La sessione ha due centri di gravità. Il primo, che occupa la prima mezz'ora, nasce dal giro di tavolo con chi ha appena sostenuto l'esame e slitta naturalmente verso una domanda che riguarda tutti: come si trasforma un percorso di studi in un'attività professionale, soprattutto quando si arriva da un settore completamente estraneo alla salute. Il secondo, annunciato in apertura come "argomento" più che come caso studio, è il tema portato da un partecipante: cosa fare prima e dopo un digiuno che superi le ventiquattro ore, in analogia con quanto già si insegna per i bagni freddi, dove è il contorno della pratica a determinare se lo stimolo sia ormetico o dannoso.
Sul primo fronte Tony smonta l'idea che il biohacker debba presentarsi come tuttologo. Chi ha già uno studio e una clientela deve innestare il biohacking sul proprio posizionamento esistente, scegliendo una specializzazione riconoscibile e proponendo i percorsi più ampi solo "da dietro", a cliente già fidelizzato. Chi parte da zero deve invece costruirsi autorevolezza, e per farlo può guardare a chi in aula si è già creato una nicchia — il sonno, il bagno freddo — o passare per gli appuntamenti individuali dell'Accelerator prima di impostare comunicazione e profili.
L'importante è che tu non caghi roba in giro a cazzo di cane. Se io faccio un giorno la luce rossa, un giorno il sonno, un giorno lo sport, un giorno l'integratore, la gente pensa "questo qua sa tutto lui" — e quello che fa tutto non è specializzato su niente.
Sul digiuno la risposta è graduata per durata. Fino alle ventiquattro ore non servono accortezze particolari: basta non entrare nel digiuno con un'abbuffata e rientrare con verdura e una proteina magra. Quando si sale verso le trenta, le quarantotto ore o i due-tre giorni, entrano in gioco l'ingresso graduale, il riempimento con brodi e verdure cotte in uscita, e soprattutto la gestione degli elettroliti. Oltre quella soglia — le testimonianze in aula arrivano a dieci giorni e a quasi tre settimane — la preparazione e l'uscita diventano il vero fattore di rischio.
Non si muore per il digiuno: si muore, o si può stare molto male, per quello che si fa prima e soprattutto dopo.
Attorno a questo asse la sessione raccoglie una discussione vivace, non del tutto consensuale, su un punto specifico: il cucchiaino di miele per il mal di testa dei primi giorni. Tony lo ammette come compromesso pragmatico; due partecipanti con lunga esperienza di digiuno lo contestano perché "inganna il corpo", ostacolando l'ingresso in chetosi e quindi l'autofagia. La divergenza resta aperta e vale, in sé, come esempio del fatto che nel digiuno prolungato convivono scuole diverse.
Sessione condotta da Tony Manfron in videoconferenza con l'aula del Campus. L'apertura è dedicata a un giro di tavolo con chi ha appena superato l'esame: Tony chiede due minuti a testa non per verificare le competenze, ma per far circolare le emozioni e rassicurare chi deve ancora affrontare la prova. Ne emerge un quadro coerente — tensione più alta del previsto sullo scritto, domande più pratiche e meno teoriche di quanto ci si aspettasse, apprezzamento diffuso per la tesina e per il caso studio discussi all'orale.
Da una di queste testimonianze — un partecipante che viene da un settore diverso da quello della salute e non sa se trasformare il percorso in professione — nasce la digressione sul lavoro e sul posizionamento, che Tony sviluppa con esempi concreti tratti dalla classe stessa.
La parte centrale nasce invece da una domanda scritta portata nel gruppo Facebook del corso e ripresa in chat: come prepararsi con alimentazione e integrazione a un digiuno dalle ventiquattro ore in su, e come reintrodurre il cibo alla fine. Il metodo è quello abituale: Tony interroga prima chi ha posto la domanda per capire cosa fa già, poi dà la parola a chi in aula ha esperienza diretta, e solo alla fine tira le somme.
Il punto di partenza è la constatazione di un partecipante: finito lo studio, l'attività lavorativa è "un altro sport". Tony conferma senza addolcire — procacciare clienti, fidelizzarli, rinnovarli, costruire pacchetti e percorsi è un mestiere distinto da quello appreso in aula, e per questo esistono gli appuntamenti individuali dell'Accelerator condotti dal co-fondatore del percorso.
