Questa masterclass è la Parte 1 di un modulo in due tappe (la Parte 2 si terrà il 29 novembre 2025) dedicato al codice nascosto dei sintomi e, in particolare, alle "parole che ammalano": quel linguaggio che non aiuta a guarire ma che, al contrario, sabota il corpo e la psiche. Laura Pirotta — psicologa del benessere, mental coach e naturopata — porta l'aula di professionisti a mettere a terra i concetti già introdotti nel bootcamp sulla psicosomatica, muovendo da una tesi netta: il linguaggio non descrive soltanto la realtà, la costruisce. Le parole che usiamo per raccontare noi stessi e i nostri sintomi diventano marcatori somatici (somatic markers) che si iscrivono nel corpo, attivando o spegnendo il sistema nervoso, aumentando o riducendo il dolore, rinforzando o indebolendo la percezione di identità.
Il filo conduttore è il superamento del dualismo cartesiano (mente separata dal corpo) a favore di un'unità psiche-soma in cui i disturbi psicosomatici sono messaggi reali del corpo, non "nulla". La relatrice smonta gli assolutismi (mai, sempre, nessuno, niente), le negazioni e i verbi modali di necessità/impotenza (devo, non posso, bisogna), mostrando con casi reali — su tutti la testimonianza di una corsista brasiliana con fibromialgia — come riformulare il linguaggio in chiave potenziante, senza edulcorare la verità ma restituendo alla persona responsabilità, scelta e speranza. Un'attenzione speciale è rivolta alla responsabilità del professionista, che con una frase può "dare una lapide" al paziente o, al contrario, costruire alleanza terapeutica e aderenza alle cure. La lezione si chiude con esercizi pratici assegnati per il mese e mezzo di pausa (fino al 10 gennaio).
Laura Pirotta si presenta all'aula come professionista che si occupa di psicologia del benessere e di mental coaching, con una formazione anche in naturopatia. Descrive la propria utenza tipo: persone che arrivano con situazioni di disagio psicofisico, con disturbi psicosomatici di varia natura — in prevalenza a carico dell'apparato gastrointestinale, talvolta molto invalidanti — oppure impegnate in percorsi di crescita personale legati a passaggi importanti della vita, alla ricerca di senso, a lutti ed elaborazioni (non solo lutti legati alla morte, ma anche la perdita della propria persona, l'invecchiamento, una separazione, un divorzio). Divulga con continuità su Instagram e YouTube. Rivendica una forma mentis aziendale — con un'ironia sulla propria "milanesità" — che la porta a iniziare puntuale e a rispettare il range delle due ore.
L'aula è composta da professionisti del benessere e della salute: tra i partecipanti che intervengono ci sono farmacisti (Chiara), medici e figure che seguono pazienti. La masterclass è pensata come momento interattivo: la docente chiede di attivare l'audio, invita alla condivisione e struttura esercitazioni in piccoli gruppi. È supportata dalle collaboratrici Celeste e Giulia, mentre una delle figlie assiste a fianco. Il modulo si inserisce nel percorso condiviso con Massimo (Codice Massimo / Biohacking Campus) e Toni, con un esplicito appello a integrare medicina "fisica" e lavoro sul linguaggio e sulla comunicazione, competenze che — osserva la relatrice — nelle facoltà di medicina e infermieristica vengono studiate poco o nulla.
Nota di calendario emersa in apertura: la lezione di dicembre viene anticipata dal 13 dicembre al 29 novembre, perché le due parti del modulo devono restare ravvicinate e formare un tutt'uno; l'incontro successivo è fissato al 10 gennaio. Durante la pausa la docente assegna osservazioni ed esercizi, senza "compiti delle vacanze" imposti.
La docente apre con un breve recap del bootcamp per chi non vi aveva partecipato. Il lavoro fondativo è quello di svincolarsi dal dualismo cartesiano, in cui il corpo funziona in un certo modo e la psiche è staccata — impostazione tipica di una parte della medicina tradizionale, benché ci si stia muovendo verso l'integrazione. L'aumento delle malattie mentali e della gravità di alcune patologie psichiche impone di unire i due aspetti: la psiche dialoga con il soma e viceversa, in un'unità. La sintomatologia può originare prima nella psiche e manifestarsi poi sul soma, o seguire il percorso inverso.
