È la terza lezione del modulo di Laura Pirotta — psicologa del benessere e naturopata — e apre un blocco nuovo. Le prime due lezioni (8 e 29 novembre) erano dedicate al linguaggio: le parole che ammalano e che trasformano, i marcatori somatici, il reframe. Qui si passa dal cosa dice al chi lo dice: l'identikit del paziente, cioè l'identità che sta dietro le parole. Il blocco proseguirà con l'analisi transazionale di Eric Berne (stati dell'io bambino / adulto / genitore) nelle due lezioni successive, per chiudere alla sesta con una sintesi generale.
Il cuore della lezione è che lo stesso sintomo non corrisponde allo stesso bisogno: due persone che dicono "non posso più andare avanti così" possono chiedere riposo, sostegno, visibilità o controllo, e ognuna richiede una relazione diversa. L'identikit non è una diagnosi né un'etichetta: è una bussola relazionale che permette al professionista di lavorare "sartorialmente", cucendo il percorso addosso alla persona insieme alla persona. Pirotta presenta i cinque criteri dell'identikit (linguaggio, carico emotivo, relazione richiesta, bisogno implicito, ruolo narrativo), i quattro profili narrativi principali (iperrazionale, emotivamente travolto, vittima, super-performante), i tre livelli di ascolto (contenuto / forma / corpo) e l'errore più comune del "professionista bravo": rispondere al contenuto — spiegazioni e strategie — prima di aver accolto il bisogno. La lezione include un'esercitazione in coppie (10 minuti di dialogo paziente-professionista, in cui chi ascolta non può correggere, riformulare, spiegare o proporre strategie, più 5 di feedback) e si chiude con la parola-chiave del giorno: esserci.
Laura Pirotta conduce la sessione online da Monza in una mattinata di gennaio (−5 °C, il freddo è tema ricorrente delle chiacchiere iniziali con i partecipanti collegati da Lecce, Roma, Sardegna). È la prima lezione dopo la pausa natalizia — le prime due erano state accorpate perché trattavano lo stesso tema linguistico. Il taglio resta quello di una lezione formativa per professionisti della relazione d'aiuto: psicologi, naturopati, bio-hacker, osteopati, fisioterapisti, massaggiatori, coach del respiro. Pirotta usa la parola "paziente", precisando che a seconda del lavoro può diventare "cliente": la nomenclatura conta poco, conta che davanti c'è una persona che porta un disagio.
Un tema introduttivo importante è che il disagio nella relazione è bidirezionale: capita a tutti di avere pazienti con cui nasce subito un feeling e altri che attivano meccanismi inconsci di fastidio, o che superano i confini professionali (il messaggio la domenica sera con la pretesa di risposta, la ex paziente che la ricontatta a Natale per venderle contenitori di plastica). Riconoscere questi meccanismi in sé stessi fa parte del lavoro tanto quanto leggerli nell'altro.
La sessione ospita anche un'esercitazione pratica in sale separate (Zoom breakout), con i tipici attriti organizzativi del live (partecipanti rimasti fuori dalle stanze, qualcuno collegato mentre lavora), e si chiude con il debrief in plenaria e l'anticipazione del calendario: 7 febbraio, 7 marzo, 21 marzo.
Le prime due lezioni hanno riguardato la parola: come parla il paziente, come parliamo noi con lui. Ora si scende sotto: dietro la stessa frase — "devo farcela per forza" — c'è un mondo diverso per ogni persona, e per capirlo bisogna guardare l'identità, l'atteggiamento, la comunicazione non verbale. Il blocco si articola in tre lezioni: oggi i profili narrativi, poi due lezioni sull'analisi transazionale di Eric Berne (le tre personalità che ci abitano: bambino, adulto, genitore), infine una sesta di sintesi.
Recap veloce dei somatic markers e degli organi bersaglio tipici: chi somatizza sull'apparato gastrointestinale (gastrite, reflusso), chi su spalle e braccia, chi su gambe e articolazioni. L'apparato muscoloscheletrico comunica movimento e intenzionalità: le gambe dicono l'andare verso il futuro, un progredire; le braccia dicono il fare (chi ha una tendinite o un braccio immobilizzato non riesce a scrivere, digitare, mangiare — cioè a fare). Stessa informazione clinica, comunicazioni diverse: il compito è leggere chi abbiamo davanti.
