Questa terza lezione live abbandona il format del caso clinico e propone un approfondimento tecnico — una "micro lezione", nelle parole di Massimo Filippi — sulla gestione degli indici di performance nell'atleta, pensata in vista delle preparazioni che iniziano da luglio. Il filo conduttore è uno solo: l'HRV (la variabilità del battito cardiaco) come strumento decisionale quotidiano per chi allena, cioè non una misura di quanto un atleta vada veloce ma del suo grado di adattamento al carico. Filippi enuncia tre principi di fondo (l'HRV misura la capacità di adattamento del sistema autonomo, è un indice predittivo e non l'unico, funziona da "termometro" della tolleranza al carico) e restringe poi il campo dai 24 e più parametri disponibili ai 5-6 realmente operativi: RMSSD, SDNN, DFA alpha 1, battito cardiaco medio a riposo, Stress Index e gli indici proprietari di recupero, energia ed equilibrio. Un blocco importante è dedicato al DFA alpha 1, parametro emergente nell'endurance che, misurato in tempo reale durante l'attività, stima le soglie metaboliche giornaliere dell'atleta con precisione paragonabile a un test cardiopolmonare. La sessione insiste sul concetto di baseline personale (misurazioni quasi quotidiane, aggiornamento ogni mese e mezzo o addirittura ogni sette giorni, variazioni stagionali fino al 25%) e sulla regola d'oro di decidere il carico solo su trend a 3-5 giorni, mai sul singolo dato. Filippi descrive poi le "firme" riconoscibili dell'HRV nelle diverse fasi della preparazione — accumulo di volume, sovraccarico funzionale, scarico/picco di forma, sovrallenamento — e presenta strumenti di contorno: il test ortostatico come screening settimanale, il TRIMP come misura del carico interno e l'ACWR (rapporto carico acuto/cronico). Chiude con una rassegna dei dispositivi (Polar, Garmin, Whoop, Apple Watch) e delle app utili, un elenco di errori da evitare e un messaggio di posizionamento professionale: padroneggiare questi indici è ciò che rende un preparatore realmente necessario all'atleta. In coda, l'annuncio del Biohackers World a Cervia (13-14-15 novembre).
Massimo apre annunciando che la puntata sarà un approfondimento più tecnico del solito, dedicato alla gestione degli indici di performance e degli indici HRV relativi all'atleta. La scelta è motivata dal calendario: da luglio in avanti iniziano le preparazioni, e non era ancora stato affrontato come si valutano la fatica, lo sforzo e l'attività fisica di un atleta. Propone quindi una "micro lezione" — supportata da alcune slide preparate per l'occasione — invitando i partecipanti a interromperlo per domande e chiedendo subito se ci sono temi specifici che volevano trattare. In assenza di richieste puntuali, procede a ruota libera.
Il punto di partenza è l'HRV, la variabilità del battito cardiaco, definita come lo strumento decisionale quotidiano di chi monitora un atleta. Filippi chiarisce un fraintendimento diffuso: non è una misura di quanto va veloce l'atleta, ma serve a sapere se il carico è sostenibile e se la persona è funzionalmente in grado di rispondere a ciò che dovrà fare. Enuncia i tre principi fondamentali: l'HRV misura la capacità di adattamento del sistema autonomo al carico (principio valido per tutti, atleta compreso), non misura la performance assoluta (si può avere un HRV basso e fare comunque la migliore prestazione), ed è un indice predittivo e non l'unico da considerare. In sintesi, è "il termometro della tolleranza al carico, non una misurazione della forma fisica". Gli ambiti di lavoro sono tre: monitoraggio del recupero, valutazione della forma tramite analisi del trend nel tempo, e alert/screening del sovrallenamento.