Da qui la definizione operativa di disturbo psicosomatico: la paziente che è passata da gastroenterologo, neurologo, medico di base e si è sentita rispondere "non ha nulla, è stress, è ansia, vada dallo psicologo". In realtà la persona ha qualcosa: non un disturbo fisiologico strutturale o un tumore, ma un disagio reale non ascrivibile a una causa organica grave. L'obiettivo delle due lezioni è capire come il corpo ci parla e come poterlo ascoltare, a partire da sé stessi: la relatrice sottolinea che questi corsi sono "disturbanti" nel senso che smuovono la quiete, l'omeostasi cronica di pensiero, e che il lavoro comincia sempre dal professionista stesso.
La lezione entra nel vivo con una slide di frasi tipiche del paziente: "sto malissimo", "non c'è soluzione", "mi sento sfortunato", "tutte a me capitano", "io sono depresso", "io sono un fallito", "io sono un malato cronico", "la mia ansia è più forte di me, mi domina", "so che non servirà a niente". Prima di ogni analisi razionale-linguistica, la docente chiede all'aula quale impatto emotivo producano quelle frasi e quale risuoni personalmente. È un metodo che applica anche in seduta: partire dalla sensazione, non dalla decodifica.
Emergono risonanze diverse. Una partecipante si riconosce nella frase sull'ansia ("la mia paura che mi domini"); un'altra nella frase "so che non servirà a niente", legata al vissuto di doversi guadagnare tutto con fatica. La docente mostra subito la tecnica: chi dice "non cambia più di tanto" ha già ammorbidito l'assoluto (diverso da "non cambia niente"); e se una cosa "non serviva a niente", non si sarebbe nemmeno rivolti a un professionista.
Il caso didattico dell'ansia illustra l'impersonificazione del sintomo. Una paziente diceva "la mia ansia mi porta a chiudermi, a non uscire": la relatrice le fa notare che così sta attribuendo all'ansia una responsabilità enorme, come a un'entità esterna. Le propone una visualizzazione dell'ansia impersonificata: la paziente si descrive seduta sul letto, rannicchiata, che piange e non riesce ad aprire la porta con la chiave — un vissuto di dominazione. Il riferimento culturale è Inside Out 2, dove "Ansia prende il comando" e la protagonista finisce sotto scacco, imprigionata. La visualizzazione fa emergere, attraverso l'immagine, il vissuto che la parola nasconde.
La docente analizza la componente linguistica degli assolutismi e delle negazioni. "Non serve niente", "non c'è soluzione", "tutte a me capitano" esasperano la situazione. L'italiano, a differenza di altre lingue, usa spesso la doppia negazione, che appesantisce la sensazione di disfatta. Ma andando "sotto sotto" con il paziente, il "proprio niente" quasi mai regge: c'è sempre almeno una volta in cui qualcosa è cambiato, ed è lì che si va a lavorare. Sul piano filosofico richiama gli stoici: l'unica cosa senza soluzione è la morte; per il resto una soluzione esiste, anche nel non-agire. E la non-scelta è comunque una scelta: scegliere di non avere soluzione.
Da qui il concetto psicologico di vantaggio secondario della malattia: rimanere nella condizione può portare vantaggi inconsci — essere coccolati, visti, capiti, sottrarsi a un lavoro che porta al burnout. Questo vantaggio, quasi mai cosciente, emerge attraverso la cronicizzazione della sintomatologia. Analogamente, demandare tutto alla sfortuna, al karma o a Dio toglie alla persona il "pezzettino" che le spetta: si può essere credenti, ma la propria parte va comunque fatta.
L'analisi passa all'identificazione con la malattia. Dire "io sono un depresso, un fallito, un malato cronico" significa identificarsi nel problema come su una lapide: se "sono" un fallito, resterò un fallito. La docente racconta l'esempio del compagno di classe il cui padre gli ripeteva insistentemente un epiteto dispregiativo ("sei stupido, non concluderai mai nulla"): il figlio ha finito per cucirsi addosso l'etichetta e confermarla (bocciature, mancanza di lavoro). Il punto clinico: si può avere una malattia cronica — anche una malattia autoimmune — senza essere quella malattia. "Tu non sei quella malattia, tu hai quella malattia, la porti con te, è parte di te ma non sei te in toto."
Un passaggio centrale riguarda il ruolo di chi cura. Anche il professionista può cadere nella trappola di essere "il veicolo" che inculca un'etichetta o un problema più grande del necessario. Frasi come "la sua è una malattia cronica, ci convivrà per sempre", "non ci pensi, è tutto nella sua testa", "lei è troppo ansiosa", "è ipocondriaca" (termine peraltro superato) feriscono chi si è affidato mostrando la propria fragilità. Non si tratta di edulcorare o nascondere la verità — una malattia autoimmune come la tiroidite di Hashimoto richiede terapia quotidiana, e va detto con realismo — ma di caricare linguisticamente il paziente in modo potenziante e non depotenziante.
