Il cuore della sessione è un caso studio che Tony introduce con un termine di sua invenzione: debiohacking. Non si tratta di aggiungere pratiche, dispositivi o integratori a una persona che ne ha pochi, ma dell'esatto contrario — smontare, con metodo e senza traumi, l'impalcatura di un'ottimizzazione biologica diventata eccessiva. La cliente è una donna di 42 anni, ex atleta di alto livello, oggi a capo di una start-up nel settore del benessere tecnologico: cronometra, misura, integra e monitora tutto, e proprio per questo non sta più bene.
Il paradosso è netto e Tony lo lascia parlare da solo: la persona indossa quattro dispositivi di monitoraggio contemporaneamente, si sottopone ad analisi del sangue mensili, assume oltre venti integratori, fa crioterapia ogni mattina e sauna a infrarossi tre volte a settimana — e arriva chiedendo più dati, non meno. Chiede analisi dei telomeri e test proprietari di velocità di invecchiamento; Tony le dice di lasciar perdere. Il dato più significativo del caso non è un valore di laboratorio ma una frase: la cliente ha perso la capacità di ascoltare i segnali del proprio corpo.
Questa è la gente che si è ascoltata talmente tanto, e ha monitorato talmente tanto, che non sa più quello che sta facendo. Diventa una crisi d'identità, banalmente.
Da qui la lezione operativa che l'aula porta a casa, ripetuta da Tony in più forme: la chiave non è togliere, ma sostituire. Togliere di colpo i dispositivi a una persona che ci vive addosso è, nelle sue parole, come chiedere a un dipendente di smettere da un giorno all'altro senza alcun piano: la persona non lo fa, e se lo fa peggiora. Ogni sottrazione va accompagnata da una spiegazione — a un profilo analitico e pragmatico bisogna spiegare il perché — e da un sostituto che soddisfi lo stesso bisogno di misura, spostandolo però dal dato numerico alla sensazione.
Il secondo filo della sessione è il passaggio dall'agonismo all'impresa. Tony lo tratta come una transizione di identità, non come un problema tecnico: la persona ha conservato il carico di allenamento dei tempi agonistici (quindici ore a settimana) mentre lavorava dodici-quattordici ore al giorno, ha perso la rete relazionale che la squadra le garantiva e ha spostato la mentalità binaria dello sport dentro l'azienda. Quando la cliente parla di longevità, Tony risponde con una distinzione che la lascia in silenzio: passione e longevità camminano insieme solo fino a un certo punto, e un eccesso non si può overcompensare. Su tutto ciò che sfiora l'area psicologica ed emotiva, l'aula e Tony sono espliciti nel dichiarare il limite di competenza e nel prevedere una figura dedicata dentro il percorso.
Sessione condotta da Tony Manfron in videoconferenza, con una ventina di partecipanti collegati — Tony nota lui stesso un calo rispetto alle presenze abituali, dovuto al periodo estivo. La settimana precedente la registrazione era andata persa per un problema tecnico, e da alcune settimane non arrivano casi studio dagli allievi: per questo Tony ne porta uno proprio, avvertendo che l'esame finale è previsto entro un paio di mesi.
Il materiale del caso è la trascrizione automatica della call di onboarding fatta il giorno prima, riordinata da un tool di intelligenza artificiale e ripulita dai dati identificativi. Tony mette le mani avanti più volte: non ha avuto tempo di rileggerla, alcuni passaggi possono essere imprecisi e almeno uno lo indica esplicitamente come allucinazione del tool (un conteggio di parametri monitorati quotidianamente che lui stesso non riconosce). È un dettaglio metodologico importante: la fonte di questo caso è un riassunto automatico, non una cartella clinica.
Il formato è quello consueto del laboratorio: lettura condivisa del caso, venti minuti di lavoro autonomo dell'aula con scambio libero tra partecipanti, pubblicazione delle proposte nel gruppo del corso, poi lettura commentata delle soluzioni una per una. Prima del caso, Tony recupera due interventi liberi arrivati in apertura.
Una partecipante racconta di avere iniziato da pochi giorni un integratore per il sonno formulato da Tony e di avere ottenuto un effetto che non si aspettava: le vampate notturne azzerate quasi subito e quelle diurne ridotte a due o tre nell'arco della giornata. Tony le chiede di scrivere la propria esperienza nel gruppo del corso, con una motivazione onesta e doppia: un uomo di quarant'anni che parla di vampate non è credibile, e una testimonianza diretta serve sia a lui commercialmente sia alle altre donne che leggeranno.
