già bene, io mangio bene, io sono a posto», e solo scavando emerge la realtà.
Ti stampo questa tabella: mi scrivi ogni giorno a che ora vai a letto e a che ora ti svegli, preciso al minuto, e fra trenta giorni tiriamo le conclusioni.
Per i clienti seguiti a distanza si usa un file condiviso compilato via web. Il valore non è solo diagnostico: la vera resa dello strumento è che la persona si rende conto da sola.
Una partecipante aggiunge un tassello che nessuno aveva toccato. Nella medicina tradizionale cinese la fascia oraria intorno alle quattro del mattino è associata all'organo polmone, ricondotto all'emozione della tristezza. L'invito è a indagare — con delicatezza — la dimensione emotiva, che sia il professionista sia il cliente tendono a non considerare o a nascondere.
Magari sotto sotto c'è qualcosa di emozionale, un piccolo trauma, che rimugina e disturba tutta la sua armonia interiore. Chiedigli questa domanda, se riesci, così completi veramente tutto.
Nico conferma di aver già iniziato a esplorare quel piano — ha incontrato il ragazzo solo tre volte — e spiega di integrare la psicoterapeuta nei propri percorsi quando osserva segnali di allarme: un HRV molto basso, oppure un'attitudine anomala per l'età, come un ventiduenne che «dovrebbe spaccare il mondo» e invece non manifesta propensione né voglia di cambiare. Tony suggerisce anche di indagare cosa sia accaduto prima e durante la partenza per l'Australia, ricordando che lasciare il proprio paese a vent'anni pesa su un cervello che completa la maturazione intorno ai ventuno.
Chiamato a condividere il programma che aveva già preparato, Nico elenca i suoi obiettivi prioritari, e la sovrapposizione con la discussione d'aula è quasi completa:
La reazione di Tony e dell'aula è di apprezzamento esplicito per la sistematicità del lavoro.
L'ultimo caso, presentato come «basta un minuto per lavorarci», è invece la lezione più severa della sessione. Lo porta Patrizia, assente al collegamento. Il quadro: ragazza di 30 anni, mamma di un bimbo di 10 mesi, ex danzatrice classica, ora in sovrappeso di dieci chili; da un giorno all'altro dolori talmente forti a polsi e caviglie da non poter muovere le articolazioni né chiudere le mani. Pronto soccorso, dodici ore d'attesa, analisi del sangue tutte nella norma, rinvio al medico di famiglia e cortisone. Due giorni dopo compaiono spaccature ai talloni, mai avute prima. Allatta ancora una volta per notte nonostante lo svezzamento. La madre della ragazza è diabetica di tipo 2. Patrizia riferisce di aver consigliato test per l'insulino-resistenza, analisi delle urine nelle 24 ore, test ormonali e l'eliminazione degli alimenti infiammatori.
L'aula propone: test del DNA, correzione alimentare, digiuno intermittente, crioterapia, test ormonale e del microbiota, aumento delle proteine e riduzione dei carboidrati, e — osservazione che Tony giudica interessante — il controllo della vitamina D, che negli esami di base non viene rilevata. Qualcuno nota che la persona potrebbe essere molto emotiva, visto l'aumento di peso rapido. Il partecipante interrogato, medico, arriva alla conclusione giusta prima di tutti: «direi che è un caso patologico e che quindi in prima battuta deve rivolgersi ai medici». Un altro segnala che il testo è ambiguo su chi sia diabetica, e Tony chiarisce: la diabetica di tipo 2 è la madre della ragazza, cioè la nonna del bambino — quindi il tema è una predisposizione familiare, non una diagnosi in atto.
La chiusura di Tony è un richiamo netto al limite di competenza:
Qua voi le potete fare tutti i test che volete, sia ben chiaro. Ormonale, microbiota, DNA, sei predisposta al diabete o non lo sei. Questa qua va mandata dal dottore, c'è poco da fare.
E poi il passaggio più duro, rivolto direttamente all'autrice del caso, con il rilievo che non è la prima volta che incappa in situazioni del genere:
Non dovete essere ingordi: non sono tutti vostri clienti. E anche se amate il prossimo e vi sentite in dovere di aiutarlo — non sei un mio cliente, sei un paziente.
La sequenza corretta è quindi: prima gli accertamenti, prima la risoluzione del quadro clinico, poi eventualmente il lavoro di ottimizzazione su tutti gli aspetti della vita. Il modello è quello della collaborazione con un buon medico, e l'analogia che Tony usa per definire il professionista è quella dell'allenatore: se uno vuole imparare la pallacanestro e tu sei allenatore di calcio, lo mandi da un bravo allenatore di pallacanestro. L'unica eccezione, sardonica, riguarda chi ha anche il titolo medico: «poi se siete anche medici, fate un po' quello che volete».
Nel raccogliere e leggere i dati
Nel costruire il piano
Sull'integrazione
Sui limiti di competenza