Il paziente cerca con noi un tipo di relazione, e a volte ne forza i confini. Pirotta racconta la propria scelta di lasciare il numero personale ai pazienti seguiti nel sostegno psicologico, chiedendo feedback concreti sui compiti concordati ("mandami la foto di quando riesci ad andare a mangiare il gelato con tuo figlio"); ma c'è chi scrive il sabato sera pretendendo risposta la domenica. Il punto non è solo il confine: è capire perché quella persona cerca quel tipo di relazione. Vale anche per gli operatori che toccano il paziente, con cui certe persone instaurano una relazione diversa da chi mantiene un distacco netto.
Prendendo la frase "non posso più andare avanti così", i bisogni possibili sono almeno quattro:
Il trattamento cambia radicalmente a seconda del bisogno. Esempi corporei portati anche dai partecipanti: il bisogno di sostegno si vede in un apparato muscoloscheletrico debole, in una pressione bassa, in svenimenti (il caso della paziente con "svarioni" improvvisi, passata da pronto soccorso, glicemia e ipotesi diabete, che verbalizzava "non riesco a stare in piedi, non riesco a tenermi su"). Il bisogno di controllo si tocca con mano: spalle e collo come una corazza, mal di testa, oppure una stipsi con pancia rigidissima, dura e gonfia — trattengo tutto, non mi espongo, non voglio perdere il controllo.
Da qui la regola operativa: sul controllo si lavora sul lasciare andare; sul sostegno non si può dire "lascia andare", altrimenti la persona cade — bisogna prima sostenere, costruire struttura e architettura anche relazionale. Pirotta arriva a lavorare in modo molto concreto: mettersi a tavolino e fare la to-do list delle relazioni possibili (un corso di ballo, volontariato in chiesa o in canile, uno sport) per costruire una rete di sostegno.
Due esempi affiancati mostrano la differenza:
Sulle metafore belliche Pirotta ribadisce la posizione delle lezioni precedenti, estendendola alle malattie importanti come il cancro: non funzionano, salvo rari casi, perché innescano un meccanismo fisiologico inefficace. La malattia va accettata e accolta per quello che è, dentro un percorso per ritrovare sé stessi. Col combattente si lavora bene dandogli cose da fare, senza alimentare il linguaggio di guerra.
Le emozioni che questi pazienti portano — non subito — sono tipicamente paura (di non risolvere, di dover convivere con quel dolore), rabbia (per una diagnosi sbagliata, per chi aveva detto che non era niente), vergogna (il trentacinquenne sportivo che si vergogna del ginocchio malandato mentre gli amici vanno a sciare), tristezza. E i bisogni: controllo, sicurezza, ascolto, riconoscimento, autonomia — c'è chi esplicita subito "non voglio diventare dipendente da te, dammi esercizi da fare da solo". Pirotta lo racconta anche da paziente: in cura dall'osteopata per una tendinite al braccio, ha chiesto esercizi per i periodi in cui non riesce a venire ogni settimana (fermo restando che all'inizio la continuità è fondamentale).
Il paziente racconta i sintomi e noi partiamo subito con spiegazioni — "il momento Piero Angela": il neurone, la sinapsi, il potenziale d'azione — oppure con strategie. Sbagliato in entrambi i casi: la prima cosa da fare è l'anamnesi, cioè domande di precisione, senza spiegare e senza prescrivere. "Chi domanda comanda" — massima dei corsi di neuromarketing che vale ovunque, perché il cervello è sempre quello: chi fa domande di precisione riesce poi a costruire il vestito giusto.
Il bisogno, all'inizio, non è la spiegazione né la strategia: è "ho capito, ti vedo, ti credo". Ti credo che hai la fibromialgia, ti credo che non stai bene, ti credo che hai paura che ritorni — soprattutto per chi si è sentito dire, dopo gastroscopia o colonscopia negative, che "è tutto a posto, è una questione di testa". Solo dopo si trasmette l'idea che si cambia passo per passo; Pirotta preferisce la metafora del percorso/cammino, che indica una volontà bilaterale, un andare insieme verso.