Il razionale che offre è di formulazione: l'effetto sulle vampate non viene dall'ingrediente "atteso" per il sonno ma dal luppolo, che nel caso specifico definisce il vero game changer, affiancato dall'ashwagandha in forma titolata. Il punto di studio è che un integratore ben costruito agisce su più assi contemporaneamente, e che l'effetto principale per un cliente può non essere quello per cui il prodotto è stato acquistato.
Da lì Tony apre una parentesi sul mercato. Quando un'azienda sviluppa un integratore, lo sviluppa dentro vincoli economici: un margine da rispettare (indica come riferimento il 40%) e un budget per le materie prime che non deve superare una soglia molto bassa (attorno all'8%). La conseguenza pratica è visibile a chiunque guardi gli scaffali online: quasi tutti i prodotti a base di ashwagandha si fermano alla titolazione minima, e solo pochi salgono a percentuali superiori.
Tony non presenta questo come una malafede — «hanno ragione loro, sui loro prodotti ci devono mangiare e stipendiare persone» — ma come una logica diversa dalla propria: formulare guardando quanto principio attivo serve perché il prodotto funzioni porta a un prezzo di uscita più alto e a margini più stretti. Cita come contro-esempio un integratore per la menopausa, con ashwagandha a titolazione bassa ed estratto di limone, dove la posologia consigliata compensa la diluizione della materia prima.
Attenzione alle metriche. In questo passaggio Tony riporta un proprio dato notturno — una percentuale di sonno profondo intorno al 60% — letta dallo screen di un dispositivo indossabile. È un punteggio proprietario derivato da un algoritmo, non una stadiazione polisonnografica: le percentuali di fase del sonno non sono confrontabili tra dispositivi diversi e non vanno trattate come misure cliniche.
Un partecipante chiede se la fotobiomodulazione possa aiutare durante e dopo la gravidanza, in particolare sulla pelle sottoposta a distensione. La risposta è un caso da manuale di prudenza professionale: Tony dichiara di non avere casi seguiti, osserva che i riferimenti scientifici sono pochissimi e si colloca dichiaratamente in una zona grigia.
Quando mi viene fatta questa domanda io, per non saperne leggere né scrivere, metto sempre le mani avanti: quindi sconsiglio. È chiaro che potenzialmente farà più bene che male, però non mi sento di prendere una posizione su questa roba qua.
Le precisazioni utili: nel post-partum l'applicazione potrebbe plausibilmente aiutare sugli inestetismi, ma l'allattamento resta una fase ormonale delicata e Tony non ha informazioni sufficienti per confermarlo. Un secondo docente presente conferma la stessa linea — sconsigliata in gravidanza e in allattamento per assenza di evidenze, praticabile una volta conclusa quella fase — con la formula «meglio mettere le mani avanti». Come alternative per il tono della pelle, Tony indica oli ed esposizione solare.
Il termine, dice Tony, non esiste: se lo è inventato per nominare una fase che ha attraversato lui stesso circa tre anni prima. Il biohacking e il monitoraggio possono diventare troppo — troppi dispositivi, troppe analisi, troppo controllo, troppi integratori, troppe terapie — e quando diventano troppo non funzionano più. È la ragione per cui oggi lo si vede spesso senza dispositivi addosso e con un numero ridotto di test, scelti meglio.
Donna di 42 anni, ex atleta di alto livello con circa quindici anni di attività agonistica, conclusa da diversi anni. Oggi è amministratrice delegata di una start-up nel settore del benessere tecnologico, lavora dodici-quattordici ore al giorno, vive all'estero e viaggia frequentemente su rotte intercontinentali. Ha una figlia adolescente, elemento che Tony indica come vincolo di progetto: il protocollo deve considerare l'impatto familiare, perché la ragazza sta sviluppando un rapporto problematico con alimentazione e corpo osservando i comportamenti materni.
