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fix(ui): una cornice sola, e smette di spostarsi sotto le dita
Punto 14. La segnalazione dell'operatore del 28/07 non era stata circoscritta sul codice: «le dimensioni delle viste cambiano a seconda del menu». Sono quattro meccanismi distinti, tutti leggibili senza avere il tablet in mano. Ogni vista si dichiarava la propria larghezza: sette valori diversi su diciassette template, e nessuno coincideva con quello della navbar, che sta a max-w-7xl su tutte. Il contenuto era quindi disallineato dalla barra sopra di sé, e il disallineamento cambiava a ogni pagina. Il percorso dell'operatore faceva 1280 → 1024 → tutto schermo → 1280 in quattro passaggi. Il padding verticale mescolava py-8 e py-6 fra viste consecutive, così la prima card cambiava altezza a ogni schermata. La barra di scorrimento è classica da 8px e occupa spazio: una pagina lunga la mostrava, una corta no, e la schermata di misura la toglie sempre. A ogni navigazione tutto il contenuto centrato — navbar compresa — si spostava di 8px. La schermata di misura era alta 100vh, che su Android e iOS è l'altezza con la barra dell'indirizzo nascosta: su un tablet il piede, dove stanno «Fine ciclo misura» e il tastierino, finiva sotto il bordo. Ora: .tmf-page e .tmf-page-narrow in themes.css, con i valori esatti della navbar; scrollbar-gutter: stable; 100dvh dove serve. Due larghezze in tutto il prodotto al posto di sette, e il criterio è il tipo di pagina — liste, tabelle e tele stanno larghe, i moduli stanno stretti. Login e schermata di misura tengono la loro geometria, per i motivi scritti in docs/architecture/LAYOUT.md e ripetuti in EXEMPT dentro il test: la prima non ha navbar a cui allinearsi, la seconda non deve scorrere mentre si misura. Il test è statico e guarda i sorgenti: la vista scritta domani copierà la cornice dalla vicina, ed è lì che la deriva ricomincia. Resta da chiedere all'operatore su quale schermo l'ha vista: in verticale su un tablet quasi tutte quelle larghezze collassano e il difetto non si nota. Co-Authored-By: Claude Opus 5 (1M context) <noreply@anthropic.com> |
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feat(recipes): la ricetta decide cosa pretendere e come si misura
Tre cose che prima non erano di nessuno diventano regole della ricetta, decise da chi la scrive e fatte valere dal server. Punto 8 — tracciabilita' obbligatoria. Lotto e seriale si dichiarano obbligatori sulla ricetta. L'operatore li inserisce alla selezione, dove il pulsante non si attiva finche' mancano, e la stessa regola vale sulla lista task, raggiungibile anche per link diretto, e sul barcode: uno sbarramento che dura solo finche' qualcuno prende in mano il lettore non e' uno sbarramento. La produzione non si apre e la misura non si salva senza cio' che la ricetta pretende, perche' un valore senza il suo lotto non e' riconducibile a niente, e accorgersene dopo significa accorgersene tardi. Punto 9 — inserimento manuale. Una ricetta puo' vietare i valori digitati, ed e' il valore predefinito: il calibro e' lo strumento, digitare e' cio' che va concesso. Dove e' vietato il tastierino non viene disegnato (non nascosto con i CSS: il markup nascosto e' markup che si puo' rimostrare) e restano correzione e conferma, perche' una lettura sbagliata va cancellata. Il controllo vero e' sul server: una regola che vive solo nel frontend e' un consiglio. Migliorato al passaggio il riconoscimento del calibro. Contava solo la raffica di cifre, cosi' una lettura corta come "9.5" — tre battute — finiva registrata come digitata a mano; ora conta anche l'Invio che il wedge manda dentro la stessa raffica. Senza questa correzione il divieto avrebbe respinto misure legittime. Punto 11 — formattazione delle descrizioni. A capo e grassetto sopravvivono: chi scrive le ricette incolla dal PDF della scheda tecnica e il testo arrivava appiattito, da risistemare a mano ogni volta. Nessun HTML viene accettato o salvato — il testo viene escapato e gli unici tag nel risultato sono quelli prodotti dal renderer. La sanificazione e' questa: non c'e' niente da sanificare perche' non si accetta niente. Le stesse due regole in Jinja e in JS, cosi' una descrizione si legge uguale ovunque. E la descrizione ora si vede anche in esecuzione: era scritta per l'operatore e la vedeva solo chi la scriveva. Migrazione 009: tre colonne sulla ricetta. Le due di tracciabilita' partono false, che e' il comportamento di oggi; l'inserimento manuale parte *vero* sulle ricette gia' esistenti — il default della colonna e' falso, quindi le ricette nuove sono solo-calibro, ma spegnerlo d'ufficio su quelle in uso fermerebbe una linea alla misura successiva. Chi possiede la ricetta lo decide dall'editor. Test: +26 (291). Coprono il rifiuto sul server per lotto, seriale e valore digitato, il calibro sempre ammesso, le regole che sopravvivono alla nuova versione, il tastierino assente in pagina, l'Avvia sbarrato, e il renderer delle descrizioni compreso il caso in cui si prova a farci passare un tag. Co-Authored-By: Claude Opus 5 (1M context) <noreply@anthropic.com> |
