La sessione è dedicata quasi per intero a un solo caso studio, portato in aula da una partecipante fisioterapista e osteopata: un pensionato di 75 anni che dorme quattro ore per notte solo grazie a una terapia farmacologica assunta da anni, convive con infiammazioni ricorrenti (cervicale, sciatalgia, fascite plantare), assume una lunga lista di farmaci per ipertensione, colesterolo, protezione gastrica e ansia, e beve tre bicchieri di vino rosso a ogni pasto convinto che gli faccia bene. È il tipo di caso in cui il biohacker rischia di sentirsi paralizzato — e proprio per questo Tony lo usa per insegnare dove finisce la propria competenza e dove comincia il lavoro utile.
La domanda della partecipante è insieme tecnica ed esistenziale: con tutta questa farmacologia addosso, le pratiche naturali che possiamo proporre hanno ancora una possibilità di funzionare? Tony non la elude e non la banalizza. Riconosce che agire sul piano farmacologico significa cambiare il percorso delle reti neurali, i neurotrasmettitori, la biochimica della persona, e che di conseguenza entrano in gioco variabili che il biohacker non conosce e su cui non può intervenire.
Noi dobbiamo essere onesti: ci sono delle cose su cui non arriviamo, in ogni caso. Io in questo caso qua lavorerei a stretto contatto con il medico che lo sta seguendo, più che con lo psicoterapeuta.
Da questa premessa nasce la strategia che struttura tutta la sessione: prima i dati, poi i fondamentali, e niente di più. Prima dei dati, perché il vissuto del paziente è inattendibile — lui racconta di stare sveglio, la moglie racconta che crolla — e perché con un familiare come cliente l'autorità personale non basta: devono parlare i numeri. Poi i fondamentali, perché davanti a una persona che non fa nulla di quello che il corso insegna non si parte da un dispositivo costoso, ma da luce, camminata mattutina, riduzione delle luci blu.
Il filo conduttore, ripetuto in più forme, è che il biohacker non è il motivatore che strappa il vino di mano a un settantacinquenne, ma il professionista che lavora su quello che è realmente modificabile, costruisce alleanze con medici e nutrizionisti aperti, e lascia che i primi risultati misurati aprano la porta a tutto il resto. La sessione si chiude con una serie di parentesi tecniche — misurabilità, precursori della melatonina, finestra alimentare, rapporto omega 6/omega 3, termoregolazione di mani e piedi — nate dai commenti in chat.
Sessione condotta da Tony Manfron con l'aula collegata in videoconferenza e un caso studio proiettato a schermo condiviso. Il caso è scritto e presentato da una partecipante fisioterapista e osteopata, che precisa un dettaglio decisivo: il soggetto è un familiare acquisito, il che rende il rapporto professionale più fragile e meno autorevole del normale.
Come sempre nella serie, Tony non risponde subito: prima chiede alla partecipante di lavorare lei stessa il caso, distinguendo tra ciò che le compete come professionista sanitaria e ciò che riguarda l'ambito biohacking. Solo dopo interviene, integra e corregge. Nella seconda metà della sessione entrano nel confronto altri partecipanti con competenze specifiche — un medico di medicina generale specialista in medicina del lavoro e tossicologia industriale, una chimica farmaceutica, una partecipante esperta di terapia del freddo, un istruttore di tecniche respiratorie — e la sessione diventa di fatto una consulenza multidisciplinare.
Un avvertimento metodologico apre la discussione e vale per tutti i casi studio:
Ricordatevi sempre che quello che scrive la persona è quello che lei ha capito di quel cliente lì.
Gli obiettivi dichiarati sono due: migliorare il sonno e risolvere le infiammazioni.
Sul sonno: dorme circa da mezzanotte e mezza alle quattro, nonostante una dose serale in gocce di una benzodiazepina con effetto sedativo-ipnotico, assunta insieme a un antidepressivo dal 2019; dalle quattro alle sette resta a letto in dormiveglia. I problemi risalgono ai cinquant'anni, quando lavorava in banca e già assumeva un sonnifero.
Sulle infiammazioni: si alternano cervicale, sciatalgia e fascite plantare. Prima erano episodi sporadici; secondo il racconto del soggetto sono esplose dopo le vaccinazioni anti-Covid.