La prima domanda da porsi è quale tipo di cliente si vuole seguire, perché il biohacker può essere figura olistica pura oppure innestarsi su una professione sanitaria o del benessere già esercitata. Da qui tre traiettorie osservate in aula: chi arriva dallo sport e vuole lavorare sulla performance degli atleti, chi ha uno studio di massaggio e vuole aggiungere il biohacking come servizio, chi arriva da fuori e deve costruire tutto da zero.
Uno che viene da fuori fa più fatica, perché ti devi andare a costruire una realtà da zero: non hai autorità, non hai autorevolezza.
Il consiglio operativo per chi parte da zero è guardare i profili di chi si è già specializzato: un compagno di corso che ha curato per un anno il proprio profilo social posizionandosi sul sonno e che all'esame ha portato un'ipotesi di funnel di acquisizione clienti costruita su quella nicchia; una partecipante che si è posizionata sul bagno freddo e organizza ritiri. Tony ricorda anche che intorno al mondo Wim Hof in Italia esistono decine di professionisti formati, ognuno con la propria nicchia territoriale.
Una massoterapista chiede se convenga inserire il biohacking nel profilo professionale che ha già o aprirne uno nuovo, e se convenga farlo prima o dopo l'Accelerator. La risposta è netta su un punto: se l'Accelerator non è ancora stato fatto, conviene aspettare, perché il lavoro di comunicazione impostato prima rischia di dover essere scremato, rilavorato o rifatto da zero. Nel frattempo si può però assolutamente aggiungere il biohacking al profilo esistente, e nulla vieta di pubblicare contenuti divulgativi occasionali.
Il concetto centrale è la distinzione tra ciò che si comunica davanti e ciò che si propone da dietro. Tony usa se stesso come contro-esempio: divulga a trecentosessanta gradi perché il suo lavoro è divulgare il biohacking in Italia, e il pane glielo dà l'azienda che sta dietro; ma chi vive del proprio studio non può permettersi quella postura.
Se lo fai da davanti — io faccio questo e faccio quello e faccio quell'altro — nella testa della persona è sbagliato, perché quello che fa tutto non è specializzato su niente. Fai da dietro: una volta che il cliente è fidelizzato e si trova bene, allora gli proponi il percorso.
Sul cosa comunicare, Tony costruisce a voce un posizionamento d'esempio per la partecipante, che si occupa di massaggio sportivo e decontratturante e sta per ricevere una lampada: il primo studio della sua regione che unisce il trattamento decontratturante sportivo a protocolli di foto-biomodulazione, con il beneficio comunicato in chiaro (recupero più rapido, produzione di ATP, rigenerazione dei tessuti). Non è un'affermazione documentata — Tony precisa di averla inventata sul momento — ma è concettualmente corretta come esempio di marketing: si prende una pratica ancora poco diffusa, la si abbina a ciò in cui si è già bravi, e si diventa riconoscibili.
Ognuno di noi dovrebbe trovare la sua specializzazione. È così, letteralmente, che la crei.
Una precisazione che Tony ripete in più forme: chi comincia oggi a fare contenuti sul biohacking non è un concorrente, è un alleato nella divulgazione. Il mercato italiano è a suo dire ancora largamente inesplorato, i consulenti dell'azienda devono spiegare al telefono, a ogni singola persona, che cosa sia il biohacking, e la diffusione del concetto richiederà anni.
Non è tanto una questione che tu sia pronta: la questione è se il cliente è pronto a recepire quel messaggio.
Da qui l'invito a costruire un servizio che porti un beneficio comprensibile e comunicabile, senza attendere di sentirsi "pronti" in senso accademico.
Come illustrazione di come si costruisce un servizio partendo da zero, Tony racconta il caso di un partecipante che segue squadre di calcio. Ha acquistato lui stesso alcuni dispositivi di monitoraggio da polso, li ha fatti indossare gratuitamente a un piccolo gruppo di giocatori per un mese senza chiedere loro nessuno sforzo, ha letto i dati e insegnato a recuperare meglio lavorando su sonno e integrazione; quando i miglioramenti si sono visti, gli altri giocatori hanno chiesto di essere seguiti e il servizio è diventato un abbonamento mensile per la squadra. La logica è quella dell'investimento iniziale a proprio carico e della dimostrazione sul campo. Il tipo di analisi che attrae, aggiunge Tony, varia con il cliente: su uno sportivo il profilo genetico può non funzionare, mentre gli ormoni dello stress e i marcatori di recupero interessano immediatamente.