L'esempio più forte è quello della paziente ventiquattrenne a cui era stato detto che avrebbe dovuto "convivere con l'ansia", che quello sarebbe stato per sempre il suo stato di salute, e che avrebbe dovuto assumere ansiolitici a vita. Diverso, sottolinea la docente, è convivere con una malattia autoimmune rispetto a una condizione ansiosa che può anche andare via. È qui che si formula la tesi cardine della masterclass: il linguaggio non descrive solo la realtà, la costruisce, come le parole inserite in un cruciverba diventano la struttura portante del proprio vissuto.
La relatrice introduce i somatic markers: i marcatori somatici dettati dalle parole con cui incorniciamo la vita e descriviamo stati emotivi e comportamenti. Il cervello "si parla, se la racconta, se la narra, se la canta e se la suona": se ci parliamo in modo negativo e pessimista, con convinzioni depotenzianti, i marcatori somatici si manifestano nel corpo. I bersagli tipici sono l'apparato gastrointestinale (gastrite, reflusso), l'apparato muscolo-scheletrico (collo, spalle, schiena) e la pelle (dermatite, acne in età adulta). Esempio: una paziente ultraquarantenne con acne, "tutto a posto" agli esami ginecologici e ormonali, la cui manifestazione cutanea rimandava a un disagio non organico.
Ogni parola può attivare o spegnere il sistema nervoso simpatico e parasimpatico: aumento del respiro (più affannato, più alto e toracico), del battito, della tensione — spesso in forma sottile (una tachicardia lieve, non necessariamente un attacco di panico). La persona che ripete "mi devo sempre difendere, sul lavoro mi attaccano, mi aggrediscono" tende ad avere le spalle contratte e, nel tempo, problemi a collo e spalle. Un intestino sempre contratto può portare a stipsi, aerofagia e meteorismo: la relatrice richiama la respirazione — l'espirazione come il momento in cui "si lascia andare" — e osserva come l'ansia porti a respirare male, con la bocca, ingerendo aria.
Il linguaggio, attivando l'amigdala (la "mandorlina" che si accende negli stati ansiosi), predispone il corpo alle tre modalità di reazione: fight (combattere: pugni chiusi, schiena tesa, digrignare i denti come gli animali che mostrano aggressività), flight (fuggire: il sangue viene irrorato agli arti inferiori per correre) e freeze (bloccarsi). L'esempio della paura dell'aereo spiega la sintomatologia gastrointestinale delle fobie: colica, nausea, blocco allo stomaco, perché il sangue è dirottato agli arti per la fuga e sottratto alle viscere. Da qui il "groppo in gola", il cibo che non si digerisce non per la sua qualità ma per il livello d'ansia che ha bloccato lo stomaco.
Le parole possono anche aumentare o diminuire la sintomatologia dolorosa: il dolore cresce o cala in funzione di come ce lo raccontiamo. Il caso paradigmatico è la fibromialgia, patologia complessa dall'eziologia ancora poco chiara e per questo — dice la relatrice — un "fiore all'occhiello" della psicosomatica: dimostra più di altri disturbi che occorre passare dalla psiche per capire un dolore che vaga per il corpo, oggi al braccio, domani alla gamba, e a volte c'è e a volte no. Lavorare su come il paziente vive e narra i propri sintomi, senza appesantire la percezione del dolore, è parte integrante della cura.
Una corsista, Regina, di origine brasiliana e in Italia da dieci anni, condivide la propria storia di fibromialgia (con cui convive da sei anni). Racconta l'arrivo in una famiglia — quella del marito — molto tradizionale e chiusa, in contrasto con il proprio carattere aperto e comunicativo: si è sentita "un uccellino in gabbia". Descrive il crollo, l'impossibilità di dormire, il peregrinare tra medici che le dicevano "il dolore è normale, deve imparare a convivere con il dolore", fino al reumatologo che, palpando i punti dolorosi, le dà finalmente un nome: fibromialgia. Racconta poi il percorso di ricerca personale, l'incontro con il mondo di Massimo, il supporto di una nutrizionista integrativa (eliminazione di zucchero e glutine, alimentazione low carb), il percorso di biohacking e la fotobiomodulazione con lampada (25 minuti al giorno), fino al risultato per lei più prezioso: tornare a dormire.