Il resto del quadro farmacologico e integrativo è consistente: un integratore antiossidante a base di glutatione ridotto, acido alfa-lipoico, cisteina, selenio e vitamina C, alternato a un preparato per il rinforzo immunitario e la prevenzione di infezioni respiratorie e urinarie (ha avuto una prostatite per diciotto mesi); un farmaco per l'ipertensione; cardioaspirina; un farmaco per il colesterolo, benché il valore sia basso; un inibitore di pompa protonica come gastroprotettore; un ansiolitico al pomeriggio nei momenti di agitazione. Tutto prescritto da medici.
L'alimentazione, a cui lui dà voto otto, è quella di una persona informata e rigida: colazione con frutta secca in guscio, mezzo yogurt biologico alla frutta e fette biscottate con burro chiarificato, marmellata e miele; pranzo con pasta, verdura cruda e frutta di stagione; cena proteica con verdure cotte. Tre caffè al mattino, un litro e mezzo tra acqua e tisane. E, a ogni pasto, 250 ml di vino rosso — una bottiglia da 750 ml ogni tre pasti, circa sei bottiglie a settimana — perché "gli fa bene". Riferisce gonfiore e abbiocco dopo i pasti. Cammina tre-quattro chilometri al giorno, spesso interrompendo per il dolore; era un gran camminatore.
Lo stress, su una scala da uno a dieci, se lo autovaluta duecento. Le fonti non sono il lavoro ma i malesseri, l'insonnia e l'impossibilità di andare in collina, a funghi, a fare trekking. Fa psicoterapia da tre mesi su invito del figlio, con esercizi di respirazione, visualizzazione e lavoro sulla rabbia; vede pochi risultati e vorrebbe smettere. Dalle ultime analisi: vitamina D bassa (in supplementazione settimanale a dose alta) e valori tiroidei alterati.
Sul protocollo di supplementazione della vitamina D Tony fa un'osservazione, ma la circonda immediatamente di cautele. In presenza di una carenza importante ritiene probabilmente più sensato un dosaggio distribuito quotidianamente, ricordando che la vitamina D è a tutti gli effetti un ormone e ha molto a che fare con l'umore e il mood.
Qui lo dico e qui lo nego: quello che dico io non vale niente. Questa è una persona che sta facendo un percorso medico, quindi non lo dico per una questione di tutela, ma perché è seguita da un professionista e può essere che ci siano cose che noi non sappiamo.
L'indicazione allo studente non è quindi "dai la D tutti i giorni", ma informati bene sulla differenza tra assunzione mensile, settimanale e quotidiana, perché cambia. Tony chiede anche se insieme alla D sia stata prescritta la vitamina K, ma il dato non è disponibile e la questione non viene sviluppata — un limite che vale la pena notare, dato che il soggetto assume un antiaggregante.
È il dubbio che la partecipante porta in aula e che una seconda partecipante, chimica farmaceutica, riformula con precisione: se una persona assume un sedativo-ipnotico, un antidepressivo e una lunga lista di altri farmaci, la biochimica cerebrale è alterata — quello che consigliamo in termini di pratiche ancestrali viene comunque recepito, oppure è inibito?
La sensazione riportata dalla fisioterapista, dalla sua esperienza con pazienti sotto antidepressivi, è che il cervello sembri non più in grado di recepire gli aiuti esterni, come se il farmaco bloccasse la situazione in entrambe le direzioni, sia il miglioramento sia il peggioramento.
La risposta di Tony è articolata su tre piani. Il primo è il rinvio a chi ha la materia: la domanda va posta a un farmacologo o a un medico. Il secondo è il razionale generale, che lui accetta come plausibile:
Nel momento in cui vai a lavorare a livello farmacologico stai comunque modificando il percorso delle reti neurali, che di solito viene fatto per ottenere un determinato risultato. Per forza di cose devo cambiare la strada per ottenere l'addormentamento, per ottenere lo stato di calma. E vai a cambiare anche i neurotrasmettitori, la biochimica della persona.