A cosa serve allora l'identikit? A non intervenire troppo presto. Pirotta racconta di esserci arrivata con fatica: veniva dal marketing e dall'azienda, era "molto performer" come psicologa agli inizi, con la fretta di dare subito la soluzione; ci sono voluti la scuola di analisi transazionale e il confronto con colleghi più esperti per togliere quella performance. E se arriva un paziente che si aspetta tutto e subito, non si può cambiargli l'idea, ma lo si può accompagnare a capire che non è possibile. Digressione culturale: siamo passati dall'aspettare ore davanti a MTV la canzone preferita, o mesi il telefilm americano, all'on demand — è naturale che i più giovani si aspettino la bacchetta magica. Alla paziente delle cinque psicologhe che le chiedeva di essere "aggiustata", Pirotta ha risposto: "io non aggiusto nessuno". Fa una selezione, lavora per obiettivi, e se capisce di non poter aiutare a raggiungere quell'obiettivo si ferma — non per svalutare la persona, ma per non prendere soldi inutilmente. E lo dice anche al contrario: i pazienti danno valore, relazione, amore, accoglienza; non è un rapporto a senso unico.
Il principio riassuntivo: con calma, meno performer, più presenza. "Quando capisci da dove parla una persona, metà del lavoro è già fatto."
Il cervello, nota Pirotta, è bizzarro: prende moltissime decisioni in modo irrazionale, "di pancia", ma quando si siede davanti a te diventa iperrazionale. Il profilo tipico è quello del taccuino: arriva con tutto ordinato, l'elenco puntato, a volte manda la mail il giorno prima con i punti. Linguaggio ordinato, preciso, tecnico; è uno che va a cercare informazioni ovunque — ChatGPT, il personal trainer, il manuale di anatomia. Non nomina nulla di emotivo, ha una postura molto rigida e impostata, respiro alto e poco profondo. La frase-firma: "ho fatto tutti gli esami, mi dica cosa devo fare".
Dal punto di vista dell'alleanza terapeutica è il più facile da alleare, a una condizione: che trovi spiegazioni. Vuole sapere perché troppi zuccheri peggiorano il meteorismo, chiede libri e video-lezioni da approfondire, vuole conoscere il percorso passo per passo ("cinque sedute, nella prima facciamo questo…") e si scrive tutto. È anche uno che esegue gli esercizi.
Il rischio del professionista è restare sul suo stesso piano: se sei iperrazionale anche tu, rimanete lì. Il compito è fare uno step in più e contattare la parte emotiva, con calma e con i tempi che il paziente indicherà: "come ti senti?", "che emozioni stai provando mentre ti tocco qui?", "cosa hai provato quando hai vissuto quella cosa?". È una goccia che cade: spesso sfuggono come anguille e riportano tutto sulla razionalità; si insiste senza pedanteria, goccia dopo goccia, finché non si fidano abbastanza da aprirsi. Il momento in cui l'iperrazionale — rigidissimo, che parlava di Inter e Milan — scoppia a piangere mentre gli si tocca il piede o il collo è "la cosa più bella che possa succedere": lo si lascia sfogare, anche se in quel momento non sa descrivere le proprie emozioni. E poi si nota ad alta voce: "mentre mi racconti questo il tuo corpo è molto teso — succede anche fuori da qui? Dove lo senti nel corpo? Come lo descrivi?".
L'esatto opposto: arriva carico a pallettoni di emotività, piange subito (la paziente che non fa in tempo a sedersi: "dottoressa, ho portato i fazzoletti"). Il primo racconto è un caos senza ordine logico. Respiro corto, agitazione, pianto facile, gesticolazione, ipercinesia; verbalizza "non ce la faccio più", "è tutto un caos", "è tutto troppo", "sono sovraccarico". Il colitico che "sbrodola" è tipico di questo profilo.
Il bisogno implicito è il contenimento — ma non subito: nella prima seduta quella persona ha bisogno di tirare fuori il vaso di Pandora, anche in modo incomprensibile, e va lasciata fare. Se col profilo 1 il lavoro è scendere verso emozioni e pulsioni, qui il lavoro è opposto: razionalizzare gradualmente. A sbrodolata finita: "ok, fermiamoci, step by step — cosa è successo prima, cosa dopo". Pirotta usa spesso la linea del tempo, una razionalizzazione anche visiva che aiuta a riprendere in mano il caos e fa riemergere pezzi rimossi. L'immagine che propone: il paziente rovescia sul tavolo i pezzi di un puzzle alla rinfusa, e il lavoro è sedersi insieme e decidere quale pezzo mettere per primo.