Su quest'ultimo punto Tony allarga: molti clienti non iniziano un percorso proprio per paura di non riuscire a conciliarlo con la famiglia — mangiare diversamente dagli altri, sottrarre tempo alla casa per andare a camminare — e questo fa perdere vendite e, con esse, l'occasione di aiutare quelle persone. Una proposta concreta emersa dall'aula, che Tony accoglie, è mettere in agenda la prima ora del mattino con la figlia nei giorni in cui sono a casa insieme.
Qui la disciplina metodologica conta più dei numeri, perché la fonte è un riassunto automatico e Tony ripete che alcuni valori non li ha ancora visti di persona.
Il materiale propone, e Tony convalida, una lettura stratificata che va oltre i biomarcatori.
La contraddizione centrale è che la cliente arriva chiedendo più controllo: parametri ancora più precisi, protocolli più quantificabili, analisi dei telomeri, un test proprietario di velocità di invecchiamento dal costo di alcune centinaia di dollari. Tony le dice di lasciar perdere. E quando lei insiste sulla longevità, risponde con la propria storia — l'agonismo appeso al chiodo — e con una distinzione che vale per qualunque sport di endurance spinto oltre una certa soglia:
La tua passione va in una direzione e la longevità va in un'altra. Fino a un certo punto possono fare la strada insieme; da un certo punto in poi non la possono fare più. Dipende solo da quanto hai deciso di prendere in mano la tua vita.
La cliente resta interdetta, osserva Tony, perché si aspettava che il percorso le fornisse il modo di continuare a massacrarsi di allenamento e vivere cent'anni. Non funziona così: un eccesso non si overcompensa, non esiste la terapia che lo annulla.
La prima proposta dell'aula è la più intuitiva: togliere tutti i dispositivi per un mese, così la cliente sarà costretta ad ascoltarsi. Tony è d'accordo nel merito ma boccia il metodo, e la sua obiezione è il vero insegnamento della giornata: senza un piano strutturato e senza altre cose da fare al posto di quelle sottratte, è come imporre a un dipendente di smettere di colpo, o a chi vive di zuccheri di non toccare più un carboidrato. Non lo fa; e se lo fa, sta peggio.
Non le puoi semplicemente dire «togli l'anello». Le devi dare una visione, una spiegazione: dobbiamo fare un passo indietro oggi per farne due avanti domani, dobbiamo fare un reset dopaminico — perché anche questa è una dipendenza, creata dai dispositivi.
Un partecipante propone di impostarlo come una sfida: è la strada che Tony sposa, perché su un profilo così competitivo e orientato ai KPI la gamification funziona meglio della privazione. Un altro suggerisce di riempire il mese senza dispositivi con test che diano comunque materia da analizzare — microbiota, test genetico — e di restituire poi un solo dispositivo, quello preferito.
La formulazione più densa arriva a metà sessione, e conviene tenerla a memoria:
La chiave qui non è tanto il togliere, ma il sostituire. È chiaro che bisogna togliere, però all'inizio devi sostituire.
Tony aggiunge una nota di realismo sul mestiere: non tutto questo è "camminare sull'erba a piedi nudi". Il grounding al mattino e dieci minuti di luce rossa sono efficaci, ma se il lavoro fosse solo quello sarebbe alla portata di chiunque; i casi complessi arrivano, e vanno saputi lavorare.
È la domanda che Tony rilancia all'aula, e la risposta condivisa è elegante: i dati non spariscono, cambiano proprietario. Il dispositivo residuo continua a registrare, l'accesso resta al professionista, e la cliente riceve una reportistica periodica — settimanale o a fine mese — che mostra la variazione dei parametri. Per averla deve interagire con il coach, e questo interrompe il circuito compulsivo del controllo istantaneo senza privarla del riscontro oggettivo di cui il suo profilo ha bisogno.
Il razionale psicologico lo esplicita Tony: il problema di questa persona è che vede il dato, e quando lo vede l'ansia sale e la spinta è ad allenarsi ancora di più. Da qui una considerazione generale sugli atleti: la cosa peggiore che si possa chiedere loro è di allenarsi meno, perché temono di fermarsi — in un questionario somministrato a circa trecento sportivi, la paura dell'infortunio è emersa nella grande maggioranza dei casi, e non per il dolore ma per l'immobilità forzata che comporta. Il punto di arrivo è che il recupero è il vero fattore di svolta della performance, e i campioni longevi sono quelli che lo hanno messo in agenda.