Il terzo piano è operativo: se non sappiamo quanto margine resta, l'unico modo per scoprirlo è misurare, e l'unico modo per farlo in sicurezza è lavorare accanto al medico prescrittore. Tony aggiunge un'osservazione che vale come correzione di prospettiva: il soggetto, a settantacinque anni, sta già facendo meditazione e respirazione su indicazione della psicoterapeuta. Anche senza risultati evidenti, il solo fatto che ci provi è un dato prognostico favorevole, e spiega perché con lui si possa tentare anche l'uso di un dispositivo indossabile — cosa che, oltre una certa età, con molti non è nemmeno proponibile.
Interrogata su cosa farebbe lasciando fuori il biohacking, la partecipante risponde di aver fatto in passato molto poco: un percorso di stretching post-attività, abbandonato subito perché scatenava dolori intensi. Dopo la comparsa delle infiammazioni acute il soggetto è passato da un medico all'altro e da un terapista all'altro, con molte indagini e nessun esito.
La sua proposta attuale si articola in quattro punti:
Sul punto della depurazione emerge un problema reale, che lei stessa solleva: con quel carico farmacologico i prodotti che userebbe sono compatibili? E nella sua zona non ha medici disposti a considerare l'ipotesi. La risposta di Tony è di metodo, non di merito: la scuola ha un medico di riferimento a cui rivolgersi, e la domanda va fatta a lui. Nessuna indicazione di protocollo depurativo viene data in aula.
È la correzione metodologica più interessante della sessione, perché Tony ribalta la propria regola abituale. Di norma sostiene che è inutile mettere un dispositivo addosso a un cliente che parte da zero: meglio dargli prima una direzione, e monitorare dopo. In questo caso fa l'opposto, e spiega perché.
Primo, il percepito è inattendibile e qui doppiamente alterato: sia dalla farmacologia, che modifica il ritmo naturale sonno-veglia e la percezione stessa della qualità del riposo, sia dal fatto che il soggetto ha convinzioni molto forti su di sé. Tony ricorda un fenomeno che tutti conoscono: notti giudicate cattive che il dispositivo valuta bene e viceversa.
Secondo, serve un terzo parere che parli al posto del professionista. Con un familiare, l'autorità personale è quasi nulla; e in casi complessi serve comunque una voce esterna. Le tre forme che questo terzo parere può prendere sono, secondo Tony: una persona (un medico amico a cui far parlare il paziente), un test (microbiota, ormoni), un dispositivo che legge dati. Più se ne riesce a unire, meglio è.
Terzo, la fotografia dello stato di partenza è motivante: vedere quanto si è messi male rende visibile ogni successiva briciola di miglioramento.
Sulla scelta dello strumento Tony resta pragmatico: l'anello è di solito la soluzione migliore perché è la meno invasiva, ma se la persona non lo tollera si passa a una fascia da polso o a dispositivi da fronte; conta cosa il soggetto accetta di indossare. Suggerisce inoltre una mossa professionale: acquistare un dispositivo più professionale e lasciarlo a casa del paziente per qualche notte in una forma di noleggio, come si fa con la magnetoterapia in fisioterapia, includendolo nel costo del percorso.
Questo è il passaggio che Tony definisce l'ABC, e il ragionamento è controintuitivo: proprio perché il soggetto non fa niente di quello che il corso insegna, non c'è bisogno di strumenti sofisticati. Il margine di guadagno sta tutto nelle basi.
Non è che puoi partire dal vendergli duemila euro di foto-biomodulazione. Si parte dalla riduzione delle luci blu, si parte dagli occhiali blue blocker.
Gli interventi che Tony metterebbe in campo:
Sulla televisione la posizione è di realismo assoluto: non si toglie la TV a una persona così, quindi non ha nemmeno senso parlarne — se tra tre mesi arrivano risultati, se ne riparlerà.
Qui Tony introduce, dichiarandolo scomodo, un consiglio di comunicazione. Se alla persona si spiega che deve uscire all'alba perché la luce agisce sulla melanopsina e riallinea il ritmo circadiano, molto probabilmente non le darà credito. Se invece la professionista fa leva sul proprio titolo di fisioterapista e osteopata e presenta la camminata mattutina come necessità di mettere in moto la muscolatura appena alzati dal letto, l'indicazione passa — e il risultato circadiano si ottiene comunque.