Prima ancora, però, c'è la protezione del professionista: davanti a un travolto le reazioni possibili sono farsi travolgere a propria volta, andare in flight (scappare) o in freeze. Difendersi è legittimo; Pirotta cita il fiore di Bach Walnut come "fiore della protezione dei professionisti", una schermata di fronte ai pazienti o alle situazioni che possono travolgerci o riattivare un nostro trauma. (Annuncia un corso sui fiori di Bach tra settembre e ottobre.)
Il "classicone": vengo da lei dottoressa, ma non è che ci creda molto, ormai non posso più fare niente, sono vittima del sistema, sono un caso perso. Oppure: lei è l'ultima chance. Arriva demoralizzato, spento, stanco, con la storia di chi non gli ha creduto ("mi hanno detto che è tutto nella mia testa"). È tutto molto faticoso.
Il bisogno è essere guardato con gli occhi dell'accoglienza, essere visto e accolto nella propria fatica. Ma la vittima guarda il problema e non la soluzione, e il lavoro è accompagnarla a girare il focus: il problema c'è, lo vedo, lo accolgo — e adesso ti accompagno a girarti verso le soluzioni. "Quali soluzioni possiamo trovare insieme?"
È il profilo che nel mondo del biohacking si incontra spesso: sportivi, ex agonisti, persone formate sulla performance, abituate a "portare a casa efficacemente ed efficientemente" ciò che vogliono. Il performante si aspetta che siate performanti anche voi: ti chiede se vai in palestra, se usi la fotobiomodulazione, perché ha bisogno di sentirti allineato. La metafora: chi deve fare una dieta non va da un nutrizionista in sovrappeso, va da quello che fa Hyrox o il gareggiante.
È uno che esegue benissimo, ma il rischio è l'ossessività — ben visibile anche nel mondo dei bio-hacker. Il lavoro è non alimentarla: lasciare spazio al giorno jolly, allo sgarro, alla libertà di scelta, all'"opportunità di concedersi". Il bisogno implicito è la legittimazione del limite: il performante non accetta di non riuscire, non accetta il disturbo, non accetta che con quel ginocchio forse non è il caso di fare Hyrox o di sciare fuoripista. Va aiutato a contenere e delineare i propri limiti. Sul piano emotivo è spesso poco contattabile: chi punta molto su forma fisica e apparenza tende a riversare lì le proprie fatiche per non contattare la parte più interna di sé.
Nota sui profili: non sono fissi. Un iperrazionale può aprirsi improvvisamente, e la combinazione iperrazionale + performativo è frequente; è invece difficile che un emotivamente travolto sia un performer, perché gli sportivi tendono a essere rigorosi, rigidi e disciplinati. In ogni caso, riconoscere un profilo non è fare diagnosi — quella la fa lo psichiatra: è scegliere il modo di entrare in relazione.
Per chi fatica a connettersi con la parte sintomatica, funziona il disegno: a una paziente che non riusciva a spiegare la propria ansia Pirotta ha chiesto di disegnarla, e ne sono usciti due disegni — un groviglio di cavi elettrici (come le collanine aggrovigliate) e il triangolo giallo di warning col punto esclamativo. Attraverso i disegni è riuscita a spiegarla.
Un'ultima osservazione sul "sto bene" detto chiuso, con una spallata: Pirotta risponde "non mi hai proprio convinta, sai", poi si ferma e sta in silenzio. Se non scappano nella razionalità, dopo il silenzio ripartono — e se copriamo quel silenzio, quella parte più intima non viene intercettata.
Le sensazioni che il corpo del paziente — e il vostro — restituiscono non vanno né ignorate né razionalizzate subito (niente modellino anatomico e "dunque, L2…" se non lo chiede). Il passaggio giusto è: notare la sensazione (qui c'è un blocco, una forte contrattura), sospendere il giudizio, usarla come bussola: "mentre mi racconti questo sento molta tensione. Punto. Vediamo cosa ci dice". Spesso è il paziente stesso a chiedere perché, e da lì inizia a raccontare.
Vale anche per il controtransfert: durante un racconto poco carico emotivamente, fermarsi e chiedersi cosa mi rimanda questa cosa, che sensazioni sto provando davanti a questa persona. Capita di percepire che qualcuno non è del tutto autentico, o che vorrebbe dire qualcosa ma non ce la fa in quel momento: lì servono pazienza e voglia di ascoltare, perché quando sentono di poter parlare, parlano.