La domanda scritta è precisa: del digiuno si è già parlato in termini di impostazione delle tempistiche, ma non del pre e del post. L'analogia è con i bagni freddi, dove ciò che si fa prima e dopo determina se la pratica resti ormetica o diventi dannosa.
Interrogato da Tony, l'autore della domanda descrive la propria situazione: lavora abitualmente sul TRE, con finestre alimentari nell'ordine dei classici schemi di digiuno intermittente giornaliero (la trascrizione oscilla tra una finestra di circa otto ore e una di circa dieci, quindi il dato va inteso come indicativo), e da poco ha introdotto un giorno di digiuno al mese, condotto da pranzo a pranzo saltando la cena. Non fa preparazione specifica: chiude con l'ultimo pasto previsto dal proprio piano alimentare, di impianto paleo modificato, con circa metà del piatto di verdure e il resto diviso tra proteine e carboidrati. Vorrebbe però estendersi a due o tre giorni e capire se servano accorgimenti.
Prima di rispondere, Tony raccoglie due testimonianze dettagliate.
La prima partecipante insiste sul fatto che la fase pericolosa non è il digiuno in sé ma il suo contorno, e cita casi finiti in ospedale per un pasto pesante consumato la sera prima di entrare in digiuno. Il suo protocollo prevede di ridurre gradualmente il cibo nei giorni precedenti, arrivando a uno o due giorni di sola frutta — la mela in particolare, per la sua azione di pulizia intestinale — con l'obiettivo di svuotare l'intestino prima di iniziare.
Qualunque cibo che rimane nell'intestino, una volta che si entra in digiuno, va in putrefazione: non evacui più, quella roba resta lì. Uscire dal digiuno è ancora più importante: si esce gradualmente, con cibi molto leggeri.
L'uscita, nella sua descrizione, procede per gradi: brodini il primo giorno, poi verdura cotta, e solo più avanti un cereale semplice come il riso bianco; da evitare i carboidrati in quantità, le proteine e probabilmente anche la verdura cruda nei primissimi giorni. Cita anche i clisteri come pratica accessoria, e menziona il digiuno di Breuss (il nome è reso in modo incerto dalla trascrizione), un protocollo di semi-digiuno basato su tisane che a suo dire evita carenze e mantiene energia, e che pratica due volte l'anno.
La seconda testimonianza è quella di una partecipante che nel 2003 ha condotto un digiuno di quasi tre settimane, da sola, sulla scorta dell'esempio del nonno medico. Sottolineata prima di tutto la dimensione mentale:
Ci deve essere la mente pronta ad affrontare questa esperienza. Se la prendi come "sto a fame per tre settimane" è pesante; se comprendi che devi stare in assenza di cibo, e che per te è un periodo di purificazione, viene più facile.
Il suo ingresso è stato progressivo — una settimana prima eliminando la carne, poi tre giorni di sola frutta leggera — seguito da una pulizia intestinale, così che dal giorno successivo all'inizio l'intestino fosse già vuoto. Descrive il picco di fame intorno al quarto-quinto giorno, superato il quale l'interesse per il cibo è svanito, tanto da poter restare a tavola con la famiglia senza disagio; ha continuato ad allenarsi ogni giorno a corpo libero, con molta acqua e qualche vitamina senza esagerare. In uscita ha reintrodotto quantità minime di frutta fresca — nell'ordine di una manciata al giorno — senza cibi cotti, senza carboidrati e senza carne, per il rischio di congestione dato che "è tutto cambiato nel corpo", incluso il microbiota, tornando a un'alimentazione normale nell'arco di circa una settimana. Riferisce inoltre di aver mantenuto per molti anni un'alimentazione molto ridotta con digiuni frequenti, con esami del sangue che a distanza di anni risultavano migliori di quelli precedenti; è una testimonianza personale, non un dato del corso, e i valori non vengono specificati.
Tirando le somme, Tony distingue chiaramente per durata.
Fino alle ventiquattro ore non servono accortezze particolari: l'unica cosa da evitare è rompere il digiuno con un pasto sproporzionato. Si riprende con la propria porzione di verdura e una proteina magra e non ci sono problemi; il modo in cui il partecipante sta già procedendo va bene così com'è.