Non è una licenza a inventare fisiologia: è la scelta consapevole di usare, tra le motivazioni vere di un'azione utile, quella che il paziente è disposto ad ascoltare. Resta fermo che l'analisi ormonale va fatta, perché i livelli reali di melatonina potrebbero essere molto bassi o alterati.
Con una persona di settantacinque anni bisogna considerare che l'epifisi possa non lavorare più come dovrebbe, e che quindi si debba valutare un'integrazione di melatonina anche a lungo termine. L'esame ormonale serve proprio a stabilirlo.
Tony aggiunge una parentesi sullo stato del dibattito, dichiarando esplicitamente la propria prudenza. Studi recenti su integrazioni di melatonina a dosi elevate mostrerebbero effetti interessanti per il potere antiossidante, il recupero immunitario e la ripresa da problemi virali anche stagionali, senza gli effetti collaterali che si temevano — in particolare senza "impigrire" la ghiandola pineale. Ma la sua posizione resta cauta:
Questi studi sono molto recenti e io preferirei capire un po' meglio nel lungo termine. Per un reset circadiano, per un recupero da jet lag importante, per un recupero post-traumatico sono d'accordo anche con dosi rilevanti; nel cronico, per una persona che semplicemente non ha più l'età per produrne una quantità adeguata, si può lavorare con una piccola spinta dall'esterno, a una dose ben tollerata.
Il dosaggio preciso non è materia della guida: la scelta va fatta sui valori ormonali e con il medico.
È l'osservazione clinicamente più tagliente della sessione, e arriva dalla partecipante con formazione in chimica farmaceutica. Il soggetto si assopisce sul divano verso le 21:30-22, e poi si costringe a restare svegli fino a mezzanotte e mezza perché quella è l'ora in cui "deve" prendere le gocce. Sta cioè bloccando sistematicamente l'unica finestra di sonnolenza spontanea che il suo corpo produce ancora.
Bisogna fargli capire che non deve bloccare il sonno che gli arriva alle nove e mezza, alle dieci: quello deve secondarlo. Deve anticipare gli orari di almeno un'ora.
La direzione proposta è quindi: anticipare l'orario di assunzione e dell'andata a letto, secondare la sonnolenza spontanea, e solo in un secondo momento valutare una riduzione graduale della dose — precisando che il corpo è abituato a quei farmaci da anni e che qualunque modifica è competenza del prescrittore. Non a caso, la psicoterapeuta ha già rimandato il soggetto dal neurologo per rivedere il piano terapeutico, non intervenendo lei sui farmaci. Un altro partecipante aggiunge che le benzodiazepine non sono equivalenti tra loro — differiscono per emivita — e che quale molecola venga assunta la sera è un'informazione rilevante che nel caso studio manca.
Su un punto Tony aggiunge una lezione generale. Il soggetto racconta di aver provato la melatonina in passato e che "non gli faceva niente":
Non l'ha misurato. Se non puoi misurarlo, non puoi migliorarlo. Ci sta che il percepito sia "non mi fa niente", ma poi dipende anche da quanta ne ha presa, per quanto tempo e a che ora.
Un partecipante medico di medicina generale, specialista in medicina del lavoro e tossicologia industriale e avvicinatosi alla medicina funzionale, offre disponibilità e imposta la priorità in modo netto: prima di ogni ottimizzazione servono analisi molto allargate per capire lo stato di infiammazione di partenza e il quadro metabolico generale. Riferisce di vedere quotidianamente stati infiammatori importanti e casi di insulino-resistenza anche in soggetti molto giovani.
Bisogna mettere a posto il quadro metabolico generale, eventualmente mettere a posto lo stato di infiammazione, e da lì partire con tutta una serie di ottimizzazioni anche sul riposo notturno. È indispensabile avere prima un quadro generale della condizione di partenza.
Alla richiesta di dettaglio indica il tipo di parametri su cui si orienta: oltre agli esami di base, indicatori di infiammazione e il rapporto tra omega 6 e omega 3, che considera l'indicazione più leggibile dello stato infiammatorio. Il razionale che espone in aula:
Gli omega 6 tirano verso l'infiammazione, gli omega 3 tirano verso lo stato anti-infiammatorio: è come il gioco del tiro alla fune. Devono stare in equilibrio, perché anche la parte infiammatoria ci serve — pensiamo a un episodio influenzale. Purtroppo con la nostra alimentazione lo squilibrio è costante verso gli omega 6.