La docente usa la testimonianza come materiale didattico vivo, chiedendo ai colleghi quali parole li abbiano colpiti. Emergono spunti: la "voglia di cercare una soluzione", il non arrendersi, l'"uccellino in gabbia" letto come armatura che il corpo costruisce per proteggersi, e il valore — ma anche il rischio — della diagnosi.
Il tema della diagnosi apre una riflessione a doppio taglio. Dare un nome alla sofferenza aiuta, soprattutto per disturbi invalidanti (fibromialgia, endometriosi, ADHD, DSA come dislessia e discalculia): fa sentire meno soli, restituisce il senso di appartenere a una condizione condivisa da altri, aiuta a comprendere comportamenti e stati mentali. Ma lo stesso nome può trasformarsi in etichetta-lapide ("io sono questo") o in scusa dietro cui trincerarsi, riattivando il vantaggio secondario. La relatrice cita l'esempio delle ernie visibili in radiografia che magari sono lì da tempo e non spiegano il mal di schiena, o degli studenti che usano il DSA come alibi (pur trattandosi, nella maggior parte dei casi, di condizioni reali). La sua scelta lessicale è significativa: preferisce parlare di specificità anziché di "disturbo" o "malattia".
La docente compie un'analisi linguistica puntuale sulle parole di Regina, avendo dimestichezza con il portoghese. La frase "vado lottando con lei da sei anni" contiene una metafora tipica del portoghese (e dello spagnolo) e una doppia possibile lettura: si può "andare lottando con lei" mano nella mano (insieme, contro qualcos'altro) oppure "lottare contro lei" (una contro l'altra). Il lavoro terapeutico consisterebbe nel trasformare la lotta in accompagnamento: non un nemico da combattere ma una parte con cui camminare. La docente propone una visualizzazione dal titolo "vado lottando con lei, la fibromialgia, da sei anni" — con quali armi? Insieme o l'una contro l'altra? — attenta però a non suggestionare la persona.
Coglie inoltre due dettagli linguistici preziosi. Regina stessa aveva detto "questo non è mio, non sono nata con questo": una spontanea dis-identificazione dalla malattia, che la docente rilancia ("tu non sei questo"). E aveva raccontato che il dolore le faceva venire "voglia di fare la pipì": la relatrice offre il rimando simbolico dell'animale che marca il territorio per affermare la propria identità ("io ci sono, io sono questa"). Suggerisce infine, dopo il lavoro di visualizzazione, una seconda immaginazione in cui si ringrazia e si vede la condizione in modo collaborativo — come per l'intestino "pesante come un macinio" che un altro paziente ha trasformato, visualizzandolo, in farfalle che volano — riconoscendo che per fibromialgia, diabete e malattie autoimmuni non si può pensare di far sparire il disturbo, ma di rapportarvisi diversamente.
La docente sistematizza gli effetti delle parole oltre ad attivare/spegnere il sistema nervoso, migliorare/peggiorare, aumentare/diminuire la sintomatologia:
La prima grande categoria linguistica su cui la Parte 1 fa lavorare l'aula è quella della necessità e impotenza: i modali posso/non posso, devo/non devo e l'impersonale bisogna. "Bisogna" è particolarmente insidioso perché impersonale: "bisogna fare quella cosa" — ma chi lo dice? È una deresponsabilizzazione. La docente invita a sostituirlo con una presa di responsabilità esplicita: non "bisogna che lei faccia questa dieta", ma "io suggerisco o caldeggio questa dieta affinché lei possa migliorare".
Anche il devo va interrogato: "devo convivere con quest'ansia — chi te lo impone?". Spesso si scopre che è un retaggio di ciò che ha detto un medico, un "danno linguistico" che ha inculcato l'idea. La strategia è spostare il devo verso il posso: "posso" dà la possibilità di scegliere, significa "posso e voglio", implica assumersi la responsabilità. "Posso" e "voglio fare i compiti perché voglio imparare" hanno un valore diverso dal "devo fare i compiti" imposto dall'esterno. La relatrice ammette di cadere lei stessa nell'uso del "bisogna" (per esempio con le figlie), a riprova che il lavoro riguarda tutti. Precisa però una sfumatura importante: alcuni pazienti, in modalità "bambino" (rimando all'analisi transazionale bambino-adulto-genitore, oggetto di una lezione successiva), amano ricevere regole e indicazioni; con loro si può usare il "devi", ma sempre cercando di ricondurlo a un "alla fine, perché lo vuoi fare, perché scegli di fare". L'obiettivo resta accompagnare a una scelta consapevole del proprio percorso: il paziente deve essere libero di scegliere terapia e percorso.