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feat(client): includi librerie e font in locale per il funzionamento offline
Punto 12 del documento modifiche del 28/07. L'installazione a Trafilo e' on-premise su rete di produzione isolata: finche' Alpine.js, Plotly, PDF.js, Fabric.js e i Google Fonts venivano scaricati da CDN a ogni apertura di pagina, senza internet l'interfaccia non partiva affatto (Alpine governa tutta la UI). Le librerie passano in static/vendor/ con la versione nel nome del file, e la CSP del backend si chiude a solo-origine. Il worker di PDF.js e' ripuntato in tutti e quattro i template che lo usano: ripuntando solo lo script principale la libreria si carica in locale ma il worker continua a cercare internet, e sembra funzionare finche' non si apre un disegno. Alpine e' pinnato a 3.15.12, cioe' la versione a cui "3.x.x" risolveva oggi: il congelamento non cambia il comportamento di quanto e' gia' in esercizio, e toglie il fatto che l'applicazione cambiasse da sola a ogni rilascio degli autori - rilevante per le evidenze ISO 9001 / IATF 16949. Inter e JetBrains Mono sono font variabili: un solo woff2 per subset copre tutti i pesi, dove Google serviva lo stesso file sotto otto URL. Tenuti i soli subset latin e latin-ext, che coprono per intero italiano e inglese. Provenienza, versioni e impronte SHA-256 in static/vendor/VERSIONS.md. Co-Authored-By: Claude Opus 5 (1M context) <noreply@anthropic.com> |
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chore(v2): restructure monorepo to src/ layout with uv
Aligns the repo with the python-project-spec-design.md template chosen for V2.0.0. Big move, no logic changes. The 3 pre-existing test failures (test_recipes::test_update_recipe, test_recipes:: test_recipe_versioning, test_tasks::test_reorder_tasks, plus the client test_save_measurement_proxy) survive unchanged. Layout changes - server/ -> src/backend/ - server/middleware/ -> src/backend/api/middleware/ - server/routers/ -> src/backend/api/routers/ - server/models/ -> src/backend/models/orm/ - server/schemas/ -> src/backend/models/api/ - server/uploads/ -> uploads/ (project root, mounted volume) - server/tests/ -> src/backend/tests/ - client/ -> src/frontend/flask_app/ (Flask kept; React deroga is documented in CLAUDE.md, justified by tablet UX, USB caliper/barcode workflow and Fabric.js integration) Tooling - pyproject.toml: monorepo with [project] core deps and optional-dependencies server / client / dev. Replaces both server/requirements.txt and client/requirements.txt. - uv.lock + .python-version (3.11) committed for reproducible builds. - Dockerfile (root, backend) and Dockerfile.frontend rewritten to use uv sync --frozen --no-dev --extra server|client; legacy Dockerfiles preserved as Dockerfile.legacy for reference but excluded from build context via .dockerignore. - docker-compose.dev.yml + docker-compose.yml: build context now ".", dockerfile pointing to the root files. Code adjustments forced by the move - Every "from config|database|models|schemas|services|routers|middleware import ..." rewritten to its src.backend.* equivalent (50+ files including indented inline imports inside test bodies). - src/backend/migrations/env.py: insert project root into sys.path so alembic can resolve src.backend.* imports regardless of cwd. - src/backend/config.py: env_file ../../.env (was ../.env), upload_path resolves project root via parents[2]. - src/backend/tests/conftest.py + tests: import ... from src.backend.* instead of bare names; old per-directory pytest.ini files removed in favor of root pyproject.toml [tool.pytest.ini_options]. - .gitignore: uploads/ at root, src/frontend/flask_app/static/css/ tailwind.css path; .dockerignore tightened. - CLAUDE.md: rewrote sections "Layout del repository", "Comandi di Sviluppo", "Database & Migrations", "Test", "i18n", and all path references throughout the architecture sections. Verified - uv lock resolves 77 packages; uv sync --extra server --extra client --extra dev installs cleanly. - uv run pytest: 171 passed, 4 pre-existing failures. - uv run alembic -c src/backend/migrations/alembic.ini check loads config and metadata (errors only on the absent local MySQL). Co-Authored-By: Claude Opus 4.7 (1M context) <noreply@anthropic.com> |