Il motivo, spiega, è a monte: carni da allevamento intensivo nutrite con mangimi, uova da galline allevate industrialmente — alimenti che sarebbero di per sé ottimi diventano infiammatori. Da qui l'idea che una quota rilevante della popolazione viva in uno stato infiammatorio cronico, con conseguenze diffuse sulla salute. Il medico chiude con la posizione che dà il tono a tutta la sessione: la pillola miracolosa non esiste, una soluzione unidirezionale non esiste, e chi pensa di risolvere con una settimana di antinfiammatori ha già perso; bisogna intervenire a trecentosessanta gradi sullo stile di vita.
Dalla chat arriva la proposta di ridurre drasticamente il vino a una quantità simbolica. Tony è d'accordo nel merito ma la smonta nella praticabilità: a una persona che beve tre bicchieri a pasto, proporre poco più di un dito d'acqua di vino significa vedersi tirare due bestemmie.
Sul merito, però, non concede nulla:
L'etanolo è veleno. Non c'è una quantità minima che non è veleno: c'è una quantità minima che è meglio tollerata. Ma stai comunque facendo fare al fegato un lavoro che non dovrebbe fare, quello di disintossicarsi da una sostanza che ha introdotto.
Il compromesso realistico che raccoglie dall'aula è annacquare il vino, come mossa iniziale. Ma il punto che Tony vuole far passare è di ruolo professionale:
Non voglio che passi il messaggio che uno che fa il Biohacking Campus e prende l'attestato di biohacker debba fare il motivatore che toglie il vino alla persona. Io cerco sempre di lavorare su quello che posso lavorare; poi, se la persona inizia a vedere i risultati, diventa più facile introdurre anche altre cose che all'inizio sembrerebbero limitanti.
Nella stessa logica Tony racconta di un medico conoscente che, indipendentemente dal problema riferito, come prima cosa manda i pazienti fuori a camminare all'alba, sostenendo di risolvere così una larga parte dei casi. È un esempio di come un'indicazione semplice, detta da chi ha l'autorità per dirla, valga più di un protocollo complesso.
Un dato non presente nella scheda emerge dal confronto: il soggetto non tollera più il freddo, ha sofferto tutto l'inverno in casa, non riesce a scaldarsi i piedi e vive con calzettoni sovrapposti. Nel frattempo, di giorno, tende a sudare.
Tony distingue subito i palliativi dalla soluzione. Palliativi ragionevoli: un paio di calzini a letto e un berretto di cotone per la notte, dato che una quota rilevante del calore corporeo si disperde dalla testa; sono aiuti reali per patire meno il freddo, ma non risolvono nulla. Il problema si affronta lavorando sulla termoregolazione, e mani e piedi sono l'ingresso privilegiato perché sono, come dice Tony, le nostre antenne: le prime parti del corpo a subire il freddo.
L'esercizio, illustrato dalla partecipante esperta di terapia del freddo, è il classico lavoro con le ciotole: acqua fredda all'inizio, poi via via più fredda aggiungendo ghiaccio in quantità crescente; si immergono mani (o piedi) e si respira per uno-due-tre minuti, partendo eventualmente da trenta secondi o un minuto e spostando gradualmente la soglia; all'uscita si fa un lavoro di apertura e chiusura delle mani per riportare l'afflusso sanguigno alle estremità. Si può abbinare una tecnica di visualizzazione, ma con un principiante conviene semplificare.
L'esposizione del viso, delle mani, dei piedi in una ciotola di acqua ghiacciata è molto impattante, soprattutto per una persona che ha paura del freddo e non riesce più a esporsi. Aiuta ad allenare il circuito cardiovascolare, ma anche proprio la termoregolazione. Si parte da lì e poi si progredisce.
Il valore strategico è duplice: è un intervento che il soggetto può accettare, e se percepisce che il freddo cura proprio il suo problema col freddo, può appassionarsi al percorso. Sulla fascite plantare viene inoltre proposto in chat un tappetino di agopressione, rimandato però alla valutazione della fisioterapista. Un'ultima osservazione arriva da un istruttore di tecniche respiratorie: chi ha mani e piedi freddi tende spesso ad avere una respirazione disfunzionale ed eccessiva, sia di notte sia di giorno — spunto che Tony chiede di sviluppare in un post per il gruppo.
