Sessione di domande e risposte condotta da Tony Manfron, aperta dai partecipanti alla masterclass "Il santuario del sonno" e allargata a temi generali di sonno, strategia di lavoro col cliente e posizionamento professionale del bio hacker.
Il filo conduttore che Tony ripete in ogni risposta è uno solo:
La domanda non è mai la domanda. Non si lavora mai nel problema, si lavora nell'origine, nel perché.
Che si tratti di chi parla nel sonno, di chi torna tardi dall'allenamento o di una neomamma che non dorme, la risposta corretta non è quasi mai l'integratore o il trucco che il cliente chiede: è spostare l'attenzione a monte — alle due ore prima di dormire, allo scarico della tensione, alla circadianità di chi ci sta attorno. Chi risponde letteralmente alla domanda del cliente, avverte Tony, "si fa portare via" e finisce fuori strada.
Attorno a questo asse ruotano quattro convinzioni ricorrenti: il valore monetario dell'informazione (una singola indicazione — integrare lo zinco, la vitamina E — può valere migliaia di euro nel corso di una vita); educare invece di prescrivere; procedere per compartimenti stagni, una leva alla volta, per capire cosa funziona; e il ridimensionamento degli integratori, che "fanno il 3%": prima vengono luce, ritmi, respirazione, alimentazione e scarico dello stress.
La lezione si apre in forma un po' anomala. Diversi partecipanti sono nuovi — alcuni arrivano dal santuario del sonno, altri dai percorsi Longevity — e Tony dedica i primi minuti a spiegare come funziona il format: durante la settimana gli studenti postano domande e casi studio nel gruppo Facebook, e il mercoledì mattina lui li riprende in aula e li discute con tutti. Di norma si parte subito dai casi studio dei clienti seguiti dagli studenti, o da casi che porta lui stesso per vedere "come ragionano le persone". Qui, con molti volti nuovi, raccoglie invece le domande in diretta.
Ricorre anche un principio già caro al corso: ognuno di voi è un caso studio di sé stesso. Chi frequenta il percorso non sta solo imparando un mestiere, sta anche lavorando sulla propria salute — quindi è, a tutti gli effetti, il primo cliente di sé stesso.
Noi siamo il primo cliente di noi stessi.
(Nota organizzativa emersa nella sessione: la masterclass sul sonno non prevede esame finale ma rilascia un attestato di partecipazione, verificato dalla piattaforma sulla base della presenza in diretta o della visione dei contenuti registrati.)
Alla domanda di un partecipante sul futuro del percorso, Tony spiega il senso della trasformazione in atto. L'idea di fondo è la formazione continua: non tanto avere contenuti nuovi, quanto averli sempre aggiornati, perché la disciplina evolve in fretta.
Determinate strategie di esposizione al freddo o strategie ormetiche che si insegnavano qualche anno fa oggi sono state riviste. Molecole che prima non si usavano adesso si usano: basta pensare alla spermidina — fino a ieri non sapevi neanche cosa fosse, oggi se non la nomini fai la figura dello sprovveduto.
Sul piano dei nomi: il Biohacker University non potrà più chiamarsi "university" — in Italia non si può usare la parola università se non si è un ateneo — e diventerà una school o un campus. La certificazione, precisa Tony, mantiene la stessa validità: cambia solo la testata. Il tutto confluirà sotto un unico cappello, il Biohacking Science Institute, che raccoglierà un percorso di biohacking medico dedicato ai medici, delle masterclass monotematiche (come quella sul sonno) e il percorso principale già in corso.
Più partecipanti chiedono se il jumping del mattino si possa fare sul pavimento o sull'erba invece che sul trampolino, e se saltare con la corda vada bene allo stesso scopo. Tony riconduce tutto al razionale fisiologico.
Il concetto è agevolare il sistema linfatico a drenare le tossine. Il sistema linfatico non ha una pompa come il cuore: dopo una notte in posizione orizzontale ha bisogno di essere rimesso in circolo.
Il classico segnale del ristagno sono le borse sotto gli occhi al risveglio, dovute proprio alla postura orizzontale mantenuta tutta la notte. Bastano 30-60 secondi di shaking — piccoli saltelli sul posto, con le articolazioni rilassate — per attivare il drenaggio attraverso i canali di scarico (ascelle, cavo popliteo, ecc.).