Una partecipante costruisce un percorso a tappe: mantenere inizialmente i dispositivi ma ridurre i parametri osservati a pochi essenziali (HRV, qualità del sonno, glicemia, peso e massa muscolare), togliere un dispositivo scelto dalla cliente, arrivare al terzo mese con uno solo. Sul versante non strumentale, un diario serale su tre dimensioni — fisica, emotiva, mentale — in cui annotare come si è sentito il corpo, quali emozioni sono ricorse e quante volte è arrivato l'impulso di controllare i dati senza cedervi: un esercizio di disidentificazione dai propri automatismi. Completano il quadro meditazione guidata e dinamica, respirazione, grounding e un test del microbiota fatto seriamente.
Tony apprezza e riconosce che è un approccio che lui non avrebbe avuto, perché nasce da un percorso personale diverso dal suo. Aggiunge però una correzione di taglio operativo: a questa cliente servono indicazioni specifiche con orari precisi, non cornici generiche. È una persona così organizzata che qualunque cosa le si chieda di aggiungere, lei la "smarca" — il problema opposto a quello del cliente medio, che dichiara di non avere tempo mentre in realtà lo impiega male.
Da questa osservazione Tony deriva una riflessione sul proprio metodo nutrizionale: i piani nati come indicazioni orientative da portare avanti a vita — questi alimenti ti vanno bene, mangia due volte a settimana questo — si sono rivelati inapplicabili proprio per gli atleti, che vogliono la tabella. La soluzione adottata è ibrida: la parte intuitiva sopra, lo schema quantificato per pasti sotto, e il cliente sceglie la strada che gli somiglia.
Un altro partecipante propone di cambiare le password dei dispositivi. Tony ride e boccia senza mezzi termini: equivale a cambiare la serratura di casa a qualcuno, la reazione sarà rabbia e un attaccamento ancora più forte al dispositivo. Il resto della proposta invece funziona, ed è un'applicazione perfetta del principio "sostituire, non togliere": togliere tutti i dispositivi ma dare un unico parametro da misurare ogni mattina, il punteggio BOLT — la misura di tolleranza alla CO₂ usata nel lavoro sulla respirazione. La cliente conserva il rituale della misura quotidiana, ma su un solo valore, gratuito, che non genera classifiche notturne e che migliora con la pratica respiratoria.
Tony chiede a chi l'ha proposto di scrivere per la classe un post su come si somministra e si interpreta quel test con un cliente, perché non tutti hanno frequentato l'anno in cui viene spiegato. Il resto della proposta prevede respirazione al mattino, con la tecnica di iperventilazione controllata collocata circa un'ora prima dell'allenamento in funzione potenziante, esercizi di apnea e una respirazione lenta a rapporto lungo tre volte a settimana in chiave longevità.
Qui arriva un doppio scambio istruttivo. Tony obietta che è troppa roba; il partecipante concede il punto ma propone di negoziare — inseriamo questo, in cambio lasciamo qualcos'altro. E soprattutto Tony riconosce pubblicamente di essere meno competente sulla respirazione di chi ha fatto la proposta, e che su quel punto la versione dell'allievo è migliore della sua:
Quello che dice lui è più giusto di quello che ho detto io, perché lui è più esperto di me sulla respirazione: io faccio le cose base.
L'altro correttivo riguarda l'ordine delle operazioni: invece di consegnare una routine preconfezionata, prima si chiede quando la cliente si allena, poi si colloca la pratica.
Un terzo partecipante imposta il primo mese sui bisogni profondi, mantiene un solo dispositivo con app cancellata, e aggiunge una mossa che nessun altro aveva fatto: togliere sauna e crioterapia e ridurre il volume di allenamento, perché anche gli stimoli ormetici sono stressor, e questa è una persona profondamente stressata — lo dicono i suoi valori ematici. Il sonno viene affrontato solo dal secondo mese.
Tony chiede il perché di quel rinvio, e la risposta regge: si inseriscono due o tre cose per settimana, non di più; abbassare lo stress migliora già di per sé la HRV e, di riflesso, la qualità del sonno. Tony concorda e completa il ragionamento: il sonno migliorerà comunque, anche senza lavorarci direttamente, per effetto del diario serale e della pratica respiratoria — e a quel punto, al secondo mese, si presentano i dati alla cliente come prova che qualcosa si è mosso. È il momento in cui si guadagna la fiducia necessaria per chiedere le azioni che costano tempo, come l'esposizione alla luce del mattino.
