La sessione ruota attorno a un caso studio che un partecipante sta preparando per l'esame: una donna di cinquant'anni, alta 160 cm e di 95 kg, che ha come obiettivo condiviso i 60 kg e che nelle prime due settimane di percorso ha già perso tre chili. La domanda portata all'aula non riguarda il dimagrimento in sé, ma un suo possibile effetto collaterale: come prevenire la lassità e la flaccidità della pelle in una perdita di peso importante, senza dover ricorrere alla chirurgia estetica.
Attorno a questa richiesta molto concreta Tony costruisce due lezioni parallele. La prima è tecnica e riguarda la ricomposizione corporea: non basta svuotare gli adipociti, bisogna compensare i volumi persi con massa muscolare, monitorare il ritmo della perdita di peso e intervenire quando è troppo rapido. La seconda, che occupa la parte più lunga della sessione, è deontologica: il biohacker non è un nutrizionista, non può mettere le mani sulle calorie, e proprio per questo deve conoscere l'enorme spazio di manovra che gli resta.
Ricordatevi di non mettervi a fare il lavoro degli altri. Se non siete dottori, fisioterapisti, nutrizionisti, non mettetevi a fare una roba che vi può creare dei problemi. Stringete delle collaborazioni, delle sinergie con altri professionisti che siano allineati alla vostra mentalità di biohacker.
Da metà sessione il discorso prende una piega inattesa e vira sul ruolo educativo del professionista. Una partecipante racconta il proprio percorso da cliente con un biohacker personal trainer del gruppo, e il racconto diventa il caso studio più prezioso della giornata: nessuna parola su esercizi o tecnica, un'ora quasi interamente di ascolto attivo, e solo negli ultimi minuti una scheda tanto semplice da essere impossibile da non fare. Il risultato è che la cliente, da sola, ha poi aumentato carichi e sedute.
La parte finale risponde a due domande più tecniche, tenute volutamente brevi: la differenza tra frequenza cardiaca massima e VO2max nel definire le zone di allenamento (con l'invito a lasciare i test manuali ai preparatori atletici e a fidarsi dei dispositivi), e le strategie di biohacking per accelerare la guarigione da un'influenza, dove Tony parla dichiaratamente per opinione ed esperienza personale, non da docente.
Sessione condotta da Tony Manfron con oltre venti partecipanti collegati, alimentata come sempre dai casi studio raccolti nel gruppo Facebook del corso: Tony li rilegge in diretta, li commenta e li usa come materiale d'aula. La giornata è particolarmente ricca di domande, ma la discussione si dilata talmente sul primo caso che molte restano in coda alla settimana successiva — una scelta che Tony rivendica esplicitamente in chiusura, perché il tema meritava di essere approfondito.
Il caso studio principale è portato da Stefano, che sta lavorando alla propria tesi per la sessione d'esame di ottobre. Il metodo è quello consueto: prima di rispondere, Tony chiama in causa i partecipanti — in particolare Daniele, personal trainer e prossimo all'esame — per far emergere l'approccio dell'aula; poi interviene per correggere il tiro, e infine cede la parola a Ginevra, che ha un background di chirurgia plastica ricostruttiva e molta esperienza di chirurgia post-bariatrica, cioè esattamente la competenza verticale che il caso richiede.
Il valore aggiunto della sessione sta proprio in questa stratificazione: la stessa domanda riceve una risposta da personal trainer, una da biohacker e una da chirurgo, e Tony le tiene insieme mostrando dove finisce il perimetro di ciascuno.
I dati del caso sono espliciti e Tony invita l'aula ad annotarli: donna, 50 anni, 160 cm, 95 kg, tre chili già persi in un paio di settimane di consigli di biohacking, obiettivo condiviso di 60 kg in un orizzonte di sei mesi-un anno. La domanda di Stefano è se l'approccio impostato sia corretto — un programma centrato su ottimizzazione del sonno, gestione dello stress e cambiamento delle abitudini alimentari — e se esistano accorgimenti per evitare l'inestetismo della pelle in eccesso.
Tony fa notare subito una cosa importante sul piano metodologico: Stefano sta ragionando su un problema che non è detto si presenti nella forma temuta. Il timore è che la cliente perda quindici chili in un mese e mezzo e si ritrovi con inestetismi; la vera risposta non è un rimedio, ma una gestione del ritmo perché quello scenario non si verifichi.
Daniele espone la strategia che adotterebbe. Partirebbe da analisi ormonali e del microbiota, per capire in modo indiretto anche come dorme la persona e in che stato è l'intestino. Chiederebbe poi un diario alimentare di quindici giorni — che cosa mangia e a che ora — per risalire alle calorie effettivamente assunte, e su quella base imposterebbe un dimagrimento progressivo, togliendo inizialmente solo 200-300 calorie, così da non perdere peso troppo rapidamente.
Osserva inoltre che una persona sedentaria di 95 kg, nella prima fase, perde soprattutto liquidi, non grasso. Sul fronte del movimento inserirebbe un paio di sedute di pesi a scopo di tonificazione, proprio in funzione anti-flaccidità, valutando poi come il corpo risponde. Sa infine che le diete tendono ad andare in stallo: a quel punto o si riduce ulteriormente, se c'è margine, oppure si concede una settimana di ricarica calorica per evitare che il corpo si assesti.
Tony convalida l'impianto — concettualmente è una strategia che può funzionare — ma è proprio da qui che parte il richiamo deontologico.
È il passaggio più netto della sessione. Sulle calorie, avverte Tony, può mettere bocca solo il nutrizionista o il dietologo; il dietista, aggiunge, potrebbe non poterlo fare nemmeno lui. Chi non è abilitato non imposta diete, punto.
Se io non sono nutrizionista, non mi metto a fargli la dieta al cliente. Non sto dicendo che lo state facendo: vi voglio trasmettere il concetto. Attenzione a quello che facciamo.
Il richiamo non è una rinuncia, ma un invito a costruire alleanze. Tony immagina, entro un anno o due, un vero ecosistema di professionisti formati con la stessa mentalità: il biohacker nutrizionista, il biohacker medico, il biohacker fisioterapista, il biohacker operatore olistico. La logica del Biohacking Campus come hub — quartiere generale, quello che una volta era l'ufficio o la bottega — è esattamente questa: creare specialisti forti su singoli aspetti, che possano allearsi con il centro oppure tra loro.
Ricordatevi che da soli non si va in nessuna parte. Da soli potete fare le vostre consulenze, potete guadagnare benissimo, e va benissimo: non vi sto dicendo che dovete per forza collaborare con qualcuno. Però se volete costruire qualcosa di più completo, le alleanze sono la chiave.
Nel caso concreto, Stefano annuncia proprio questo: una collaborazione con Nicola per la preparazione del piano di allenamento, mentre sulla parte sonno si sente autonomo.
Il nodo tecnico della prevenzione degli inestetismi è la differenza tra perdere peso e ricomporre il corpo. Tony la spiega con un paragone che ammette essere brutto ma efficace: il sacco nero dell'immondizia, quando è pieno, è teso, liscio e lucido; se lo si svuota, diventa flaccido e sgradevole.
Nel mentre che gli adipociti della persona si stanno svuotando di grasso e di trigliceridi, io devo andare a compensare i volumi con la massa muscolare. Per quello si chiama ricomposizione corporea. Altrimenti si chiama semplicemente perdere peso.
Il punto deontologico ritorna: un percorso di ricomposizione corporea in senso pieno non lo si può proporre da soli, perché tocca l'alimentazione; lo si può fare in alleanza con un nutrizionista. Ma la perdita di peso, chiarisce Tony, si ottiene anche solo con il biohacking.
L'elenco che Tony dispiega è la parte più operativa della sessione, e serve a smontare l'idea che senza la leva calorica non resti nulla in mano:
Sul movimento Tony fa una precisazione fisiologica: si dimagrisce sia ad alta sia a bassa intensità, ma lavorando a bassa intensità — il famoso Z2 — si insiste sul substrato energetico più vicino a un effetto lipolitico. Inserire attività blanda permette di creare un taglio calorico indiretto senza mai mettere mano al piatto della cliente.
Sul microbiota il dato è sorprendente e Tony lo porta come esempio del fatto che le leve non-caloriche funzionano:
Uno, semplicemente lavorando sul microbiota e riportando l'intestino in eubiosi, migliorando l'assimilazione dei nutrienti, perde quattro, cinque, sette chili tranquillamente. Solo perché ha una macchina che funziona meglio.
Sul TRE l'indicazione è graduale: se la cliente ha una finestra alimentare che va dalle 7 del mattino alle 11 di sera, si comincia a portarla dalle 8 alle 20, cioè su un 12-12. Unito ai passi e al miglioramento del sonno, questo produce già una gestione migliore della glicemia, un riassetto ormonale e un'attenuazione della fame nervosa o emotiva. Anche qui il diario alimentare resta uno strumento legittimo per il biohacker — «scrivimi per due settimane tutto quello che mangi, e soprattutto a che ora» — perché registra comportamenti e orari, non prescrive razioni.
Ci sono talmente tante robe che si possono fare: non è che se non mettiamo bocca sulle calorie non ce ne frega niente. Ci sono diecimila modi per avere dei risultati. La società ci ha portato a pensare che dipenda tutto dalle calorie.
Tra i suggerimenti arrivati dal gruppo Facebook, Tony riprende quello di Alberto sulla fotobiomodulazione come supporto alla pelle durante il dimagrimento, oltre a proposte di integrazione mirata (il nome commerciale citato non è chiaramente distinguibile nella registrazione).
Il concetto che Tony vuole far passare, al di là delle singole strategie, è quello del monitoraggio continuo e dell'adattamento: il biohacking è misurare il progresso — o il non progresso — e correggere.
I primi tre-quattro chili, ricorda, sono in larga parte acqua. Il segnale d'allarme è la persistenza: se anche la seconda settimana la cliente perde quattro chili, il percorso non va bene e bisogna correre ai ripari, come farebbe un nutrizionista aggiustando la dieta verso l'alto. Il rischio è quello della persona che dal divano passa dall'oggi al domani a un taglio calorico più movimento più nuove strategie: un cambiamento troppo rilevante, e quindi insostenibile.
Le persone fanno anni di inattività, e poi il giorno in cui trovano la motivazione pretendono di ottenere in settimane risultati con metodi aggressivi che però non sono sostenibili negli anni. Noi invece dobbiamo avere un metodo sostenibile negli anni, per ottenere risultati non dico in settimane, ma in mesi: l'ottica deve essere sempre quella di lungo termine.
Sul piano degli strumenti, Stefano ha già indirizzato la cliente su due misure: una bilancia impedenziometrica, perché oltre a quanto pesa conta come pesa (massa muscolare molto carente rispetto a una massa grassa molto alta), e il monitoraggio della glicemia, così che prendendo coscienza di quali cibi le causano i picchi possa autoregolarsi anche senza il nutrizionista.
Un dettaglio del caso diventa un tema a sé. La cliente ha mantenuto la sua routine presonno: guarda il cellulare, controlla l'andamento dei propri bitcoin, scorre i social, appoggia il telefono sul comodino, non riesce ad addormentarsi e riprende il telefono. Stefano ha dovuto ribadire la regola: quella roba va lasciata un'ora prima, meglio due, di andare a dormire.
Rosa, dal gruppo, coglie il punto più profondo: l'attenzione della cliente verso la propria situazione finanziaria e l'attività social segnala un tema di emozioni e livello di stress su cui indagare. Tony la elogia e rilancia con un'osservazione personale, aggravata dalla volatilità del mercato delle criptovalute:
La cosa peggiore che puoi fare è guardare il conto corrente prima di andare a dormire. Se questa si mette a guardare i bitcoin, che sono come una montagna russa da un minuto all'altro, figurati quando è che dimagriamo.
Il parallelo che Stefano porta è quello dei propri clienti in prossimità delle scadenze fiscali: chi deve pagare le tasse, a fine giugno o a fine luglio, entra in uno stato di allerta che si riflette sul sonno. La conclusione operativa è che una variabile emotiva non gestita può bloccare l'intero percorso, e che nella scala delle priorità va affrontata prima delle rifiniture.
Ginevra interviene con una competenza specifica: chirurgia plastica ricostruttiva, con molta pratica post-bariatrica — addominoplastiche, brachioplastiche, riposizionamenti su persone che avevano perso trenta, quaranta, cinquanta chili. Il suo giudizio è netto e non consolatorio.
Un po' di lassità è inevitabile che la sviluppi, questa signora. È inevitabile, perché tu vuoi farle perdere all'incirca 35 chili.
Se quella lassità sarà recuperabile o richiederà la chirurgia, questo resta da vedere, perché la capacità di retrazione della pelle dipende in buona parte dalla genetica, e su quella non si può lavorare. Su tutto il resto invece si può, e Ginevra conferma i suggerimenti già emersi aggiungendone di propri:
Su questo ultimo punto emerge un dato anamnestico decisivo: la cliente ha subito l'asportazione dell'utero a quarant'anni per una serie di fibromi, non ha più il ciclo e non assume farmaci. Ne consegue una ridotta produzione di estradiolo e progesterone, ormoni fondamentali nel mantenimento del trofismo e dell'elasticità della cute; l'ideale, osserva Ginevra, sarebbe un supporto con ormoni bioidentici. In parallelo è probabile anche una carenza di ormoni androgeni, che disegna il quadro di una obesa sarcopenica: eccesso di massa grassa e difetto di massa magra. Da qui la doppia indicazione: le strategie di biohacking per aumentare la massa muscolare funzionano, e un eventuale supporto androgenico — di competenza medica — migliorerebbe molto il processo, contribuendo a prevenire un inflaccidimento eccessivo.
Il consiglio finale è di comunicazione, non di tecnica:
È impossibile che a cinquant'anni, in menopausa da dieci, con una prospettiva di oltre trenta chili da perdere, anche con un dimagrimento perfetto e con tutte le strategie migliori, la pelle si ritragga perfettamente. Diglielo già adesso, metti le mani avanti, in modo tale che poi lei non abbia sorprese.
Nel corso dello scambio Ginevra si preoccupa anche di verificare che il caso sia seguibile: appurato che la cliente non ha una patologia in corso e non è in terapia, il perimetro resta legittimo.
La sessione cambia registro quando Lucia chiede la parola. È farmacista, cinquantatré anni, si occupa di nutrizione, e sta seguendo il percorso longevity con Giuseppe, uno dei biohacker personal trainer del gruppo. Racconta di essere stata un caso difficile per ragioni opposte a quelle solite: massa magra e massa grassa già ottimizzate, autotracciamento costante, test sul microbiota a posto, nessun peso da perdere — quindi nessuna leva motivazionale su cui il professionista potesse fare presa, e per sua ammissione una pigrizia radicata mai affrontata.
Il modo in cui Giuseppe ha lavorato è il cuore del racconto. Non ha parlato di movimento, non ha spiegato come si esegue uno squat, non ha aperto il discorso tecnico: ha fatto ascolto attivo, lasciando che Lucia esponesse per intero tutti i propri alibi — orari, lavoro, molteplicità di attività, un trasloco in corso. Poi le ha chiesto cosa stesse già facendo, e le ha fatto notare che gli interventi già introdotti sull'igiene del sonno erano molto più rilevanti dei dieci minuti di allenamento che non riusciva a incastrare.
Solo dopo ha aperto l'agenda insieme a lei per cercare fisicamente quei dieci minuti, e le ha consegnato una scheda che Lucia definisce «a prova di scemo»: due sedute settimanali identiche, dieci squat, dieci jumping jack, dieci minuti il lunedì e il giovedì, più la camminata che lei già faceva andando al lavoro.
Mi ha dato una cosa così semplice da fare che era impossibile da non fare. Ed è stato proprio l'educazione.
Il risultato è quello che Tony si ferma a far analizzare all'aula come una domanda d'esame: dopo qualche settimana è stata Lucia stessa a chiamare Giuseppe per dirgli che la scheda non le faceva più fatica, che aveva aumentato il numero degli esercizi e portato le sedute da due a tre. Perché è successo? La risposta che arriva dall'aula, e che Tony conferma, è una sola: la persona è diventata consapevole.
Da qui il messaggio centrale della sessione. Non basta consegnare la strategia, perché la strategia da sola è una ricetta, e la ricetta la scrive il medico su un foglietto senza spiegare nulla. Il biohacker deve sensibilizzare al cambiamento, e ha poche occasioni per farlo.
Io potevo prendere il mio libro e invece di scrivere 380 pagine potevo fare un PDF di una riga: «spegni la TV». Andava bene uguale. È quello il concetto, alla fine. Ma uno non lo fa. Quindi glielo devi spiegare, glielo devi argomentare, glielo devi far capire, in modo facile.
L'indicazione operativa è persino sulla ripartizione del tempo: investire la consulenza a far capire il perché delle cose, e dedicare gli ultimi tre minuti al «fai così, così e così, ci vediamo fra una settimana». Con un criterio di verifica: uscire dall'incontro solo quando si è sicuri che la persona abbia capito il perché.
C'è quella frase bellissima: le cose le sai, ma le fai? Tutti sanno che fare diecimila passi al giorno fa bene, ma chi è che lo fa? Tutti sanno che dovrebbero mangiare meno schifezze, ma chi è che lo fa?
Su un punto Tony è disposto a essere intransigente: i diecimila passi al giorno non sono negoziabili, per quanto banali e ovvi possano sembrare, perché non siamo costruiti per stare seduti; se la persona non è disposta a farli, il percorso insieme non ha basi. Ed è la stessa fermezza che applica al telefono la sera: se la cliente non è disposta a smettere di guardare i bitcoin prima di dormire, tanto vale interrompere.
Il primo dei due casi «facili» tenuti per la fine. La domanda è quale parametro usare per calcolare le percentuali che definiscono le zone cardiache — in particolare Z2 e Z5 — e se esistano test pratici per ricavarlo.
Tony premette che non è un argomento affrontato in verticale nel corso, e la sua risposta è deliberatamente sgonfiante: conviene risparmiarsi questo tipo di lavoro, che non si fa più, a meno di voler diventare preparatori atletici, mestiere che ha percorsi di studio propri. I dispositivi indossabili lo calcolano da soli: cita il Garmin come particolarmente efficace, e in diretta i partecipanti aggiungono che anche Oura ring e Apple Watch hanno introdotto il calcolo del VO2max.
Sul funzionamento del test automatico, l'indicazione pratica è precisa: si avvia una sessione, si fa un riscaldamento, poi si corrono sei-sette minuti alla massima velocità sostenibile, distribuita su tutto l'intervallo. L'errore tipico è partire troppo forte e crollare dopo un minuto; bisogna arrivare al sesto minuto senza avere ancora margine, altrimenti il calcolo si sballa. È qui che l'algoritmo del dispositivo mostra il suo vantaggio: compensa le varie tipologie di errore di chi non è pratico.
I test manuali storici vengono citati per completezza: il test di Cooper, in cui si corrono dodici minuti alla massima velocità sostenibile e si misura la distanza, da cui una formula ricava il VO2max; e il test di Conconi, in cui si parte blandi e si aumenta l'intensità ogni duecento metri o ogni trenta secondi fino al punto di cedimento, ricavando poi il valore per formula.
Anche qui Tony marca il registro: risponde come biohacker e non come docente, e su alcune cose — le dosi massicce di vitamina C, per esempio — precisa esplicitamente che l'efficacia non è dimostrata e che si resta in ambito di pareri.
Il suo protocollo personale, per esperienza, ruota su pochi elementi:
Sull'integrazione menziona vitamina C, vitamina D e NAC, e la possibilità — se si ha accesso al medico — di cocktail endovenosi per accelerare il recupero. Va segnalata la sua posizione dichiarata sui farmaci, presa in contrasto con certi eccessi ideologici dell'ambiente: è favorevole al farmaco quando serve.
Sull'allenamento la risposta è secca: in queste condizioni non ci si allena. Tony ammette di aver corso ripetute alle undici di sera e di essersi allenato con la febbre ai tempi delle gare, e riconosce che c'è chi continua ad allenarsi da malato e guarisce comunque, perché il corpo è strutturato per venirne fuori. Ma il criterio è l'obiettivo:
Se l'obiettivo è guarire, e tu sei in uno stato di malattia e di infiammazione, secondo te andare a creare ulteriore stress come può essere una buona idea?
Il corpo deve recuperare, e lo fa lasciando riposare il sistema digestivo e dormendo. Restano ammesse le attività propedeutiche a bassissimo impatto: lavoro sulla mobilità e sulla flessibilità, foam roller, palline, autotrattamenti. Escluse la palestra con i pesi e la corsa.
Due comunicazioni di servizio chiudono l'incontro. Sulle sessioni d'esame: chi non riesce a settembre le trova ad aprile, e chi non ha ancora ricevuto la mail la riceverà e risponderà a quella.
Su una richiesta di tirocinio, Tony distingue in base all'obiettivo: se si vuole sentire come si conducono le consulenze di biohacking non serve spostarsi, basta farsi mettere in contatto con i biohacker del gruppo e ascoltare qualche consulenza in call; se si vuole provare i trattamenti e vedere come si accolgono i clienti, meglio la sede di San Marino, mentre la sede in cui si trova lui è più orientata alla parte commerciale e al contatto.
Nel gestire un caso di perdita di peso importante
Nelle leve disponibili senza toccare le calorie
Nel rispettare il perimetro professionale
Nel condurre la consulenza
In caso di malattia acuta