Sul supporto: il trampolino elastico (rebounder) è preferibile, ma il pavimento o l'erba vanno benissimo lo stesso. Saltare con la corda, invece, non è l'ideale in questo preciso momento della giornata:
Non sto dicendo che saltare la corda faccia male. Dico che non è l'ideale per far drenare il sistema linfatico: la corda alza troppo l'attività cardiovascolare, mentre lo shaking è un'attività tonica che scioglie le articolazioni e distende i tessuti molli dopo la notte.
Un blocco lungo della sessione — nato dal commento su chi segue in parallelo il percorso Longevity — riguarda perché il cliente dovrebbe pagare per ciò che facciamo. Tony parte da una difficoltà reale del mestiere:
Noi vendiamo aria. Il bio hacking, all'inizio, per il cliente è aria fritta: gli dai un forse beneficio, perché c'è sempre il forse — come quando vai dal medico, ti scrive una ricetta in aramaico e non è mica detto che ti passi.
A differenza di chi compra un'automobile — dove l'unica variabile è voglio spendere o no — il cliente qui "spende dei soldi e non sa cosa gli torna indietro", perché non riceve un oggetto fisico. Da qui l'esempio-chiave dello zinco:
Faccio il DNA a un ragazzo di quarant'anni e scopro che è uno scarso metabolizzatore dello zinco, che lo depaupera. Gli consiglio di integrarlo in una forma biodisponibile. È un'informazione banale — ma può garantirgli di ritrovarsi a sessant'anni con buoni livelli di testosterone, di vitalità, di vigore, con una vita sessuale ancora attiva, perché lo zinco funge da precursore. Quell'un per cento di deviazione — integrare o non integrare — vent'anni prima gli cambia letteralmente la vita.
Il problema è che il cliente fatica a rapportare l'informazione al beneficio futuro: vorrebbe prima il risultato e dopo pagare. Tony lo confronta con l'esempio della vitamina E su di sé:
Da quando ho fatto il DNA integro la vitamina E, perché a livello di pelle ho una predisposizione all'invecchiamento cutaneo precoce. Chi è che integra la vitamina E? Nessuno. Da sportivo ho speso decine di migliaia di euro in integratori a caso; quell'unica informazione mirata vale una cifra spropositata, perché cambia la mia epigenetica.
La conclusione operativa: chi ha provato queste cose su di sé le trasmette con una sicurezza "granitica" — non per arroganza, ma perché "so bene quello che sto dicendo, perché l'ho provato". Ed è quella certezza che giustifica, agli occhi del cliente, il costo di un percorso.
Una partecipante farmacista racconta di aver proposto a una cliente prediabetica il monitoraggio della glicemia, bocciato dalla dietologa che la segue "perché la signora è ansiosa e non le farebbe bene". Tony distingue due piani.
Primo, la libertà del dato: nessuno ha bisogno del permesso di un medico per monitorarsi.
Domani voglio monitorarmi la glicemia? Non devo chiedere il permesso al dottore. Come non ho bisogno del permesso per misurare la mia HRV o i miei livelli di stress.
Ma c'è un ma decisivo, imparato "in tanti anni di bio hacking": non ci si sovrappone a un altro professionista.
Per anni ho fatto a pugni con gli altri professionisti. Poi ho capito: se la persona non è decisa a mettersi nelle tue mani, tu pesti una merda. Finirà per seguire due professionisti insieme, anche senza dirtelo, e non sarà contenta né lei, né tu, né l'altro.
La formula che propone è netta: "sei seguito da un altro? Benissimo. Quando hai finito con lui, se non sei contento, vieni da me. Ma se vieni con me, lo molli". Il cliente deve seguire una persona sola; altrimenti nessuno può prendersi la responsabilità del risultato.
Sul lettura del dato, Tony aggiunge una cautela dall'esperienza con l'Oura Ring (che usa da circa cinque anni): a certe persone il monitoraggio va addirittura tolto, perché "non dormono più di notte, ti scrivono alle dieci di sera, si fanno tremila seghe mentali". Ecco perché il bio hacker è figura essenziale: deve guidare l'interpretazione del dato, che lasciato "allo stato brado" genera false letture.
Domanda schietta: il sesso prima di dormire incide sulla qualità del sonno? Tony la definisce "una bella domanda" e dà una chiave di lettura che dichiara diversa da quelle correnti.
Il sesso, ammesso che si arrivi all'orgasmo, provoca un grande rilascio di prolattina. La prolattina è l'ormone che ti fa provare un senso di completezza e di appagamento — banalmente, quello che ti fa non desiderare di andare a cercare qualcun altro.