Filippi ricorda che esistono oltre 24 parametri dell'HRV (approfonditi al master), ma che nella gestione pratica dell'atleta ci si concentra su 5-6. Li passa in rassegna. Il primo e principale è l'RMSSD: il parametro principe, il più documentato, perché cambia rapidamente in risposta al carico e permette di stabilire una baseline; un calo oltre il 10-20% (da 100 a 80-70) è segnale di carico in atto, da valutare per la frequenza con cui la deviazione dalla media si ripete. Segue l'SDNN, la "riserva globale", cioè la variabilità totale del sistema: più stabile dell'RMSSD, utile nel medio-lungo termine, influenzata da vago, termoregolazione e sistema renina-angiotensina, meno specifica ma più stabile; va guardata su misurazioni di almeno 5-10 minuti e anche qui un calo del 10-20% indica sforzo. Il terzo è il DFA alpha 1, parametro emergente che merita una trattazione a parte. Poi il battito cardiaco medio, indice "banale" ma da non sottovalutare: primo marker di affaticamento acuto, infezione o stress psicofisico, con range di allarme di 5-10 battiti sopra la baseline. Infine lo Stress Index, che riassume l'attivazione simpatica, a cui si aggiungono gli indici proprietari dell'applicazione (recupero, energia, equilibrio, modulazione infiammatoria). Filippi rassicura: già lavorando bene su questi primi indici si fa un lavoro eccezionale.
Il DFA alpha 1 è l'indice su cui Filippi torna più volte, definendolo "veramente fico". È un parametro nuovo, avvicinatosi al mondo dell'endurance solo negli ultimi 5-10 anni, che misura l'organizzazione frattale del sistema e con essa le soglie metaboliche e la capacità di recupero. I valori di riferimento: a riposo un atleta sano sta tra 0,85 e 1,15; sopra 1,2 il sistema è rigido, sotto 0,75 è in situazione di caos. Il suo vero pregio, però, è la misurazione durante l'allenamento: con una comune fascia cardio che rileva gli intervalli RR, il DFA alpha 1 indica la fase metabolica in cui si trova l'atleta (aerobica, anaerobica, di soglia) e calibra le zone in modo dinamico e giornaliero. Filippi sottolinea che le zone Z1-Z2-Z3 non sono fisse ma variano del 5-10% in base alla condizione psicofisica del giorno: un atleta affaticato entra in zona aerobica a intensità più basse del solito. Calcolare le soglie su base giornaliera permette di allenarsi sempre all'intensità giusta senza analisi di laboratorio, con una precisione — dice citando gli studi sulla correlazione con la soglia ventilatoria — dell'ordine di un solo battito cardiaco di scarto. Precisa che non si può ottenere con l'Apple Watch, che non misura gli intervalli RR e dà solo una stima delle zone via algoritmi.
Alla domanda di un partecipante su come analizzare concretamente il DFA alpha 1 durante l'attività (se esistano tabelle scientifiche più precise oltre all'ausilio dell'intelligenza artificiale), Filippi conferma che la letteratura offre riferimenti e che lo Stress Index ha un modulo dedicato; ricorda inoltre l'esistenza di app che misurano l'alpha 1 in tempo reale, tra cui l'HRV Logger. Un'altra partecipante chiede se l'alpha 1 sia utile anche fuori dal contesto atletico, per esempio nel lavoro di ricomposizione corporea, per mantenere una soglia utile a consumare grasso viscerale: Filippi risponde di sì, è utile in ottica longevity e dimagrimento, dove conoscere la soglia individuale evita di "andare a caso"; con altri strumenti come il Whoop la calibrazione c'è ma l'alpha 1 risulta più preciso.
Il concetto di baseline personale è centrale. Un atleta non si monitora una volta al mese: va misurato quasi quotidianamente, o 4-5 volte a settimana, sempre nelle stesse condizioni (al mattino, dopo aver urinato, prima del caffè e di ogni altra cosa). Filippi costruisce la baseline con 2-3 settimane di misurazioni, ottenendo i trend e i pattern individuali su cui poi basare ogni decisione. Fondamentale l'aggiornamento periodico: la baseline andrebbe rivista ogni mese e mezzo/due, perché una media di HRV a gennaio sarà diversa da quella di maggio non per un reale miglioramento ma per effetto del caldo, della stagione, dei carichi, della condizione fisica e dell'età. Gli studi sugli atleti mostrano che la media di questi indici può variare fino al 25% tra fasi diverse (costruzione, gara, ricomposizione, preparazione), ragione per cui l'aggiornamento mensile è essenziale. Alcuni professionisti spingono oltre, ricostruendo la baseline ogni sette giorni con una media mobile, e valutando su quella gli scostamenti del 10-20%. Sollecitato da una partecipante sul perché la baseline cambi, Filippi conferma: cambia il tipo di sforzo e di allenamento tra un pre-gara più leggero e una preparazione più intensa, a cui si aggiunge l'influenza di tempo e temperatura.
Definita la baseline, l'interpretazione quotidiana segue regole semplici. Se la variazione dell'HRV resta entro il 10%, tutto bene; tra il 10 e il 20% si riduce il carico e si va più leggeri; se l'HRV sale sopra il 10-20% è un ottimo indice di recupero e si può spingere di più; se scende sotto il 20% per più di 3 giorni, serve riposo totale. Filippi insiste sull'errore da non commettere: decidere mai il carico su un singolo dato. Con un personal trainer si può talvolta lavorare così, ma con l'atleta no: le decisioni vere si prendono sui trend a 3-5 giorni. Solo se l'RMSSD è sceso del 20% e lo rimane per 3-5 giorni si interviene.
Il cuore tecnico della sessione è la lettura delle "firme" riconoscibili dell'HRV nelle diverse fasi. Nella fase di accumulo di volume, quando l'atleta spinge e accumula carico, l'RMSSD tende a stabilizzarsi o scendere leggermente (variazioni del 10-15% in negativo), il battito cardiaco medio sale di 2-3 punti e lo Stress Index si porta verso 50-60. È una situazione del tutto normale: il vago deve lavorare di più per recuperare mentre il simpatico è richiamato dall'allenamento. Nella fase di sovraccarico funzionale succedono tre cose: l'HRV scende del 10-20%, il battito medio sale di 5-8 punti e lo Stress Index sale a 65-75. Qui l'atleta è "sul filo del rasoio": spingere ancora rischia il sovrallenamento, spingere meno rischia di non ottenere la supercompensazione che lo fa crescere. È il segnale che il sovraccarico sta funzionando; è normale finché dura pochi giorni, ma se i valori restano bassi per 3-5 giorni o più si rischia di scivolare nell'overuse. La fase di scarico e picco di forma (tapering) prevede la riduzione del volume mantenendo l'intensità, in vista della gara: ci si aspetta un rimbalzo dell'HRV del 10-15%, un abbassamento dello Stress Index e un aumento degli indici di recupero. Filippi cita l'esempio di un atleta impegnato in una Hyrox nel weekend e ricorda che, secondo gli studi, un incremento dell'HRV di almeno il 10% nei 10-15 giorni pre-gara correla spesso con un miglioramento della prestazione (con tempistiche che variano a seconda del tipo di gara: due settimane per una maratona, nulla per una partita di basket).
L'ultima firma è quella del sovrallenamento, l'alert più temuto: nasce da un sovraccarico funzionale non gestito. Si riconosce quando l'energia e il recupero calano su tutti gli indici, l'HRV "sballa", l'RMSSD mattutino resta in calo persistente anche dopo aver ridotto il carico, il DFA alpha 1 scende sotto 0,85 a riposo, lo Stress Index rimane basso (perché il corpo è consumato e ha poca energia), il total power resta costantemente sotto 1.000 e l'indice di energia è cronicamente sotto 35. In questi casi è utile eseguire un test ortostatico: se risulta alterato, conferma un sistema simpatico iperattivato.
Filippi dedica uno spazio al test ortostatico, strumento che l'atleta dovrebbe usare come screening settimanale, sempre lo stesso giorno e alla stessa ora. Consiste nel misurare l'HRV per 5 minuti da sdraiati e poi 5 minuti in piedi, osservando il delta tra le due posizioni. Un sistema che sta bene mostra una transizione proporzionata; un sistema affaticato mostra alterazioni. I segni di un ortostatico alterato: un aumento eccessivo del battito cardiaco (oltre 30 bpm) nel passaggio in piedi; oppure, all'opposto, un salto del battito inferiore a 8 punti, segno di ipoattività simpatica e di esaurimento del sistema simpatico; oppure un RMSSD che non scende come dovrebbe, o che al contrario crolla eccessivamente, indice di un sistema ipersensibile e di stress cronico non da semplice sovraccarico. Filippi sottolinea che pochi lo usano ma che fa la differenza nelle valutazioni.