L'esercitazione, in stanze separate, dura 15 minuti: 10 di dialogo (uno fa il paziente e porta un sintomo reale — proprio o di un proprio paziente — o una difficoltà relazionale/emotiva; gli altri fanno il professionista o l'osservatore) e 5 di feedback reciproco. Regole per chi ascolta: non correggere il linguaggio, non riformulare, non dare spiegazioni, non proporre strategie. Solo osservare e annotare parole chiave, ripetizioni, metafore, emozione dominante, e il corpo — senza interpretarlo. Anche chi fa il paziente osserva il professionista.
Domande di debrief: quanto è stato difficile non intervenire? Cosa succede nel corpo quando non rispondi subito? Avete notato bisogni diversi dietro parole simili? Pirotta condivide la propria fatica iniziale: stare zitta, resistere alla necessità di riempire i vuoti con le parole. Dai partecipanti emergono i due lati: chi ha fatto il paziente si è sentita a proprio agio ed è arrivata a visualizzare una soluzione che pure aveva già considerato ("me l'ha messa davanti"); chi ha fatto la professionista racconta di aver ascoltato senza interrompere, cogliendo il problema da voce e postura, e di essersi limitata a un suggerimento sulla presenza — momenti piccolissimi durante la giornata, anche mentre si lavano i piatti, per uscire dalla ruminazione e calmare la mente.
Il messaggio finale è che le fatiche vanno colte anche in noi: a volte ci dimentichiamo di quelle che viviamo nella relazione, quando qualcuno attiva in noi fastidio, paura, preoccupazione o ansia da prestazione (tipica con i performer, che si aspettano una performance anche da voi).
La parola-chiave della lezione è esserci: con la testa, il cuore, l'anima. Non richiede molto sul piano del verbale o del fare, richiede presenza — ed è spesso ciò che distingue il professionista che ha la fila fuori dallo studio da quello che non ce l'ha: sa accoglierti, starti al fianco, prenderti per mano e conoscere i tuoi bisogni, camminando insieme e costruendo un vestito che non può essere uguale per tutti. "Non tutti i pazienti che hanno ansia hanno gli stessi bisogni."
La prossima lezione entra nell'analisi transazionale (bambino / adulto / genitore) applicata alla relazione paziente-professionista, con il suggerimento di lettura preparatoria: Thomas Harris, Io sono OK, tu sei OK.
Le cinque domande da farsi su ogni nuovo paziente
Come rispondere a ciascun profilo
| Profilo | Segnali | Bisogno | Mossa del professionista | Rischio |
|---|---|---|---|---|
| Iperrazionale | taccuino, elenchi, faldoni, linguaggio tecnico, postura rigida, respiro alto | sicurezza, spiegazioni, controllo di ogni step | dare spiegazioni e poi contattare l'emotivo goccia a goccia ("come ti senti mentre tocco qui?") | restare anche noi sul piano razionale |
| Emotivamente travolto | pianto immediato, racconto caotico, respiro corto, ipercinesia, "è tutto troppo" | contenimento (ma dopo lo sfogo) | lasciar uscire il vaso di Pandora, poi razionalizzare step by step, linea del tempo, "quale pezzo del puzzle per primo?" | farsi travolgere, o andare in flight/freeze |
| Vittima | "sono un caso perso", "lei è l'ultima chance", demoralizzato, "non mi hanno creduto" | essere visto e accolto nella fatica | accogliere il problema e poi girare il focus verso le soluzioni possibili | restare fermi sul problema con lui |
| Super-performante | sportivo, esegue tutto, chiede se anche tu sei performante, tendenza ossessiva | legittimazione del limite | contenere l'ossessività, concedere il giorno jolly e lo sgarro, delineare i limiti | alimentare l'ossessione; ansia da prestazione nel professionista |
Regole di conduzione
Esercizio (riproducibile in autonomia, in coppia): 10 minuti in cui uno porta un sintomo o una difficoltà reale e l'altro solo ascolta — vietato correggere il linguaggio, riformulare, spiegare, proporre strategie — annotando parole chiave, ripetizioni, metafore, emozione dominante e segnali corporei (senza interpretarli); poi 5 minuti di feedback reciproco. Domande di debrief: quanto è stato difficile non intervenire? Cosa è successo nel tuo corpo mentre trattenevi la risposta? Hai riconosciuto bisogni diversi dietro parole simili?