Verso le trenta, le quarantotto ore, i due-tre giorni — che è anche la pratica personale di Tony, un paio di giorni ogni due o tre mesi — vanno portati a casa i concetti emersi dalle testimonianze, in forma proporzionata:
Gli elettroliti ti aiutano a fare un digiuno più sereno, a patire meno e soprattutto ad avere il corpo che va meno in stress.
Il caffè entra qui con un doppio volto: da un lato smorza la fame ed è per questo di grande aiuto nei primi giorni, dall'altro depaupera le riserve minerali, il magnesio in particolare, il che rende gli elettroliti ancora più necessari.
Oltre i quattro-cinque giorni l'approccio deve diventare molto più graduale, nella direzione descritta dalle due testimonianze.
Sull'ingresso, per digiuni di uno o due giorni, Tony non chiede la sequenza depurativa completa ma un accorgimento preciso: chiudere con verdure e proteine magre, evitando di finire con un dolce. Il razionale è metabolico.
Se tu finisci mangiando un dolce, patirai molto di più i cravings, la fame il giorno dopo e il giorno successivo.
La proteina, aggiunge il partecipante e Tony conferma, dà anche un senso di sazietà che permette di arrivare più avanti nell'assenza di cibo; e la stessa logica va applicata in modo speculare alla riapertura.
Un altro partecipante propone di moderare le quantità nei pasti precedenti, per non passare bruscamente da un apporto calorico pieno a zero. Tony relativizza: la validità dell'indicazione dipende dal regime alimentare di partenza. Se i pasti precedenti, anche calorici, sono chetogenici, la chetonemia già presente tampona la fame; se invece si viene da un'alimentazione ricca di carboidrati, glicemia e insulina hanno bisogno di un giorno o due per stabilizzarsi e la fatica nel resistere alla fame è reale.
Come esperienza personale — dichiarata tale e non come regola — Tony racconta che nel periodo in cui praticava OMAD unito a un'alimentazione chetogenica rompeva sempre il digiuno con i grassi: alcuni lo fanno con il caffè addizionato di grassi, lui più semplicemente con una piccola quantità di frutta secca, preferendo le varietà a più basso contenuto di carboidrati (cita noci brasiliane e macadamia, ed evita cocco e mandorle). Le quantità indicate in trascrizione sono nell'ordine di poche decine di grammi, ma il valore è approssimato. La precisazione è però esplicita: questo vale solo se si è in chetosi nutrizionale, e non si applica a chi, come il partecipante, non lo è.
La domanda arriva in chat, e Tony la riconosce subito come provocatoria. La risposta è che il digiuno si fa per molte ragioni: l'autofagia, la ricerca della longevità, e la lucidità mentale — quest'ultima è la motivazione principale di Tony stesso, che dichiara di rendere molto meglio nello studio e nella lettura quando è a digiuno, purché si tratti di un digiuno programmato e controllato.
Segue una precisazione che Tony definisce un evergreen: il promotore dell'autofagia non è soltanto il digiuno, ma anche la restrizione calorica. Il vantaggio del digiuno è di ordine psicologico e pratico.
È molto più facile digiunare che mangiare poco. Per una persona è molto più sostenibile fare una pratica di digiuno intermittente — tipo "salto la colazione" — che stare a dieta e mangiare meno del proprio consumo calorico giornaliero.
È anche, a suo dire, la ragione per cui il digiuno è diventato popolare. La difficoltà della restrizione calorica cresce, in particolare, quanto più la dieta di base è ricca di carboidrati.
È il passaggio più discusso della sessione. Una partecipante racconta di aver sofferto di mal di testa nei primi giorni di un digiuno di dieci giorni condotto anni prima, e di aver letto che in questi casi si consiglia un cucchiaino di miele; chiede se sia corretto.
Tony risponde che è una cosa che fa anche lui, in modo occasionale, con miele non pastorizzato e di qualità, e che l'aiuto è reale. La sua argomentazione è di proporzione: un cucchiaino vale poche decine di calorie e non vanifica il digiuno.
Chiaramente, se parli con i talebani del digiuno, il digiuno è acqua, caffè, tisane amare, stop. Se uno vuole fare un digiuno al cento per cento, va ad acqua e chiuso — non dovresti nemmeno bere il caffè.