Quel senso di soddisfazione, unito allo scarico della tensione, concilia molto il sonno — con una precisazione onesta: si presuppone che "non si sia litigato un minuto prima e non si stia pensando ai debiti o al lavoro". Sul quando (sera o mattino), Tony chiarisce che è una questione individuale: personalmente preferisce la sera perché gli dà quel senso di completezza con la partner.
Più avanti, una domanda parallela sul sesso prima della gara sportiva. Qui Tony è scettico:
Ci sono studi che ipotizzano benefici a livello di endorfine, ma secondo me lasciano il tempo che trovano. Se una persona con voglia di trombare, invece, va ad allenarsi, rende di più. Se prima trombi e poi ti alleni, rendi di meno — te lo dico da triatleta.
Un partecipante che gioca a calcio dalle 21 alle 23 chiede come gestire l'orario del sonno. La prima risposta di Tony è provocatoria — "la tecnica bio hacker più potente sarebbe non andare a calcio" — ma poi entra nel concreto.
Allenarsi alle dieci di sera significa andare a letto "con livelli ormonali che fanno a pugni", con un'attività adrenalinica che tiene attivo il sistema nervoso simpatico e blocca la ghiandola pineale prima che possa secernere melatonina in modo adeguato. Se però non si può evitare, la strategia è standardizzare ciò che si può standardizzare:
Devi cercare di standardizzare le cose che possono essere standardizzate.
La domanda torna in forma più mirata: "cosa posso fare le sere in cui torno dal calcio e non prendo sonno prima dell'una o le due?". Qui Tony costruisce un piccolo protocollo:
Nel tuo esofago e già sulla lingua ci sono sensori che riconoscono il tipo di nutriente che stai introducendo: non serve aspettare la digestione perché il corpo cominci a "capire" che sta arrivando materiale per il recupero.
Sull'integrazione, un'unica scelta essenziale: melissa, indicata nel preparato n° 64 della farmacia Balducci (galenico), che fa una piccola parte del risultato.
Un partecipante rilancia con precisione: ha senso usare la L-teanina per aumentare l'attività della COMT e quindi degradare più in fretta le catecolamine (adrenalina)? Tony conferma il razionale ma ne ridimensiona l'impatto pratico:
Sì, ha senso. Ma in questi casi stai creando una situazione talmente sbilanciata che è difficile ripristinarla in un'ora. Un intervento del genere ti dà un riscontro difficilmente misurabile. Lavorando su respirazione e alimentazione, invece, ottieni almeno una sensazione percepita di sonno migliore — non necessariamente biochimica, ma reale.
Due domande diverse ricevono la stessa impostazione di fondo.
Chi parla nel sonno (parole senza senso): non si chiede "come risolvo il fatto che parla di notte", ma si lavora su cosa fa nelle due ore prima di dormire. Se parla nel sonno, probabilmente non ha scaricato bene la tensione, non ha un buon equilibrio fra sistema nervoso simpatico e parasimpatico, ha ancora un tono vagale agitato.
Mano a mano che vai avanti capirai che la risposta a una domanda non è mai la risposta a quella domanda. Non si lavora mai nel problema: si lavora nel perché, nell'origine.
La temperatura della camera: una partecipante freddolosa chiede se la borsa dell'acqua calda alteri il "microclima" ideale, dato che la stanza va tenuta a 17-18 °C ma sotto le coperte servono circa 30 °C. Tony definisce la domanda mal posta:
Primo: se sei freddolosa, il vero lavoro è sugli stimoli ormetici come la crioterapia, perché essere freddolosi vuol dire che il corpo non è bravo a termoregolarsi. Secondo: è vero che sotto le coperte c'è un microclima, ma ciò che conta per dormire bene è la temperatura dell'aria che respiri — abbiamo bisogno di aria fresca. Quindi la domanda è sbagliata a monte.
Un partecipante porta un caso complesso: uomo di 49 anni con sospetto mieloma osseo (CPK/creatinchinasi alterata), HRV medio-alta per l'età, dieta low carb chetogenica, blue blocker, WiFi spento di notte, presa di corrente lontana dal letto, ultimo pasto proteico, uso di Diidrogyl (calcifediol) su prescrizione medica, vitamina K2 MK7, retinolo dal fegato, B12 metilata, e — da spettrometria — carenze extracellulari e livelli elevati di metalli pesanti. La domanda: come migliorargli il sonno e abbassare l'HRV, dato il sospetto ruolo dei metalli pesanti.