Dall'esempio della melatonina "che non faceva niente" Tony ricava una lezione metodologica generale e la illustra con un'analogia presa dal suo ex settore, il fitness: la bioimpedenziometria. Gli strumenti hanno prezzi enormemente diversi e un margine di errore rilevante, nell'ordine di alcune decine di punti percentuali. La contromisura non è pretendere il valore assoluto esatto, ma replicare le stesse condizioni di misura a ogni rilevazione: a digiuno, senza essersi idratati, senza aver fatto sport, e così via. Il primo dato è quasi certamente impreciso in assoluto, ma diventa un riferimento utile se il secondo è raccolto nelle stesse condizioni.
Trasferito al caso: non stai prendendo melatonina, bene — si guarda cosa dice l'esame ormonale e cosa dice il grafico del sonno del dispositivo; poi si fa un mese di supplementazione e si rimisura. Solo allora si può dire se serve o non serve.
Un commento in chat propone di introdurre carboidrati integrali la sera, per esempio patate dolci, seguendo la catena triptofano → serotonina → melatonina. Tony conferma il razionale ma corregge l'aspettativa temporale:
Se io stasera mangio delle patate, non è che ho più melatonina. Il triptofano sì, ce l'ho. Ma funziona nel cronico, bisogna lavorarci nei giorni.
Il caso in cui la manovra ha più senso è quello di chi arriva da un percorso a bassissimi carboidrati ed è profondamente scarico di certi aminoacidi: lì servono alcuni giorni per riportare il profilo aminoacidico a un livello adeguato e ottenere poi una produzione decente di serotonina e melatonina. L'avvertimento all'aula è di non vendere l'effetto immediato: non è dando le patate stasera che il cliente stanotte ha più melatonina.
Un altro suggerimento dalla chat riguarda l'allungamento del digiuno oltre la mattinata. Tony conferma l'interesse della strategia, chiarisce le definizioni e cita come lettura di riferimento il libro sulla dieta circadiana di Satchin Panda, descrivendolo come un testo divulgativo ma solido e provvisto di riferimenti scientifici.
Il concetto: si parla di digiuno intermittente da sedici ore in su; sotto quella soglia, secondo la definizione che Tony adotta, non si parla di digiuno. Il quadro tipico è l'opposto: prima colazione poco dopo il risveglio, ultimo boccone in tarda serata, e una finestra alimentare di sedici o diciassette ore contro sette-otto-nove ore di digiuno effettivo. Restringere quella finestra — posticipando la colazione o anticipando la cena, o portandosi via uno spuntino da consumare più tardi — è associato a miglioramenti di qualità del sonno, circadianità, umore.
C'è però un limite che Tony sottolinea con forza, ed è specifico per questo tipo di soggetto:
Qui si tratta solo di restringere la finestra temporale, non di mangiare meno. Se uno che dorme poco lo mandi in un taglio nutrizionale importante — togliendogli magari il venti per cento di quello che mangia in una giornata — lo puoi letteralmente mandare in crisi, e vai a peggiorare il sonno proprio per quel motivo.
E, coerentemente con la logica delle priorità, Tony precisa che nel caso specifico non considera il TRE un intervento fondamentale: interessante da provare, non centrale.
Il messaggio conclusivo riprende il tema del limite di competenza. Il biohacker, oggi, è un operatore olistico: chi possiede anche un titolo sanitario può lavorare su un perimetro più ampio, chi non lo possiede su alcune cose non può intervenire.
È molto importante stringere delle partnership con dei professionisti della salute aperti di mente, che siano allineati con quello che facciamo e con quello che diciamo. Collaborare con il medico, con il nutrizionista, è fondamentale.
Non è una formalità difensiva: in questo caso studio è la condizione perché qualcosa si muova davvero, perché ogni leva potenzialmente decisiva — orario e dose dei farmaci, depurazione, integrazione — sta al di là della linea.
Nel raccogliere il caso
Nel decidere l'ordine delle mosse
Nel comunicare con il cliente
Nel restare dentro il proprio perimetro
Nel misurare