Due partecipanti dissentono, con lo stesso argomento. Il problema del miele, sostengono, non è calorico ma di segnale: fornendo zucchero si "inganna il corpo", che continua a trovare glucosio disponibile e non compie il passaggio in chetosi — dopo l'esaurimento delle scorte di zucchero — e di conseguenza non attiva l'autofagia.
Se mangi il miele quando fai digiuno, non stai più facendo digiuno: il corpo lo riconosce come un pasto e non scatta l'autofagia. E lo scopo del digiuno è portare il corpo in autofagia, a mangiare quello che non serve.
Nella loro lettura anche il mal di testa ha un significato: sarebbe un segno del lavoro di eliminazione in corso, e come i dolori localizzati indicherebbe dove il corpo sta intervenendo — motivo per cui va attraversato piuttosto che soppresso. La divergenza non viene risolta: resta, esplicitamente, come differenza tra un approccio pragmatico all'aderenza e un approccio rigoroso all'obiettivo metabolico.
Collegato al punto precedente: chi vuole entrare in chetosi deve passare attraverso la keto flu, la sindrome simil-influenzale dei primi giorni. Tony ne descrive la variabilità individuale — mal di testa quasi sempre presente, in alcuni anche dolori muscolari o lombari e scarsa lucidità mentale — e individua il fattore che più conta:
Dipende anche da quanto il tuo corpo è abituato a fare questo switch metabolico. Le persone che lo fanno la prima volta lo patiscono di più; se il tuo corpo è abituato al passaggio e lavori bene con la nutrizione, lo patisci meno.
Una partecipante aggiunge che meditazione ed esercizi di respirazione aiutano molto a superare questi effetti collaterali, e Tony concorda.
Due elementi restano indicati ma non sviluppati, e vanno riportati come tali. La stessa partecipante segnala che, per una donna, il momento del ciclo in cui si colloca il digiuno non è indifferente, perché iniziarlo durante la fase mestruale risulta troppo stressante; la trascrizione è però ambigua sulla fase raccomandata (vengono nominate sia la fase premestruale sia la fase follicolare), quindi il dato va verificato altrove. La sua seconda domanda — sulla correttezza di una pulizia intestinale con sale amaro prima di iniziare — viene girata da Tony a un altro partecipante che pratica quella tecnica, ma la risposta non compare nella registrazione.
Domanda dalla chat, risposta a chiusura. Il TRE (Time-Restricted Eating) è la finestra temporale nutrizionale ristretta: se il primo pasto è al mattino e l'ultimo alla sera con dodici ore di distanza, la finestra è di dodici ore; posticipando la colazione di due ore a parità di cena, la finestra scende a dieci.
Il TRE, in sostanza, è tutto quello che riguarda la modificazione del tempo di nutrizione.
Tony indica poi una soglia terminologica intorno alle sedici ore per distinguere il digiuno intermittente propriamente detto dalle forme più brevi, che ricadono nella semplice restrizione della finestra temporale o in ciò che in aula viene chiamato mima-digiuno. Il passaggio è però poco nitido nella trascrizione e la direzione della soglia non è enunciata in modo univoco: va trattato come indicazione approssimata e ricontrollato sui materiali del corso.
L'ultimo scambio non riguarda il digiuno ma il perimetro professionale. Una partecipante racconta di aver seguito gratuitamente una persona con una storia complessa, che dichiara di non riuscire a percepire la fame e di poter stare giorni senza mangiare: non un tema di digiuno, ma la manifestazione di un trauma psicologico legato al cibo. Ha scelto di lasciar perdere, riconoscendo che finché quel nodo non viene affrontato da chi ne ha competenza nessun protocollo può funzionare.
Ci sono ambiti in cui non dobbiamo entrare, non solo per non incorrere nell'abuso di professione, ma anche perché riconosco che ci sono casi che io non posso aiutare. Se uno parte da troppo indietro, lo sforzo che mi richiede aiutarlo è compromettente in termini di energia.
Tony distingue però il caso dell'attività professionale da quello del sostegno gratuito: aiutare qualcuno per reciprocità, quando il proprio reddito viene da altro, è "un altro paio di maniche" e qualcosa che fa anche lui.
Nel posizionarsi come professionista
Nel gestire un digiuno fino a 24 ore
Nel gestire 30-48 ore o due-tre giorni
Nel gestire durate maggiori
Nel definire il proprio perimetro