La risposta più importante di Tony è un paletto deontologico:
Su un soggetto probabilmente patologico io non ci lavoro, e non ci lavorate nemmeno voi, a meno che non siate medici — altrimenti andate in cerca di guai. Con un sospetto di mieloma: mi dispiace, non possiamo lavorare assieme. Se c'è un medico, si fa sempre riferimento al medico.
Sulla parte di sua competenza — i metalli pesanti — indica comunque un ragionamento (fermo restando il quadro clinico da gestire col medico):
Proprio a partire dal caso "Dario", Tony formula uno dei principi metodologici centrali. La tentazione del bio hacker — che ha "una visione olistica" e non i paraocchi dello specialista — è dare trenta cose insieme. È un errore.
Se dai trenta cose insieme e c'è un risultato, non capisci da cosa dipenda. Se non c'è, ti sei bruciato tutte le carte.
Il metodo corretto è una leva alla volta: si dà una cosa, si testa, si corregge; poi la successiva. È così che il bio hacker "crea nuove sinapsi" e, nel tempo, sviluppa la capacità di riconoscere i pattern al volo — "come gli avvocati più bravi, che davanti a un caso sanno subito quale legge si applica". È anche il modo per capire cosa funziona e cosa no, condizione necessaria per crescere in autorevolezza e per farsi pagare di più.
Una partecipante diventata mamma da poco chiede quali integratori e power nap possano migliorare il suo sonno interrotto dalla bimba di nove mesi, dato che ha anche l'HRV molto bassa. Tony la ferma proprio sull'impostazione:
Se fossi un bio hacker inesperto comincerei a dire "che integratori le do per il sonno?", mentre lei ha una bambina di nove mesi. La risposta non è nella domanda. Il power nap fallo pure, non devi neanche chiedermelo. Ma invece di pensare a come migliorare il tuo sonno, perché non vai a lavorare sulla circadianità di tua figlia?
Segue l'analogia — dichiaratamente "strampalata ma non fuori focus" — del cucciolo di cane:
Ho preso un pastore tedesco. La gente si stupisce che non pianga di notte. La prima notte ha un po' mugugnato, poi basta. Perché? Perché gli ho dato i miei ritmi: alla prima luce lo porto fuori, al tramonto lo porto fuori. In un paio di giorni si è adattato. Non ti dico che con una bambina sarà facile uguale — ti dico: che ritmi ha la bambina al mattino? Vede il sole? Vede il tramonto? Che circadianità sta prendendo? Non sottovalutare questo aspetto.
Il caso della neomamma diventa l'occasione per ridimensionare gli integratori una volta per tutte:
Gli integratori fanno il 3%, quel quid in più. Io ho un punteggio medio di sonno intorno a 90 — certo, ho la notte di merda a 77 e quella eccellente a 97, ma di media sto a 90 senza integrare niente di particolare. Perché dovrei spendere 100-150 euro al mese di funghi e adattogeni per passare da 90 a 94?
Tony integra solo ciò che ha un motivo preciso: magnesio in modo continuativo, e una pianta adattogena per modulare lo stress in un momento particolare della vita (la pressione per l'uscita di un libro). Per il resto — taurina, glicina, magnesio malato — sono "prove da appassionato", non necessità. Il messaggio: prima vengono luce, ritmi, respirazione, alimentazione e scarico dello stress; l'integratore è l'ultimo, piccolo tassello.
Chiude la sessione una domanda tecnica sulla shungite, la pietra consigliata a "Dario" contro l'inquinamento elettromagnetico. Un partecipante ha visto che è divisa in tipi (1, 2, 3, 4) e chiede se al numero più alto corrisponda un'efficacia minore. Tony corregge l'impostazione:
Non è tanto una questione di "tipo". La shungite non è lavorabile: quando trovi braccialetti con perline e pietre levigate, quella è shungite di bassa qualità — inevitabilmente meno efficace nel drenare anche il campo elettromagnetico. Quella buona si chiama shungite elite (o shungite fullerene): è brutta, opaca, con qualche riflesso, proprio perché non lavorabile.
La spiegazione del meccanismo: la shungite è composta per circa il 98% di carbonio con una struttura molecolare particolare, il fullerene C60/C70. Per Dario, Tony suggerisce una pietra da 10-15 grammi (costo indicativo 40-50 €) al collo, perché "ha uno spettro d'azione fino a un metro-un metro e mezzo", con clienti che hanno tratto ottimi risultati semplicemente indossandola.
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