Tra gli indici di contorno, Filippi introduce il TRIMP (Training Impulse), che misura il carico interno di un allenamento: non la potenza espressa, ma quanto quella sessione è "costata" al sistema autonomo in termini di fatica. Due sessioni identiche possono dare TRIMP diversi, perché cambia lo stato fisiologico della persona (più stressata, meno recuperata) o il carico esterno (allenarsi a 40 gradi o a 20 gradi produce TRIMP molto differenti). Il calcolo si basa su formule matematiche, la più famosa delle quali è quella di Banister, che combina la durata e l'intensità relativa alla frequenza cardiaca; esistono varianti (una basata solo sulle zone, una più specifica per il ciclismo), motivo per cui wearable diversi possono restituire valori diversi. Il TRIMP va correlato all'HRV: il TRIMP misura quanto è stato il carico, l'HRV come il cliente risponde allo stress, e insieme danno il quadro completo stimolo/risposta. Esempio: se dopo un allenamento con un certo TRIMP l'RMSSD del giorno dopo resta entro il 10% è molto bene; se varia del 15-20% il carico è stato eccessivo.
A una domanda sull'utilità del TRIMP negli allenamenti di pesistica o per atleti ibridi, Filippi risponde che il TRIMP si basa molto sulla durata nelle varie zone cardiache: nel lavoro coi pesi il battito non si alza molto, quindi il TRIMP risulta basso pur avendo il sistema accusato il carico. Esistono indici più precisi per il carico muscolare, ma il TRIMP va bene purché si moduli la valutazione del rapporto TRIMP/HRV sul tipo di sforzo effettuato.
Ultimo indice presentato è l'ACWR, il rapporto tra carico acuto e cronico. Si calcola dividendo la somma dei TRIMP degli ultimi sette giorni per la media dei TRIMP delle ultime quattro settimane. Serve a capire se l'atleta sta caricando troppo rispetto alla propria base di fitness acquisita, o se al contrario sta calando pericolosamente, per adeguare di conseguenza il modo di allenarlo. Filippi indica come riferimento che sotto lo 0,8 si è in una condizione di undertraining. Precisa che alcuni dispositivi lo calcolano in automatico, a volte con nomi diversi.
Filippi confronta gli strumenti sul mercato. Il Polar è particolarmente valido sul TRIMP, che mostra graficamente a colori nell'app, permettendo all'atleta di vedere se è in detraining, mantenimento, performance o sovraccarico, con anche una stima dei giorni successivi. Il Garmin fornisce il dato in modo diverso, come "training effect", combinando VO2max e HRV status, con voci che variano a seconda del modello (i modelli più vecchi non lo hanno). L'Apple Watch non misura gli intervalli RR e quindi non può calcolare il DFA alpha 1, offrendo solo stime delle zone. Il Whoop calibra sulla base del recupero notturno ma risulta meno preciso dell'alpha 1 per le soglie. Sul fronte app, oltre allo Stress Index (con il suo modulo sport), cita l'HRV Logger per la misurazione dell'alpha 1 in tempo reale. Ricorda comunque che il lavoro si può fare anche con un semplice HRV logger, senza per forza lo Stress Index.
Avviandosi alla conclusione, Filippi elenca gli errori comuni da evitare con un atleta: decidere sul dato singolo anziché sui trend a 3-5 giorni; non confrontarsi con la baseline; cambiare il momento della misurazione (che va sempre fatta nello stesso orario, o non fatta affatto); ignorare la sensazione soggettiva, ricordando che l'HRV è uno strumento e non un giudice, da integrare con dolori, carico nervoso e stato emotivo. Individua il target per cui questo approccio è fondamentale: atleti master, sport estremamente logoranti e ad alto rischio, fasi pre-competizione. Chiude con il messaggio di posizionamento: padroneggiare questi indici è ciò che trasforma un preparatore in un professionista necessario per l'atleta, capace di prendere decisioni oggettive, differenziarsi, fidelizzare e documentare i risultati. In coda, l'annuncio dell'edizione del Biohackers World a Cervia, che quest'anno si terrà su tre giorni (13-14-15 novembre, dal venerdì pomeriggio alla domenica), con biglietti già online.