Interviene una farmacista (Chiara) con un dilemma quotidiano: come dire "deve seguire la terapia, non la può cambiare" senza cadere nel modale imperativo, soprattutto con persone anziane che decidono da sé di sospendere farmaci (per la pressione, o psicofarmaci), con effetti rebound anche gravi. La docente propone di riformulare spostando l'accento dal deve al valore e ai vantaggi: "è molto importante che lei continui la terapia, e le spiego perché", sottolineando che il farmaco serve a mantenere l'equilibrio. Suggerisce di evitare la parola "farmaco" per chi vi associa la paura ("farmaco uguale malattia") e di riformulare il farmaco come alleato: la stessa relatrice, che assume levotiroxina ogni giorno per la tiroidite di Hashimoto (diagnosticata con un TSH molto alto), racconta di aver trasformato la pastiglia quotidiana in un alleato da ringraziare, inserito in un percorso più ampio (alimentazione low carb, selenio, zinco, fotobiomodulazione). Cambiare il frame cambia il vissuto e l'aderenza. Anche con un caso di disturbo bipolare e sospensione autonoma dello stabilizzatore dell'umore, la strada è far percepire il farmaco come alleato che permette di "non sentirsi sballottata" e di lavorare bene insieme in terapia.
La seconda categoria linguistica sono gli assolutismi e le generalizzazioni: sempre, mai, tutti, nessuno. "Non guarirò mai", "nessuno mi capisce", "tutti stanno meglio di me", "questi sintomi le hanno tutti", "nessun paziente reagisce così male come lei". Queste formule generano rigidità e l'idea di un destino immutabile ("non cambi mai, è sempre così"). Alimentano il vittimismo e il circuito vittima-carnefice-salvatore (oggetto di una lezione successiva): il paziente "super vittima" che dice "ho girato tanti professionisti, nessuno mi ha mai capito", fino all'autodefinizione "io sono un caso perso". La docente racconta il caso della paziente che, prima ancora di iniziare, voleva "fare due sedute per vedere se ci sono miglioramenti", decidendo arbitrariamente il numero di incontri e attribuendo eccessiva importanza al proprio problema: qui è il professionista che, con fermezza e accoglienza, ristabilisce il quadro ("io non lavoro così; possiamo lavorare insieme su determinati fattori", concordando insieme la cadenza).
La strategia è scardinare l'assoluto con la controprova ("proprio nessuno? non c'è mai stata una volta in cui qualcuno ti ha capito?") e riformulare:
La Parte 1 si chiude con l'assegnazione dei compiti per il mese e mezzo di pausa (fino al 10 gennaio), con una scheda di lavoro che verrà inviata. Il lavoro è su due fronti: (1) necessità e impotenza — trasformare le frasi con posso/non posso, devo/non devo, bisogna in versioni potenzianti; (2) assolutismi e generalizzazioni — riformulare sempre/mai/tutti/nessuno. La docente incoraggia a svolgere gli esercizi anche in coppia o in piccolo gruppo, e a ritararli sulla propria professione (come ha fatto Chiara per il contesto farmaceutico).
Aggiunge un secondo strumento pratico: un quadernetto delle convinzioni potenzianti (affine al quaderno della gratitudine), da tenere sul comodino e compilare ogni giorno con cinque frasi potenzianti su tre strutture — "io sono…", "io ho…", "io + verbo" (io scelgo, io attraggo, io posso, io voglio, io creo). Esempi offerti: sul piano economico ("scelgo di vivere il denaro come energia di libertà, non di paura"; "il denaro è uno strumento di amplificazione del mio valore") e sul piano personale ("sono orgogliosa di me"; "attraggo a me persone positive e opportunità"; "mi amo e mi incoraggio a fare sempre del mio meglio"; "sono una pietra preziosa"). Raccomandazione finale: verbalizzare a voce alta, perché il cervello sente ciò che diciamo — se ci ascolta quando diciamo cose negative su di noi, deve ascoltarci anche quando ne diciamo di positive. Appuntamento alla Parte 2 il 29 novembre.
Tecniche linguistiche di riformulazione (dal depotenziante al potenziante):
Esercizi assegnati all'aula (compiti per la pausa):
Tecniche esperienziali citate: