La sessione ruota attorno a un caso studio che Tony aveva lasciato in sospeso la settimana precedente: un autotrasportatore di trentatré anni il cui sonno si è deteriorato dopo la nascita della figlia. Sulla carta è un caso di igiene del sonno; nella pratica diventa il pretesto per affrontare il problema che, secondo Tony, decide davvero l'esito di una consulenza: come si porta una persona completamente inconsapevole a fare cose semplici, gratuite e non spettacolari — e poi a continuare a farle.
Il caso viene affidato a un partecipante, che intervista Tony nel ruolo del cliente, mentre l'aula propone in chat le proprie strategie. Tony le passa una per una al vaglio, e proprio dalle proposte più "ricche" — pannelli di esami, integratori, adattogeni — ricava la sua posizione più netta della sessione: prima di far spendere soldi al cliente si esaurisce tutto ciò che è gratuito, perché nessuna molecola compensa una routine sbagliata.
Nessun integratore può sostituire una pessima igiene del sonno. La routine giusta ti può aiutare a non integrare, o quanto meno a integrare solo il non sostituibile.
La seconda metà della sessione nasce dalla domanda di una partecipante che segue molti clienti: come si dosa la mano tra la linea dura e l'accudimento, quando il cliente ha pagato e poi non applica nulla? Ne esce un secondo caso studio — una persona con orari notturni che disdice le call e non esegue — e una risposta che Tony costruisce su tre pilastri: l'esperienza accumulata su molti clienti, la comunicazione come competenza tecnica, e la consapevolezza del proprio limite professionale.
Noi non siamo la pepita d'oro: siamo la cassetta di strumenti e il libretto di istruzioni per andare in cerca dell'oro. L'oro ce l'ha la persona dentro, ma se lo cercherà da sola col piccone.
Il filo che unisce le due metà è la nozione di protocollo partecipato: una strategia non calata dall'alto, spiegata, negoziata e riconosciuta come propria dal cliente. Da qui la definizione di competenza che Tony consegna all'aula in chiusura: il biohacker più bravo non è quello che conosce più cose, né quello che propone la strategia più efficace in assoluto, ma quello che trova la strategia giusta per quella persona in quella fase di vita.
Sessione condotta da Tony Manfron, con una ventina di partecipanti collegati, quasi tutti professionisti che seguono clienti — alcuni con volumi importanti (una partecipante dichiara circa una trentina di consulenze a settimana, un altro oltre quaranta), altri operatori sanitari, altri ancora all'inizio.
Il formato è quello del caso studio recitato: Tony condivide lo schermo con la descrizione del caso, la incolla anche in chat, e chiede a un partecipante di lavorarlo intervistandolo come se lui fosse il cliente. Il caso, precisa Tony, non è inventato: ha parlato con la persona reale, quindi le risposte all'intervista sono attendibili. Mentre il partecipante conduce, l'aula scrive in chat le proprie proposte, e Tony le legge e le commenta una a una — è la parte più densa della lezione.
La seconda parte non era in programma: nasce da una domanda spontanea di una partecipante sulla gestione dei clienti che non applicano, e Tony la trasforma in un secondo caso studio, chiedendo prima ad altri due colleghi di rispondere e solo dopo dando la propria lettura. Ricorre più volte il rimando a un master sulla comunicazione e sul rapporto con il cliente previsto a metà giugno, indicato come il complemento naturale di questi temi.
L'anamnesi che Tony legge all'aula è volutamente grossolana, e lo dichiara: è la fotografia di una persona molto inconsapevole, che non ha dati né vocabolario per descrivere il proprio stato.
Il quadro, per come viene letto in chiaro:
Un dato che l'intervista chiarisce subito e che smonta l'ipotesi più ovvia: la bambina, superati i primi mesi, di notte dorme. I risvegli non sono causati dal pianto: sono autonomi.
Il partecipante che conduce fa le domande di approfondimento e Tony, nel ruolo del cliente, aggiunge i tasselli che nella scheda non c'erano:
Il primo insegnamento arriva da un commento in chat che liquida l'affermazione del cliente come impossibile. Tony la usa come esempio di errore comunicativo: sul piano fisiologico il commento è corretto — anche noi sappiamo che un caffè dopo cena non è privo di effetti — ma dirlo in quel modo, a chi riferisce di aver sempre dormito bene, produce solo una frattura.
Se un cliente ti dice che ha sempre bevuto il caffè dopo cena e ha sempre dormito bene, quanto meno a livello percepito, e tu gli rispondi "è impossibile", gli diventi un po' antipatico.
La riformulazione corretta la propone lo stesso partecipante, correggendosi: "lo facevo anch'io prima di iniziare". Tony la promuove immediatamente, perché rovescia il rapporto di forza in rapporto di alleanza. Sollecitato a spiegare come educherebbe il cliente, il partecipante racconta il proprio percorso: prima di studiare non percepiva alcun problema col caffè; poi, iniziando a monitorare il sonno, ha visto momenti di agitazione notturna elevati; togliendo il caffè per un paio di settimane li ha visti ridursi insieme ai risvegli. Il dato personale, non il rimprovero, diventa l'argomento.
Tony inquadra la mossa come base di PNL e vi aggiunge un vincolo etico non negoziabile:
"Anche io facevo quello che facevi tu, perché avevo le informazioni che avevi tu; poi però ho scoperto una cosa molto interessante." Potete farlo solo se è vero. Potete farlo anche se è falso, ma se il cliente lo capisce quel cliente è bruciato.
Lo stesso principio vale, dice Tony, per i complimenti sinceri che nella sua scaletta di consulenza stanno al primo posto: non c'entrano nulla col biohacking, servono a costruire fiducia, e vanno fatti solo se li si pensa davvero, perché la persona percepisce la forzatura.
Un partecipante propone di indagare il motivo del rifiuto e di spiegare perché il monitoraggio è importante. Tony conferma la direzione, ma precisa la natura del rifiuto: non è diffidenza sull'invasività, è fastidio fisico e abitudine — la persona non vuole avere addosso un orologio, un braccialetto o un anello. È una questione soggettiva e in parte di convinzioni, e in questo caso il mestiere non la giustifica: guidare un camion non rende un anello o un braccialetto un problema.
La conclusione operativa è che serve un lavoro letteralmente educazionale: non basta spiegare, il cliente deve prendere consapevolezza di che cosa significhi monitorare e di come quei dati possano incidere sul suo benessere psicofisico. È la ragione per cui la persona è inconsapevole in tutto il resto: non ha mai avuto un vocabolario per il proprio stato di salute.
Sulla posizione più rigida — «se resta sulla sua convinzione, non può essere mio cliente» — Tony si divide a metà. Come scelta professionale è legittima: chi lavora solo con i dati può rifiutare il caso. Come principio generale è falsa:
Io ho fatto il biohacker per anni senza monitoraggio, e si possono avere grandi risultati lo stesso. Non è che se uno non monitora non si può fare più niente.
Una partecipante medico propone, in assenza di monitoraggio, di partire da una valutazione dei valori ormonali per orientare le proposte; un altro partecipante suggerisce test del cortisolo salivare e del microbiota intestinale, osservando che un'alterazione intestinale può interferire col sonno.
Tony non contesta il merito, contesta l'attribuzione: proposte di questo tipo collocano il lavoro in un contesto sanitario, e bisogna sempre verificare chi le formula — un operatore olistico e del benessere non è un sanitario. Il confine non è una formalità: è ciò che distingue una richiesta di esami legittima da un'invasione di competenza. Nel caso in esame, del resto, c'è già un medico coinvolto, ed è quello che ha prescritto le gocce.
La stessa partecipante medico aggiunge due osservazioni che Tony accoglie senza riserve: la riduzione del caffè è indicata anche se il disturbo non è percepito, perché l'abitudine serale non annulla l'effetto; e vanno tenuti d'occhio gli occhiali da sole a lente scura al mattino, che sottraggono al sistema circadiano proprio il segnale luminoso di cui ha bisogno. Sulla proposta di colazione in balcone o in giardino con eventuale grounding, Tony ricorda il vincolo reale: giardino non c'è, e il camion si sale prima che ci sia luce utile.
La cosa che convince più di tutte Tony nella risposta della partecipante medico è la cornice: si tratta di piccoli aggiustamenti di quello che già c'è, quindi accettabili per il cliente.
Spesso vi ritroverete con persone a cui cambi due cose banali e gli cambi la vita. Non sempre: ci sono anche casi ostici da cui non si esce. Ma molto spesso alle persone aggiusti cose semplici e gli cambi la vita.
Qui si innesta l'aneddoto più citabile della sessione, che Tony racconta come avvertimento. Una cliente insoddisfatta gli contestò di aver acquistato un percorso di sei mesi da tremila euro e di essersi sentita insegnare, in tutto quel tempo, «a esporsi al sole» — quando il percorso comprendeva anche test genetico, microbiota, ormoni, personal trainer e nutrizione. La sua risposta:
Vuol dire che adesso tu hai bisogno di fare quella roba lì. Se avessi bisogno di fare un'altra cosa, ti farei fare un'altra cosa. Non è che se paghi di più ti devo dare qualcosa di esotico.
Il parallelo che usa è il tecnico pagato mille euro per stringere una vite: il cliente non paga per il gesto, paga per sapere quale vite stringere. Ma Tony si tiene anche la parte scomoda della lezione: se la cliente ha percepito così poco valore, il problema di comunicazione del valore è anche suo, e da lì ha imparato a lavorarci.
La proposta più articolata dell'aula si chiude con un blocco di integratori per il sonno — magnesio in una forma chelata, un amminoacido con effetto calmante, un adattogeno di uso comune, «qualche funghetto adattogeno». Tony dichiara esplicitamente di non condividere questo approccio.
Il ragionamento non è ideologico. Esistono molecole e piante con effetti interessanti sul sonno; il problema è buttare dentro roba prima di aver sistemato il gratuito. Tony porta sé stesso come esempio: dice di aver provato di tutto negli anni, spendendo molto, e di integrare oggi pochissimo — magnesio, glicina, creatina, e un adattogeno a cicli quando ne riscontra il bisogno. I dosaggi non vengono nominati e non sono ricostruibili dalla registrazione.
Si può arrivare ad avere un sonno non semplicemente buono, ma ottimo, ottimizzando la routine, i rituali, l'ambiente, lavorando sulla meditazione. Viceversa non ci sarà integratore che ti salvi da una routine scorretta.
La regola pratica che ne deriva è duplice. Da un lato una stima operativa: nella grande maggioranza dei casi, per i primi sei mesi, non serve dare nulla — basta aggiustare lo stile di vita, e i soldi si faranno in tempo a spenderli dopo. Dall'altro un argomento di posizionamento: dire al cliente «cercherò di farti ottenere il massimo con il minimo» è qualcosa che il cliente apprezza. Esiste anche il profilo opposto — chi arriva con la lista e prende già di tutto, e a cui bisogna togliere — ma non è questo il caso: una persona che ha comprato il magnesio una volta in vita sua perché gliel'ha detto il farmacista, e l'ha abbandonato subito, non ha la consapevolezza per sentir parlare di piante, funghi e adattogeni.
Alla proposta secca di «togliere il caffè» Tony reagisce con un richiamo all'equilibrio, perché nell'ambiente il caffè è diventato un bersaglio automatico. Ricorda che è una bevanda con proprietà organolettiche interessanti, un profilo amminoacidico interessante e un contenuto di polifenoli: se si decide di togliergliela, si toglie, ma non va demonizzata.
L'intervento che l'aula converge a proporre, e che il partecipante mette al primo posto nella sua sintesi finale, è chirurgico: da cena in poi, niente caffè. Non l'abolizione, la ricollocazione. A supporto, un commento in chat suggerisce di spiegare al cliente che la caffeina ha una struttura molecolare simile a quella della molecola che veicola la sensazione di stanchezza, e che occupandone il posto ne maschera il segnale; Tony conferma il concetto e raccomanda di semplificarlo il più possibile nella spiegazione al cliente.
Il partecipante che lavora il caso parte proprio dall'alimentazione, osservando che «mangia all'italiana» può voler dire tutto e niente: bisogna sapere che cosa significhi in concreto, e in questo caso significa il pasto tipico da trattoria. La prima mossa è regolarizzare il pasto senza stravolgerlo — la pasta al pomodoro invece di un condimento pesante — e informarsi su che cosa mangi a cena, dove probabilmente ripete lo schema del pranzo con una prevalenza di secondi.
Da qui la proposta di introdurre a cena una quota di carboidrati semplici — tra gli esempi vengono citate le patate dolci — presentati in aula come precursori utili alla produzione di melatonina. Tony non sviluppa il punto oltre e osserva che, non seguendo alcun profilo dietetico, il cliente probabilmente già li assume; l'argomento resta quindi un'ipotesi d'aula più che una prescrizione.
Sul resto dell'alimentazione due precisazioni contano più delle indicazioni. La prima è che il pranzo portato da casa è discutibile ma non ovvio: la persona è normopeso, non ha segni di eccesso, e il pranzo in trattoria è parte del suo mestiere. La seconda è che la cena non si può anticipare: rientrando la sera e andando a letto poco dopo, quella è l'unica finestra che passa con moglie e figlia, e idealmente potrebbe mangiare prima, ma in cabina non è ciò che accadrà. È un vincolo, non una variabile.
Sul fronte luce Tony è il più diretto di tutta la sessione, ed è l'unico punto in cui detta lui l'intervento invece di farlo emergere.
La prima cosa che faccio sempre è respirazione e via le luci blu. Se non le puoi togliere, mettigli addosso un paio di occhiali.
L'immagine che usa per spiegarlo al cliente è quella del pannello solare: esporre una persona alla luce blu la sera equivale a galvanizzare il pannello quando dovrebbe smettere di raccogliere. La soluzione realistica non è vietare televisione e telefono — chi lo fa, dice, diventa antipatico e viene ignorato — ma schermare: un paio di blue blocker indossati la sera, e nel tempo si lavora sul resto. È il solo prodotto che Tony nomina in modo inequivocabile, indicando i modelli UVEX come i migliori e citando un prezzo di circa quattordici euro. Menziona anche i propri occhiali a lenti gialle da usare in inverno, senza specificarne il modello.
Il partecipante propone una routine serale di respirazione e, incalzato, indica come possibilità la respirazione quadrata o la 4-7-8, spiegate al cliente mostrandole e motivandone i benefici. Tony conferma che è tutto corretto, e poi sposta la domanda dove secondo lui sta il vero lavoro:
La mia domanda è diversa: al novanta per cento lui non la farà. La proverà la prima sera, poi non la fa più. Come fai a fare in modo che la faccia?
Il razionale è che il cliente si aspetta sempre la cosa esotica, strana, o meglio ancora qualcosa da comprare che risolva il problema; le pratiche che funzionano davvero non hanno effetto wow, e per questo vengono lasciate cadere. La risposta che il partecipante trova — contattarlo tutti i giorni la prima settimana e chiedergli com'è andata — è quella che Tony cercava.
A questa si aggiunge un suggerimento di efficienza portato da un'altra partecipante e adottato subito da Tony: registrare una volta sola un video con la sessione di respirazione guidata, o anche solo un minuto che mostri come si esegue, caricarlo su un canale YouTube non elencato e mandarne il link al cliente. Non serve una piattaforma, non serve essere famosi, e il lavoro fatto una volta non si rifà più. Effetto collaterale: il valore percepito sale, perché il cliente vede che qualcuno si è preso la briga di girargli un video.
È la digressione più lunga della prima parte, e Tony la presenta come una pratica che ripete da quindici anni. Nella sua struttura i biohacker hanno in agenda un blocco quotidiano di trenta minuti il cui unico scopo è scrivere ai clienti; uno dei partecipanti conferma in diretta che è esattamente quello che sta facendo mentre ascolta.
Nell'epoca dell'intelligenza artificiale il fattore umano fa e farà tutta la differenza del mondo.
Le declinazioni concrete sono tre. La prima: a ogni persona che viene a fare una sessione di prova gratuita, il giorno dopo scrive lui personalmente, presentandosi con nome e ruolo e chiedendo com'è andata. Le risposte diventano feedback e testimonianze riutilizzabili a lungo — comprese quelle negative, che ci stanno e si spiegano con l'attivazione prodotta dallo stimolo. La seconda: quando gli viene in mente un cliente, anche uno che non ha comprato nulla, gli scrive, senza cercare un pretesto — è la sua lettura pratica del carpe diem. La terza è il recupero attivo dei clienti che sfuggono: mentre parla, dichiara di essere lì a mandare messaggi proprio a quelli «da inseguire».
L'esempio che chiude il punto è una cliente professionista che dormiva molto male, a cui erano state assegnate le prime respirazioni serali e che per una settimana non si era fatta sentire. Il seguito è stato un contatto quotidiano, quasi uno stalking affettuoso: "cosa hai fatto ieri, le hai fatte, com'è andata?", e alla prima ammissione di essersene dimenticata la risposta "se non le fai, domani ti riscrivo". Da lì, dice Tony, la situazione è cambiata totalmente. Con una precisazione importante: non si fa a vita. Serve all'inizio, per mettere in moto la puleggia e far percepire il valore; poi non si può scrivere ogni giorno a ogni cliente, e il dosaggio dipende dal prezzo del percorso e dalla sua durata.
Il partecipante ipotizza di inserire camminate o momenti di attivazione nelle pause tra un trasporto e l'altro, e un commento in chat aggiunge che gli autotrasportatori hanno l'obbligo di fermarsi periodicamente — nella registrazione si sente indicare un intervallo di circa quattro ore. Tony risponde con una duplice onestà che vale come metodo: dice di non conoscere la normativa sui tempi di guida e di riposo, e osserva che, da come il cliente gli ha raccontato la giornata, non crede che si fermi oltre alla sosta per il pranzo. L'ipotesi resta quindi un'ipotesi, e la definisce «una finezza».
Che quella finestra possa in linea di principio essere sfruttata è dimostrato da un cliente storico della struttura, anche lui alla guida di un camion e maratoneta, che nella pausa pranzo — spesso salta il pasto — si cambia, va a correre e riparte. Ma Tony non lo trasforma in modello: sui dettagli logistici dichiara di non sapere, e la differenza tra i due casi è la consapevolezza. Il punto che l'aula formula bene è proprio questo: se un autotrasportatore è già consapevole dei benefici e ha pause obbligate, lo si può guidare verso ottimizzazioni; se non lo è, come in questo caso, si lavora prima sull'educazione.
Vale anche per l'esposizione solare mattutina e per il grounding: l'aula li propone, Tony rileva che il camion si sale prima che ci sia luce utile e che a casa non c'è giardino. Restano praticabili, sulla parte mattutina, dieci minuti di stretching, mobilità e qualche esercizio a corpo libero, oltre alla cura dell'idratazione con attenzione al profilo elettrolitico lungo la giornata e al mantenimento di una temperatura adeguata in camera da letto.
Richiesto di chiudere con le tre cose che consegnerebbe al cliente al termine di un primo incontro conoscitivo, il partecipante indica: eliminare il caffè da cena in poi, inserire un esercizio di respirazione serale, e — se non li assume già — collocare a cena una quota di carboidrati semplici. Tony approva l'impostazione e aggiunge di suo l'intervento sulla luce blu serale, con i blue blocker come soluzione realistica quando la fonte non si può spegnere. Non compaiono integratori, non compaiono esami, non compaiono dispositivi.
La domanda arriva da una partecipante che segue molti clienti e riguarda un tema che Tony aveva sfiorato più volte parlando di «diventare antipatici»: le persone che, non riuscendo ad attuare i consigli, spariscono.
Il caso che porta è quello di un cliente con uno stile di vita che definisce pessimo: lavora di notte, va a letto attorno alle quattro del mattino e si sveglia verso le dieci, poi guida per centinaia di chilometri per raggiungere un cantiere — la distanza citata oscilla nella registrazione e non è determinabile con precisione. Il punto che la professionista non riesce a fargli passare è che lavorerebbe le stesse ore andando a letto e alzandosi in orari fisiologici, con vantaggi enormi. Il lavoro impostato riguarda orari, luce e stimoli, e le indicazioni consegnate erano due o tre cose semplici. Alla seconda call il cliente non aveva fatto praticamente nulla, forse era peggiorato; poi per tre settimane ha risposto disdicendo gli appuntamenti, scrivendo di essere «un soggetto difficile, poco affine alle regole», ancora in cerca del proprio compromesso.
La domanda, spogliata dell'esempio, è: qual è il limite tra accettare l'abitudine del cliente e imporre il cambiamento? C'è chi ha bisogno della bastonata e chi dell'accudimento, e Tony viene interrogato su come si riconosce l'uno dall'altro.
Prima di rispondere, Tony gira la domanda al collega con il volume di consulenze più alto. La sua indicazione è di continuare su quella strada, spostando però il baricentro del messaggio: far capire al cliente che scappando il torto lo sta facendo a sé stesso, e in termini poco furbi, perché ha comprato un percorso sapendo di avere un problema. Il fraintendimento di fondo è che pagare basti:
Il problema non svanisce se apri il portafoglio. Il problema svanisce se fai.
Da qui l'immagine della goccia che scava la roccia: insistere, ripetere, restare presenti. Il fenomeno, aggiunge, è molto più marcato sull'attività fisica che su una strategia comportamentale, perché comporta sforzo e sudore: chi non ne ha capito l'importanza non la fa, non si presenta in call e trova sempre un alibi.
La partecipante che ha posto la domanda completa il quadro con l'osservazione più cruda della sessione: certe persone sembrano voler rimanere nella propria situazione, in un brodo che ha anche una componente di vittimismo, e non sono pochi i casi in cui, dopo piccoli miglioramenti ottenuti a forza di insistere, tornano indietro perché non ne sostengono il mantenimento. Non lo dice come giudizio, ma come modalità di vita osservata: non responsabilizzarsi è infinitamente più facile, e viene automatico. Il suo mantra personale è che la fatica non fatta oggi si fa domani.
L'intervento più apprezzato della sessione è un suggerimento pratico rivolto proprio a quel cliente da cantiere: costruire l'esempio dentro il suo mestiere. Il cemento ha bisogno di un certo tempo per asciugare; se lo si lascia durante la notte, il tempo si allunga, perché di notte non asciuga come di giorno. Allo stesso modo, il corpo di chi dorme nelle ore sbagliate non ha la stessa possibilità di rendere di chi dorme nelle ore in cui è previsto che lo faccia.
Tony reagisce con entusiasmo — «nella sua semplicità è illuminante» — e ne estrae la generalizzazione: non conta solo fare le cose, conta posizionarle bene nel tempo. Una pratica giusta collocata nel momento sbagliato non produce lo stesso effetto. È lo stesso principio, applicato al cliente, che la sessione applica alla comunicazione: l'argomento efficace è quello formulato nella lingua di chi ascolta.
Tony premette che alla domanda non esiste una risposta giusta, poi ne dà tre pezzi.
Il primo è spiazzante nella sua banalità: dipende da quanti clienti hai fatto. Il tatto per capire quando serve la linea dura e quando quella morbida è esperienza accumulata, e Tony afferma senza problemi che in azienda ci sono già persone più brave di lui a seguire i clienti — lui semplicemente ne ha visti molti di più, e da lì viene la sensibilità. Il secondo pezzo è l'indole personale, che orienta naturalmente verso uno dei due registri. Il terzo è la comunicazione come competenza tecnica, ed è quello su cui invita a investire: nei suoi anni nel fitness, i personal trainer che ottenevano più risultati non erano i più titolati né i più preparati, ma i più efficaci nel comunicare — dove comunicare non significa essere eloquenti o forbiti, ma riuscire a entrare nella persona.
Sul metodo, l'indicazione è di procedere dal registro morbido verso quello diretto, non il contrario:
Più gli entri dal buco della serratura per fargli capire le cose, senza entrare a piedi uniti come nel calcio, più sei efficace. Poi arrivi a un certo punto che, se vedi che con le buone non la capiscono, diventi anche un po' più crudo.
Il secondo livello della risposta è una questione di mentalità, e riguarda il limite professionale. Tony lo formula con l'immagine che dà il tono a tutta la seconda parte della sessione: il professionista non è la pepita d'oro, è la cassetta degli strumenti e il libretto di istruzioni per andare a cercarla. L'oro è già dentro la persona, ma va estratto da lei, col suo piccone. Si può accompagnare, si può illuminare la strada, si può fare la parte di coaching — ma non si può trovare l'oro al posto suo, e non solo perché è impossibile: perché quell'oro, trovato da altri, non verrebbe riconosciuto come valore.
Non puoi fare tu per lui, o per lei, quello che solo lui o lei può fare per se stesso. Puoi illuminare la strada, ma se la persona non percorre il cammino non arriva. Noi dobbiamo diventare sempre più bravi a farle percorrere il cammino.
Essere consapevoli di questo limite, aggiunge, fa parte dell'essere professionisti: c'è un punto oltre il quale il contributo deve venire dal cliente.
L'ultimo commento letto in chat consegna a Tony la chiave che stava cercando: tutto ruota intorno alla P di partecipato — se il protocollo è partecipato e condiviso, il rischio di abbandono si riduce. Da qui la definizione di competenza con cui la sessione si chiude:
Il biohacker più bravo non è quello che sa più cose. È quello che trova la strategia migliore per quel cliente, in quella fase di vita. Non è quello che dà la strategia più efficace: è quello che dà la strategia giusta per quel cliente in quel momento.
L'esempio è deliberatamente provocatorio: tutti sanno che togliere la televisione la sera è la cosa migliore in assoluto, e proporlo non richiede alcuna bravura. Trovare per quella persona, con quelle esigenze e quei vincoli, una strategia applicabile magari permettendogli di guardarla comunque — questo è il mestiere, e produce il risultato che rinnova il percorso e costruisce autorevolezza.
Operativamente, il protocollo partecipato ha una sequenza precisa: prima si ascoltano domande e problemi, poi si dice cosa si può fare, si spiega come lo si dovrà fare, e si chiede alla persona che ne pensa, come la vede, se c'è qualcosa che non le è chiaro — chiedendole in un certo senso il permesso. Tony marca la differenza con il modello medico, e lo fa dichiarando che è un esempio brutto ma utile: il medico può scrivere sulla ricetta qualcosa di sgradevole che però fa bene al paziente; il professionista del benessere non può, deve consegnare qualcosa che il cliente senta come suo. La stessa logica, aggiunge, la applica in azienda: le decisioni non si calano dall'alto, si presenta il problema e si costruisce insieme la modifica, perché chi la deve eseguire è l'altro — e con un cliente vale a maggior ragione, dal momento che un collaboratore malvolentieri esegue comunque, un cliente insoddisfatto invece non torna.
A una proposta dell'aula — chiedere al cliente il motivo per cui ha iniziato il percorso, cosa significherebbe per lui ottenere il risultato, quanto è importante — Tony risponde che è tutto giusto ma non sufficiente: non basta farlo una volta, alla persona bisogna ricordare perché sta facendo quella cosa.
Il cliente, quando compra un percorso, non è quasi mai pronto. Uno su dieci è veramente aperto, e qualsiasi cosa gli dici la fa. Gli altri vanno accompagnati.
La spiegazione è che l'interesse a cambiare c'è, ma quando arriva il momento di cambiare davvero il cambiamento dà sempre un po' di fastidio. Da qui l'obiezione che Tony si autoinfligge — «mi direte: non siamo dei motivatori» — e la sua replica: oggi chiunque, dal parrucchiere al barista, finisce per fare un po' lo psicologo, e tutti abbiamo bisogno di essere ascoltati e motivati, chi più chi meno. Anche perché, per chiunque voglia un risultato, la fase intermedia resta faticosa e noiosa: il risultato lo si dà, ma c'è da spremersi.
Nel condurre l'anamnesi
Nel costruire il primo intervento
Nel garantire l'aderenza
Nel riconoscere i propri limiti