Su un'altra proposta dello stesso partecipante Tony aggiunge un test intelligente: invece di dire alla cliente «allenati meno» — cosa che la renderebbe immediatamente antipatico, perché lei ha bisogno di quelle endorfine — misurare il cortisolo subito prima e subito dopo l'allenamento, e mostrarle il risultato. Tony non ritiene che sia in overtraining, ma la variazione è un'informazione oggettiva su cui una persona data-driven può accettare di ragionare.
Il correttivo su cui Tony si impegna in prima persona è di natura fisiologica. Una persona che ha perso circa otto chili di massa magra, che segue da due anni una chetogenica rigorosa e che si allena quasi esclusivamente in regime aerobico a bassa intensità — l'aula stima intorno al 70% del volume in Zona 2, in acqua e in bici — sta continuando a sottrarre senza dare alcuno stimolo di costruzione.
Se continua col cardio senza dare uno stimolo trofico è ancora peggio. E il muscolo è l'organo della longevità.
Da qui l'inserimento di lavoro di tonificazione e forza, con la doppia motivazione di preservare la massa e di scaricare lo stress su un canale diverso dal solo cardio. La cautela che accompagna la proposta è che non è detto che quella disciplina abbia, nella testa della cliente, la stessa dignità dello sport che ha praticato per quindici anni: va introdotta come parte del ragionamento sulla longevità, non come un ripiego. L'aula non fissa volumi né carichi: resta un'indicazione di direzione.
Il tema viene trattato per come l'aula lo tratta: come transizione di identità, non come sintomo. Tony racconta che la vocazione della cliente era diventare imprenditrice e che oggi la sta realizzando, e ammette senza costruire una morale che lui stesso lavora dalle sette del mattino alle otto di sera — «non sto dicendo che è giusto, è una vita di merda, ma se la tua indole è quella ci sono delle fasi». Il carico di lavoro non viene demonizzato: viene collocato in una fase della vita, con la consapevolezza che una fase deve poter finire.
Ciò che invece va corretto è la traslazione automatica dei carichi: quindici ore settimanali di allenamento avevano senso quando l'allenamento era il lavoro, non quando si sommano a dodici-quattordici ore di azienda. E va nominato l'isolamento: la squadra non c'è più, e nessun collaboratore la sostituisce.
Una partecipante propone semplicemente di mandarla da uno psicologo. Tony non liquida l'idea — al contrario, racconta di avere già inserito nel percorso una figura di coaching dedicata, che può essere uno psicologo, un facilitatore o un professionista con una formazione strutturata alle spalle, purché seria e non improvvisata in un paio di mesi. Il messaggio all'aula è duplice: non si può fare tutto da soli, e diversificare le competenze è corretto, non una rinuncia.
A questo si aggancia un avvertimento sul rovescio della medaglia. Chi ha molte risorse tende a farsi seguire da molte persone contemporaneamente e a chiedere la stessa cosa a tutti, ottenendo quattro pareri diversi da quattro professionisti con impostazioni diverse — e concludendo che lo staff non si parla. Tony è il primo a dire ai clienti di sentire più campane, ma quattro percorsi paralleli non sono più informazione: sono confusione. La sua contromisura interna è che ogni cliente passa per tutto lo staff, con lui in supervisione, non per figure che si ignorano.
Infine, il permesso più difficile da dare a un professionista giovane: ci sono casi che non si prendono in mano. Non tutti i clienti sono compatibili con quello che si è in grado di offrire, e riconoscerlo in anticipo è parte del mestiere.
Chiudendo, Tony contestualizza il caso. Clienti così, oggi, sono uno su duecento; ma man mano che i dispositivi diventano economici, che la lettura automatica dei biomarcatori si diffonde e che la sensibilizzazione cresce, fra qualche anno saranno la norma. Chi è nel corso ha il vantaggio di essere partito prima e di vederli arrivare adesso, in anticipo — il che rende il caso una palestra, non un'eccezione, in particolare per chi si sta orientando al welfare aziendale.
Nel riconoscere un caso di eccesso di ottimizzazione
Nel costruire il distacco dai dispositivi
Nel definire le priorità del piano
Nel maneggiare i dati e le fonti
Nel definire il proprio ruolo